martedì 29 novembre 2016

I poeti e l'arte, la politica, le masse (seconda parte di una conversazione con Tomaso Kemeny)

"I tempi cambieranno quando i poeti riempiranno i municipi, non i cantanti" Bob Dylan

In attesa di incontrarci con il Comitato Direttivo di "Poetry and Discovery" (evento aperto al pubblico) il giorno 1 dicembre 2016 alle ore 19,30, presso la Casa della Poesia, in via Formentini, 10 e di partecipare agli "Affari Poetici" di sabato 3 dicembre 2016 alle ore 15, sulla scalinata del Palazzo degli Affari di Milano, riprendiamo il discorso con Tomaso Kemeny muovendoci tra citazioni letterarie e pensieri personali. Scopriamo la sua opinione sul Premio Nobel, sulla globalizzazione, fino ad arrivare ad alcuni episodi del passato in cui il poeta ci racconta ciò che ha appreso dal suo maestro André Bréton o dagli operai della Marelli di Pavia.


Poesia visiva
Tomaso Kemeny legge le sue poesie alla Galleria d'Arte di Ugo Carrega: "Il Mercato del Sale", con Ottavia Piccolo, Milo De Angelis, Giancarlo Pontiggia ed altri poeti, 1977

Tony Graffio: L'arte oggi interessa ancora alla gente?

Tomaso Kemeny: Molti artisti contemporanei sono diventati come i buoni del tesoro, c'è ancora qualcuno che si esprime sinceramente, autenticamente, ma non sono molti. Vorrei andare a vedere la mostra di Jean Michel Basquiat che secondo me era un genio nel suo genere, e aveva un suo istintivo canone. Non è detto che uno debba teorizzare, come Platone che oltrepassava il brutto riuscendo a sublimare i comportamenti quotidiani attraverso un linguaggio che oltrepassava il volgare. Nel '900 Ezra Pound suggeriva a James Joyce di togliere i momenti delle vicende personali che Leopold Bloom trascorreva in stanza da bagno defecando e leggendo per evitare di vedersi negata la pubblicazione, ma Joyce era contrario e disse di no perché intendeva rappresentare l'uomo qual'era veramente, nella sua fragilità esistenziale e nella sua grandezza. Poiché tutti vanno in bagno, anche Bloom doveva farlo. Cosa completamente fuori dalla tradizione della scrittura, perché se leggiamo Giacomo Leopardi, ci accorgiamo che lì nessuno, tanto meno il poeta, espleta funzioni corporali nella rappresentazione.

TG: Quindi anche Piero Manzoni ha rotto una consuetudine?

TK: Certo, lui era un contestatore e andava bene così. Era contro il mercato e la sua merda d'artista, un po' come per Basquiat, (che uso la sigla SOSH = same old shit, la solita vecchia merda per alcune sue opere) era una testimonianza contro l'Impero del Brutto, lasciata in modo originale. Anche se poi anche le sue scatolette sono diventate oggetto di mercato e c'è perfino stato un idiota che ne ha aperta una non trovandovi dentro niente. Non si trattava di trovarci un contenuto, ma un concetto.

James Joyce Philadelphia University Tomaso Kdemeny 1987
Congresso Joyciano all'Università di Philadelphia, Pennsylvania, 1987

TG: Tornando al Premio Nobel, crede che facendo quelle scelte il premio perda credibilità ed autorità? Oppure la gente si adeguerà comunque?

TK: Secondo me, il Nobel ha perso importanza da anni, proprio per la scelta di premiare persone politicamente valide. Wisława Szymborska è una buona mediocre poetessa che è passata dal comunismo alla democrazia. E' una buona poetessa, ma non una gigantessa del verso, no? L'Accademia svedese ha sempre premiato persone che lottano contro l'ingiustizia, il che può essere una bella cosa. Bob Dylan, quando il mio eroe Martin Luther King scese in campo per gli spazzini che erano malpagati e quasi tutti neri, era andato a cantare al loro fianco. Erano gli anni 1960 ed era un ragazzo impegnato: giù il cappello, ma da questo a metterlo a fianco degli Ungaretti e Quasimodo, ce ne corre, no? Sono canzonette le sue, "light poetry", poesia leggera per i britannici di buon gusto.

TG: Sono in pochi che però hanno avuto il coraggio di dire qualcosa di questo tipo.

TK: Io non ce l'ho con lui, lo rispetto moltissimo, è un ottimo cantante e lui, come in generale gli ebrei, ha il senso del limite. Forse perché perseguitati, chi lo sa? E così non va a ritirare il Premio Nobel, come pare. Anche perché, te lo immagini in smoking a fare un discorso sulla poesia? Secondo me, si rende conto di essere una star in un'altra forma espressiva.

TG: Anche premiare Obama è stato un errore?

TK: Sì. In genere, davano i premi per la pace a quelli che dimostravano buona volontà, ma non m'è sembrato il caso di Obama. Non è colpa sua, non era al livello della situazione. Ci voleva un genio. Lui comunque è un brav'uomo. Se fossi un politico non mi metterei lì perché è talmente complesso... Non basta essere delle brave persone per diventare dei Winston Churchill.



TG: Torniamo ai problemi non risolvibili o difficilmente eludibili...

TK: Non che il poeta abbia queste capacità, ma il grande politico esiste, se non è corrotto o non lavora per l'Anticristo. Purtroppo, per essere eletti bisogna compiacere le masse e le masse di per sé rappresentano il brutto. Non in quanto singole persone, ma perché si sono fatte massificare. Non sono più individui. Oscar Wilde aveva scritto un bellissimo libro che parlava della decadenza della menzogna contemporanea. Perché una volta si mentiva per compiacere le attese dei lettori, praticando gli strumenti dell'arte. Ulisse che non riusciva a trovare la via di casa magari era intento in tutt'altre occupazioni, chi lo sa? Poi invece è diventato l'eroe dell'avventura della conoscenza in Omero prima che di Dante and Company (Vedi James Joyce). Secondo Wilde è la pratica alta della menzogna che permise a Dante di visitare in tre cantiche l'aldilà. Queste però sono menzogne belle, mentre oggi si tenta di mentire per imbrogliare il prossimo.

TG: E i politici sono maestri in questa pratica.

TK: Sono obbligati! Se uno di noi si presentasse alle elezioni sotto una qualsiasi bandiera e dicesse: “Evasori fiscali, farabutti che non siete altro e via di seguito”, non riceverebbe alcun voto. Invece coloro che dicono: “Diminuiremo le tasse e daremo lavoro a tutti”, vengono sempre applauditi. Il sistema politico in qualche modo è già pre-condizionato ed i soldi sono molto importanti. In America poi, è evidente, se non sei miliardario non puoi neppure presentarti.

TG: Siamo tornati al Dio Denaro. Tutto è controllato da lobby e dinastie di potenti. Hilary Clinton si dice che abbia speso un miliardo di dollari per una campagna elettorale che è costata come un viaggio su Marte.

TK: Forse l'America, tra tutti i sistemi è il meno peggio, anche se al suo interno ci sono dei temi razzisti totalmente deprecabili.

TG: Un sistema politico che si basa solo su due partiti mi sembra un po' esagerato chiamarlo democrazia.

TK: Al di là di questo, il grave è che loro fanno il doppio gioco per il petrolio, dando i soldi agli arabi che poi finanziano i terroristi. Arriveremo ad avere macchine che funzionano ad elettricità?

TG: Ci aveva già provato Nikola Tesla, ma non ha fatto una bella fine.

TK: Anche Enrico Mattei s'era messo contro le Sette Sorelle e forse persino Pier Paolo Pasolini che stava scrivendo “Petrolio”, prima che lo uccidessero.

