sabato 12 maggio 2018

La Stampa Alternativa di Marcello Baraghini

"C'è una rivoluzione che dobbiamo fare se vogliamo sottrarci all'angoscia, ai conflitti e alle frustrazioni in cui siamo afferrati. Questa rivoluzione deve cominciare non con le teorie e le ideologie, ma con una radicale trasformazione della nostra mente." Jiddu Krishnamurti

L'editoria è in crisi da anni; nel tempo si sono affermate nuove formule e nuovi mezzi per raggiungere il lettore, tra cui internet, l'auto-produzione, lo scambio di libri, gli audiolibri, gli ebook, l'abbattimento dei prezzi ed adesso perfino il capovolgimento del rapporto editore-lettore con l'annullamento del copyright e del concetto di possesso, oltre che del prezzo imposto. Ognuna di queste soluzioni ha i suoi pregi e i suoi difetti; Frammenti di Cultura ha già parlato più volte di auto-produzione e microeditoria che, pur avendo apparentemente intenzioni simili, hanno tuttavia un mercato leggermente diverso, anche se si rivolgono ugualmente ad un fruitore appassionato del supporto cartaceo e del prodotto editoriale di qualità. L'auto-produzione spesso è un modo per auto-promuoversi, per diffondere il proprio messaggio ad un gruppo di persone note o che fanno parte di una cerchia di contatti di nicchia che condividono interessi ben precisi; ma può anche essere un modo per stampare un prodotto particolarmente raffinato con caratteristiche artistiche particolari, in serie numerata e firmata dall'autore. La microeditoria è quel settore della comunicazione di massa in mano a piccoli imprenditori indipendenti che fanno scelte di qualità e spesso decidono di dedicarsi prevalentemente ad argomenti  e generi di loro interesse che possono andare dalla poesia, al racconto, alla saggistica, al romanzo, al fumetto, al giallo alla fantascienza e via di seguito. 
In molti casi è lo stesso micro-editore che si occupa personalmente di selezionare gli autori, seguire le varie fasi di lavorazione del libro e promuovere il prodotto. Si tratta di una forma encomiabile di artigianato culturale che lavora talvolta più  per passione che per fini commerciali.
Un altro discorso riguarda l'editoria tradizionale che si muove ed agisce secondo logiche industriali che perseguono il profitto ad ogni costo, perfino ricorrendo a sovvenzioni pubbliche, stratagemmi commerciali e contrattuali che avvantaggiano soltanto le tasche dell'imprenditore (unico), a discapito di autori, punti vendita e qualità della merce offerta alla vendita finale che, non dimentichiamolo, dovrebbe essere un prodotto di rilevanza culturale o di un qualche valore letterario...
Mi riservo di scrivere prossimamente anche di come funziona il mercato editoriale e la catena produttiva industriale, affrontando inevitabilmente un discorso più politico e organizzativo che culturale, perché mi sono reso conto che mediamente si sa poco di queste questioni, ma per ora Vi propongo una bellissima intervista ad un personaggio unico nel panorama editoriale mondiale. TG


Marcello Baraghini ad Afa 2018 con Giacomo Spazio
Marcello Baraghini ad Afa 2018 con Giacomo Spazio.

Tony Graffio intervista Marcello Baraghini

Tony Graffio: Marcello, che cos'è la Stampa Alternativa?

Marcello Baraghini: Le mie edizioni nascono come Stampa Alternativa, ma oggi mi dichiaro editore all'incontrario. Naturalmente, la stampa alternativa è alternativa a quella di regime. Nel 1969, quando dovevamo decidere come chiamarci discutemmo a lungo su nomi inglesi esotici, molto strani e alternativi, ma alla fine decidemmo di ispirarci all'underground press che ci nutriva di controinformazione.
La stampa di regime è la comunicazione di regime, mentre noi siamo l'alternativa. Oggi la stampa di regime è in mano a un delinquente naturale (nel senso che delinque anche quando non c'è bisogno) che è Berlusconi, cosa che fa sì che in Italia ci sia un editore unico, al di là del fatto che si presentino svariate sigle sul mercato. Per questo noi ci dichiariamo editori all'incontrario con una formula di vendita che prevede che il prezzo venga fatto dal lettore. I nostri libri sono senza codice a barre, si possono trovare gratuitamente in rete, mentre per le edizioni cartacee è il lettore a decidere quanto pagare. Questa è la nostra idea.

