venerdì 13 ottobre 2017

Siamo davvero umani? (Blade Runner Vs 2049)

"L'uomo razionale si erge in un universo irrazionale governato da menti irrazionali." 
Philip K Dick

Sean Young
Sean Young è Rachel, la vera icona di Blade Runner.

"Più Umano dell'umano è il nostro slogan." Eldon Tyrell

Questa domanda io me la faccio spesso e altrettanto spesso non riesco a trovare una risposta, perché se penso alle debolezze più nascoste insite nel mio essere; alla forza delle pulsioni che talvolta mi travolgono; all'intensità di certi sentimenti e alla vertigine provocata dalle emozioni più sconvolgenti, so che tutto questo fa parte dei limiti della mia "Umanità". Ma se scavo all'origine della mia storia che mi dovrebbe accomunare a tanti altri primati che qualcuno si ostina a vedere discendere dagli alberi delle foreste africane, più di qualche dubbio mi si stampa nella mente.
Il film Blade Runner ha già affrontato molte delle questioni fondamentali per gli esseri umani 35 anni fa, prendendo ispirazione dal romanzo di uno scrittore visionario schizofrenico dalla carriera molto discontinua. 
Chi siamo veramente? Da dove veniamo? Esistono altri universi? La nostra esperienza esistenziale è reale? Che cosa sono i ricordi? Abbiamo un'anima? Perché invecchiamo? Perché dobbiamo morire? Che cosa resterà di noi? E soprattutto: dove andremo dopo? E' questo l'Extra Mondo di cui si parla nel film?
Adesso, il sequel di quel capolavoro vorrebbe rielaborare il tutto con la consapevolezza che dover nuovamente stupire il pubblico, per rappresentare un nuovo  punto di arrivo poetico-filosofico, rivelare verità nascoste, oltre che diventare il modello iconografico per i prossimi decenni ed essere adeguato a quanto è già stato detto e mostrato non è un'impresa di poco conto.
Gli americani hanno un loro modo pratico di vedere le cose, forse anche un po' semplicistico; pensano evidentemente che per ricreare un'opera d'arte (ritengo che nessuno abbia dubbi sulla assoluta qualità del film di Ridley Scott) basti spendere molti soldi (per 2049 si parla di circa 180 milioni di dollari per la produzione e cifre quasi di altrettanta importanza per la pubblicità), ma in realtà non si tratta di questo, sarebbe troppo banale e anche un po' volgare. Abbiamo visto molte altre produzioni titaniche che poi si sono rivelate dei flop al botteghino (penso a Dune, di David Lynch), nonostante che per realizzarle siano stati impegnati capitali giganteschi. Ora, che siamo in prossimità di quel fatidico 2019, ci rendiamo conto che le macchine volanti non sono ancora di uso corrente e l'incubo dell'eterna notte piovosa è ancora da venire; anche perché stiamo vivendo l'esperienza del completo scioglimento dei ghiacciai e l'acqua scarseggia sempre più. La pioggia proprio non si vede e perfino quello che eravamo in grado di immaginare negli anni '80 sembra meglio delle nostre fantasie attuali. Eppure, io sono convinto che faremmo meglio a stare molto attenti a quello che immaginiamo perché nella realtà dei pluri-universi ciò che si concepisce, anche solo mentalmente, rischia di realizzarsi su qualche altro livello di realtà.   
Come sappiamo bene, per creare un'opera d'arte degna di questo nome non servono i mezzi, ma le idee e soprattutto queste idee bisogna saperle esprimere in modo poetico, per poter suscitare emozioni nei nostri interlocutori.
Il cinema americano è un'industria molto potente. Sì, certo, oggi anche l'arte si serve dell'industria, ma i risultati che pretende di darci questo connubio non mi sembrano dei migliori. Il problema dell'arte, per l'industria ed il mercato, stanno proprio nel fatto che produrre pezzi unici in quantità limitata non è un grande business: non a caso la Pop-Art è nata in America...