TG: Stava documentando come alcune bande criminali eliminassero chiunque fosse contro la vendita del petrolio.

TK: Non è riuscito a finire il suo libro, ma come si fa a sapere se la sua è stata una tragedia personale o un delitto politico? Sembra strano, ma i cattivi non muoiono mai.

TG: (Rido) Né i brutti! Anche per i bambini la parola brutto contiene tutto e generalmente per loro significa il peggio.

TK: Anche per i mitomodernisti il brutto è visto infantilmente. Il brutto è un giudizio, una categoria morale, prima ancora che estetica. Ciò non toglie che uno può essere bruttissimo ed avere un comportamento altamente estetico, il problema non è la bellezza o la bruttezza fisica, ma un bene aggiunto che trascenda le bassezze quotidiane e storiche. Ad ogni modo cosa possiamo fare? E perché i poeti? E' questo che vuoi sapere, vero?

TG: Sì.

Circolo Turati Milano
Tomaso Kemeny con il poeta Cesare Viviani, ad un simposio sulla poesia al Circolo Turati di Milano, nel 1978.

TK: I poeti sono quelli meno vincolati dal sistema economico, come abbiamo visto. Un politico non può dire la verità, ed è il protagonista principe della decadenza della menzogna.

TG: Ad ogni modo in un modo, non dico ideale, ma normale, dovrebbero essere le masse a dire ai loro rappresentanti cosa fare. O almeno a chiedere di portare avanti le loro istanze e le loro preoccupazioni.

TK: Purtroppo non è mai stato così. Se ricordi, anche durante la rivoluzione francese c'erano le masse che andavano a vedere le decapitazioni e gridavano: “Bene!”. Poi, di colpo hanno fatto fuori Robespierre l'estremista per paura che venissero coinvolti, a loro volta, i mascalzoni. Che lui fosse esagerato e sanguinario, per quanto freneticamente rivoluzionario, è vero, forse per questo le masse, dopo, hanno festeggiato il ritorno del re.

TG: Secondo lei cosa ci riserverà il futuro?

TK: Io non sono un profeta, ma il problema grosso è che le religioni un tempo servivano per l'introspezione, adesso con l'Islam, politica e religione sono diventate un'unica cosa. Questo è un fatto molto pericoloso che già era stato denunciato da Dante Alighieri quando parlava dei due soli. I poeti non sono mica scemi: lui parlava del Papa nel mondo spirituale e dell'Imperatore nel mondo politico. Dante era perseguitato perché aveva messo Bonifacio VIII nella merda fino al collo. Era un uomo che faceva politica apertamente.

TG: Nel rapporto tra masse e potenti, sappiamo che è stato un movimento molto condizionato dall'America e dalla Chiesa, però il sindacato polacco Solidarność è stato davvero un'espressione democratica che ha avuto un grosso seguito popolare ed un effetto rivoluzionario decisivo. Non crede?

TK: Sì. Il meglio nell'uomo vien fuori quando c'è un tiranno e non ce la fai più. In Russia però è durata tanto l'oppressione. In Polonia c'è stata una reazione solo perché il Papa polacco ha finanziato Solidarność. Lì c'è stato un intervento esterno, non è che le masse si sono risvegliate e hanno detto basta. C'è stato un bravo condottiero che è stato Lech Walesa, ma ci sono stati anche dei mezzi.

TG: Però hanno lottato ed erano convinti di quello che stavano facendo.

Insurrezione di Budapest uccisione soldati sovietici
Budapest 1956, due rivoluzionari ungheresi camminano accanto ai corpi di sei agenti dei servizi segreti sovietici uccisi durante l'insurrezione.

TK: Anche in Ungheria nel 1956 c'è stata la rivolta, perché c'è un limite a tutto, no? I sovietici dicevano: “La fabbrica è vostra; qui c'è il paradiso”, ma la gente non arrivava a fine mese.

TG: La situazione era contraddittoria, più che un problema di mancanza di denaro, era un problema di carenza di beni e di libertà. Ed in definitiva, in Ungheria era il paese dove si stava meglio, tra tutti i paesi della cortina di ferro.

TK: Alcuni stavano bene, ma a parte questo, era la menzogna che veniva utilizzata per descrivere gli insorti come bande di fascisti e terroristi, mentre in realtà si trattava di intellettuali, studenti ed operai. Prima a Natale, il padrone dava dei regali agli operai, ma con la bugia che la fabbrica era del popolo, basta, non c'era più niente per nessuno. Era peggio di prima! L'operaio non è mica stupido. Come dice Gioachino Rossini che è stato uno dei più grandi geni italiani: “Quando mi toccano nel mio debole, una vipera diventerò.”. Se Renzi dimezzasse lo stipendio agli italiani...

TG: Renzi ha già deciso una cosa allucinante: devi lavorare 42-43 anni per avere la pensione, ma se vuoi andartene sei mesi prima devi pagare! Ma come, hai lavorato tutta la vita e sei ancora pieno di debiti? Qua c'è veramente la volontà di tenere in schiavitù la gente col debito!

TK: C'è anche il debito internazionale però! E' una cosa complessa che non tocca a un poeta dire. In passato, il sistema democristiano e socialdemocratico ha concesso delle cose giuste, ma al di là delle reali possibilità del paese.

TG: In passato è stato effettivamente così; certo il sistema non poteva stare in piedi, ma adesso la casta non la tocca nessuno ugualmente. Stesso discorso per gli sprechi e chi ha licenza di fare ciò che vuole. Pagano sempre solo i dipendenti ed i pensionati.

TK: Facendo l'Europa Unita, non è che gli altri possono pagare i debiti degli italiani. O degli spagnoli. O dei Greci. E' vero che ci sono paesi virtuosi, come la Danimarca, ma lì sono tutti onesti. O quasi.

TG: Le masse cinesi come si comporteranno?

TK: La Cina è il paese del terrore. I cinesi hanno sterminato tantissimi tibetani senza che nessuno dicesse niente. Un mio amico, rovinato dalle tasse italiane, ha portato la sua azienda in Cina per non chiudere e mi ha detto: “Che brava gente i cinesi. Pensa, lavorano 20 ore al giorno e dormono vicino alle macchine...”. Ma quale brava gente, questi sono schiavi! Io stesso conosco certe situazioni degli operai italiani, perché quando insegnavo all'Università di Pavia, negli anni '70, i lavoratori della Marelli mi hanno fatto fare una conversazione in fabbrica. In quell'occasione, ho fatto un discorso totalmente folle ed ho detto che anche gli operai hanno il diritto di sognare e così loro sono rimasti contenti di queste parole. Il lavoro della fabbrica toglie ogni valore estetico che invece l'artigianato aveva. L'artigiano fa, l'operaio assembla con ritmi innaturali. Cosa che aveva capito Charlie Chaplin ben 80 anni fa. Io dicevo che non ci restava che sognare e così ero diventato molto amico di questi operai. Io non sono un populista, ma queste erano persone umane. Anche simpatiche. Ad un certo punto, hanno deciso di chiudere tutte le fabbriche di Pavia e questi operai sono stati trapiantati non so dove, perché dicevano che qui non reggeva più quel tipo di produzione. Se i padroni hanno esportato i capitali e le attività c'era un motivo; pur tuttavia avrebbero dovuto diminuire le tasse in qualche modo per non espropriare alla gente stipendi orrendi, mantenendo privilegi incredibili a dirigenti che vengono pagati singolarmente come mille operai. Inclusi i cosiddetti rappresentanti del popolo. Ad ogni modo, bisognava evitare con ogni mezzo la delocalizzazione del lavoro e della ricchezza del nostro territorio andando contro l'ideale liberale e globalizzante dei banchieri. Qui però aveva ragione Trozkij quando diceva che la rivoluzione o è mondiale, o non è. In termini non rivoluzionari, i sindacati hanno sbagliato a non vedere cosa succedeva altrove. La globalizzazione dovrebbe essere un meccanismo per lo sfruttamento globale, ma una proposta di crescita collettiva dell'umano. Non si può spiegare alle masse che noi viviamo decentemente perché in Cina lavorano fino a 20 ore al giorno. O perché in Africa non pagano e in Romania sfruttano ancora le persone, in pochi ascolterebbero. Tocca al poeta spiegare l'impossibile, perché, come diceva il mio maestro mai abbastanza riverito, André Bréton: “Dobbiamo amare solo l'impossibile perché il possibile lo lasciamo ai tiranni e ai farabutti.”. Il possibile è il dato; quello che sembra impossibile è comunque necessario per la giustizia, la bellezza e tutto il resto. La bellezza non è un fatto esteriore, ma è il seme della verità umana. Sin da quando l'uomo dipingeva le grotte con le sue pitture murali.

