sabato 30 settembre 2017

La fotoceramica in un forno di bottiglie: un altro progetto visionario di Andrea Scarzello

"Non dire mai che i sogni sono inutili, perché inutile è la vita di chi non sa sognare." 
(Jim Morrison)


Andrea e Dietmar alle prese con la costruzione del forno di bottiglie.

Tony Graffio: Ciao Andrea, noi ci siamo conosciuti 3 anni fa quando tu e Carlotta viaggiavate su un van nero che era al tempo stesso un mezzo di trasporto, una camera obscura e un laboratorio per fare fotografie monotipe autopositive nelle piazze d'Italia e di Francia...

Andrea Scarzello: Il Vitographic, purtroppo ha avuto vita breve a causa di alcuni imprevisti burocratici che ci hanno privato del nostro bellissimo van, così ci siamo dati ad altri progetti creativi.

TG: Tu, tra l'altro sei un maestro stampatore che ha realizzato gran parte delle fotografie presentate dai giovani di talento del Gruppo HAR durante il Phototrace Festival 2017 di Cuneo.

AS: Sì, molti di loro si sono affidati a me perché ci conosciamo da tempo, so quello che vogliono e loro si fidano del mio modo di lavorare; il più delle volte prepariamo insieme i file da stampare.

TG: Oggi invece che cosa ci proponi? Qual'è il tuo progetto impossibile?

AS: Oggi sto preparando la fotografia a 1000°Celsius.

TG: Di cosa si tratta e come ti è venuto in mente di fare una cosa del genere?

AS: Ho voluto provare a realizzare la fotoceramica cotta in un forno autocostruito di bottiglie da birra di 33 cc. Già in altre occasioni ho preparato forni con bottiglie da vino; si tratta di forni che si costruiscono per rendere più spettacolare la cottura delle ceramiche durante sagre di paese e festival della ceramica. L'effetto che si ottiene è magico perché attraverso il vetro delle bottiglie si vede il fuoco che ondeggia all'interno del forno. L'idea di associare la fotoceramica ad un forno di bottiglie mi è venuta perché smontando il forno dopo l'uso (è monouso perché il vetro delle bottiglie si scioglie e si creano delle discontinuità nelle pareti del forno) mi sono accorto che le etichette delle bottiglie rimanevano impresse sulla terra che utilizziamo per tenere insieme le bottiglie. Al che, ci siamo chiesti se saremmo stati capaci di imprimere qualcosa di diverso da un'etichetta su una nostra ceramica. Abbiamo pensato, ovviamente, alla fotografia.

TG: Hai fatto delle ricerche in questa direzione e che cosa hai scoperto?

AS: Ho scoperto che con una tecnica di stampa molto semplice come la gomma bicromatata, in cui si utilizzano pigmenti di colore, avremmo potuto conseguire dei buoni risultati utilizzando pigmenti ceramici per avere un'immagine fotografica fissata sulla ceramica cotta.

TG: L'idea del forno di bottiglie invece da dove arriva?

AS: Terry Davies, un noto ceramista inglese, per primo ha pensato a questo tipo di forno che in qualche modo si rifà ai forni ceramici dei paesi più poveri dove vengono utilizzati materiali di recupero. Terry Davies ha studiato una soluzione che esteticamente fosse convincente e di forte impatto sul pubblico chiamato a partecipare a certi eventi. Io ho conosciuto il suo forno da alcuni servizi presentati su internet, me ne sono innamorato ed ho deciso anch'io di sperimentare in questa direzione. Ho costruito il mio primo forno, dopo di che ho iniziato un pochino a differenziarmi da Davies e aggiungere qualcosa in più, per non essere soltanto un suo emulatore. Adesso sono abbastanza soddisfatto del mio progetto, perché anche scenograficamente si presenta molto bene e quando raggiunge i 1000 gradi diventa molto luminoso. E' uno spettacolo imperdibile, non ci sono altri forni a legna altrettanto belli.

TG: In che anni è comparso il primo forno di bottiglie?

AS: Quello di Terry Davies nasce nel 2010, noi abbiamo iniziato le prime sperimentazioni nel 2014, realizzando il primo forno nell'estate del 2015. Prima abbiamo provato a casa nostra, dopo ho preparato un forno a Beinette, dove abitavamo prima di trasferirci qui, nella fiera di paese. L'ho proposto agli organizzatori solo per provarlo in pubblico; loro hanno accettato; lo spettacolo è piaciuto molto e da lì siamo riusciti a proporlo anche a Mondovì, dove si svolge un'importante fiera della ceramica. Poi, abbiamo continuato; quest'anno ci hanno richiamato a Mondovì e ogni anno cambiamo, tentando di introdurre ogni volta qualcosa di nuovo, per renderlo quasi più una forma di teatro che una performance di ceramica.


Andrea Scarzello rifinisce il finestrone che servirà ad estrarre le ceramiche e le piastrelle di fotoceramica.

TG: A cosa serve questo grande finestrone?

AS: Da lì togliamo i pezzi, una volta cotti. I pezzi vengono estratti mentre nel forno ci sono 1000° C.

TG: Il forno è monouso?

AS: Sì, è consigliabile utilizzarlo solo una volta, ma chi vuole provare a riutilizzarlo può farlo a suo rischio e pericolo.

TG: Che cosa può succedere di pericoloso?

AS: Può rompersi una bottiglia e se accade al collo all'interno del forno e la fiamma entra nella bottiglia questa può esplodere e sparare pezzi di vetro all'esterno con il rischio di colpire in faccia il pubblico o chi è nei dintorni.

TG: Ah caspita, mica simpatico...

AS: Sì, non è una cosa piacevole... Soprattutto in una manifestazione col pubblico, è meglio evitare che succedano certe cose.


Le bottiglie intorno al fuoco...

TG: Ho capito. Andrea, anch'io vorrei provare a fare il mio forno in questo modo, puoi darmi qualche dritta per ottenere buoni risultati?

AS: Bisogna utilizzare materiali di tipo industriale, gli stessi che vengono utilizzati per costruire i forni per fare il pane, in modo da spendere meno. Costruire un forno usa e getta con l'argilla che si utilizza per la ceramica verrebbe a costare troppo. I materiali industriali per l'uso che se ne fa una sola volta reggono bene. Ti consiglierei di fare una base di un quarto di sacchetto di cemento refrattario, un quarto di terra refrattaria, un quarto di malta refrattaria, mezzo secchio di sabbia, dipende dalle misure del secchio... Acqua; cemento normale per fare asciugare un po' velocemente l'impasto e basta, il tutto amalgamato bene tiene i nostri 1000° C. Tutto questo è importante, ma ciò che isola veramente è il vetro; la terra tiene tutto insieme e basta. Ovviamente, tutto è refrattario perché il cemento puro scoppierebbe e creerebbe dei problemi.

TG: In questo forno si può cuocere solo la ceramica o funzionerebbe bene anche per il raku ed il gres?

AS: Raku e gres fanno sempre parte della ceramica. In questo forno si possono cuocere solo terre refrattarie, quindi non puoi cuocerci le maioliche o le terre non refrattarie perché la temperatura scende molto dai mille gradi. Il raku va bene, ma il gres non risulterà mai molto resistente, proprio perché il raffreddamento del forno è troppo veloce. Far subire al gres uno shock termico fa di questo materiale un cattivo gres.

TG: Quanti forni di bottiglie hai realizzato fino ad adesso?

AS: Questo è il sesto.

TG: Hanno tutti funzionato bene?

AS: Fino ad ora sì, anche se a Mondovì abbiamo dovuto tenere la temperatura un poco più bassa per la richiesta di non produrre troppo fumo in piazza...

TG: Nonostante tu qui abbia tre forni pazzeschi a gas, per spettacolarizzare la serata  di domani in cui ci sarà una fantastica festa con tutte le persone più pazze di Cuneo hai deciso di costruire un ennesimo forno di bottiglie?

AS: Sì, ma questo è un altra cosa, è un gioco. Un divertimento che niente ha a che vedere con la ceramica tradizionale. Questo è più spettacolo che ceramica, anche perché il forno non riesce a contenere troppi lavori. E' una costruzione più da muratore che da ceramista. E' un po' come impilare un mattone sopra l'altro...

TG: Allora è più divertente costruirlo o farlo funzionare?

AS: Sicuramente, la costruzione dà parecchia soddisfazione, anche se è un lavoro piuttosto impegnativo; è bello portarlo in temperatura, ma anche smontarlo, perché ogni volta che lo si smonta si trovano bottiglie con il collo fuso in maniera diversa che diventano delle vere sculture di vetro. Ogni volta, quello che succede è una sorpresa.

TG: Le bottiglie fuse verranno messe all'asta o verranno regalate agli amici?

AS: Sicuramente, resteranno qua per un po' di tempo, perché non smonterò il forno subito. Normalmente, sì chiediamo un'offerta per ogni bottiglia in modo che chi le voglia portare a casa abbia un souvenir della serata. Si fondono in modo diverso a seconda della temperatura che si raggiunge nel forno.

TG: Quanto costa fare qualcosa del genere, ovviamente, escludendo la mano d'opera?

AS: Escludendo il mio lavoro e anche le bottiglie di riciclo, qui siamo intorno ai 300-400 euro, ma tieni presente che sto utilizzando mattoni refrattari già utilizzati precedentemente.


Il Forno che Skotta in piena attività.

TG: Che diametro ha questo forno?

AS: Circa 130 centimetri.

TG: Cosa possiamo dire in più sulle immagini che vuoi ottenere con la tecnica della gomma bicromatata stesa su ceramica?

AS: Le immagini che andremo a cuocere saranno diverse dalle solite fotoceramiche, perché sono cotte. Io le gomme avrei potuto stenderle sulle ceramiche senza cuocerle. Cuocendole invece io andrò ad aggiungere un velo di cristallina che mi farà ottenere delle immagini lucide come le piastrelle del bagno di casa. Per questo utilizzo un pigmento ceramico e non un pigmento qualunque.

TG: Credi che nel tempo siano andate perdute tecniche di fotoceramica o assimilabili a queste?

AS: Credo di no. La fotoceramica di un tempo era il collodio. Bastava sollevarlo dal suo supporto e trasferirlo su ceramica, però non andava in cottura. Forse non hanno mai pensato di fare qualcosa così, anche perché il risultato che si ottiene non è particolarmente preciso, né un'immagine definita e nitida, proprio perché la ceramica è una terra refrattaria molto porosa e ruvida. Si otterrà una fotografia che per qualche verso ricorderà la prima fotografia di Nièpce, però si tratterà sempre di un'immagine ottenuta dall'esposizione alla luce, cotta poi dentro un forno. Tecnicamente, oggi si potrebbe aggirare tutte queste complicazioni utilizzando una stampante a sublimazione alla quale aggiungere pigmenti ceramici, altrimenti diversi tipi di pigmenti, una volta nel forno brucerebbero e andrebbero via in fumo.

TG: Secondo te, si potrebbe fare la gumprint su fotoceramica?

AS: Probabilmente sì, essendo anche questa una tecnica in cui si utilizzano pigmenti che poi vanno trasferiti da un supporto ad un altro. Probabilmente, trovando il pigmento giusto da utilizzare le tue gumprint potrebbero essere fatte anche al forno.

TG: Ci proviamo?

AS: Sì, certo, mi hai incuriosito e ci proveremo.


Finiture speciali per il forno di Andrea, Dietmar e Carlotta

Il forno di bottiglie di birra è crollato: troppo limitato l'appoggio di malta per una costruzione così alta, l'imprevisto è sempre dietro l'angolo per lo sperimentatore. Andrea sembra averla presa bene; di fianco a lui Dietmar e Christian de La Scatola Gialla

Il forno di bottiglie il mattino dopo la grande festa al Tetto delle Rondini.

Le piastrelle sulle quali erano state impressionate le immagini fotografiche non hanno sortito l'effetto desiderato a causa del crollo del forno; sicuramente Andrea prossimamente ritenterà il suo esperimento.