Il fatto che ultimamente si cerchi di trasformare un prodotto seriale su grande scala, e spesso perfino di dimensioni smisurate, in un bene di consumo generalizzato commercialmente redditizio è una questione un po' contraddittoria: ai nostri giorni si vuol far passare l'assioma che arte è business, ma per fortuna il business non è mai arte.
Se pensiamo ai film sperimentali o ai film d'avanguardia sappiamo che queste sono creazioni di pochi individui che scelgono d'esprimersi in un linguaggio visivo, spesso stravolto, che prevede anche l'utilizzo di suoni, musiche e sempre più effetti speciali. Possono essere bobine di pellicola o file elettronici relativamente di scarsa diffusione perché l'idea del singolo può anche avere un impatto potente per la massa, ma non ha i mezzi economici o la forza ideale per raggiungere l'uomo e la donna media che, sempre per problemi economici o d'altro tipo, possono scegliere di non voler affrontare discorsi sui massimi sistemi; pensieri troppo intimistici o troppo intellettuali.
Blade Runner, quello originale, ha avuto il pregio di saper presentare dilemmi esistenziali comuni a tutti gli esseri umani, in modo molto delicato, quasi subliminale, e di aver trattato questi argomenti in forma abbastanza metaforica mettendo ognuno di noi di fronte a se stesso ed a nuove questioni etiche che poi forse così nuove non sono.
Il fatto che gli esseri umani siano le sole creature del mondo animale presenti sulla Terra capaci di pensare e produrre artefatti (manufatti e prodotti industriali) mi ha sempre fatto sospettare che, molto probabilmente, la specie umana non è autoctona di questo pianeta, ma debba forzatamente arrivare da altrove, oppure abbia subito uno sviluppo indotto in modo artificiale, se non una vera origine "divina". Intesa proprio come manipolazione genetica e/o programmazione cerebrale.
Ieri pomeriggio, ho speso 6 euro per vedere un film che sicuramente vale la cifra che ho pagato, perlomeno per l'accuratezza delle riprese, la grande sapienza delle maestranze coinvolte e dei grandi professionisti che hanno preso parte a questo prodotto industriale, ma ho anche assistito a molte incongruenze della sceneggiatura e a degli eccessi di stile e di forma che non mi sono per niente piaciuti, in un film che non mi ha minimamente emozionato; se non nella scena in cui un giovane K si nascondeva vicino ad una fornace da un gruppo di ragazzini che voleva portargli via la statuina di un cavallino di vero legno.
Conosco Blade Runner abbastanza bene perché è un film che ho molto amato. In passato l'ho analizzato nel profondo della sua sceneggiatura, del suo stile, delle sue avveniristiche innovazioni, del suo design, del suo montaggio, delle sue riprese e dei sui contenuti; oltre che nelle sue numerose versioni. Proprio per questo, mi sento di dire che l'errore più grande commesso dai suoi moderni realizzatori e produttori sia quello d'aver utilizzato le parole "Blade Runner" per descriverlo e definirlo nel suo titolo.
Il pubblico non è più un'entità amorfa, acefala e passiva capace di subire pacificamente ogni violenza che si compie ai suoi danni. Gli spettatori, e chi ancora fruisce del cinema nelle sale pubbliche, sa benissimo che voler dare ad un racconto compiuto un seguito forzato è un'operazione commerciale inaccettabile che rischia perfino di far perdere parte del carisma originario anche al vero soggetto del nostro innamoramento. Chi ha ideato il marketing del film di Denis Villeneuve ha in parte rovinato anche il ricordo di un capolavoro (lo ripeto perché bisogna distinguere bene tra opere molto diverse tra loro che portano lo stesso nome solo per confondere i possibili fruitori di un prodotto commerciale anziché di un prodotto culturale); personalmente, io avrei preso ispirazione dal primo film e mostrato solo alla fine che ci poteva essere un collegamento tra le due storie, senza mai citare apertamente il film del 1982.