Tomaso Kemeny nel 1942 sulle colline di Buda.

La conversazione è continuata, ma per dare una conclusione a questo discorso che introduce all'azione poetica, a che cos'è il mitomodernismo e alle sue linee guida, potremmo dire che precedentemente abbiamo affrontato soprattutto il significato della bellezza e dell'elemento mitico; forse senza dare un'adeguata spiegazione per ciò che è inteso come eroismo. A discolpa di questo fatto possiamo brevemente integrare questo argomento dicendo quanto segue: in tutte le cose c'è un lato negativo ed uno positivo, questo vale anche per i regimi totalitari, come il fascismo ed il comunismo. L'utopia è nel cercare di prendere qualcosa di buono da tutto, senza pregiudizi. L'esaltazione dell'eroico era presente nelle ideologie nazionaliste come qualcosa di elevato, naturalmente se per eroismo s'intendeva picchiare l'ebreo, questa non poteva essere una cosa accettabile trattandosi di brutalità oscena. Nel sistema sovietico si vantava l'eroismo di lavorare con dedizione, ma la figura dello stakanovista finiva per risultare l'esaltazione dello sfruttamento del lavoratore da parte di uno stato legittimato dal partito unico (Tra l'altro Stakanov era un attore in funzione propagandistica e non un vero lavoratore). Il mitomodernismo vuole scoprire l'umano nella sua profonda esigenza di giustizia e di bellezza. Si dà importanza all'azione per sostenere un'idea, mentre la maggior parte degli artisti non si interessano all'azione, anche per un eccesso di individualismo. Eroismo è passare dall'io al noi.






domenica 27 novembre 2016

Nanotecnologie per artisti

Annamaria D'Ambrosio con un flacone contenente aerogel di grafene

Nuovi materiali
Gli artisti sono sempre alla ricerca di nuovi materiali che permettano loro di poter esprimere nuove forme, nuovi contenuti, ma anche che consentano di affrontare costi di produzione più abbordabili, oppure materiali dai pesi specifici più bassi in modo da poter effettuare i trasporti più facilmente e perché no? Anche inquinare meno.
Come abbiamo visto nella pagina precedente, scaricare da un camion di 9 metri un missile del peso di 2 tonnellate non è uno scherzo, richiede mezzi, uomini, tempo e denaro. 
Recentemente, ho fatto visita a Annamaria D'Ambrosio, titolare della Galleria d'Arte Amy D, che già da parecchi mesi mi aveva invitato a conoscere i nuovi materiali che propone ai suoi artisti. Perché bisogna pensare al futuro.
I materiali sperimentali possono rivoluzionare il mondo dell'arte e segnare un nuovo inizio per la vita di tutti. E' facilmente intuibile che dopo alcuni settori all'avanguardia come quello della ricerca, dell'arte, delle competizioni e di altri ambienti particolari, ci sarà una ricaduta tecnologica nella vita quotidiana di ognuno di noi.
L'arte contemporanea può dare una bellissima chance ai giovani artisti che potranno creare opere uniche mai realizzate prima, grazie a materiali mai visti.
Gli istituti di ricerca, le scuole d'arte e le istituzioni dovrebbero farsi carico di finanziare, magari attraverso dei premi, coloro che sono intenzionati a sperimentare con le nuove tecnologie, ma per ora sono i privati che cercano di stimolare la fantasia e la creatività di coloro che vogliono dedicarsi all'impiego di materiali speciali.


Un vasetto di plastica biodegradabile al cacao

Di che cosa stiamo parlando?
Esistono nuove plastiche semi-biologiche che hanno un impatto zero sull'ambiente e sono biodegradabili al 100%. Un esempio: un materiale sintetico che è al 60% derivato dal cacao, o meglio dai suoi scarti, come la buccia e le polveri che restano nelle carte delle confezioni.
Amy D ha intrapreso una collaborazione con il dipartimento degli smart materials dell'Istituto Italiano di Tecnologia di Genova. Si tratta di un istituto di eccellenza che potrebbe occupare gli spazi dell'ex-area di Expo 2016, a Rho. I primi materiali presi in considerazione dagli artisti che lavorano con Amy D sono state le nuove plastiche bio, il grafene*, l'Aeropan**, i cementi nanotech e le pitture termiche. L'utilizzo di questi materiali ha delle importanti implicazioni ecologiste. E' possibile realizzare plastiche ricavate dagli scarti dell'umido del prezzemolo, della cannella, del pomodoro, cacao, o di altri vegetali, solo per citare alcuni prodotti che ho potuto osservare e toccare durante il mio incontro con Annamaria D'Ambrosio.


Anna D'Ambrosio e la bioplastica di patate

Pitture termiche e nuove tecnologie
Le pitture termiche sembrano in tutto e per tutto simili alle vernici normali, invece, grazie a componenti strutturali nanotecnologiche, i colori di queste speciali pitture sono in grado di non alterarsi, né cromaticamente, né morfologicamente a temperature che vanno dai -40°C ai +40°C .
I legami che si verificano nelle nanotecnologie sono molto forti. Oltre alle pitture termiche, esistono cementi "Nanotech" che permettono di realizzare opere che richiederanno meno restauri; inoltre anche per il restauro si può far ricorso al grafene che agendo come una specie di collagene è in grado di ricostruire ciò che è andato distrutto o che si è alterato.


Il grafene è più leggero di un piuma grazie alla sua struttura monoatomica. "Peso Piuma 2014" di Mattia Novello è la prima opera d'arte realizzata con aerogel di grafene, la sostanza più leggera al mondo.

Le nuove tecnologie ed il loro studio ci permetteranno di vivere meglio e di avere una qualità della vita superiore. Lo studio delle nanotecnologie equivale alle ricerche che si stanno facendo per i livelli di macrostrutture molecolari, riproducendo in modo esponenziale lo stesso tipo di procedimento.
Per l'artista è più interessante approfondire la conoscenza delle nanonostrutture, il grafene è uno strato monoatomico di carbonio di grafite che guarda caso è un minerale molto importante per chi produce arte. A differenza delle nanocellulose, o altri materiali speciali, il grafene è più affine alla ricerca artistica ed è per questo che la galleria l'ha selezionato.


Un vasetto di bioplastica al prezzemolo

Lavorando gli scarti da umido delle patate si può produrre una plastica trasparente molto leggera e molto duttile che ha una bellezza tale da far pensare di poterla utilizzare in scultura per realizzare busti ed altri tipi di statue, sostituendo il plexiglass o altri materiali sintetici derivanti da scarti del petrolio. Un'altra importante caratteristica di questa bio-plastica è la sua robustezza.