Tutti i diritti sono riservati


giovedì 28 settembre 2017

Giovani fotografi di talento a Phototrace 2017, quali speranze in Italia?

"Ci sono sempre più scriventi e meno scrittori. E' quasi implicito dire che ci sono sempre più fotografanti e meno fotografi." Roland Barthes

Io sono natura di Giacomo Calvagno
Io sono natura di Giacomo Calvagno

Oggi come oggi è sempre più difficile ricevere un compenso economico per ciò che si fa; chi scrive per i giornali come free-lance (vedi: collaboratori) spesso riceve cifre ridicole intorno ai 5 euro a cartella dattiloscritta, senza poi considerare che da queste cifre vanno tolte le tasse, i contributi, l'IVA, le assicurazioni mediche e tutto il necessario per tenere in vita una macchina statale onnivora che fagocita tutto e non ridistribuisce nulla, o quasi, in cambio. Ha ancora un senso lavorare in Italia? Ed ha ancora un senso svolgere un lavoro intellettuale? Evidentemente no, anche perché l'Italia non è interessata a crescere e a coltivare persone preparate culturalmente che possano avere delle idee importanti per rivitalizzare un paese agonizzante in cui Mafia, nepotismo, corruzione e ignoranza la fanno da padroni a tutti i livelli (specialmente quelli apicali). Le giovani menti valide vengono "invitate" a lasciare il Belpaese; allo stesso tempo si preferisce accogliere i disperati, coloro che venendo da situazioni impossibili accettano di buon grado quelle briciole che gli si concedono; è molto più facile gestire coloro che non conoscono le regole del gioco e sono facilmente sfruttabili, anche e soprattutto dalla malavita e dalle nuove mafie.
Non stiamo più vivendo soltanto in un continuo gioco al ribasso ed una sfrenata svalutazione del potere d'acquisto, ma in una realtà che vede mortificare e disattendere ogni possibile via d'uscita da una crisi conclamata di tipo: etico, morale, economico, culturale, sociale e demografico.
Parlare di scriventi e di scrittori, di fotografanti e di fotografi, in una realtà come quella italiana, trovo che sia non solo un modo abbietto per indicare chi non sa fare un certo lavoro, ma anche una precisa metafora per definire l'aspetto più triste di una società in cui non c'è più spazio per chi ha qualcosa da dire e dei sogni da realizzare. Ormai non c'è più contropartita economica in cambio di ciò che in troppi vogliono fare (anche perché non ci sono alternative...). Tutto è basato sulla menzogna in un paese in cui anche i sindacati sono collusi al potere politico e dove i mass-media si occupano di falsi problemi per distogliere i cittadini dalle loro miserie personali.
Se per i primi anni, il lavoro di un ricercatore scientifico, di uno stagista o di uno specializzando ospedaliero non viene pagato e forse solo in seguito gli si riconoscerà una specie di rimborso spese, come si può pensare che colui/colei che realizza immagini, scrive, suona, crea musica o si esprime per mezzo di altre arti venga retribuito?
La società attuale, grazie al facile accesso ai sistemi informatici che permettono di metterci in contatto con le idee di persone che vivono molto distanti da noi e all'automatizzazione/semplificazione di molti processi tecnologici, ha reso più popolari certi linguaggi e più comune la possibilità di utilizzarli, ma non ha saputo/voluto riconoscere alle masse il beneficio di fruirne in modo da poterne trarre un controvalore economico.
Viviamo davvero in un mondo libero e democratico se poi alla fine la vera selezione viene fatta solo dal denaro?
Chi dispone dei soldi per pagarsi le critiche benevole di uno Sgarbi, tanto per fare un nome qualsiasi noto a tutti, o per partecipare a fiere dell'arte (sempre a pagamento; per avere uno spazio alla MIA di Milano occorrono 4000 euro e generalmente questo è il prezzo richiesto anche da altri in Italia; in Francia ed in Europa si paga di più, ma c'è una maggior selezione) può sperare di ambire a far conoscere il proprio nome al pubblico e forse persino, un giorno, di vendere le proprie opere? 
Questo è un po' il preambolo di una situazione che ha visto di fatto la morte della fotografia commerciale e poche altre possibilità per un lavoro che il più delle volte viene pagato solo con promesse disattese e offerte di maggiore visibilità.
La responsabilità di questa situazione è un po' anche di chi ormai vive più nel mondo virtuale che in quello reale e si batte fino all'ultimo per guadagnarsi un like, o un +1, anzi che far rispettare i propri diritti.
Si perverrà ad una soluzione ragionevole prima che sia effettivamente troppo tardi per rimettere insieme i cocci di un mondo perduto? Difficile dirlo; nel frattempo i giovani fotografi nascono e crescono anche nelle zone un po' dimenticate dalle rotte della cultura tradizionale, dei festival fotografici più à la page e dalle fiere d'arte.
Merito di Phototrace è quello di essere arrivato dove altri non sono passati prima. Spero che un minimo di coerenza venga riconosciuta anche a "Frammenti di Cultura" che con il suo "Speciale Phototrace", in questi giorni, cerca di portare alla conoscenza di chi ha perduto questo fantastico evento indipendente (media nazionali inclusi) i nomi e le immagini di alcuni giovani di valore, in modo che si possa dar loro po' di speranza per un futuro che appare tutt'altro che roseo. 

Inizio una piccola carrellata tra i giovani fotografi, intesi anche come persone alle prime esperienze con la fotografia digitale, presenti a Phototrace 2017 alla sezione "Scrivimi" di Palazzo Samone, una sorta di biblioteca fotografica dove ogni autore poteva presentare sei fotografie per illustrare un racconto per immagini a tema pseudo-letterario.

Phototrace 2017 Scrivimi
Alice Faletto, 27 anni, lavora in un cinema multisala.

Alice Faletto ha preso spunto dalla parola "Scrivimi" per iniziare un suo breve percorso fotografico; ha associato questa parola ad un modo di dire che prevedeva un sapere scolastico di base legato al leggere, scrivere e far di conto. Poiché la nipotina della giovane fotografa ha da poco iniziato la scuola elementare, Alice ha pensato di immortalare la bimba mentre a casa faceva i propri compiti. Ober Bondi, coordinatore del Gruppo Har, ha dato un tema comune ai vari ragazzi che lo hanno svolto in modo personale, è interessante osservare come sia stato interpretato da tutti in modo diverso. Alcuni sono partiti dal ricordo della lettura di un libro, altri da una frase importante e c'è perfino chi ha inteso i segni lasciati dalle forze naturali come un modo di "scrivere" sulla roccia e l'ambiente circostante. Effettivamente, la scuola è il luogo dove si ha il primo contatto con la scrittura e l'alfabeto, ha fatto bene Alice a mostrarci questa realtà, riprodotta molto bene tra le mura casalinghe. Si tratta di scatti spontanei, rubati ad una bambina mentre svolgeva il proprio dovere di alunna delle scuole elementari. Soltanto le ultime fotografie della serie introducono un telefonino, elemento che è stato d'aiuto a distrarre la bambina dalla sessione di posa, ma al tempo stesso questo strumento tecnologico può anche essere visto come il presente/futuro di un linguaggio in evoluzione.

 Progettoalice di Alice Faletto

 Progettoalice di Alice Faletto

Scrivimi Phototrace 2017 Cuneo
  Progettoalice di Alice Faletto

Phototrace 2017 Scrivimi
Giacomo Galvagno, 30 anni, informatico.

Giacomo Galvagno è un appassionato della natura che lo scorso anno ha effettuato un viaggio in Islanda in solitaria e ne riporta splendide fotografie in bianco e nero, stampate da Andrea Scarzello. Era alla ricerca di uno scatto che sapesse sintetizzare lo spirito di un'isola in perenne cambiamento geografico, a causa delle eruzioni vulcaniche e dell'erosione dei fiumi; un modo anche di farci riflettere sulla transitorietà della nostra condizione e sulle forze della natura. L'Islanda è molto mutata morfologicamente a causa di una forte eruzione vulcanica nel 2004 che ha raso al suolo molti paesi ed è andata addirittura a modificare l'economia della nazione. L'acqua scrive all'interno del paesaggio la sua storia e lascia un segno indelebile, ma in continuo mutamento. Giacomo, giustamente, ha scelto di rappresentare il tutto in un bianco e nero alquanto drammatico che riesce a farci concentrare sulle forme di ciò che ha ripreso. Fotografie digitali realizzate con una Canon 7 Mark II con obiettivo sul quale sono stati posti filtri di contrasto di vetro e di base un filtro ND 1000 che permette di ottenere tempi di scatto lunghi anche in presenza di forte illuminamento, filtri degradé e polarizzatori.

Phototrace 2017 Scrivimi
 Io sono natura di Giacomo Calvagno

Phototrace 2017
 Io sono natura di Giacomo Calvagno

Phototrace 2017
Io sono natura di Giacomo Calvagno

Phototrace 2017 Scrivimi
Lorenzo Garro, 20 anni, elettricista.

Lorenzo Garro di Cuneo, 20 anni compiuti lo scorso lunedì 25 settembre, ha frequentato il corso base di fotografia del Gruppo HAR e da circa un anno e mezzo s'è appassionato a questa disciplina artistica/comunicativa. "Stop... giù le mani" è il progetto fotografico che ha realizzato durante il corso avanzato di fotografia di Ober Bondi. Si tratta di una fotostoria messa in scena grazie alla collaborazione di due amici-modelli e di una "collega"/truccatrice.
Quando ci si incontra va tutto bene e si è felici, ma dopo un po' si notano le prime avvisaglie dell'incomprensione e non sempre i problemi vengono affrontati in modo civile. Man mano la relazione peggiora ed il volto della ragazza si copre di alcuni segni blu che indicano tracce di violenza di coppia. Si capisce che non si sta con la persona giusta; dallo schiaffo si passa al pugno e la violenza aumenta fino a distruggere la relazione e la stima reciproca. Stefano Dutto e Gloria Revelli hanno fatto da modelli a questa brutta storia d'amore. Il racconto fotografico funziona benissimo ed il contenuto della storia è leggibile anche soltanto nel volto del ragazzo: un ottimo lavoro fotografico e perché no... pubblicitario. Tutta un'altra faccenda e un'altra sensibilità rispetto a quello che ha proposto Yamamay nel 2013 in una sua poco felice campagna pubblicitaria.
E' anche un modo di rappresentare il libro: "Splendi più che puoi" di Sara Rattaro che tratta un tema difficile, incessantemente alla ribalta delle cronache, che nel testo viene narrato in prima persona da una ragazza che subisce violenze sempre più gravi dal suo compagno, fino a quando poi reagisce e riesce a godersi la sua vita in modo più tranquillo. Ovviamente, con questo progetto fotografico Lorenzo propone di avere sempre rispetto per la persona che si ha al proprio fianco. 
Fotografie digitali effettuate con una Canon 750D, ottica fissa da 35mm f 2; riprese effettuate in interni, luce dura, molto contrasto, sfondo nero, un po' di post-produzione in Photoshop, perché i due soggetti sono stati ripresi separatamente, non perché litigassero, ma per evitare un eccessivo ammassamento dei modelli nella stessa inquadratura (insomma erano troppo vicini e così s'è potuto lavorare meglio...).
A volte, i fotografi sanno fare anche il trucco, come nel caso di Silvia Fea che, non soddisfatta delle elaborazioni delle vere truccatrici, ha saputo svolgere un ottimo lavoro. Nessuna donna è stata maltrattata per realizzare questo servizio.