2049 è stata un'operazione speculativa troppo azzardata e troppo ambiziosa che arriverei perfino a definire arrogate.
In sala eravamo in pochi (intorno alla decina di persone per 384 sedie) e quasi tutti non proprio giovanissimi; all'uscita una donna mi ha chiesto se il film mi fosse piaciuto, le ho detto di no e anche lei mi ha espresso tutta la sua delusione per un prodotto dal quale tutti ci aspettavamo molto, ma molto di più a livello narrativo, di contenuti e di poetica. La cosa che lei mi ha detto di aver temuto fino alla fine, è stato che qualche personaggio si prendesse la libertà di fare affermazioni fotocopia del tipo: "Ho visto cose...". Questo, fortunatamente, ci è stato risparmiato.
Capisco che si è cercato di legare i due prodotti utilizzando perfino tre degli stessi attori, ma riproporre Harrison Ford in quel ruolo, mi sembra francamente troppo, ma ovviamente non si voleva/poteva aspettare oltre (Harrison Ford ha 75 anni...). Non comprendo come Harrison Ford abbia accettato un compito simile, mettendo a rischio la propria credibilità, sia di  personaggio che di attore. Cosa non si fa per i soldi!
Confrontare Blade Runner con 2049 mi ha fatto lo stesso effetto che ha fatto a Deckard trovarsi di fronte alla falsa Rachel (Lorena Peta). Non voglio dire che 2049 sia un brutto film perché di fatto non lo è, ma le aspettative che crea sono a tutti gli effetti troppo grandi per poter essere mantenute. Anche se i ritmi, soprattutto all'inizio, fanno rasentare il sonnellino... Altra domanda che mi pongo è: come si fa a pensare che il pubblico possa restare incollato allo schermo per tutti i 163 minuti della proiezione? La tanto bistrattata Corazzata Potemkin durava soltanto 71 minuti... Il vero Blade Runner neanche due ore.
Veniamo adesso alle molte incoerenze della sceneggiatura. I replicanti Nexus 7 erano stati programmati in tutto e per tutto, comprese le loro funzioni specialistiche, di fatto erano dei super-uomini contro ai quali gli esseri umani non potevano minimamente compararsi. Si pensi alle evoluzioni  acrobatiche di Pris (Daryl Hannah) per sfuggire a Rick Deckard nel 2019 e ricordiamoci del fatto che Pris non era un replicante progettato per combattere, ma soltanto per svagare le truppe...
Perché Deckard invecchia? Non doveva essere anche lui un androide? (glielo disse Gaff/Edward James Olmos al termine del film) Come avrebbe potuto catturare Roy Batty (Rutger Hauer) se non avesse avuto la forza sovrumana di un essere migliorato dall'ingegno dell'uomo? E poi, Rick e Rachel avrebbero dovuto fuggire da una Los Angeles inquinata e sovrappopolata (106 milioni di abitanti) per nascondersi in quello che dovrebbe essere un'estensione del deserto del Mojave, ancor più invivibile e squallido? Rick Deckard e Rachel erano andati in volo verso la loro felicità, non verso la morte; lo si intuisce benissimo dagli orizzonti puliti di un mondo migliore dove non esiste alcuna forma di razzismo all'incontrario verso le specie più evolute... Troppi errori, troppe sviste, troppi accomodamenti narrativi non credibili e dissonanti: questo è il 2049 distopico che poco, o niente, ha a che vedere con l'epoca Tyrelliana del superuomo. 
Rachel non aveva data di scadenza, ma era l'eccezione, perché era la replicante favorita da Eldon Tyrell, praticamente una figlia per lui. Il gusto amaro che ci lascia in bocca Blade Runner alla fine era proprio quello di sapere che se lei non sarebbe morta o invecchiata, Deckard invece avrebbe avuto presto o tardi la sua "scadenza" e la felicità dei due amanti avrebbe avuto una breve durata, o comunque una durata imprecisata. Un po' come quella di noi semplici umani...