Un muro modulare dipinto con vernice termica compone un'opera del giovane artista albanese Renato Calaj esposta nello Spazio d'Arte Amy D, in via Lovanio, 6 a Milano.

Pittura termica

Atossicità
Amy D ha presentato lo scorso anno un progetto artistico di economART  chiamato: "Memoria di equilibrio", al Festival della Scienza di Genova: tra gli artisti invitati: Diamante Faraldo. Con un'opera raffigurante una piramide tronca tutta di marmo nero con un galleggiamento di petrolio sulla superficie, in modo da poter rappresentare i vecchi equilibri economici e le nuove prospettive in divenire.
Annamaria D'Ambrosio ha contribuito alla realizzazione di queste opere donando (la dona-azione è una forma d'investimento per la gallerista) agli artisti i nuovi materiali. Si verrà così a creare una nuova identità sia per l'artista che per la gallerista. La ricerca sui materiali implica anche il lavorare con elementi che non siano nocivi per l'artista. Poche volte c'è stata un'attenzione per i materiali. 
E' facile pensare a Burri che lavorava con catrami, muffe o rifiuti, ma anche ad artisti che più semplicemente utilizzavano colori a base di piombo e per questo motivo si presume si siano intossicati o addirittura siano morti. Come potrebbe essere capitato a grandissimi pittori, come Goya e Caravaggio. Anche una tecnica bellissima, ma estremamente nociva come la pittura encaustica ha le sue controindicazioni sanitarie, si pensi ai rischi che corre un'artista incinta, sia per la propria persona che per il feto. Damien Hirst invece utilizza la formaldeide per conservare intatti i corpi degli animali morti. Pratica anche questa che espone a composti organici volatili che inalati possono causare il cancro. Infine, in questi brevi cenni di inconsapevoli follie artistiche, vorrei citare anche Enzo Cacciola che utilizzava materiali industriali per le sue opere negli anni intorno al 1974/'75 arrivando a stendere dell'amianto sulla superficie dei suoi lavori, lucidandolo poi e fissandolo con gelatine. 


Un dipinto di Renato Calaj realizzato con pittura termica


Tantissimi artisti in tutte le epoche hanno utilizzato materiali tossici, ma adesso l'attenzione per l'ambiente deve passare anche attraverso una maggior consapevolezza sull'origine dei materiali che si utilizzano e di una maggior protezione della salute umana. Naturalmente, anche per un collezionista conservare tra le mura domestiche un'opera realizzata con materiali nocivi non è tanto consigliabile.


Pittura termica bianca

Innovazione e sperimentazione
La relazione tra i materiali e l'arte dà luogo ad un rapporto dialettico di lotta continua. L'artista dovrebbe prendere il sopravvento sui mezzi tecnici che oltre ad essere strumenti d'espressione diventano anche i simulacri del possesso di un'idea o di un contenuto.
Nel momento in cui un nuovo materiale viene utilizzato per la prima volta è doveroso dargli la giusta attenzione. I lavori realizzati con materiali completamente innovativi devono essere sottoposti a prove e probabilmente non saranno le primissime opere quelle più riuscite, perché è importante capire come si comportano i prodotti che vengono impiegati durante il periodo di sperimentazione. In un secondo momento, il materiale non farà più parlare di sé, lasciando tutta l'attenzione alle meraviglie artistiche.

Microchip antifalsificazione al grafene
Un'altra sperimentazione della galleria in collaborazione con un'azienda toscana  sta mettendo a punto un microchip leader del settore riguarda la realizzazione di un microchip al grafene che potrebbe essere inserito dietro l'opera pittorica, la scultura o all'interno del supporto cartaceo sul quale è riportata l'opera. Si ipotizza anche un utilizzo in fotografia. Il chip riporterebbe la storia dell'opera con i vari passaggi di proprietà, come una matrice o un DNA. Quel microchip non certificherebbe soltanto la vendita, ma diventerebbe un documento con cui ricostruire la vita del pezzo in collezione, della fotografia o di quei lavori che sono particolarmente soggetti a falsificazione o duplicazione.
Si stima che attualmente l'applicazione di un sigillo di autenticità di questo tipo potrebbe avere un costo di circa 250 euro. 
Come abbiamo visto, i nuovi materiali offrono innumerevoli possibilità al mondo dell'arte; cercheremo di tenere sotto osservazione i nanotubi e le altre meraviglie che la scienza ci sta proponendo per restare sempre aggiornati, insieme ai lettori di Frammenti di Cultura. TG

Nota* Il grafene, materiale non presente in natura e potenzialmente rivoluzionario, è stato ricavato in laboratorio nel 2004 presso il Dipartimento di Fisica dell'Università di Manchester. I due fisici Andrej Gejm e Kostantin Novoselov per questa invenzione dai molteplici impieghi hanno ricevuto il Nobel nel 2010.

Nota** L'Aeropan è un pannello isolante in aerogel con uno spessore di mm 10 e una conducibilità di termica pari a 0,0015 W/mK

sabato 26 novembre 2016

Arrivano le Macchine Armate alla Casa della Memoria


La Casa della Memoria di Milano ospiterà, dal 1 dicembre 2016 al 6 gennaio 2017, le istallazioni scultoree ed i frammenti visivi di Paolo Gallerani. Ieri mattina ho voluto documentare l'arrivo del pezzo più appariscente, un missile terra-aria Nike che abbiamo già visto esposto alla Fondazione Mudima, lo scorso marzo.

 La Casa del Memoria; dietro il Bosco Verticale e la Torre Unicredit.


La mostra: "Macchine Armate. Sculture e Frammenti Visivi" è stata inserita nell'ambito di un progetto chiamato: "Cantiere Memoria" costituito da una serie di eventi tra i quali spettacoli teatrali, una rassegna cinematografica (presso il Museo Interattivo del Cinema) e laboratori ludici-ricreativi per bambini e famiglie.


Dal mese di dicembre 2016, assisteremo alla prima offerta culturale organizzata dal Comune di Milano, in via Confalonieri 14, che in questo modo intende sensibilizzare i cittadini alla frequentazione della Casa della Memoria, uno spazio pubblico di recente costruzione, voluto fortemente dal Ministro Dario Franceschini. In questo edificio hanno trovato casa cinque associazioni di utilità sociale che lavorano per conservare la memoria storica di eventi particolari per i giovani. Di queste associazioni fanno parte l'ANPI (partigiani); l'ANED (Ex-deportati); APF (vittime di Piazza Fontana); AVITER (vittime del terrorismo) e l'INSMLI (Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione Italiana) che sta istallando un grosso archivio con tutto il materiale relativo alla resistenza, al terzo piano. Al piano terreno, invece, verrà ospitato il Museo della Resistenza.




Nella Casa della Memoria ci sono spazi polifunzionali che favoriscono videoproiezioni, spettacoli teatrali, dibattiti, conferenze stampa e altre attività.
Per ora l'accesso è gratuito, ma nel momento in cui tutto andrà a regime potrebbero esserci delle sorprese nella regolamentazione delle entrate.


L'ingresso sul retro della Casa della Memoria ed il camion gru che ha trasportato il missile terra-aria americano.

 Paolo Gallerani consulta il progetto dell'allestimento della mostra in mezzo ai suoi collaboratori.

 Primo giorno di allestimento delle Macchine Armate.