TG: Tu parli di Berlusconi, a questo proposito vorrei ricordare che anche scrittori apparentemente contro certe politiche, mi riferisco a Roberto Saviano per esempio, si rivolgono a Mondadori per veicolare e diffondere il proprio messaggio. Perché?

MB: Succede la stesso con Alessandro Di Battista, secondo il quale il male peggiore è Berlusconi e poi pubblica i suoi libri con Rizzoli. Evidentemente, a fronte di 400'000 euro ogni dignità culturale, etica e morale va a farsi benedire. I sistemi di corruzione sono a tutto campo; noi abbiamo la fantasia per svicolare dalle leggi di mercato, loro hanno  un potere di corruzione immenso. Ne: "Il Caimano" si racconta del finanziere che doveva controllare Berlusconi che invece diventa un suo uomo di fiducia. Io mi ritengo incorruttibile; all'epoca della mia militanza con il partito radicale, nel 1964, rifiutai di entrare in parlamento come deputato. Alla via parlamentare preferii quella del marciapiede; ancora oggi resisto sulle mie posizioni e più resisto più sono contento.

TG: In tutti questi anni la gente ha però smesso di leggere...

MB: Secondo me, giustamente, rifiuta certe cose. Io sono dell'avviso che tanto più l'AIE (Associazione Italiana Editori) dichiara un calo delle vendite, tanto più bisogna gioire, perché vediamo attuarsi uno sciopero dell'acquisto, non della lettura. Il paese reale non ha un sindacato che lo rappresenta e come reagisce? Evitando di entrare nelle catene di distribuzione. S'è rotto i coglioni di quel sistema e con internet scambia cultura e legge in altre maniere.

TG: Su questo punto posso anche essere d'accordo; ma non credi che il mezzo digitale però non offra al lettore la stessa capacità di concentrazione e di comprensione che offre lo stesso testo stampato su carta?

MB: Non è detto, io non lavoravo sullo schermo del computer, ma poi ho capito che per fare l'editore all'incontrario e la rivoluzione editoriale dovevo utilizzare gli unici strumenti che avevo a disposizione: il p.c. e internet. Non posso pensare di contare su qualsiasi altro strumento di comunicazione di regime. Anche quella parvenza di libertà di parola data da Farenheit, nel pomeriggio di RadioRai3, è solo una sega che mi ha fatto capire che non mi vogliono. Cercano di ottenere una diversa messa cantata da quella proposta dalle radio commerciali, però si tratta sempre di una messa cantata. Per questo, ho imparato ad usare l'unico mezzo di comunicazione che ho a disposizione. La mia sfida è con i nuovi lettori, perché i vecchi stanno morendo. I lettori colti che ancora inneggiano alla carta stanno scomparendo: per malattia, solitudine e a causa dell'età.

TG: Siamo obbligati a dedicarci solo al computer?

MB: Certo. Io che cosa vendo ai ragazzini? Le magliette di Alda Merini o di Basaglia. Quando per un compleanno comprano la maglietta che riporta una frase di Basaglia, anche se non lo conoscono, devono poi difenderla. Con lo smartphone devono cercare di capire e vanno a conoscere Basaglia per difendere la loro maglia. Questo è un esempio per farti capire che dobbiamo ricominciare da capo. Ricominciando dalle parole, non più dai libri.

TG: Comunque la gente legge molto meno...

MB: Legge diversamente da prima, in altri modi. L'indice di lettura non è quello delle classifiche dell'AIE. Ci sono vie trasversali che sono Strade Bianche della lettura: scambio, libri pirati, scaricamenti. Tutto è cambiato. In peggio per il regime al potere; in meglio per chi fruisce della libertà di internet. Quelli che dicono che non si legge più si sbagliano: i lettori leggono diversamente da prima, leggono di più e fanno sciopero dell'acquisto nelle catene. Ai giovani non frega un cazzo di Camilleri o di Fabio Volo che sono letti dai quarantenni e da fasce d'età più avanzate.

TG: La rivoluzione editoriale si fa anche con il prezzo?