Phototrace 2017 Cuneo
Stop... giù le mani! di Lorenzo Garro

Sempre all'interno della Sezione "Scrivimi", vorrei segnalare anche gli ottimi ritratti realizzati da Loris Salussolia e scritti con la luce in un superbo bianco e nero. Poi, l'originale e piacevole interpretazione de "l'Arte di correre" rappresentata da Gianni Chiaramello; i Portici in high key di Marco Villa; la contaminazione della fotografa/collagista Roberta Barale che ci ha fatto girare il mondo con uno stile molto femminile, allegro e leggero. Infine, un plauso anche alle affascinati Farfalle di Sergio Fea che forse ha affrontato una sfida un po' troppo coraggiosa per la poca luce presente sulla scena. TG


Phototrace 2017 Palazzo Samone
L'Arte di Correre di Gianni Chiaramello


Phototrace 2017 Scrivimi
Il giro del mondo in 80 spot di Roberta Barale

martedì 26 settembre 2017

Phototrace 2017: la parola a Ober Bondi e Gabriele Chiesa

"Non esiste la fotografia senza la cultura e non esiste la cultura senza la fotografia." 
Gabriele Chiesa

L'edizione del 2017 di Phototrace, giovane Festival della Fotografia Indipendente, è sicuramente una delle più riuscite e soddisfacenti, sia per la partecipazione di pubblico che per l'entusiasmo dimostrato dai giovani partecipanti, oltre che per la varietà di argomenti trattati. Numerose sono state le mostre, le dimostrazioni, le tavole rotonde, il divertimento generale e le offerte culturali che esulavano dallo stretto settore fotografico. Il tutto vissuto con un grande spirito di amicizia, budget ridottissimi, e tanta buona volontà.
Ho pranzato insieme agli organizzatori ufficiali di questo evento: Gabriele Chiesa e Ober Bondi; ne ho approfittato per intervistarli. Vediamo che cosa è emerso.

Tony Graffio: Ober, in che modo è stato deciso di portare Phototrace a Cuneo?

Ober Bondi: Phototrace Cuneo è nato perché sapevo che Gabriele Chiesa stava attendendo la nostra candidatura per quest'anno. Nel momento in cui ho accettato, Gabriele mi ha chiamato per affidarmi l'evento. Ho fatto questa scelta perché intorno a me avevo molti collaboratori entusiasti sui quali sapevo di poter contare. E' stato bellissimo. Quando ho chiesto a Gabriele che cosa dovevo fare per organizzare Phototrace, lui mi ha detto: "Niente, assolutamente niente, devi solo procurarci le sedi dove fare i laboratori, le conferenze e le mostre fotografiche. Poi, voi dovrete solo divertirvi.".

TG: E' stato così?

OB: Sì, è stato così. A noi piace organizzare e ne abbiamo approfittato.

TG: Infatti, ieri (22 settembre 2017) prima del concerto  di apertura di Phototrace che si è svolto nella sala della Cassa di Risparmio di Cuneo, ho sentito che voi avete ringraziato Gabriele per l'organizzazione, ma lui ha affermato di non aver fatto proprio niente. A questo punto non si spiega come sia andato tutto bene: lui non ha fatto niente; tu nemmeno, chi è che ha fatto qualcosa per questo evento?

(Risate)

Gabriele Chiesa: Loro sono stati meravigliosi; io sapevo che erano un gruppo molto valido e per questo desideravo portare il Phototrace a Cuneo. Intanto, bisogna capire che in una città metropolitana sarebbe stato dispersivo presentare un'offerta culturale come la nostra, perché ci sono già troppo proposte, mentre qua Phototrace sarebbe diventato un evento di una certa importanza, capace di attirare l'attenzione dei cuneesi e di chi viene da fuori città. Inoltre, so che Ober ha fatto crescere bene una comunità fotografica composta da giovani e appassionati che hanno voglia di fare e di condividere la loro esperienza ed il loro entusiasmo.

OB: Grazie.

GB: Ci erano pervenute candidature anche da città più grandi, ma io temevo che in certi ambienti potessero crearsi delle piccole invidie o gelosie che finiscono per creare delle competizioni controproducenti all'avvenimento che per noi è fondamentalmente una festa della fotografia tradizionale. Qui, c'era una certa armonia e collaborazione tra le persone che, secondo me, è anche la chiave del successo di un evento che è stato possibile realizzare proprio grazie alla dedizione ed all'impegno disinteressato dei volontari e degli appassionati che si sono occupati di tutto.

TG: Ober e Gabriele, da quanto tempo vi conoscete?

GC: Noi due siamo entrati in contatto tempo fa grazie ad un comune amico, Pierluigi Manzone, che vive qui a Cuneo e si occupa di fotografia steneopeica. E' anche un esperto conoscitore della storia della fotografia, in quanto è un collezionista e uno studioso dei fotografi piemontesi, fin dai tempi di Piero Becchetti, uno dei padri, ormai defunto, della storia della fotografia italiana. Becchetti ha iniziato a raccogliere immagini fin dai primi anni del secondo dopoguerra, quando a Roma c'erano ancora le rovine fumanti dei palazzi bombardati. Ha visitato mercatini, solai e cantine per raccogliere di tutto, dalle carte de visite, agli album di famiglia e varie altre fotografie.

TG: Si tratta di un'amicizia tra collezionisti?

GC: Io allora ero solo un ragazzino, ma lui era già un punto di riferimento.

TG: Che anni erano?

GC: Nel 1945, lui era già lo storico della fotografia italiana.

TG:  Avete avuto modo di conoscervi direttamente?

GC: Direttamente no, però lui per me è stato un esempio da seguire. Dopo di lui è venuto Ando Gilardi ed altri. Pierluigi Manzone, come me, è stato uno dei primi discepoli di questi personaggi in grado di capire il valore di  quelle che erano considerate le vecchie fotografie. Tra le mostre che ricordavano quei tempi passati c'è stata la mostra: "Cuneo, come eravamo"; "Vercelli di una volta"; "Brescia com'era"; dopo di che, anche in altre città hanno incominciato ad organizzare questo tipo di iniziative.

OB: Pierluigi Manzone aveva aperto un sito che si chiamava F.P.M., Fondo Pierluigi Manzone, che raccoglieva i suoi archivi fotografici; oggi rimane traccia di queste documentazioni in altri siti che hanno raccolto materiale  iconografico dal sito originario.

GC: Pierluigi Manzone ad un certo punto chiuse il suo sito, ma ormai era riuscito a trasmettere questo interesse a me ed ad altri ricercatori. Poiché siamo tutti collezionisti di questo materiale, inevitabilmente col tempo, siamo venuti in contatto gli uni con gli altri. Pierluigi mi ha parlato di Ober e così ci siamo sentiti. Lui è un entusiasta e tre anni fa è riuscito a convincermi a venire a Cuneo per conoscerci di persona. Era l'autunno del 2014.

OB: In quell'occasione Gabriele ha presentato qui a Cuneo il suo libro: "Come vedo l'immagine".

GC: Quello che forse Ober non sa è che l'idea di portare Phototrace a Cuneo è nata l'anno scorso sul Lago Maggiore, quando ho conosciuto sua figlia Vera, anche lei si interessa di fotografia.

OB: E' vero, avevo mandato mia figlia Vera Bondi in avanscoperta a Maccagno per vedere come funzionava il Phototrace, ma anche perché lei aveva ricevuto come compito dal liceo di Milano, dove lavorava, di vedere come poter realizzare un corso di fotografia a scuola. Poiché mia figlia era un'insegnante entusiasta (adesso è a Bogotà), voleva portare agli studenti qualcosa che non fosse il solito corso di fotografia, bensì la testimonianza di quello che sarebbe riuscita ad apprendere durante Phototrace.

GC: Vera ha partecipato anche alla realizzazione dei Fotoprofili ottenuti soltanto con la luce e la carta sensibile.

TG: La parte didattica è molto importante nell'ambito di Phototrace?

OB: Sì, quest'anno oltre a conferenze per addetti ai lavori presentiamo anche un laboratorio (tutte gli eventi di Phototrace sono gratuiti, workshop inclusi) in cui Christian Grappiolo guiderà i partecipanti alla autocostruzione di camere a foro stenopeico e alla sperimentazione di riprese fotografiche per le strade di Cuneo, all'affascinante e misteriosa ricerca dell'immagine assoluta da riportare nell'essenziale laboratorio allestito per l'occasione presso la sede di Progetto HAR. Una lezione di Alberto Novo, del Gruppo R. Namias, che spiega "La buona pratica del laboratorio chimico"; Loris Lazzeretti ha dimostrato come utilizzare le pellicole Impossible su un banco ottico 8X10; Gabriele Menozzi e Gabriella Martino hanno in programma una dimostrazione di Platinotipia e di come realizzare un negativo digitale; C'è anche un workshop sulla nuova Crisotipia di Mike Wire e, naturalmente, abbiamo già assistito alla tua spiegazione teorica di come si procede alla realizzazione di una stampa Gumprint.

TG: Gabriele, tu utilizzi le parole con molta attenzione, ma da adesso possiamo finalmente dire che il Phototrace è un festival di fotografia indipendente?

GC: Effettivamente, parlando con te, ho capito che Phototrace è un festival. Prima, era soltanto un incontro tra amici in cui si parlava e ci si divertiva a stare insieme. Poi, quest'incontro è diventato qualcosa che è cresciuto sempre più, fino a diventare abbastanza impegnativo da organizzare. Noi ci rifacciamo alla fotografia tradizionale ai sali d'argento, ma in realtà la fotografia non è solo quello e vengono utilizzati anche altri materiali. E' tutta una questione di sensibilità ed impressione; queste sono le cose che entrano in gioco. Il valore aggiunto di Phototrace, che spero non cambi mai da questo punto di vista, è quello che ha aggiunto Ober, ovvero l'interdisciplinarità. Ha dimostrato che la fotografia diventa veramente forte, espressiva ed intensa quando si fonde con altre arti.

TG: La fotografia riesce a trovare ispirazione e a dialogare molto bene con altre discipline artistiche?

GC: Sì, anche se queste sembrano apparentemente lontane, come l'espressione letteraria, teatrale o quella musicale. Tutte queste discipline hanno in comune qualcosa di magico che riesce a stregare il pubblico. Un buon fotografo è sempre una persona che ama il teatro, la letteratura, la musica e la cultura. Non esiste la fotografia senza la cultura e non esiste la cultura senza la fotografia.

TG: Quando tre anni fa sono venuto a Brescia per vedere come si svolgeva Phototrace ho notato che gran parte del lavoro organizzativo, se non tutto, passava per le tue mani, però credo di poter dire già da oggi che questa edizione di Phototrace si distingua dalle altre per la sua riuscita e che questo successo sia da imputare al grande lavoro collettivo dei volontari, dei partecipanti e di chi ha contribuito con il proprio apporto a questa festa. E' la partecipazione generale il segreto della buona riuscita di un evento di questo genere?

GC: Sì, io desidero con tutto il cuore che Phototrace diventi questo. Non deve essere il momento in cui le solite persone si ritrovano intorno ad un tavolo, ma l'occasione di far crescere un'idea e farla viaggiare, per condividerla con persone diverse, in modo che ognuno possa portare il suo piccolo contributo alla manifestazione. Sia come animatore che come partecipante o spettatore. Ci sono persone che sono venute fin qui da lontano, dalla Toscana, da Napoli, da Roma, da Torino, dalla Valle d'Aosta, da Genova, da Milano, da Brescia, anche solo per ascoltare quello che succede qui e sono loro le persone che animano Phototrace. Il nostro festival sta diventando veramente qualcosa di importante a livello nazionale.

TG: Mi dici due parole su come è nato Phototrace all'origine?

GC: Phototrace è nato nel 2012 dal desiderio di ritrovarsi e di conoscersi di persona da parte di coloro che erano iscritti ad un gruppo di Facebook: Storia della Fotografia, tra questi c'erano dei riferimenti importanti, come il Museo del Precinema della Collezione Minici-Zotti di Padova, e diversi sperimentatori col collodio, sempre di quella zona, abbiamo così pensato di incontrarci a Brescia, un po' a metà strada tra Padova e Milano. Dopo di che abbiamo pensato di ripetere l'esperienza con una cadenza annuale, cercando di dare all'evento ogni anno una sede diversa per valorizzare le risorse culturali del gruppo.