Venerdì primo dicembre 2016 ci sarà una conferenza stampa alle ore 12. Oltre all'artista saranno presenti Maria Fratelli, Andrea Kerbacher, Presidente della Casa della Memoria e l'Assessore alla Cultura Filippo Del Corno. La mostra aprirà alle 18,30.


 Paolo Gallerani. Alle sue spalle l'Ecomostro di Ligresti


Ho voluto incontrare Paolo Gallerani, a distanza di circa 8 mesi per chiedergli se ritenesse che in questo lasso di tempo il rischio di un conflitto allargato a più paesi si fosse acutizzato.



La risposta è stata positiva. Ci troviamo ai margini di una situazione piuttosto delicata. Gallerani mostrando le sue macchine armate vuol farci comprendere come disporre di armamenti molto potenti e precisi può portare l'umanità alle soglie di un baratro terribile.


Alcuni passanti osservavano un po' sorpresi l'insolito carico scomponibile.


C'era chi aveva capito bene cosa fosse il fuso verde, ma preferiva ugualmente chiedere delucidazione in proposito.


Nessuno si azzardava a chiedere direttamente: "Scusate, ma cosa state facendo con quel missile? Avete intenzione di piazzarlo in giardino?"


Gallerani non lo esprime apertamente, ma non credo abbia intenzione di vendere questa "scultura".


A mio giudizio, la sua è una forma di arte sociale, più che un modo per cercare di sorprendere il pubblico, come fanno molti artisti contemporanei.

Tutto sotto controllo.

Di fronte all'ingresso si verificano misure e ingombri.

 L'ingresso dell stadio più grosso del missile della serie  Nike nella Casa della Memoria.

L'interno dell'area polifunzionale della Casa della Memoria.

venerdì 25 novembre 2016

Kengiro Azuma e l'Infinito

L'infinito - MU era una mostra che avrebbe dovuto vedere l'artista in vita presentare le sue ultime opere presso la Galleria d'Arte Lorenzelli per celebrare il suo sessantesimo anno di permanenza a Milano; invece, a seguito della scomparsa del Maestro d'origine giapponese, è diventata una mostra antologica in cui il figlio Ambrogio, la famiglia e il gallerista Matteo Lorenzelli hanno ricordato una figura straordinaria dell'arte milanese e mondiale. 
Il giorno 24 novembre 2016 s'è svolta l'inaugurazione. Questa è la prima mostra che si tiene dopo la morte dell'artista.


La lunga amicizia tra Kenjiro e Bruno Lorenzelli è nata nel 1964 e poi è proseguita negli anni, fino a quando il figlio Matteo ha preso il posto del padre nella direzione della Galleria.

Mami Azuma, figlia di Kenjiro; al centro la curatrice della mostra Jaqueline Ceresoli; a destra Matteo Lorenzelli e Shizuyo la vedova dell'artista che l'ha accompagnato per tutta la vita.

 Mu 761 Bronzo, 1976 - Kenjiro Azuma

Grande partecipazione di amici e di pubblico all'inaugurazione della mostra avvenuta ieri in corso Buenos Aires 2, a Milano.


Nell'arte zen del Maestro Azuma, l'idea prende forma attraverso l'esecuzione.

Ambrogio Azuma parla del padre al pubblico intervenuto nella serata dell'inaugurazione di MU, l'Infinito.


Negli ultimi anni, Kenjiro Azuma si era confrontato spesso con tematiche filosofiche che diventavano metafore degli opposti e soprattutto della vita e della morte. 


Kengiro Azuma lascia a Milano, sul prato esterno al Cimitero Monumentale, in un angolo poco in vista, MU - 141 un'opera in bronzo di circa 4 metri d'altezza.



La mostra è aperta dal 24 novembre al 4 febbraio 2016.

martedì 22 novembre 2016

I poeti scendono in piazza Affari, a Milano, per celebrare il Culto della Bellezza (prima parte di una conversazione con Tomaso Kemeny)

"Non sono il mattatore-mitomodernista, ma semplicemente colui che ha avuto l'idea a cui altri convergono e liberamente esprimono la loro protesta." Tomaso Kemeny

Precedentemente, mi ero già interessato alle questioni riguardanti i Mitomodernisti, un movimento di poeti che spinti a contrastare l'Impero del Brutto avevano affermato con azioni eclatanti la loro volontà di far rinascere il bello ed i valori umanistici che hanno reso grande la stirpe dell'uomo. Riporto di seguito, per comprenderne meglio gli intenti, la prima parte di una piacevole conversazione avuta lo scorso 18 novembre con Tomaso Kemeny, un poeta molto noto a livello internazionale che è stato uno dei promotori di questo progetto culturale, insieme a Pietro Berra, Flaminia Cruciani, Germain Droogenbroodt, Mirna Ortiz, Paola Pennecchi, Gèza Szocs, Angelo Tonelli e tanti altri poeti, anche non mitomodernisti. TG

Tony Graffio: Questo mondo ha sicuramente bisogno di bellezza, troppe cose brutte accadono e troppa gente ha perduto il senso estetico, oltre che forse tutti i canoni di riferimento etici e culturali. Voi poeti che cosa vi proponete di fare con l'azione di protesta che avete in programma per il giorno 3 dicembre 2016, sugli scalini della Borsa, in Piazza degli Affari, a Milano?

Tomaso Kemeny: Oggi domina l'Impero del Brutto che si articola su vari piani: economici, prima di tutto; politici; oltre che di violenze e di religioni che spuntano con le armi in pugno, come ben si sa. Persino nelle arti spesso domina il mercato sul valore estetico. Ciò significa, enunciando un facile slogan, che tutto ha un prezzo e niente ha un valore. La bellezza invece è l'unica cosa che non è pagabile.

TG: Anche l'amore, non crede?

TK: Vero, solo che l'amore non può essere collettivizzato. In genere, è un sentimento che si vive tra due persone; nei casi più viziosi anche tra tre o quattro, però è qualcosa che sfugge alla socializzazione.

TG: Esiste un rapporto tra la bellezza e l'amore?

TK: Dipende, perché la parola “Amore” è ambigua. L'amore sessuale-sentimentale è: “io e tu”, “tu ed io”; mentre l'amore della bellezza è sempre: “noi”. Cioè, un fatto collettivo, soprattutto in un paese come questo dove ci sono i grandi mattatori, i grandi individualisti e la mancanza del senso comune. L'Italia è, o dovrebbe essere, il paese della bellezza intesa come: “noi”.

TG: Maestro, lei ritiene che imperi il brutto poiché ci troviamo a vivere in un'epoca di decadenza?

TK: E' un po' la conseguenza dei vari interessi che si sono accumulati. Per esempio, In Tibet la Cina fa quello che vuole e nessuno dice niente perché la Cina è un paese molto potente; mentre se Israele strappa un pelo della barba di un arabo accade di tutto... Cosa vuol dire? Giustamente, si reagisce contro i meno forti, mentre si subisce qualsiasi cosa da parte dei più forti. Queste situazioni esprimono bene l'idea del brutto. Shiller aveva scritto un libro piuttosto importante sull'educazione estetica. Ritengo che quel testo oggi sia ancora più importante. Naturalmente, l'educazione estetica non è soltanto la moda, il modo di presentarci o la formalità, ma soprattutto l'essenza: quella luce che potremmo chiamare anima. Ognuno di noi ha dentro di sé tutto il cosmo, ma non ha il tempo di vederlo... Quando Kant diceva: il cielo stellato sopra di me... Io direi anche: il cielo stellato dentro di me.

TG: In che senso?