MB: Ribaltando tutto: il prezzo lo fa il lettore. Io pubblico per amore del lettore, che faccia lui il prezzo, tanto non ho niente da perdere. Vuoi derubarmi? Sei libero di farlo. Quando non hai messo i soldi nella mia ciotola che cosa ci guadagni? Intercettando i discorsi del paese reale ho sentito questa frase: "Aò, qui non se rubba!". Sono tutti dati che traggo dal mio osservatorio popolare. Grazie ad un regime che si accanisce contro le libertà e grazie alla morte delle ideologie è possibile proporre qualcosa di diverso al lettore. Anche a me piace il profumo della carta e stampo su carta, ma lo faccio dopo aver messo i testi in rete gratuitamente. Su carta pubblico ancora con la qualità dei vecchi tipografi. Il libro di Ivan Hurricane era difficilissimo da stampare, ma è perfetto su carta. È la stampa di qualità dei vecchi tipografi di una volta, non è stampa digitale. Il profumo della carta mi appassiona, ma se io vivo di quel profumo perdo.

TG: La stampa dei libri da mille lire a che cosa ha portato?

MB: Ha fatto nascere una nuova classe di lettori: il 99% erano giovani minorenni. Nei due anni di furore dei Millelire vendetti 20 milioni di copie. Proponevo Eraclito e Marziale riprodotti con uno spirito libero ed i giovani capirono la mia proposta. Quelli che non la capirono furono i librai, perché quando entrò un concorrente sleale, pagato da Berlusconi, con libri di 100 pagine a mille lire e le copertine a colori, utilizzando però vecchie traduzioni, le librerie mi scaraventarono fuori. Se avessi resistito ancora un anno, quella rivoluzione si sarebbe compiuta e avremmo così assistito alla creazione di una nuova classe di uomini liberi e donne libere, perché leggendo si acquista la libertà. Eraclito l'ho fatto ritradurre da Luciano Parinetto ed ha venduto 200'000 copie. Anche le lettere sulla felicità di Epicuro stavano creando una classe dirigente non ideologizzata. Qualcuno ha capito cosa stava succedendo ed ha trovato la trappola agendo sui librai che ancora adesso sono l'anello debole dell'editoria. In quel momento i librai sbagliarono perché anziché aiutarmi mi cacciarono dai loro scaffali. Oggi loro hanno chiuso tutti (risata) e rimangono solo le catene di distribuzione del solito che pagò Newton Copton che era in remissione.

TG: C'era più libertà negli anni '60 o adesso?

MB: Negli anni '60, perché c'erano più pulsioni di libertà. Lo posso testimoniare: allora questo era un paese bigotto che stava rinascendo e l'insofferenza per la generazione dei padri motivava un forte desiderio di cambiamento. Io sono uscito da casa minorenne nel 1963... Le stesse pulsioni di ribellione, col cazzo che le vedo adesso! I libri da Millelire davano una risposta alla voglia di rivolta culturale, non più esistenziale; era una presa di coscienza dello sfruttamento intellettuale.


Manuale per diventare editore all'incontrario - Marcello Baraghini - Babbomorto Editore

TG: Cosa mi consiglieresti di leggere per capire meglio quello di cui parli?

MB: Potresti leggere il manuale per diventare un editore all'incontrario, purtroppo adesso ne ho solo due o tre copie che mi sono state donate e che ho già promesso ad amici. Non ti posso fare dono della copia cartacea, l'avrei fatto volentieri, ma presto lo metteremo online.

TG: Quale sarà il futuro della lettura? Ci sarà un futuro?

MB: Sì, la gente continuerà a leggere, ma su supporti diversi dalla carta. Il cartaceo vivrà in parallelo, ma in maniera subordinata al digitale e alla possibilità d'essere letto sulla rete. Per quanto riguarda me, il cibo per la mente deve essere libero in rete. Bisogna abbattere il codice a barre e il copyright. L'atto d'amore per il lettore parte dalla qualità della proposta, se poi ti piace mi chiedi una copia cartacea e io te la mando pagando anche le spese postali.

TG: Spostandoci ancora un po' più in là nel futuro, tu credi che le macchine potranno creare una loro letteratura e dimostrarsi creative?