TG: Dove si terranno le prossime edizioni di Phototrace?

GC: Ci piacerebbe spostarci più a Sud; a Roma o a Napoli, però siamo un po' preoccupati di affrontare queste grandi città, perché io credo che le risorse migliori si trovino nelle città di provincia dove si può beneficiare di un contatto umano più diretto.


Phototrace Cuneo 2017
Gabriele Chiesa e Ober Bondi

mercoledì 13 settembre 2017

La Gumprint e l'Arte della Memoria di Tony Graffio in mostra a Cuneo per Phototrace 2017

"Il valore di un oggetto è direttamente proporzionale al suo significante storico." 
Vincenzo Agnetti

Phototrace 2017 a Cuneo
Ho deciso di partecipare a questo evento fotografico perché è una buona occasione per incontrare persone vere, appassionati di fotografia che credono in quello che fanno e pongono il loro lavoro e la loro ricerca davanti ai clamori delle ribalte mediatiche o all'inseguimento della popolarità, dove talvolta apparire è più importante che essere o fare.
In questi anni, la fotografia sta riscuotendo un grande interesse, spesso soltanto superficiale, tra le masse che poco hanno avuto a che fare con questa forma d'arte e di espressione e poco sanno. Abbiamo assistito a mostre di grandi autori che hanno cancellato tutto quello che gli stava intorno per imporre un loro "prodotto culturale" come si farebbe con un formaggino industriale, ma anche come un modo dominante di vedere la realtà. Credo che le espressioni più sincere della creatività e tutte le idee valide, anche quelle apparentemente più fragili, abbiano il diritto di circolare e di lasciare un segno o un'indicazione, soprattutto in un momento storico come quello che stiamo attraversando, in cui la globalizzazione dei mercati, della cultura e del pensiero sta velocemente appiattendo ogni cosa, lasciando pochi varchi alle voci fuori dal coro.
Phototrace è qualcosa di nuovo e controcorrente nella realtà culturale italiana, una specie di teatro che viene visitato soprattutto da un pubblico di attori e autori tecnicamente molto preparati che fanno delle loro abilità pratiche e delle loro conoscenze storiche un punto di orgoglio, in una scena che sempre più spesso è messa in moto soltanto da finalità economiche e di guadagno. A differenza di tante altre fiere, esposizioni e festival, a Phototrace non si paga per partecipare o per visitare le mostre, nonostante il livello dei lavori presentati sia estremamente elevato. TG


Stazione FMN Bovisa anni '80 Phototrace 2017 Cuneo
Bovisa Nord Milano anni '80 - Fotografia di Tony Graffio rielaborata con la tecnica della Gumprint


Gumprint
La stampa per trasferimento alla resina, conosciuta anche come Xerox Lithography, per brevità Gumprint o Gum Print, è una tecnica di stampa alternativa importata dal Nord America che può ricordare un procedimento di tipo litografico che si realizza per mezzo di una matrice di carta e si stampa in un torchio calcografico.
E' una tecnica che sfrutta le proprietà di vecchie fotocopiatrici con toner a polvere resinosa che si fissa alla carta con un procedimento termico. Queste stampanti, già ai nostri giorni, non sono di facile reperimento in quanto sono state soppiantante dalle più moderne stampanti a laser, non idonee alla realizzazione delle gumprint, perché le stampe effettuate con questa tecnologia non sono in grado di trattenere l'inchiostro tipografico come il toner resinoso.
La trasformazione della stampa della fotocopia in matrice di carta permette di ottenere non più di 5 o 6 stampe gumprint a contatto che poi dovranno essere selezionate, a seconda del risultato che ci siamo prefissati di raggiungere. Ogni foglio verrà stampato in modo diverso dalla matrice che si deteriora ad ogni schiacciamento impresso dal torchio, dalla pulizia effettuata con acqua e dalla manipolazione della stessa matrice; di conseguenza si avranno contrasti differenti nelle varie zone dell'immagine finale ed una qualità di stampa diversa per ogni opera prodotta per mezzo di questa tecnica. Nel caso si volessero ottenere più "copie" con le stesse caratteristiche da uno stesso soggetto è consigliabile preparare più stampe da fotocopiatrice che diventeranno, a loro volta, matrici delle relative gumprint, ma anche così non si riusciranno ad ottenere copie perfettamente identiche a quelle già realizzate. Per questo motivo, le stampe da gumprint sono considerate pezzi unici e non multipli.
La qualità delle gumprint è molto elevata ed ha caratteristiche di massima permanenza nel tempo, a seconda dei tipi di inchiostri scelti e della carta utilizzata. (TG da Scatti nel Tempo)

L'Arte della Memoria
Il tempo che passa conferisce un valore aggiunto ad ogni soggetto immortalato in epoche diverse da quella attuale. Ciò che un tempo esisteva ed era ardente può trasformarsi o scomparire definitivamente, ma la stessa idea di documento può cambiare nel corso degli anni, perciò ho voluto riesaminare oggi le immagini fotografiche che ho ripreso circa una trentina d'anni fa, utilizzando adesso una tecnica artistica relativamente nuova che mi ha aiutato a concentrami sugli aspetti essenziali della forma e del ricordo.
Sono partito da negativi in bianco e nero di piccolo formato e, dopo aver selezionato alcuni dei soggetti per me più significativi, ho voluto scansionare questi originali per trarne dei post-master ibridi da rendere in seguito ancora materici sotto forma di matrici di carta. Negli ultimi tempi, il dibattito generato dai sostenitori della fotografia analogica e della fotografia digitale ha riempito le pagine dei forum ed ha intriso i discorsi di fotografi, stampatori, curiosi e non addetti ai lavori, infiammando gli animi un po' di tutti. Mi è sembrato opportuno dare adito ad alimentare ulteriormente questa diatriba presentandomi a Cuneo, in occasione della festa della fotografia tradizionale ed antica, con alcune immagini realizzate con una tecnica mista che riesce a riunire in sé le anime della passato, del presente e forse del futuro, in modo da poter trattare ancora una volta, anche a livello di supporto, oltre che di contenuti, l'idea del tempo che passa che contraddistingue da sempre la mia poetica creativa.
Oltre ad esporre 10 stampe in gumprint, presso lo Spazio Chiodini di Gianni Chiaramello, in via del Passatore al numero 75, ho deciso di presentare una copia di uno dei soggetti esposti, sia come stampa digitale che in silverprint (stampato da Giancarlo Vaiarelli) per un totale di 12 opere, in modo da offrire al visitatore un giusto termine di paragone tra le varie tecniche. TG

Chi è Tony Graffio
Pseudonimo d'invenzione nato nel 2013 per accompagnare una ricerca iconografica sui graffiti che si affacciano sui muri di Milano, ha finito per figurare sui documenti ufficiali come identità reale e non più immaginaria. I veri dati anagrafici di Tony Graffio stanno scomparendo dalla burocrazia polverosa e anche dalla mente dei pochi che ne conoscono il vero appellativo, in quanto il curioso documentarista indipendente sta perdendo progressivamente contatto con il suo alter-ego originario e circola in ogni ambiente privo di passaporto o di qualsiasi altro attestato istituzionale. Milanese, temperamento sovversivo, autore dei blog: "Frammenti di Cultura" www.graffitiamilanoblogspot.it e "Orpho" www.ortodossiafotografica.blogspot.it, entrambi seguiti da numerosi lettori in Italia a e all'estero, sembra appartenere a diversi mondi culturali, forse per la sua instancabile volontà di continuare a raccontare e documentare quello che resta di saperi e arti di un passato quasi dimenticato e le tendenze di quello che si trama nei luoghi dove la creatività e le idee autentiche si allontanano dai sentieri tracciati dai portatori della cultura ufficiale. Egli stesso è uno sperimentatore di molte tecniche artistiche, a volte sceglie di giocare con mezzi e strumenti espressivi di ogni genere, spinto dalla necessità impellente di comparare metodi, stili diversi, e nuove possibilità estetiche. Ha una fantasia irrefrenabile che lo porta a vivere a mille all'ora, per testimoniare di storie incredibili e dar vita ad opere improbabili. Il suo profilo è davvero multiforme: può vantare abilità di vario tipo, conoscenze esoteriche, viaggi nel tempo e un'intensa attività nel campo dell'inutile; predilige le arti visive, il cinema e la comunicazione. Negli ultimi anni si è dedicato alla scrittura, raccogliendo un consistente patrimonio di materiale raccontato da protagonisti di alto livello che ha contattato e intervistato personalmente. Si dedica saltuariamente alla fotografia, passione mai sopita, per reinterpretare le immagini di un passato scomparso perché, come egli stesso sostiene, la documentazione è l'arte della memoria. EB

Compendio stampa Charta Matrix Phototrace 2017
Durante la mostra fotografica: "Scatti nel Tempo" sarà possibile richiedere a Tony Graffio, o allo Spazio Chiodini, il compendio per la stampa alla matrice di carta (Gumprint) in tiratura limitata numerata e firmata dall'autore. Il costo del libro è di 5 euro.



lunedì 11 settembre 2017

Gran Premio Janus Pannonius 2017

Gran Premio Janus Pannonius 2017 per la Poesia a Augusto de Campos

Gran Premio Janus Pannonius 2017 per la Poesia a Augusto de Campos PEN Club Ungheria


Il PEN Club ungherese lo ha reso ufficiale: il poeta brasiliano Augusto de Campos è il vincitore di questo anno del Gran Premio Janus Pannonius per la poesia. La decisione è stata annunciata durante il Concorso di poesia Quasimodo di Balatonfüred, Ungheria, venerdì 8 settembre 2017. Un premio internazionale di poesia contemporanea istituito dal PEN Club ungherese nel 2012 e "talvolta chiamato Premio Nobel per la Poesia", come afferma The New York Times; il Gran Premio è andato ad un elenco di poeti ampiamente acclamati: il lirico iraniano Simin Behbahani (2013), l'avanguardista americano Charles Bernstein (2015), la celebrità italiana Giuseppe Conte (2015), il versatile polacco Adam Zagajewski (2016), il bardo libanese di origine siriana Adonis (2014) e il maestro parigino Yves Bonnefoy. Il Gran Premio include la pubblicazione, le letture e 50000 euro. La cerimonia di premiazione si terrà a Pécs, dove Janus Pannonius (1434-1472), uno dei poeti più venerati del Rinascimento europeo, elogiato da Erasmo di Rotterdam stesso, era vescovo. Il Laureato riceverà il Trofeo Janus Pannonius e il Diploma di Janus Pannonius il 23 settembre 2017, nel Museo Csontváry di Pécs, seguito da un galà a Budapest il giorno dopo, completo di diverse aperture espositive, una conferenza data dal curatore di Getty Nancy Perloff, un lancio del libro della collezione ungherese di Campos, pubblicato per l'occasione, la lettura e le performace di poesia di Augusto de Campos e Cid Campos.

La giuria internazionale inoltre aggiudica, ogni anno, due premi Janus Pannonius per la traduzione letteraria, ciascuno di 3.000 euro. Nel 2017 i premi della traduzione vanno al poeta tedesco Hans-Henning Paetzke per le sue traduzioni della poesia ungherese in tedesco e ad Ádám Nádasdy per le sue poesie e le traduzioni drammatiche in ungherese.

mercoledì 6 settembre 2017

La Platinotipia di Giancarlo Vaiarelli a Phototrace 2017

Che cos'è Phototrace?