TK: Sono i greci che hanno inventato il culto della bellezza e dicevano che il cielo stellato Uranos aveva posseduto Gea, la Terra, ed avevano avuto la figlia Mnemosine, la memoria, che era la madre delle Muse. Ergo, tutto ciò che è estetico è cosmico in un rapporto tra la Terra e l'Universo. Questo è il respiro ampio dei greci, poi le poetiche si sono un po' impoverite diventando molto più commerciali, ai nostri giorni. Questo è il problema, mentre non era ancora così nell'Ottocento, anche se Beaudelaire che era già contro l'Impero del Brutto diceva: “Se scrivo una poesia il cane abbaia, ma se all'angolo della strada gli faccio sentire il piscio di una cagna, scodinzola.”. Così è il gran pubblico. Non si sapeva ancora cosa sarebbe successo più tardi con la globalizzazione.

TG: Il brutto lo possiamo trovare in tutti i campi?

TK: Sì, ci sono anche opere belle, ma anch'esse vengono un po' contaminate. Questo non è solo colpa del Liberalismo, ma di un sistema generale di valori in cui, se un grande come Aragon diceva che l'unico Dio rimasto era il caso, non c'è più provvidenza. Questa era un'idea surrealista. Adesso, io credo che nemmeno il caso c'è più perché è dominato dal dio denaro.

TG: Allora, i mali di questa nostra epoca contemporanea sono la globalizzazione, la perdita d'identità culturale e la divinizzazione del denaro?

TK: Sì. Essendo morti tutti gli altri valori. Nietzsche diceva: “Dio è morto...”, ma era solo l'ouverture di quello che sarebbe successo dopo. Adesso, non solo Dio è morto, ma sono scomparsi gli angeli protettori dell'uomo, sono rimasti solo i diavoletti tentatori. Il Consumismo è basato proprio su queste figure che fanno comprare oggetti che non servono. Il movimento Mitomodernista è rivoluzionario proprio nel piccolo, perché ritiene il dono alternativo al consumo. Il dono è un rapporto reciproco tra persone, mentre il consumo mette in relazione l'uomo con un oggetto. Io e la cravatta; io e la scarpa; io e la macchina... Il consumo che in sé sarebbe un bene, diventa un male quando nell'Impero del Brutto l'individuo non viene valorizzato per quello che è, ma per quello che possiede.

TG: C'è un'alternativa al Consumismo?

TK: Naturalmente, per gli esteti sarà il dono. Questo nuovo sistema non potrà sovvertire la struttura economica mondiale, però potrà portare un po' di luce nella psiche umana.

TG: L'alternativa è agire per il piacere di fare?

TK: Sì, un ritorno all'autenticità. E' difficile definire l'autenticità: il problema è che gli dei sono stati introiettati dalla scienza psicanalitica, per cui non c'è più Venere, Marte, eccetera, ma permangono solo i sintomi del malessere. Oggi, c'è un sintomo narcisista che ci fa capire come non siano più gli dei a dominare, ma le manie. Ormai, se non si appare si crede di non essere. Questo però è solo un sintomo del malessere che viviamo. Il vero problema è il denaro, la smania di possesso, la capacità d'acquisto. E' crollata anche l'idea Marxiana delle classi sociali: non c'è più lotta di classe, ma lotta d'acquisto.

TG: Maestro, qualche mese fa a Roma, i Mitomodernisti sono andati a Roma e sotto la statua di Giordano Bruno hanno bruciato il denaro. Questa nuova azione che farete a breve in Piazza degli Affari, a Milano, è collegata alla protesta romana?

TK: Noi abbiamo iniziato nel 1980 a manifestare contro certi falsi valori. Non abbiamo avuto fortuna, però siamo riusciti a sensibilizzare una piccola società all'interno della società e a portare le persone in piazza ad agire nel rispetto di certi principi, come la donazione e non favorire il divismo individuale. Almeno, si spera che sia così... Certamente anche questa nostra azione è legata in maniera simbolica alla protesta per la divinizzazione del denaro. Il denaro è utile perché il mio denaro vale come quello di un altro cittadino e non c'è discriminazione. Si tratta di un fatto democratico, ma diventa un fatto di repressione quando capita che qualcuno abbia 70 miliardi di dollari ed io soltanto due euro in tasca. Il denaro può essere un bene democratico, ma nell'Impero del Brutto troviamo diseguaglianze eclatanti che non vediamo più in chiave Marxiana, ma in chiave estetica. Se pensiamo ad un personaggio come Trump, sempre circondato di belle donne, ci accorgiamo che è il ricco che ha il segno del divino, cioè del trascendente, ovvero di ciò che trascende la corporeità. Si potrebbe essere anche piccoli e gobbi, ma con 70 miliardi di patrimonio si diventa molto appetibili. In questo caso si è colpiti dalla grazia. Non è più la grazia divina, ma la grazia del denaro. Questa non è retorica, ma un fatto fenomenologico. Già Mosé scendendo dal monte Sinai aveva contestato contro l'adorazione del Vitello d'oro. Noi siamo molto meno significativi, pur non avendo il decalogo e non avendo parlato con Dio, però abbiamo parlato con le stelle e l'Universo che dicono che quello che conta è l'armonia e l'armonia vuol dire giustizia e bellezza. Tutto quello che manca al mondo.

TG: Solo i poeti, in quanto non vendono la loro arte e sono un po' fuori dal commercio, possono permettersi di protestare e cercare di risvegliare le coscienze degli uomini medi scendendo in piazza a gridare la loro indignazione davanti a questo sistema di cose?

TK: Io direi che i poeti, come tutti gli altri, sono un po' contaminati dall'Impero del Brutto, solo che cercano di superare questa condizione. Non diciamo che noi siamo i migliori, ma che la poesia è di tutti e di nessuno, però rivela a coloro che la praticano, la disarmonia. Senza essere cristianamente umili, ma solo oggettivamente consapevoli della propria piccolezza, si cerca quello che Nietszche chiamava l'Oltreuomo; non di diventare superuomini che è una traduzione sbagliata, ma di andare al di là dell'integrazione dei pregiudizi di un'epoca per cercare di vedere che cosa ci unisce all'Universo. Anche un non poeta può partecipare alle nostre azioni.

TG: Allora perché lo fanno proprio i poeti?

TK: Il fatto che i poeti non navighino nell'oro potrebbe essere una risposta, ma non basta. Parteciperanno a questa azione anche persone che non hanno a che vedere con la poesia, perché sentono di voler andare al di là dei confini del: “do ut des”.

TG: Può farmi qualche esempio di quando i poeti sono scesi in strada a protestare, nel passato, per risvegliare la gente?

TK: Sì. Sándor Petőfi ha scatenato nel 1848 la rivoluzione magiara contro gli Asburgo, cadendo poi in battaglia, come soldato semplice, contro le truppe zariste in Transilvania. Dal Circolo Petőfi di Budapest è sorta la sollevazione contro la tirannia sovietica, nel 1956.

TG: Le cosiddette “istituzioni” o il “sistema”, si accorgono che è grave quando un poeta scende in piazza per dire: “Così non va!”?

TK: No. In genere, in questi casi il poeta viene esiliato, vedi Ovidio che quando Augusto vuole essere epicamente cantato il poeta preferisce comporre le sue "Metamorfosi" (che hanno ispirato la poesia italiana da Dante in poi). Virgilio compone l'"Eneide" che inneggia alle origini mitiche di Roma e di Augusto. Ovidio viene allontanato da Roma per apparenti motivi. L'Eneide di Virgilio è un'opera immortale, un capolavoro, ma è chiaramente un'opera per il regime. Esiste il poeta che s'adegua, il poeta non è per forza un rivoluzionario o una coscienza della tribù. Ci sono poeti, anche grandissimi, che nuotano nel conformismo, poeti cortigiani. Più che ai poeti, è ai cittadini che credono nei valori della fratellanza, della libertà e dell'uguaglianza, secondo i termini delle Rivoluzione Francese, che è dato il compito di difendere i diritti dell'uomo. "Poetry and Discovery" è invece un movimento che ritiene di dover diffondere i valori che rendono la vita dell'uomo e della donna "bella".