MB: No, il computer è un cavallo selvaggio che va domato. Io da poco mi sto dedicando al computer, ma da quando smanetto ho riacquistato una grande quantità di contatti pur vivendo nella campagna estrema. Non penso che il computer possa andare oltre e dimostrarsi uno strumento creativo, ma è un potente mezzo di libertà.

TG: Non pensi che attraverso il computer sia più facile manipolare l'informazione e l'autenticità dei testi?

MB: Sì, come tutto. Chi detiene il potere è contro la creatività e la libertà, dunque in qualsiasi ambito c'è una manipolazione. Sta a te difenderti. L'importante è capire il linguaggio, la brevità e tutta una serie di cose che si esprimono attraverso la rete.

TG: È difficile trovare il proprio pubblico?

MB: No, non lo è affatto.

TG: Come si fa?

MB: Devi comunicare brevemente ed efficacemente, come ho fatto con i libri Millelire che per anni sono stati criticati. Che sò questi, ma che sò questi? Ma alla fine ne ho venduti 25 milioni di copie. Siamo passati da 400 milioni di lire di fatturato a 6 miliardi in due anni, senza resi. Con le Millelire ho creato un cortocircuito al sistema di potere che ci ha messo due o tre anni per stangarmi. Adesso ci sto riprovando con altre modalità. Non voglio il circuito commerciale e non voglio le librerie; voglio abbattere il possesso e il copyright.

TG: Quanti scaricamenti vengono effettuati dai tuoi link ai libri digitali?

MB: Qualche migliaio per ogni libro.

TG: Ricevi donazioni per il tuo lavoro?

MB: Certo. C'è tutto un meccanismo di complicità che si sta rimettendo in moto. Il paese reale capisce; il problema è quello di raggiungerlo e di fare una proposta giusta, secca, non ideologica, ragionevole e motivata.


TG: Mi sono accorto che s'è creata anche una forma di collezionismo intorno ai tuoi Millelire; per esempio conosco Matteo Guarnaccia e mi sono reso conto che un libricino con le sue illustrazioni è molto ricercato. Che cosa ne pensi di questa situazione?

MB: Che ce posso fà? Non accumulo copie e non approfitto di certe cose. Se avessi avuto alcune decine di copie dei miei libri avrei potuto venderle a peso d'oro, ma non è nella mia indole fare certe cose.

TG: Non hai mai foraggiato il collezionismo?

MB: Mai. Anzi, quel po' di archivio storico che avevo, l'ho regalato agli amici che sono venuti a trovarmi. Il dono per me è uno dei gesti più belli che si possano fare.

TG: E tu come lo vedi il collezionismo allora?

MB:  È una sorta di patologia, anche se ognuno può avere le sue motivazioni. C'è chi ha scelto di non fare l'impiegato e raccoglie un po' di materiale per rivenderlo e lucrarci. Spesso c'è della morbosità. Ho ideato collane bibliofile ed ho scelto di liberarmi di ciò che ho fatto. Il libro di qualità dev'essere libero, deve uscire dalle teche, dalle biblioteche, dagli scaffali. Come editore, devo strappare le pagine dell'Ulisse e alcune pagine delle opere importanti, per farle rivivere. Devo trovare il modo di riproporre alcune pagine che valgono da sole l'intera opera. Nessun giovane leggerà mai L'Ulisse di Joyce interamente, ma se io estraggo quattro pagine e faccio due libri Bianciardini gratuiti ad un centesimo, vuoi vedere che si ritorna a leggere anche l'Ulisse? Per questo devo strappare l'Ulisse dalle biblioteche e devo strappare alcune pagine dal libro.

TG: Va alleggerito?

MB: Va riproposto con altre modalità. Tutto deve ripartire con altre modalità.

TG: Beh, ma strappare delle pagine vuol dire fare un intervento anche sull'opera creativa.

MB: No, tu sei come il traduttore: il miglior traduttore quasi riscrive. Il miglior traduttore di lingua madre ha facoltà di riscrivere un'opera per portarla ai giorni nostri. Lo stesso ho fatto con Epicuro che è stato ritradotto, ma non dal potere. L'Ulisse devo farlo leggere, ma non posso metterlo in vendita a 20 o 30 euro.

TG: Per questo bisogna fare un estratto?