E' un evento dedicato alla fotografia intesa come scrittura di segni prodotti dalla luce, ideato da Gabriele Chiesa nel 2012. Phototrace valorizza la fotografia ottico-chimica-meccanica, escludendo ogni compromesso di conversione di natura, traduzione e mediazioni convenzionali (digitali). E' un evento a carattere nazionale e si svolge ogni anno in una città diversa, ospite di un gruppo impegnato per la cultura fotografica. E' una festa di orgoglio argentico (Silverpride), in cui i partecipanti sono insieme animatori, spettatori e protagonisti. La partecipazione all'evento, che solitamente ha luogo nel mese di settembre, avviene per pura gioia di condivisione e festa fotografica. L'adesione a Phototrace è libera, ma alcune attività, per problemi di spazio, sono a numero limitato per cui è necessaria la registrazione presso l'organizzazione della manifestazione. L'edizione di Phototrace di quest'anno si svolge a Cuneo. Tony Graffio ha intervistato Giancarlo Vaiarelli che esporrà le sue bellissime stampe presso lo Spazio Chiodini in via del Passatore, 75.


Una fotografia di Irene Kung stampata al platino Palladio da Giancarlo Vaiarelli
La Scala di Milano fotografata da Irene Kung e stampata al Platino/Palladio da Giancarlo Vaiarelli

La Platinotipia di Giancarlo Vaiarelli

La platinotipia è un'antica tecnica di stampa fotografica non molto utilizzata a causa degli alti costi delle materie prime impiegate, ma il processo chimico che permette di ottenere toni di nero molto intensi e contrasti d'immagine eccezionali è uno dei più puliti che si possa realizzare con la fotografia tradizionale. L'ossalato di potassio, per esempio, è un prodotto naturale che si trova negli spinaci ed è un sale che serve nello sviluppo della platinotipia. Per schiarire l'immagine si utilizzano invece dei bicarbonati che sono del tutto innocui e biodegradabili, gli ossalati ferrici sono dei reagenti che stabilizzano il processo e danno la sensibilità giusta, producendo i contrasti desiderati, sono prodotti con un impatto ambientale abbastanza blando che una volta smaltiti diventano un ossido di tipo rugginoso che non crea particolari problemi. Le soluzioni a base di platino e palladio invece sono riutilizzabili infinite volte, avendo cura di integrare il prodotto consumato che viene steso sulla carta per sensibilizzarla.
L'eco-compatibilità ed i meravigliosi risultati che si posso ottenere con il platino/palladio sono i motivi che hanno spinto Giancarlo Vaiarelli, un ben conosciuto stampatore fine-art, ad abbracciare questa tecnica ben 25 anni fa e a continuare a proporla ai più grandi fotografi internazionali, nonostante i costi del platino e dei metalli più nobili continuino a lievitare.
Giancarlo è di origini romane, è nato il 25 novembre 1957, è stato un ragazzo un po' insofferente nei confronti della disciplina scolastica. Ha seguito una formazione meccanica, ma prima ancora ha iniziato ad avvicinarsi al mondo della fotografia quando un insegnante delle scuole elementari gli ha insegnato a dosare i prodotti chimici ed a mescolarli per ottenere il D76 della Kodak; un rivelatore universale per pellicole in bianco e nero molto popolare, a base di metolo-idrochinone. A dodici anni riceve in regalo la sua prima macchina fotografica, una Kodak Instamatic 56, e da lì la sua passione cresce, fino a spingerlo a lavorare come assistente fotografo da adolescente, come fotografo e stampatore più tardi. A 24 anni, parte per Londra per approfondire le sue conoscenze nel campo della stampa fotografica. Lavora presso alcuni prestigiosi laboratori fotografici londinesi dove entra in contatto con la platinotipia, una disciplina quasi zen che lui definisce il punto d'arrivo della stampa fotografica. E' stato allievo di Dick Arentz. La platinotipia richiede un'adeguata preparazione nel campo della chimica, molto rigore e tantissima esperienza poiché presenta una serie di variabili che includono le condizioni climatiche e l'umidità dell'ambiente in cui si opera. Variabili che rendono anche difficile valutare a priori il costo finale del lavoro che si esegue su commissione. La stessa stampa può essere realizzata con diverse percentuali di platino e di palladio, fino ad avere un prodotto puro al 100% di platino. Oppure può essere ottenuta in forma sodica.
Vaiarelli ha selezionato 3 stampe al platino/palladio da esporre presso lo Spazio Chiodini, nell'ambito di Phototrace 2017. Una stampa è stata tratta da uno scatto di Garth Meyer effettuato in Zimbabwe, nel 1995. Da una ricerca sugli stessi temi trattati del fotografo e filmaker sudafricano era stata organizzata una mostra di stampe al platino/palladio che ha fatto il giro del mondo, mai presentata in Italia, perciò anche se a Cuneo sarà esposta solo un'immagine tratta da quella serie, si tratta pur sempre di un evento particolare che merita di essere visitato da chi ama queste raffinatezze un po' esclusive.
Le altre due stampe di Vaiarelli sono state realizzate un paio d'anni fa partendo dagli scatti digitali di Irene Kung, un'artista svizzera che ama molto l'Italia. Tony Graffio

Tony Graffio intervista Giancarlo Vaiarelli (The Platinotypist)

Tony Graffio: Giancarlo, perché ti occupi quasi esclusivamente di stampa al platino/palladio?

Giancarlo Vaiarelli: La stampa al platino/palladio è una tecnica perfino più pulita della stampa all'argento. Anche le altre tecniche sono belle, mi interessano tutte; alcune le ho provate e sono in grado di eseguirle con buoni risultati, come la stampa al carbone e la gomma bicromatata, però anche quelle sono tecniche in qualche modo sporche.

TG: Ho sentito dire che ultimamente è difficile reperire sul mercato il ferrocianuro di potassio, un sale molto utile nelle antiche tecniche fotografiche, è vero?

GV: No, non è vero. Il ferrocianuro non esiste soltanto in Italia...

TG: Non è un prodotto chimico pericoloso?

GV: No, ma anche se fosse, se ne sono accorti solo adesso? Viene utilizzato dal 1850 e adesso si sono resi conto che può essere pericoloso? Ma quante altre cose possono essere pericolose a questo mondo? Perché vogliono portarci via la fotografia, almeno quella tradizionale, in questo modo? Pensa alle persone che si rovinano le mani utilizzando i detersivi che vengono usati per lavare i piatti... Ci sono talmente tanti prodotti che sono assolutamente nocivi nella cucina di una normale abitazione, però nessuno dice niente. Non si capisce perché solo con la fotografia sia tutto un disastro... Generalmente, chi si occupa di tecniche antiche e utilizza certi prodotti sa a cosa può andare incontro. Bisogna avere un certo giudizio in tutto ciò che si fa. Oggi, la chimica per il trattamento della fotografia argentica è abbastanza blanda, certi composti non sono più potenti come una volta perché sono stati privati di certi elementi. Anche la purezza non è più al 99%, te ne accorgi subito da come si consumano i prodotti. Dopo che hai fissato cinque stampe già inizi ad avere qualche problema.

TG: Volevo sapere se con la stesura dell'emulsione fotosensibile al platino/palladio puoi ottenere una carta da stampe a contrasto variabile?

GV: No, però si possono dare dei contrasti più morbidi o più duri e creare delle frazioni di grado di contrasto, tipo la gradazione 1,20 oppure la 2,37; è un procedimento molto sofisticato, cosa che la carta industriale, anche la Multigrade non ti permette di fare, perché in quel caso i gradi di contrasto variano di mezzo punto. Con il platino/palladio riesci ad intervenire con il contrasto come vuoi e così facendo riesci ad esaltare i dettagli dell'immagine.

TG: Ho capito. E la carta che utilizzi è importante?

GV: Certo, è la base di tutto, insieme alla qualità del platino e del palladio che andrai a stendere sul foglio di carta. Io utilizzo la Arches Platine che è un'ottima carta artigianale francese, 100% cotone. Mi piace molto perché è molto bianca e rende bene i contrasti.  La riesci a gestire bene su tutte le tonalità, a differenza di altre carte che funzionano bene solo su certi toni. Si tratta di un cartoncino fatto a mano, di conseguenza è sempre un po' ruvido. Ovviamente, per i nostri utilizzi più è liscio, meglio è, anche perché in quel caso assorbe meno, non tanto il liquido di stesura, ma la luce. Tutte le carte matt sappiamo che chiudono un pochino la dinamica e restano meno luminose e meno dettagliate. Quando si stampa al platino si cerca sempre un negativo pieno di dettagli e di estensione della gamma dei grigi; cerchiamo insomma di ottenere un'immagine quanto più aperta possibile. Le carte glossy purtroppo non si possono usare perché il platino non resta in superficie, come avviene nel caso dell'argento o di altre tecniche, ma penetra dentro la carta. La gelatina ai sali d'argento resta in superficie, mentre il platino va in profondità, assorbito dalle fibre della carta. Cosa che conferisce stabilità nel tempo all'immagine. Anche Hahnemühle ha una sua produzione di carta legata alla platinotipia, si chiama Hahnemühle Platinum Rag, gli americani impazziscono per questo prodotto, ma io onestamente l'ho provato appena è uscito, ma non mi ha convinto gran che. Forse riproverò questa carta in futuro quando saranno pronti i prossimi batch (partita di carta di circa 50 Kg.).

TG: Quando prepari un foglio al platino/palladio, quante passate dai col pennello?

GV: Nel caso noi dovessimo preparare una stampa al palladio adesso (l'intervista è stata registrata il giorno 13 agosto 2017), con questo clima molto caldo e umido la carta assorbirebbe molto di più del normale e quindi avremmo bisogno di stendere una maggior quantità di prodotto. Quando qualcuno mi chiede quanto costa realizzare una stampa al platino, non so cosa rispondere. Come si fa a stabilire quanto prodotto dovrai usare? Sì, si può determinare un prezzo-base, però poi ci sono molte variabili da tenere presente.

TG: Perché così pochi stampatori si dedicano a questa tecnica? Per i costi?

GV: Sicuramente per i costi, ma anche per le difficoltà di trarre un ottimo risultato. Dipende molto dalle capacità individuali, ma ci sono tanti motivi che inducono qualcuno a fare qualcosa ed altri a non farlo. Ci sono parecchi amatori che si cimentano in questa tecnica e ottengono buoni risultati, ma a livello professionale credo che probabilmente dovremmo essere soltanto due o tre stampatori a produrre questo tipo di immagini (in Italia ndTG). Però, per quei pochi stampatori che ci sono nel mondo, abbiamo anche pochi fotografi che possono realizzare una loro immagine con questa tecnica. Nonostante ci siano un'infinità di fotografi che lavorano anche con i telefoni cellulari.

TG: Per portare un'immagine su una stampa al platino, è meglio partire da un originale ripreso in digitale o in pellicola?

GV: E' meglio farlo da un originale in pellicola. In maniera assoluta.

TG: Perché?

GV: Intanto, perché la fotografia al platino/palladio nasce così e poi perché il supporto argentico trasportato su un acetato o una pellicola trasparente di grande formato rende meglio.

TG: Tu parli di grigi e di bianco e nero?

GV: Anche come dettagli... La profondità dell'immagine, l'accuratezza della definizione, la lettura dei neri...

TG: E' più naturale...

GV: Ma certamente. La fotografia è fondamentalmente quella. Immaginiamoci poi se dovessimo fare una stampa al platino puro al 100%. Perché il platino può essere miscelato al 50% col palladio oppure può essere in forma sodio (Na2), che è una formula molto potente. La formula originale è composta da una soluzione A di ossalato ferrico e acido ossalico; la soluzione B è composta da potassio clorato con due tipi di percentuali di diluizione. La soluzione C è potassio cloroplatinato (platino). La soluzione D è palladio clorato (palladio). E' interessante notare che l'innesco del palladio clorato è dato anche dal cloruro di sodio, il comune sale da cucina. Immagina una platinotipia pura fatta da una lastra di vetro, come si faceva ai tempi in cui è stata concepita questa tecnica, da metà Ottocento, ai primi del Novecento, che risultati poteva dare.

TG: Certo, anche perché quelle lastre erano molto ricche di sali d'argento.