TG: Il poeta però è anche un filosofo, è un intellettuale che è una guida un po' anche per gli altri artisti. Ho parlato con moltissimi e quasi tutti leggono poesia, citano poeti che prendono ad esempio. Perché? I poeti riescono a descriverci ed a sintetizzare meglio di altri quello che ci circonda?

TK: In Italia, per esempio, i poeti erano sempre col potere, però un Alfieri ha scritto sul tirannicidio, forse per questo è onorato in tutti i paesi eccetto che in Italia. Byron che era un poeta rivoluzionario amava Alfieri. Pasolini è stata un'altra figura importante del dissenso italiano. Ci sono dei poeti che sono dei fari e per questo diventano un riferimento per molti. Adesso, in quest'epoca del brutto, si cerca però di distruggere gli antenati validi ed io mi arrabbio molto, si sono dette delle falsità su Freud solo per fare notizia; allo stesso modo, sono state dette delle cose di Marx poco edificanti. Ma ciò che mi ha fatto veramente infuriare l'ho letto l'altro giorno su l'inserto di Venerdì, dove s'è parlato di André Bréton che io considero la persona più elevata che ho conosciuto, come uno che fosse comunista senza dirne i motivi e il suo trozkismo. Come se il Surrealismo fosse stato un movimento di stravaganti e folli.

TG: Il tempo distorce la realtà dei fatti se non si conservano documenti probatori.

TK: Non solo il tempo, oggi si tenta deliberatamente di distruggere i validi. Bréton era entrato nel Partito Comunista al tempo del Nazismo, nella speranza di combattere le dittature e nella speranza di una rivoluzione surrealista, ma dopo un anno fu espulso ed un anno dopo andando a Mosca a portare il latte in polvere ai bambini che morivano di fame, perché il sistema comunista non funzionava. Quando s'è reso conto che il latte in polvere lo accaparrava solo chi apparteneva al partito per portarlo ai propri figli, ha schiaffeggiato il ministro della cultura sovietico. Poi è andato in Messico da con Trozkij a stendere un manifesto degli antinazisti, ma non stalinisti... Trozkij è stato ucciso, come sappiamo tutti. Quindi possiamo non condividere il suo punto di vista, ma dire che era stalinista fa ridere i polli! Sarebbe come dire che Ungaretti era fascista, solo perché il Duce ha fatto la prefazione del suo primo libro, onde per cui, nonostante fosse il più grande poeta del Novecento, dopo D'Annunzio, non ha mai ricevuto il Nobel. Mentre forse, tra i tre grandi poeti, il più grande era proprio Ungaretti. Questo per dire che il brutto c'è dappertutto, nel senso che i valori specifici della poesia vengono elusi.

TG: Spieghiamo meglio. Qual'è il vantaggio del brutto nel rovinare il bello?

TK: Secondo me il motivo è abbastanza triste. L'essere umano è un essere repellente perché finalmente con la democrazia tutti possono esprimersi, ma la maggioranza preferisce il brutto.

TG: Perché?

TK: I gusti delle masse sono discutibili: c'è chi dice che il più grande poeta sia Vecchioni, per esempio. Senza dir nulla contro Vecchioni: è un ottimo cantante, ma non è un poeta. La morale può essere diversamente ideologizzata, ma l'estetica no.

TG: Portando alle masse certi concetti, non si rischia di semplificare troppo?

TK: Ma fin dai tempi di Cristo quando la massa ha potuto scegliere tra Barabba o Gesù ha preferito crocifiggere l'innocente... Come diceva Churchill: “La democrazia è una schifezza, ma non c'è niente di meglio.”. Sono d'accordo, però è una schifezza! Ci sono tanti moti che hanno decostituito l'idealizzazione dell'uomo. Probabilmente, ha ragione anche Freud quando dice che secondo un'economia psichica, l'uomo fa quello che fa meno fatica a fare.

TG: E' un animale pigro l'uomo?

TK: E' un economico. Il rapporto sessuale va bene, ma in pochi andrebbero in pellegrinaggio per la loro bella. La maggioranza preferisce la vicina di casa ben pasciuta, piuttosto che far fatica alla ricerca della donna ideale. E così in tutte le cose. E' meglio tacere sul fatto che le donne, spesso, si concedono al danaroso. Per fortuna, non tutte sono così, e quelle più raffinate spesso privilegiano i poeti.

TG: Non ci può essere anche un'invidia dell'uomo medio nei confronti di chi ottiene qualcosa grazie al proprio lavoro ed alla fatica? O verso il genio?

TK: Esiste anche quello, ma soprattutto c'è una propensione ad accalappiare, possedere ed a godere di cose che richiedono meno fatica e procacciano più privilegi... Il poeta potrebbe essere quell'uomo che, a detta di Camus, affronta la fatica, come Sisifo, trascinando l'innata pigrizia. Per pigrizia intendo proprio il fatto di cogliere la prima opportunità sotto i propri occhi, anziché costruirsela. I poeti hanno inventato l'amore, per dirne una, perché prima c'era solo il sesso. Dai latini Catullo e Tibullo, ai provenzali molto è cambiato. Con il Petrarca è stata fatta una rivoluzione del costume europeo perché fino al Rinascimento i cavalieri caricavano sul cavallo la prima ragazzotta che incontravano, la violentavano in un vicolo e poi la buttavano via. Ho documentato il fatto che le cortigiane di Elisabetta la Grande avevano un “Petrarchino” nella scollatura e quando un giovanotto si avvicinava ad una dama e diceva: “Andiamo!” Lei rispondeva: “Prima leggi Petrarca!” Petrarca ha inventato l'adorazione della donna e la religione dell'amore. In questo caso lui è un grande ribelle, al di là della sua vita.

TG: E' questo il merito dei poeti?

TK: Di alcuni poeti che hanno inciso, come l'Alfieri in Italia contro la tirannide. Anche se non credo che durante il fascismo fosse molto coltivato. Ma neppure oggi... Quando la tirannia dei pochi sembra democrazia, ma non lo è. Una maggior democrazia esiste per i consumi. Se voglio bere Coca Cola posso farlo; nessuno mi vieta di bere Champagne. Il vantaggio è che se hai il denaro i bisogni sono uguali per tutti, però è il dio denaro a renderci uguali, non i valori... Il mio euro ha lo stesso valore di quello di un'altra persona, mentre con l'aristocrazia non era così. E' una grande rivoluzione, ma non basta. Il poeta come tale, non è solo un privilegiato in quanto visionario, ma è un cittadino come tutti gli altri, con il dovere di diffondere i valori fondati sulla bellezza (la bellezza ingloba anche il senso morale).

Tomaso Kemeny a casa sua nel suo studio il 18 novembre 2016
Tomaso Kemeny, poeta mitomodernista.

TG: Maestro, con le vostre manifestazioni poetiche pacifiche, che cosa vorreste ottenere?

TK: Il nuovo movimento poetico "Poetry and Discovery", nato dal Mitomodernismo e da "Il Gran Tour Poetico" darà luogo a queste azioni a cui parteciperanno anche poeti da altri paesi. Abbiamo rapporti con ungheresi, belgi, americani, francesi ed altri; tenderemo a dare un respiro più internazionale a ciò che faremo. Già sulla collina dell'infinito di Leopardi erano intervenuti amici da tutto il mondo.