MB: No. Catturare alcune pagine all'interno dell'opera vuol dire farle vivere di vita propria. Ho pubblicato l'arte della gioia di Goliarda Sapienza che è diventato un caso nazionale. Il primo capitolo è già un libro. Alcune pagine di Joyce sono un racconto, leggendo bene quelle pagine vai a vedere Dublino.

TG: Marcello, ti ritieni ateo o agnostico?

MB: Ateo al 100%. Accanitamente ateo.

TG: Cos'è la morte per un ateo?

MB: Non mi pongo il problema. Più invecchio più non me ne fotte un cazzo della morte. Più mi soddisfa quello che faccio, meno vengo turbato dal pensiero della morte. Un anno fa ho piantato un querceto, più di 150 querce...

TG: Un tuo libro preferito o una tua lettura ricorrente?

MB: Le mie letture preferite sono quelle della ribellione, pertanto Keruac e le pagine anticlericali. Da Ernesto Rossi alla scuola radicale. Nasco con quella saggistica e scarto la fascinazione per le ideologie e le religioni. Le varie forme di potere, anche quelle apparentemente più libertarie, ti incatenano e ti imprigionano. L'anti-potere per me è rappresentato  da Krishnamurti che andava a diffondere un certo pensiero, poi spariva non esercitando nessun potere sugli altri.


Marcello Baraghini, 74 anni, Editore all'incontrario.
Marcello Baraghini, 74 anni, Editore all'incontrario.


martedì 8 maggio 2018

Fumetto, auto-produzione, robot, impegno sociale, morte e immortalità

Ammetto che il titolo abbraccia argomenti molto distanti tra loro e apparentemente poco amalgamabili, però venerdì scorso ad AFA ho iniziato una interessante conversazione con Vincenzo Jannuzzi e sono emerse considerazioni importanti che ho pensato di riproporvi qua di seguito. Magari presentandovi anche l'ultima auto-produzione del prolifico ed instancabile maestro del fumetto indipendente. TG

Vincenzo Jannuzzi ritratto di fronte ai suoi disegni

Janù e Tony Graffio si incontrano ad AFA 2018 per una conversazione amichevole

Tony Graffio: Volevi dirmi qualcosa sull'auto-produzione?

Janù: In questo momento in cui crisi si sommano a crisi, chi non è dentro ai circuiti economici più forti sparisce dall'orizzonte del visibile. Io sono un esempio di quello che sto affermando. Sono un autore che da un a vita è impegnato a fare fumetto, ma che non appare da nessuna parte. A questo proposito, Ivan Manuppelli che è molto addentro agli ambienti del fumetto Underground ed è tra gli organizzatori di AFA mi conosce, però bisogna andare a cercarmi un po' col lanternino nel mondo delle auto-produzioni che, paradossalmente, adesso diventano più facili da affrontare perché la macchina sta sostituendo il lavoro umano, anche dove prima non era possibile farlo. La riproduzione ha così un costo più accessibile per tutti. 
È vero che la crisi ricostruisce certe distanze, però con 500-600 euro è già possibile produrre una piccola tiratura di un lavoro.

Insekten Sekte di Matteo Guarnaccia

Negli anni '70 avevamo un Matteo Guarnaccia che stampava in serigrafia 100 copie di Insekten-Sekten e li vendeva per strada, a poco, o niente. Questo era possibile perché quella produzione gli costava poco o niente.
Oggi l'auto-produzione non ti ripaga più del lavoro redazionale, se hai un libro di 100 pagine come questo (L'appuntamento  che sembrava perso) e lo riesci a vendere a 10 euro, capisci che questo succede proprio grazie ai costi abbastanza contenuti di riproduzione  e di stampa digitale. Il problema è che per disegnare 100 tavole serve molto lavoro. Togliere la parte redazionale vuol dire intervenire in Photoshop per il lettering e l'impaginazione, ma anche eseguire questi lavori da solo.

TG: Quante copie hai stampato de: "l'Appuntamento"? 

Janù: 300.

TG: Poche...