Ma cosa può saperne Ryan Goslin di queste faccende, quando lui aveva poco più di un anno e mezzo al momento dell'uscita nei cinematografi di Blade Runner, nel 1982? Ritengo che Hampton Francher (79 anni), sceneggiatore di Blade Runner e co-sceneggiatore di 2049 abbia molto giocato sulle défaillance della memoria del pubblico e sulla superficialità di chi si accosta a 2049 senza conoscere approfonditamente Blade Runner. Oppure l'età ha giocato  un brutto scherzo a questo autore?
Ad ogni modo, 2049 non è del tutto da buttare, purtroppo l'assenza di un'adeguata colonna sonora è pesantissima. Quattro note di richiamo a Vangelis non bastano, la produzione avrebbe dovuto osare di più e affidare le musiche ad un artista sperimentale, come pensava in un primo tempo di fare Villeneuve. Le citazioni sonore, e forse non solo quelle, al film fanno più male che bene. Non parliamo degli effetti sonori in 7.1 che distorcono l'audio e provocano fastidi auditivi, così come i livelli sonori troppo elevati. Il lavoro di Roger Deakins è superlativo, anche se troppo lezioso e in parte ingiustificato in alcuni effetti della sua magistrale illuminazione delle scene; atti spudoratamente a deliziare il pubblico più evoluto, ma privi di alcuna plausibile spiegazione narrativa. Io non vedo nessun momento iconico, frase storica o altro elemento degno di nota che potrà essere ricordato tra alcuni anni, o mesi, se non alcuni effetti speciali stupefacenti capaci di trasformare immagini e persone in ologrammi molto affascinanti e credibili anche sulla "pellicola". 
Il rapporto tra uomo e donna andrebbe molto approfondito e studiato perché dà adito ad una visione della figura femminile alquanto distorta, ma è evidente che il futuro ci riserverà qualche difficoltà nel relazionarci gli uni alle altre e parecchia solitudine. Se in Blade Runner un androide che si crede umano si innamora di un altro androide femmina che, al pari suo, si crede umano e vivono una storia d'amore tra esseri che forse non avendo un'anima non dovrebbero provare certi sentimenti... In 2049, un altro soggetto quasi umano che si crede androide e poi scopre di non essere forse né umano, né androide, pardon "replicante", si innamora di Joi (Ana de Armas), un ologramma svuotato da tutto, a detta di Mariette (Mackenzie Davis). Un mondo un po' complicato, ma forse potrebbe essere davvero così in futuro, anche perché già oggi non mi sembra che siamo messi tanto bene in quanto a orientamento sentimentale e identità personale.
Tutto sommato, un film d'anticipazione che ci parla di un futuro imminente, piuttosto che di storie di fantascienza dove gli alieni siamo noi. Le guerre oggi non mancano, le bombe atomiche tascabili sicuramente qualcuno le tiene già in cantina, alla stessa stregua di coloro che dicono d'avere un reattore nucleare a fusione fredda.
Il fatto che i replicanti siano stai considerati sterili è un passaggio molto importante di tutta questa vicenda e sembra raccontarci di come anche per la scienza la riproduzione umana sia e rimanga un grande mistero al quale si può dare una risposta solo considerandolo, di fatto, un atto della creazione divina.
L'Universo Dickiano è davvero molto ampio, complesso e controverso, non sto ad insistere sui fattori del successo di Blade Runner che è diventato un vero classico moderno dal quale tutti vorrebbero poter attingere per poter giovare dello stesso successo, ma fortunatamente in quel film s'è attuata una magia impossibile da "replicare" in qualsiasi forma e contenuto. Resta il fatto che i temi toccati sono molto affascinanti e capaci di influenzare anche le generazioni future per molti anni ancora, forse fino a quando qualche segreto della vita ci sarà finalmente svelato dalla scienza, o da Dio... TG

"Se sei convinto che questo Universo sia cattivo dovresti vedere gli altri..." Philp K Dick


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