TG: Ma il vostro obiettivo più grande qual'è? Distruggere l'Impero del Brutto? O Ridimensionare lo strapotere del denaro?

TK: A livello utopico, vorremo tornare alle origini dello scambio di doni. Inoltre, contro la logica del: "se non appaio non sono"; cerchiamo d'imporre il: "se non sono, è meglio che studi prima d'apparire". E' una vecchia dialettica tra l'apparire e l'essere. Il denaro favorisce l'apparire, anche di personaggi non presentabili, ma il fatto di avere soldi li rende gli apostoli del Dio Denaro.

TG: Chiedete un ritorno ai valori essenziali?

TK: I valori dell'umano. Si potrebbe obiettare che nell'Antica Grecia c'erano gli schiavi. E' vero. Però è misterioso come un piccolo paese di pecorai abbia avuto un Platone. Naturalmente, il nostro è un movimento in azione ed anche il pensiero deve essere sviluppato La cosa fondamentale è di risvegliare l'immaginazione collettiva al di là delle convenzioni. Risvegliare la creatività che c'è in tutti, almeno a livello teorico...

TG: Beh, sì, a livello teorico, va bene, ma bisogna anche crederci nelle cose, senza pensare d'essere utopisti.

TK: Certo, si crede che prima di lasciare questa valle di lacrime si debba almeno cambiare una Jota nel mondo. Credere nel proprio destino. Il Mitomodernismo diceva che hanno tolto il valore del destino, dell'eroico e soprattutto del bello di cui abbiamo molto parlato, ma è importante anche l'eroico. L'eroe è colui che al di là degli interessi combatte per dei valori.

TG: Questo concetto di eroe non è un po' legato al concetto di patria?

TK: No, oggi potrebbe essere legato alla Patria dell'umano. La poesia è ciò che scorre sotto tutte le lingue. Il pensiero Mitomodernista è sempre stato quello che il pensiero etnico è importante per radicarci. Se uno è nato a Milano, è giusto che ami Milano e la sua terra. Il pensiero mitico invece è quello che ci rende tutti fratelli. Ecco, che il pensiero eroico è necessario e va integrato col pensiero mitico: da qui deriva il Mitomodernismo.

TG: Ci sono pensatori che ritengono i più grandi problemi del XXI secolo irrisolvibili.

TK: Non è vero.

TG: Perché?

TK: Perché non dobbiamo credere ai dogmi. C'è il pensiero dogmatico e quello probabilistico. Come dice Popper: gli scienziati vedono quello che è più probabile ed anche Freud che è un esempio si contraddiceva. Se vedeva che sbagliava si correggeva. Lo scienziato verifica sempre quello che fa, mentre nel dogma non si può correggere niente portando così a conflitti inevitabili.

TG: E' innegabile che la situazione, a livello planetario, s'è molto complicata per ogni cosa. Perfino per queste migrazioni bibliche con spostamenti di milioni di esseri umani nessuno sa cosa fare.

TK: La soluzione ci sarebbe, ma i poeti non possono attuarla, possono solo attivare l'immaginazione per dare a tutti dignità individuale. Mentre a livello politico si potrebbe intervenire. Martin Luther King in modo pacifico ha dato dignità alla sua gente.

TG: A proposito di premi Nobel, Bob Dylan è o no un poeta?

TK: Il Comitato svedese per il Premio Nobel ha fatto l'errore di privilegiare da anni i motivi politici rispetto ai motivi estetici. Già Dario Fo, ottimo attore che ha scritto opere decenti ed anche buone, sicuramente non era come Montale, un poeta, ma un ottimo uomo di teatro. Ci sono tanti altri personaggi, penso a Luis Borges, che non hanno mai vinto il Nobel. O anche Ungaretti. Bob Dylan è un ottimo chansonnier, però in inglese per queste persone c'è un termine che forse è più adatto, cioè: light poetry. Un po' come c'è la musica leggera o la musica di Beethoven. Nessuno direbbe che Claudio Villa o Beethoven hanno fatto parte della stessa categoria, no? Anche se Claudio Villa aveva una bellissima voce. Nella decadenza odierna per molti la poesia si manifesta in canzoni in sé validissime, ma lontane anni luce dal sublime poetico.

TG: Possono esistere dei Beethoven nella nostra epoca?

TK: In teoria sì. Il problema è che hanno sbagliato ad attribuire il Premio Nobel secondo i canoni dell'Impero del Brutto e del gusto collettivo. Io faccio parte di un premio internazionale, lo Janus Pannonius, dove diamo 50'000 euro ai massimi poeti. Il premio è stato istituito dal grande poeta Gèza Szocs, presidente del PEN ungherese, che ha partecipato a nostre azioni e parteciperà all'azione del 3 dicembre. Siccome sono di quelle origini mi hanno messo nella commissione del Janus Pannonius (primo poeta ungherese) e ricordo che quest'anno abbiamo conferito il premio ad uno straordinario poeta polacco che pochi conoscono in Italia, Adam Zadajewki. Negli anni precedenti, l'abbiamo assegnato, nel 2013, alla poetessa iraniana Szimin Behbàhani, nel 2014 a pari merito al francese Yves Bonnefoye e al siriano in esilio Ali Esber Adonis. Infine nel 2015, sempre a pari merito all'americano Charles Bernstein e al nostro italiano Giuseppe Conte. La poesia è una pratica diversa dalla musica, alla quale mancano solo le parole. Il sommo Beethoven giustamente ha affermato che si riesce a fare un'opera d'arte solo se c'è un ostacolo; gli uccelli riescono a volare se c'è l'aria e così in poesia si riesce a fare poesia se c'è un metro, comunque una misura, un limite. Anche in musica. Se invece tutti sbrodolano, dicendo quello che pensano, quella non è poesia, né musica, ma rumore o cicaleccio. Siamo nell'epoca in cui spesso i musicisti o i pittori sbrodolano perché non ci sono i canoni. I canoni ci devono essere. Se non ci sono canoni epocali, ogni artista-poeta dovrebbe inventare il proprio canone, i propri limiti, pur cosmici.

TG: L'armonia è un canone?

TK: Sì, un canone fisico: se uno ha due nasi secondo il nostro gusto percettivo risulta fuori dall'armonia. In musica c'è uno sviluppo, da Bach fino in avanti, oltre tutto è stato riconosciuto 40 anni dopo da Brahms, perché prima pensavano che quella fosse musica da chiesa. Lo è, ma non solo... E così, attraverso Debussy e la dodecafonia, la musica s'è sviluppata e ci sono sempre dei tentativi di bellezza nuova con canoni diversi e nuovi.

FINE PRIMA PARTE
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Volantino azione poetica Kemeny
La cittadinanza è invitata

La poesia come dono
La poesia, come parola, viene oggi spesso usata in modo indebito.
Per noi la poesia è un dono nato dall'esperienza-intuizione e lavoro di una persona, ma appartiene a nessuno e a tutti.
La poesia nel contesto di una civiltà sull'orlo di un tramonto indecoroso, è in grado di offrire la forma e l'idea di una bellezza nuova.
Le rivoluzioni possono assumere una connotazione poetica perché la poesia è rivoluzione che come tale risveglia le energie del pensiero, l'entusiasmo esistenziale e traccia i confini dinamici di un cosmo nato dal caos indecente contemporaneo.
Nei suoi momenti più alti la poesia sa contrapporsi al tempo che tutto devasta, muta e cancella, e dona ai cittadini quella libertà in cui la loro anima, in un istante fuggevole, si nutre delle sostanze dell'eterno.

Tomaso Kemeny