Janù: Sì poche, ma poi quando vanno ad esaurirsi le faccio ristampare. Tra un po' dovrei ritirare le nuove copie de: "Il Piccolo Principe", perché ormai non ne ho quasi più. In quel caso, l'editore l'avevo trovato senza cercarlo, lo sai, era il Museo del Fumetto... Avevo preferito tenermi delle copie per me come pagamento e penso d'aver fatto bene, perché come autore ho più possibilità di vendita o per organizzare una presentazione. Un piccolo editore ha più difficoltà in quello: anche se riesce ad avere la collaborazione dell'autore ha maggiori costi da affrontare. Il viaggio, il vitto l'alloggio... Da quel punto di vista l'autore di un'auto-produzione sa che anche quelle sono spese di cui deve farsi carico che vanno aggiunte alle voci dei costi.

TG: La difficoltà principale è quella di farsi conoscere in questo grande mondo delle auto-produzioni?

Janù: Allora, io ovunque vado per farmi conoscere mi metto a disegnare e vedo che questo è un metodo che funziona. In Valtellina, per esempio, ho fatto diverse presentazioni in librerie, biblioteche ed adesso la gente mi conosce. Anche alcune riviste locali hanno scritto di me. Certamente però non faccio più parte di quel grande circuito per il quale andavo alla Biennale di Lucca a presentare un lavoro pubblicato in Francia. Dalla Francia era venuto il direttore del Festival international de la bande dessinée d'Angoulême che mi aveva invitato ad essere l'ospite d'onore per l'edizione successiva del festival organizzato da lui... In quel caso ero stato intervistato da France 2 che poi aveva mandato in onda quella registrazione in un programma che andava in onda nell'ora di punta. Adesso, è un po' diverso e comunque ci vuole un'organizzazione piuttosto grossa. Negli anni in cui mi capitavano queste cose pubblicavo per Mondadori... adesso non mi risulta neppure che Mondadori pubblichi fumetti. Tolti Bonelli, i Manga, Marvell e altri supereroi non c'è praticamente più niente. Restano solo gli autori indipendenti che però devi andare a cercare. E quando li trovi, ti accorgi che sono in tanti a fare lavori di ottima qualità. Qui ad AFA trovi la radura dell'auto-produzione, mentre so che il Festival del Fumetto di Milano proverà a riunire anche degli autori meno Underground. C'è comunque tanta gente che sa disegnare bene e scrive belle storie.

TG: È importante frequentare una scuola e avere un buon maestro?

Janù: Sì, è importante. A scuola un buon maestro può insegnarti tante cose che altrimenti devi imparare da autodidatta impiegando più tempo e più energie per arrivare allo stesso risultato. Un buon maestro ti aiuta a raggiungere prima certe tappe e quindi ottenendo più velocemente certi risultati, poi puoi andare oltre. La lezione di un Toppi o di un Battaglia è quella. Hanno disegnato cow-boys per metà delle loro vite e dopo hanno inventato una poetica tutta loro. La scuola non va rifiutata, va presa come una parte del tuo lavoro, poi la creatività farà il resto.

TG: La creatività si può sviluppare?

Janù: Si deve sviluppare. Ritengo che un'esperienza che manca di creatività non è libera. Imparare l'alfabeto è qualcosa di necessario, ma non è che poi ti limiti a usare quelle lettere separatamente, l'alfabeto ti è utile per narrare le tue storie, per scrivere, esprimerti e conoscere. La facoltà che noi abbiamo di capire le cose e di esprimerle ci rende creativi perché siamo intelligenti, non perché qualcuno è creativo ed altri no. Qualcuno è creativo in un modo e qualcun altro è creativo in un altro modo. La creatività è innata nel nostro modo di procedere. Tu documenti delle situazioni e ogni altra cosa che fai la fai a modo tuo, perché sei libero. Anche se a volte la libertà consiste proprio nell'uniformarsi a un metodo o a una struttura che ti permette di ottenere un certo risultato. Quando si lavora ad un progetto grande, ci si muove un po' come le api. Lì sembrerebbe che si possa avere meno libertà di espressione, invece le api sono libere di comunicarsi i loro percorsi per andare alla ricerca del polline. Le api hanno un loro linguaggio e riescono a costruire le loro celle di cera con un'ingegneria raffinatissima e rigorosa, ma lo fanno attraverso infinite variabili, quindi la creatività è una costante del linguaggio anche per loro.

TG: È più complicato il linguaggio del fumetto o quello della letteratura?