GV: Oltre a quello, bisogna considerare il fatto che il cristallo era completamente neutro e privo di impurità. Il mercurio inserito nel vetro lo rendeva perfettamente trasparente e privo di dominanti cromatiche.

TG: Era molto diverso da certe basi di acetato.

GV: Certo, perché gli acetati, per quanto possano essere purificati, diciamo così, hanno pur sempre una dominante...

TG: Una velatura.

GV: Sì, esatto. Chi preparava l'emulsione sapeva bilanciare bene tutti i prodotti.

TG: Anche oggi, se qualcuno facesse la propria emulsione liquida da stendere su una lastra si otterrebbe un risultato eccezionale?

GV: Certo. Queste però sono condizioni di altissimo artigianato che pochissime persone al mondo potrebbero permettersi di ottenere. Non solo per motivi di costi, ma anche perché fare cose di questo tipo richiede molto tempo, tanta sperimentazione, grande esperienza e capacità fuori dal comune. Riprendere in mano oggi le tecniche del passato non è impossibile, ma per come stanno andando le cose nel mondo attuale, pochi sono disposti a fare certi sacrifici e a perdere il loro tempo dietro a queste cose.

TG: Solitamente, per una mostra di stampe al platino, quante fotografie si espongono?

VG: Ovviamente, non c'è un numero preciso, ma essendo le stampe piuttosto costose e difficili da ottenere, si tende a non esagerare con il numero delle stampe da esporre. Ti posso citare il caso della mostra che ho preparato per Garth Meyer, che ha poi fatto il giro del mondo, in quel caso avevamo esposto 15 opere. Dipende molto dalla borsa di chi organizza la mostra. E' molto costoso dedicarsi solo al platino/palladio. Anche per Irene Kung  dovrò stampare 15 fotografie per la sua prossima mostra, a Roma.

TG: Tu che cosa ne pensi delle elaborazioni digitali in fotografia?

GV: A me danno un po' fastidio, per operare bene ci vuole sempre una certa eleganza, bisogna evitare di stravolgere la realtà. La fotografia può rappresentare qualcosa di reale, ma anche di astratto. L'astratto fa parte dei sogni e può essere trasformato in tutti i modi, ma la fotografia deve avere un suo rigore. Andare oltre, grazie ai mezzi digitali di cui noi oggi disponiamo, per me è un po' troppo. Ci vuole sempre un po' di autocontrollo in tutto quello che si fa. La fotografia ha insegnato molto a tutti, a 360°. I giovani forse questo non lo sanno, altrimenti non si spingerebbero a creare delle strutture di immagini che non hanno senso. E' vero che anche questo può far parte del nostro immaginario, ma è una visione onirica che a me sembra un po' spenta. Se un autore si sforza per riprodurre qualcosa che ha sognato o vuole ottenere un risultato ben preciso, tanto di cappello, ma la maggior parte esprime soltanto una abilità da tastierista, come li chiamo io, o comunque di chi sa e conosce bene il software. Ad ogni modo, capisco che la ricerca vada avanti e che ci siano altri modi per ottenere un certo risultato. Il Classicismo è passato, ce ne faremo una ragione, ma cerchiamo di non abusare di metodi che ti portano a discostarti troppo dalla realtà. Irene Kung, per esempio, pur utilizzando la fotografia digitale ed elaborando i suoi scatti in Photoshop, è riuscita a fare qualcosa di delicato che è comunque classico e rispecchia un gusto riconosciuto in tutto il mondo. Immagini che non sono un suo sogno, ma sono reali, sono diventate un suo sogno, un'interpretazione personale della realtà, senza stravolgere nulla. C'è da dire, che le donne, quando utilizzano il mezzo fotografico, hanno una sensibilità del tutto particolare, per nulla riscontrabile nei fotografi di sesso maschile. Allo stesso modo, penso che i fotografi dei paesi dell'Est abbiano una visione del tutto particolare della realtà ed una sensibilità unica. Anche se fanno fatica ad entrare nella storia della fotografia. La fotografia, industrialmente, artisticamente e commercialmente all'inizio è stata in mano ai francesi, per passare poi agli inglesi ed infine agli americani. Oggi, sono ancora queste tre nazioni che la fanno da padrone in questo campo ed i grossi autori provengono sempre da lì. Gli altri hanno poi perfezionato la fotografia. Alfred Stieglitz è stato un grande personaggio che ha fatto della platinotipia un suo strumento, però non era propriamente americano, francese o inglese... Ci sono anche tanti altri personaggi che hanno fatto cose molto importanti.

TG: Mi sembra di capire che tu dividi il mondo in fotografia e platinotipia, è così?

GV: Beh, anche nelle corse automobilistiche esistono tante categorie dove gareggiare, però la Formula 1 è una soltanto, le altre sono imitazioni. La massima espressione della fotografia, secondo me, è la platinotipia. Non voglio togliere nulla a chi opera con altre tecniche, come la cianotipia o altre più attuali, come la stampa digitale, però non potranno mai arrivare ai risultati che si possono ottenere con la platinotipia.

TG: La tecnica è davvero molto importante?

GV: Certo. Se tu hai qualcosa da dire, ma non lo sai dire, o ne parli con qualcuno che sa scrivere le tue cose, oppure ti devi armare di buona volontà e imparare a scrivere le tue idee da solo. C'è poco da fare. Poi, ci può essere una categoria di scrittori che scrive bene anche le cose degli altri. Questi, in fotografia, in maniera molto volgare, si chiamano: stampatori. Dovremmo trovare un altro nome? Non lo so. Boh...

TG: Per semplificare un po' le cose chiamiamoli stampatori. Lo "stampatore" ha una sua precisa visione delle cose, è un po' come un photo-editor?

GV: Assolutamente. E' un potente photo-editor. Nel 2001, subito dopo il crollo delle Twin Towers a New York, chiusi il mio studio a Milano e mi proposi ad alcune riviste come photo-editor: sai quante fotografie ho visto passare davanti agli occhi nella mia vita? Una cifra incalcolabile. Nonostante questo, ho ricevuto risposte vaghe, come se io non avessi la minima esperienza in questo campo. Ho incontrato gente che mi ha giudicato quando non aveva nemmeno un'idea di cosa sia la fotografia o di come si tiene in mano una macchina fotografica.

TG: Riviste e agenzie sono tutte morte ormai...

GV: Adesso sì, ma allora no. Quali giornali sono rimasti? Anche la Condé Nast è in crisi...

TG: Anche Vogue?

GV: Ma certo! Sono tutti in crisi, anche il Rolling Stone quante copie vende? Adesso ogni informazione è online e basta un telefono cellulare per avere tutto a disposizione.

TG: E la fotografia analogica quanto sopravviverà ancora?

GV: Io credo che verrà tutto sospeso entro una ventina d'anni, quando qualcuno deciderà che non sarà più ragionevole produrre in quel modo e che la chimica non dovrà più esistere. Le multinazionali dell'elettronica hanno lanciato un verbo che sta condizionando tutto il mercato. Si ritiene che il mondo sia ancora fertile per la vendita di macchine, specialmente nei continenti consumisticamente più giovani. Siamo tutti in mano alle decisioni di grosse strutture industriali che tendono a cambiare spesso gli standard dei loro prodotti. Per lo stesso sviluppo che ha avuto il computer 15 o 20 anni fa, il mercato della fotografia ha vissuto un rapido cambiamento di tendenze e prodotti che forse adesso sta un po' rallentando. L'abbandono della chimica, consapevolmente o meno, favorirà quei collezionisti che hanno sempre comprato la fotografia tradizionale o le immagini prodotte con le antiche tecniche.

TG: Oggi c'è maggiore richiesta di fotografia tradizionale da parte dei collezionisti?

GV: Sì, molti ricercano espressamente le vintage print. Fotografie d'autore stampate venticinque, trenta, cinquanta o più anni fa. Naturalmente, se sono state fatte da fotografi famosi è meglio; dipende tutto dalla borsa di chi spende.

TG: Faccio bene a stampare i gumprint che sono monotipi?

GV: Certo che fai bene. Tutte le tecniche manuali che utilizzano formule chimiche vanno sfruttate bene, in modo intelligente.


GV: Non è questo; è che ha reso accessibile a tutti certe possibilità per motivi commerciali, ma anche perché la tecnologia avanza. Tutto deve andare avanti, ovvio...

TG: Quando tu dici che ci sono dei soggetti più adatti alla platinotipia che cosa vuoi dire? Dipende dai contrasti? Dal gamma? O dai contenuti di bianchi e di neri?

GV: Dalla poesia. La padronanza della tecnica va bene, ma alla fine ci sono tre elementi basici dai quali non puoi prescindere: la fotografia è chimica, fisica e meccanica. La fisica può essere tradotta con la poesia; la meccanica, chiaramente, con la padronanza tecnica e la chimica potrebbe essere una condizione di espressione.

TG: Una fotografia brutta non la stamperesti mai in platino/palladio?

GV: (Pausa) Fondamentalmente no! Voglio essere onesto fino in fondo e ti dico che qualche volta mi capita di farlo, ma solo quando il piatto piange... A Roma si dice: "Fare le marchette"... E va bene, chiamiamole marchette...

TG: Tu a un fotografo hai il coraggio, anche se questo ti causa un danno economico, di dire: lascia stare!?

GV: Assolutamente sì!

TG: Fai già una selezione?

GV: Sì, perché no? Non sono io a dirlo, ma la fotografia è fondamentalmente una disciplina per pochi. E' fatta per persone che hanno qualcosa da dire e che hanno una sensibilità oltre la media e capacità tecniche non comuni. La fotografia è fatta per pochi anche perché ha dei costi proibitivi che spesso non sono nemmeno sostenibili. Ci sono progetti che non sono realizzabili, ma nonostante questo non bisogna demordere, ma anzi insistere e trovare tutte le possibilità per poterlo portare a compimento e migliorare gli aspetti culturali ed emotivi dell'essere umano. E' importante che ci sia questa possibilità ed è importante poter dare a chi lo merita il modo d'esprimersi. Ci sono fotografi che producono immagini adatte ad un tipo di tecnica, ma non ad un'altra. Sulla platinotipia è indispensabile praticare una rigida selezione.

TG: Che differenza c'è tra un'immagine al platino e una al palladio? Il palladio è meno nobile del platino? 

GV: Leggermente meno. Da un punto di vista fisico, il platino ha una colorazione metallica brillante; il palladio leggermente meno. I due metalli sono molto confondibili l'uno con l'altro. Da un punto di vista fotografico, il palladio risulta più caldo e meno caro del platino. Il platino risulta più freddo e più caro. Sia il platino che il palladio, come l'oro, sono molto suscettibili agli scambi della Borsa valori. L'aumento del valore dell'oro trascina con sé anche il prezzo di platino e palladio. In questi ultimi due giorni c'è stato un aumento nell'ordine del 22-23%. Quando io devo comprare il platino, devo tener conto anche di queste fluttuazioni. Per cui quando mi chiedono se io non ho un listino delle stampe al platino/palladio, io rispondo che non ce l'ho. Non esiste e non potrà mia esistere. Posso fornire un prezzo base di riferimento, sapendo però che ci posso rimettere, perché il giorno dopo che stampo una immagine si possono verificare degli aumenti, anche ingenti, che in genere sono intorno al 10-15%. Se non di più...

TG: Ammesso che non credo che nessuno getti mai via una stampa al platino, ma nel caso si sbagli completamente qualcosa, cosa si fa?

GV: Anche se una stampa al platino è sbagliata non andrebbe buttata via, a meno che non sia proprio un disastro o un'incidente. Una volta negli USA c'era una ditta che era specializzata nel recupero del platino e del palladio dalle stampe che venivano raccolte a questo scopo, nel caso fossero degli scarti. Era un processo lungo, ma non complicato. Questa attività è cessata, ma oggi con le tecnologie di cui disponiamo, non sarebbe male riproporre questi recuperi, anche per altri materiali, altrimenti rischiamo di buttare tutto negli inceneritori. Il riciclo è importante in tutti i settori.

TG: Tra una stampa al platino al 100% e una al platino/palladio o una al platino in forma sodica (Na2) si vedono le differenze?

GV: Certo. Una stampa al platino puro ha toni più freddi e rimane anche più scintillante, molto dipende anche dagli sviluppi che vengono utilizzati. Ammonio citrato, piuttosto che ossalato...

TG: In base a che cosa decidi di fare una stampa in un determinato modo, con un certo tipo di sviluppo?

GV: C'è poco da scegliere, i matrimoni migliori sono fatti con platino e palladio al 50% trattati con ossalato.

TG: Quando opti per una stampa al platino 100%?

GV: Se il soggetto lo merita, utilizzo il platino puro.

TG: Giancarlo, tu sei un po' matto?

GV: Io sono pazzo, mica matto!

TG: Hai dedicato la tua vita al platino/palladio?

GV: Beh, sì parecchio... è una materia talmente bella... Ho iniziato a interessarmi a questa tecnica meravigliosa nel 1982, i primi esperimenti li ho fatti a partire dal 1985, a Londra, poi sono stato negli USA.

TG: Chi ti ha suggerito di studiare fotografia a Londra?

GV: Chip Gobert, un fotoreporter americano, allora lavorava per la Sipa Press, adesso credo sia un dirigente dell'Associated Press. Ricordo, verso la fine degli anni '70, d'aver parlato anche con Roberto Koch a Roma, per cercare di capire quali potevano essere le piazze migliori per fotografare e quali fossero gli argomenti più importanti. A quei tempi, tra i luoghi più fotografati c'era l'Irlanda del Nord. Io invece ero interessato ad andare in Libano, ma rinunciai a fare quel viaggio perché non avevo garanzie per poter uscire dai guai, qualora si fosse presentato qualche problema. Ai fotografi americani e francesi chiedevo come facessero ad avere stampe in bianco e nero così belle, perché a Roma, i fotoreporter italiani non stampavano altrettanto bene. Capii così che dovevo andare a Londra, perché quella era la patria della stampa fotografica in bianco e nero. Nel giro di dieci giorni sono partito e dopo circa tre mesi ero arrivato al Joe's Basement, un laboratorio premiato dalla Casa Reale. Soltanto dopo un po' che lavoravo da Joe capii che mi trovavo in un posto prestigioso.

TG: Ah, prima non lo sapevi?

GV: No, prima avevo soltanto visto delle stampe che anziché il nome del fotografo riportavano la firma dello stampatore (printed by Roberto at the Joe's Basement). Quando sono andato da KJP, un noto fornitore di materiale fotografico, sono stati loro ad indirizzarmi da Joe e lì conobbi Roberto, anche lui era di Roma.

TG: Sei andato a Londra per imparare a stampare dagli inglesi e lì hai trovato un romano, come te, che ti ha insegnato il lavoro?

GV: E' andata così... Ma c'è stata anche la mano di Joe Andrews, il titolare del laboratorio che era sia un eccellente stampatore che un eccellente fotografo, specializzato in riprese di cavalli e caccia alla volpe. Joe era conosciuto anche in America e aveva sviluppato una tecnica tutta sua per la stampa della carta Kodak Ektalure. Joe non è stato tenero con me e per insegnarmi a stampare qualche volta mi ha assestato anche qualche ceffone. Ha insistito perché aveva capito che in me c'era assolutamente qualcosa di buono. Con Roberto mi sentivo un po' in competizione, anche perché eravamo abbastanza vicini, come età. Joe, ovviamente, era molto più paterno e da me i suoi consigli venivano molto meglio accettati, rispetto a quello che mi diceva Roberto. Joe aveva un'esperienza vastissima in campo fotografico; l'unico in cui ho riscontrato conoscenze tecniche uguali, o superiori alle sue, è stato il mio maestro di platinotipia: Dick Arentz; senza dimenticare che Dick ha appreso l'arte della fotografia da Ansel Adams e Edward Weston.

TG: La platinotipia per te è un'ossessione?

GV: No, non è un'ossessione, ma fin da ragazzo volevo trovare una disciplina che mi rendesse, in un certo qual modo, uno dei primi. Volevo distinguermi. Volevo fare qualcosa di unico ed ho trovato quello che cercavo nella platinotipia.

TG: Esistono dei segreti in platinotipia?

GV: No, direi di no. Per quanto la fotografia possa avere qualcosa di alchemico, diciamo così, da un punto di vista chimico, ci possono essere delle strutture che puoi scoprire che funzionano e possono non essere alla portata o alla conoscenza di tutti, ma alla fine, mica stiamo a fare delle magie...

TG: Dick che carta usa?

GV: Usava la Crane, una carta americana che poi non è stata più prodotta ed effettivamente quella carta permetteva di ottenere delle stampe uniche.

TG: Che cosa insegna un maestro? A guardare le cose o a fare?

GV: A pesarle.

TG: Che cosa vuol dire?

GV: Pesarle vuol dire tutto. Osservarle emotivamente dando alle cose il giusto valore, poi c'è anche l'aspetto meccanico e quello chimico.

TG: Da chi hai imparato a decidere quello che è meglio stampare al platino?

GV: Ho imparato da solo.

TG: Gli altri platinotipisti si comportano come te? Selezionano le immagini dei fotografi e decidono che cosa si può stampare e che cosa no?

GV: Non lo so. Quei pochissimi che ho conosciuto e che stampano anche per altri fanno così. Tieni presente che lo stampatore, rispetto al fotografo riesce ad avere più paragoni perché lo stampatore, solitamente, lavora con più fotografi ed ha più clienti che trattano immagini. Il fotografo, una volta che ha trattato con un cliente che gli ha commissionato un lavoro, che può essere un designer, uno stilista, o qualcuno che fa parte di qualsiasi altra categoria, che altri paragoni ha?

TG: Si seleziona solo per il platino o questa pratica esiste anche in altri casi?

GV: Esiste anche per la stampa all'argento, nel mio caso. Ma capita anche il contrario. In certi casi consiglio di non stampare in digitale, ma di fare una bella stampa all'argento per ottenere risultati più intensi. A volte, la gente però ti guarda in modo un po' strano, quasi a chiederti: "Ma come? Si può fare anche questa cosa?".

TG: Cosa può fare un fotografo per diventare più critico e oggettivo verso se stesso e migliorare la qualità delle proprie immagini?

GV: Il fotografo che vuole avere un bagaglio di esperienze superiori a quelle che gli vengono commissionate dalla sua solita clientela deve confrontarsi con se stesso e creare una propria produzione di immagine da destinare alle mostre.

TG: Nelle esposizioni il fotografo si confronta direttamente con il pubblico.

GV: Certamente, in questo modo offre a se stesso una possibilità in più alla quale attingere, creando condizioni migliori per la scelta definitiva da parte del cliente. Ogni cliente, prima di affidarsi ad un fotografo, s'indirizza su un certo numero di professionisti che possano garantirgli di realizzare il lavoro secondo le proprie esigenze; una volta convinto di chi faccia al caso suo decide chi scegliere. Se un fotografo ha più possibilità di fare vedere chi è, che cosa fa e come sa raccontare la storia di quel determinato cliente, o del suo prodotto, vedrà aumentare le probabilità d'essere selezionato per un lavoro. Ovviamente, per un fotografo è importante cercare di entrare nel giro di chi tratta il genere merceologico che sta andando per la maggiore in quel momento. E' utile sapersi trovare nel momento giusto al posto giusto: questa è una fortuna, o una capacità, che non tutti hanno. Bisogna saper individuare il mercato più redditizio o capire quale sarà la tendenza successiva, per potersi inserire subito in quel settore. Per chi ha, oltre che un certo senso commerciale, le qualità artistiche per distinguersi dal comune modo di fotografare è più semplice avere una propria clientela di riferimento. C'è poi chi non crede a queste strategie e pensa che sia indispensabile soltanto avere buone conoscenze di marketing e buoni rapporti generali. Ad ogni modo, non esistono regole e non c'è un'università che ti permetta di riuscire in questo mestiere.

TG: Come stampatore, hai una tua etica nei confronti dei clienti?

GV: Non nascondo quello che faccio, ma evito di raccontare ad un fotografo quello che fa un suo collega. A volte, capita che qualcuno te lo chieda, in quel caso non gli puoi rispondere di farsi gli affari suoi, ma gli spieghi gentilmente i motivi per i quali non glielo puoi dire. Oltre a non poter fare vedere, non si può raccontare ciò che fanno gli altri e quali clienti gli commissionano i lavori, fino a quando non viene pubblicato un lavoro.

TG: Per il colore cosa consigli?

GV: Ci sono tecniche antiche molto belle, come la gomma bicromatata o il carbone a tre colori. Ci sono tante tecniche antiche che hanno funzionato bene e che funziona ancora, anche ai nostri giorni.

TG: Hai mai fatto esperienze con l'Autochrome? O conosci qualcuno che ne ha fatte?

GV: No. (Pausa) C'è il famoso momento della curiosità in cui ad un punto della tua carriera, o della tua passione, inizi a volerne sapere sempre di più, cimentandoti in più tecniche, però poi devi decidere quello che vuoi fare e soppesare bene che cosa mettere sui piatti della bilancia. Quando arriva il momento delle scelte non puoi far finta di niente. Puoi scegliere una tecnica o alcune tecniche, ma non troppe. Quello che decidi di fare devi farlo nel modo migliore possibile e non si può eccellere in tutto. Questo è il mio modo di vedere le cose, quello che si fa va fatto al meglio. Se vuoi primeggiare in qualche disciplina è così.

TG: C'è una supremazia del monocromo sul colore? Cos'è più importante? La forma? I toni? La pulizia? Il dettaglio?

GV: Sì, un po' tutti questi elementi. Niente in particolare, ma un po' tutto nell'insieme. Che poi è la regola ti tutte le cose: ci vuole equilibrio. E un po' d'incoscienza non guasta mai... Incoscienza intesa come una forma meditativa; quella sostanza che non è materiale, ma è unicamente spirituale.

TG: Mi chiedo se un fotografo che si rivolge a te conosca veramente le possibilità del platino o lo faccia per trarne un prestigio personale?

GV: Entrambe le cose. Coloro che lo fanno per prestigio solitamente sono quelli a cui dico che le loro immagini non vanno bene. Altri invece sono consapevoli di quello che hanno fatto e dei risultati che si possono ottenere con il platino/palladio. Si rendono conto che possono avere qualcosa in più con una tecnica adatta ad esprimere quello che vogliono dire. Questi sono i veri fotografi.

TG: Abbandonerai mai la platinotipia?

GV: No, anzi, vorrei fare solo quello... ma purtroppo non posso.

TG: Quindi continui a stampare anche ai sali d'argento?

GV: Sì, utilizzo anche le ultime tecnologie digitali e va bene così, perché non tutte le immagini sono adatte al platino. Ci sono tante altre belle immagini che possono essere adatte al silverprint o al getto d'inchiostro capaci di trasmettere bene il loro messaggio che vivono di una loro identità ben precisa.

TG: Perché una stampa al platino/palladio va presentata senza vetro?

GV: Perché non serve. Le stampe al platino/palladio non hanno bisogno di protezione e poi vanno fruite così come sono nate, basta un passe-partout intorno e una bella cornice. Vanno sistemate, possibilmente, in una stanza inondata di luce naturale dove, a seconda dell'angolo di incidenza del sole sull'immagine, nell'arco della giornata, vedrai cambiare i toni della della stampa, ma non solo questo. Vedrai anche cambiare la densità e la qualità dei dettagli. La visione di una stampa al platino/palladio è un'esperienza che nessun altro tipo di stampa è in grado di darti, proprio per l'assenza di quegli effetti che non sono riscontrabili nelle altre tecniche. Le stampe al platino vivono subito dopo che sono state fatte e vivranno per centinaia e centinaia di anni.

TG: Per quanto tempo?

GV: Cinquecento o seicento anni, dipende da quanto dura la carta. Abbiamo documenti di carta di circa mille anni. Il platino essendo un metallo inerte tra i più puri vivrà per sempre. Chi investe in una stampa al platino/palladio spende bene i suoi soldi, perché di anno in anno il valore di quell'opera aumenterà sempre più.

TG: Un formato piccolo ha qualcosa in meno rispetto ad un formato grande? O è solo un'idea?

GV: La fotografia nasce piccola. Una volta, già il 13X18 era un formato grande. Gli altri formati erano il 18X24 ed il 24X30 centimetri.

TG: Chi insegue la fotografia più grande del mondo è un esaltato?

GV: No, è gente che fa pubblicità o cartellonistica, ma non fa fotografia. Per carità, ci possono essere bellissime immagini anche in cartellonistica, ma si tratta  di gente che forse vuole esprimersi con il linguaggio che adesso piace ai musei d'arte contemporanea. Oppure sono opere destinate alle pareti delle case gigantesche di personaggi super-facoltosi che hanno paura del vuoto. Però, poverini, anche se sono ricchi, sprecano una parete di 6 metri per 4 per una sola immagine. Sai che noia dopo un mese o dopo due? Io preferirei avere sulla stessa superficie una ventina di immagini, con soggetti diversi, magari realizzate con tecniche diverse. Non è meglio? Dopo un po' che guardi quelle immagini, capisci che le puoi spostare e accostarle in modo diverso. Anche questa è fotografia. Il fruitore della fotografia, inteso come il collezionista, ha anch'egli un ruolo importante e delle possibilità per esprimersi, non soltanto quando apre il portafoglio. Alla sera, prima di andare a dormire che effetto ti fa guardare alcune immagini che ti possono fare sognare meglio? Se hai un sonno tranquillo il giorno dopo ti senti bene, produci meglio e diventi un essere migliore.


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Altre informazioni e immagini su Giancarlo Vaiarelli e la Platinotipia sono disponibili su "Frammenti di Cultura".


CUNEO PHOTOTRACE 2017

programma delle mostre e degli eventi del Festival

Scrivimi – Biblioteca Fotografica” è la mostra tematica annuale dell’Associazione, nella quale si dà spazio contemporaneamente a insegnanti, esperti e allievi. Progetti e fotografi vengono selezionati ogni anno da una commissione interna che applica un sistema di ricerca della qualità, del racconto e dell’emozione. Allestita a Palazzo Samone (via Amedeo Rossi 4), la mostra sarà aperta dal primo al 24 settembre e visitabile, nei giorni di Phototrace, il sabato e la domenica dalle 9,30 alle 19.00
Tracce per memoria sono raccolte ed esposte, così come sono state rinvenute, alcune fotografie d’epoca, scattate tra la fine dell’800 e la metà del ‘900. La particolare esposizione sarà allestita nella sede di Progetto Har (via Saluzzo 28) dal 1° al 30 settembre e sarà aperta, durante Phototrace, sabato e domenica dalle 9.00 alle 19.00.
Pittura e fotografia in un connubio che non svilisce nessuna delle due arti, anzi le esalta sono al centro di “Attraversamenti” Photopaint 2017. La mostra, che vede insieme un fotografo, Ober Bondi, e un pittore, Cesare Botto, sarà allestita a Palazzo Santa Croce di Cuneo (via S. Croce, sale 11-12) dal 9 settembre al 1 ottobre e sarà visitabile sabato e domenica, durante Phototrace, dalle 9,30 alle 19.00; nelle altre date, il venerdì dalle 16.00 alle 19.00 e il sabato e la domenica dalle 10,30 alle 12,30 e dalle 16.00 alle 19.00.
Sempre a Palazzo Santa Croce (sale 15-16-17), dal 9 settembre al 1 ottobre i protagonisti saranno i “Giovani e Scattanti” , in una mostra che dà spazio a chi da poco ha preso in mano l’obiettivo e il coraggio di fotografare. Perché senza provare, senza cimentarsi, senza confrontarsi, senza sbagliare non si può imparare. Orari Phototrace: sabato e domenica 09.30 – 19.00 e nelle altre date: venerdì 16.00 – 19.00, sabato e domenica 10.30 - 12.30 16.00 – 19.00.
Cambiamo luogo, spostiamoci nel salone della Fondazione Crc di Cuneo (via Roma 17) dove, dal 22 al 24 settembre sarà allestita la mostra “Giorgio Serazzi Fotografie anni '50” , con stampe originali d’epoca selezionate dall’archivio del fotografo cuneese. Orari Phototrace: venerdì dalle 19.30 alle 23.00, sabato e domenica dalle 9.30 alle 19.00.
Dal 21 al 26 settembre Palazzo Samone ospiterà la mostra “Antiche tecniche fotografiche e alternative” a cura del Gruppo Rodolfo Namias. Giovedì 21 settembre, verrà inaugurata alle 18 al piano terra di Palazzo Samone. L’introduzione ai lavori esposti, a cura del presidente del Gruppo Alberto Novo, sarà sabato 23 settembre alle 14. Gli orari Phototrace: sabato e domenica dalle 9,30 alle 19.00 e, nelle altre date, dalle 17.00 alle 19.00.
Gumprint – Scatti nel tempo reinterpretati con una tecnica lito-calcografica sperimentale” a cura di Tony Graffio sarà in Sala Chiodini (via del Passatore 75) a Cuneo, dal 21 sttembre al 26 ottobre. L’introduzione ai lavori esposti da parte dell'autore sarà sabato 23 settembre alle ore 10.15. Orari: sabato e domenica dalle 9 alle 17 e, nelle altre date, dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 19.30.
Sempre dal 21 settembre al 26 ottobre sulla scena ci sarà anche la mostra intitolata “Platinotipia” a cura di Giancarlo Vaiarelli. Esposte in Sala Chiodini, le opere saranno introdotte dall’autore sabato 23 settembre alle 10,15. Orari sabato e d omenica: 9 -17 e nelle altre da t e 9.30 - 12.30 e 15.30 - 19.30.
Per chiudere il cerchio “Pezzi da museo”, l’esposizione di vario materiale fotografico e cinematografico d’epoca, nelle Sale di Palazzo Samone e nella Sede di Progetto Har, in concomitanza e negli orari delle mostre in atto.
Venerdì 22 settembre: alle 21, si terrà il concerto di apertura e di benvenuto a Phototrace 2017 a cura del “quHARtetto” dal titolo “Impronte di memoria (Qualcosa di tuo che resta ad aspettarti)”. Musica, fotografia ed estratti letterari nello Spazio incontri 1855-Fondazione Crc, a cui seguirà un rinfresco e un primo sguardo sulla mostra delle fotografie anni ’50 di Giorgio Serazzi.
Sabato 23 settembre: alle ore 9,00 Progetto Har e Gabriele Chiesa presenteranno Phototrace 2017 nella Sala Blu de La Guida (via Bono 5). 
Dalle 10.15 alle 11.45 in Sala Chiodini (via del Passatore 75) ci sarà l’incontro con Tony Graffio, autore di “Gum Print, scatti nel tempo reinterpretati con una tecnica sperimentale lito-calcografica”. Servizio navetta alle 10 da corso Kennedy-Palazzo Università. Dalle 10.15 alle 11.45 Giancarlo Vaiarelli presenterà la sua “Platinotipia”, sempre in Sala Chiodini, raggiungibile in navetta. Dalle 10 alle 13 visita alle mostre e alle bellezze della città storica, da Via Roma al Museo Civico e al Complesso Monumentale di San Francesco. Partenza da Via Saluzzo 28, guidati da un accompagnatrice turistica. Pausa “Pranzo in libertà”: indicazioni utili e dettagliate al Punto Informazioni nella Sede di Progetto Har, in via Saluzzo 28. Alle 14, “Namias presenta se stesso” a cura di Alberto Novo, presidente del Gruppo Rodolfo Namias, al piano terra (sala 8) di Palazzo Samone. Seguirà, alle 14,15, “La buona pratica di laboratorio chimico” sempre a cura di Alberto Novo. Dalle 15.15 alle 17.15, nella sede di Progetto Har, Christian Grappiolo terrà l’incontro “La camera gialla” sulla fotografia stenopeica, in ricordo di Ando Gilardi. Durante il laboratorio si affronteranno teoria e tecnica della scatola e del foro stenopeico, con l'autocostruzione della macchina fotografica. "Perché e come praticare le tecniche alternative oggi” è la tavola rotonda a cui prenderanno parte Luca Sorbo dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli, Alberto Novo Presidente del Gruppo Rodolfo Namias e Giorgio Bordin, fotografo, moderatrice Luisa Bondoni, direttrice del Museo della Fotografia di Brescia. Il tutto nella Sala Blu de La Guida dalle 16 alle 17.15. Avanti con la manualità: dalle 17.30 alle 19.30 nella sede di Progetto Har, Loris Lazzaretti insegnerà l’utilizzo pratico delle pellicole di grande formato a positivo diretto “Impossible”, procedendo al loro sviluppo e al lift dell’emulsione: “Banco ottico 8 x 10”. Alle 19.00, a Tetto delle Rondini, in via Tetto dell’Ola 15 - Madonna delle Grazie, si terrà “Stampa fotografica a 1000°” con Roba che Skotta, che propone una rivisitazione della fotoceramica. La nuova sperimentazione sarà a cura di Andrea Scarzello e Carlotta Cartocci, che in contemporanea offriranno, dalle 19.30, un'apericena a tutti i partecipanti. Il luogo è da raggiungere con mezzi propri. Per chi resta in città, “Cena in libertà”: indicazioni utili e dettagliate al punto informazioni nella sede di Progetto Har.
Domenica 24 settembre: alle ore 9.00, “Racconta la Cuneo che vedi”: invito esteso a tutti a fotografare portando il file da stampare nella sede di Progetto Har. Il materiale stampato verrà esposto in una “Mostra Estemporanea” nei pressi della sede di Progetto HAR. Le migliori 5 fotografie verranno votate da una giuria popolare e premiate, alle 19,30, nella sede di Progetto Har. Parallelamente, dalle 9.00 alle 18.00, nelle varie sedi di Phototrace sarà allestito un Mercatino di materiale fotografico usato, libri, cartoline, fotografie. Al via i laboratori: dalle 9.00 alle 11.00, nella Sala Bianca de La Guida e nel cortile adiacente Giorgio Bordin terrà il workshop teorico e pratico “Chi ha detto che l’oro è giallo?” La nuova Crisotipia di Mike Ware - stampa da negativo analogico in grande formato”. Negli stessi spazi seguirà, dalle 11.00 alle 13.00, la “Dimostrazione di Platinotipia” con breve presentazione teorica, di stampa, negativo digitale e negativo analogico a cura di Luigi Menozzi e Gabriella Martino. Dalle 14.30 alle 16.30 nella sede di Progetto Har, Christian Grappiolo terrà la seconda parte del laboratorio: “La Camera Gialla”: taratura della macchina, con prove pratiche di scatto e sviluppo in camera oscura. Valutazione qualità dei negativi su carta. Dalle 14.30 alle 17.00, partendo dalle sede di Progetto Har, sarà possibile visitare le mostre e le bellezze della Cuneo storica, da via Roma al Museo Civico e al Complesso Monumentale di San Francesco, accompagnati da una guida turistica. Dalle 17.00 alle 19.00 nella Sala Bianca de La Guida, Mariano Dallago, nell'incontro “Tra fotografia e design” presenterà l’idea, maturata negli anni, di “Un’altra fotografia”, un modo originale di associare la cultura fotografica ad altri linguaggi di veicolazione delle immagini.
Alle 19,30 PHOTOTRACE 2017 si chiuderà con la premiazione delle fotografie di “Racconta la Cuneo che vedi”. Immancabile la foto di gruppo e i saluti.

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