Janù: Ci sono analogie, ma ci sono anche molte differenze e specificità. Ovviamente, sono due linguaggi diversi, ma è come dire che noi abbiamo l'alfabeto, la parola, la musica, il mimo e anche una certa facilità ad evocare situazioni o sentimenti. Posso indurti a sentire qualcosa con la musica o con i colori, per esempio, e ogni disciplina è una forma specifica di linguaggio che copre bene un territorio, ma collegando insieme varie forme espressive riuscirai a far capire meglio il tuo messaggio e a raggiungere il tuo pubblico. Il fumetto copre una nicchia particolare che non è più pittura, perché la pittura copre solo un tratto dell'arco temporale, il presente, mentre nel fumetto è associata la quarta dimensione che ti permette una narrazione diversa. Non è come la musica che oltre ad essere evocativa ha una sua struttura logica... questo non vuol dire che il fumetto non possa esprimere emozioni, anzi... Il fumetto ha qualcosa che manca alla musica; così come la musica ha qualcosa che manca al fumetto. Con il fumetto puoi far pensare parecchio. La cosa migliore sarebbe quella di possedere più linguaggi per riuscire a trovare il modo migliore per esprimersi.

TG: Negli anni '60 e '70 abbiamo assistito ad un exploit del fumetto, un po' ovunque; tutti lo acquistavano e lo leggevano, mentre adesso che siamo in un epoca digitale e possiamo attingere a tantissima offerta di informazione, il mercato del fumetto sta soffrendo un rallentamento nella sua didìffusione e anche le persone sembrano meno interessate a fruire di questo media; perché? Forse non è un linguaggio facilmente fruibile in maniera digitale? Il fumetto nasce sulla carta, è bello consumarlo sulla carta ed oggi c'è un po' una crisi anche del rapporto che si ha con questo materiale?

Janù: Sicuramente, quello che dici è vero; il rapporto con la carta è importantissimo e quello che stiamo vivendo è il passaggio ad un'epoca completamente diversa che utilizza mezzi diversi. L'elettronica e la telematica hanno prodotto questo cambiamento, quindi ne dobbiamo tenere conto. Il fumetto mi ha aiutato ad entrare in contatto con la gente e a farmi capire; quando viaggiavo, prima di questa rivoluzione digitale, imparavo le lingue, in modo basico, utilizzando il fumetto. Non è richiesta una grande cultura per comprendere questo linguaggio, perché il fumetto ha una capacità di sintesi alla portata di tutti. È facile disegnare un volto che ride o che piange ed è immediato associare un'immagine ad una parola o a qualche significato. In certi ambiti arriva meglio il fumetto che il computer, specie quando sei in viaggio e incontri popoli diversi. Il fumetto è un mezzo che ti permette di esprimerti con ironia, ti aiuta a distorcere la realtà e a creare delle caricature sarcastiche che la fotografia non ti permetterebbe di realizzare con altrettanta rapidità. Io distorco le immagini con un intento premeditato, con lo scopo di ottenere ciò che voglio. E non c'è macchina che tenga che riesca a fare una cosa del genere, capace di collegarti con i tuoi pensieri, con i tuoi sentimenti. La macchina umana è potentissima, il nostro bios è evolutissimo.

TG: Ecco, hai toccato un tasto interessante che mi spinge a chiederti come pensi che diventerà il nostro futuro. Che cosa succederà? Pensi che arriveremo a produrre delle macchine sofisticatissime, dei robot, capaci di creare qualcosa di nuovo? E questi robot, saranno mai creativi?

Janù: È difficile dire che cosa sia la creatività. Dico questo partendo dal presupposto che, a volte, ho trovato qualcosa d'interessate passando attraverso un errore. Se sbaglio qualcosa, quell'errore va corretto, ma prima di aggiustarlo va capito ed in quella analisi c'è già una riserva d'intelligenza che mettiamo in moto involontariamente, perché l'errore è qualcosa che non desideravamo fare. Paradossalmente, l'errore ci indica una via nuova. Non so se questo processo può accadere in una macchina.

TG: Recentemente, ho letto di robot/sommelier che fanno un lavoro che sembrava essere prettamente umano, quindi mi chiedo: dobbiamo avere paura di essere sostituiti dai robot anche nel campo della narrativa e del disegno? O del fumetto?

Janù: Se in milioni di anni noi siamo riusciti a diventare una macchina tanto complessa e sofisticata; dubito che l'intelligenza artificiale possa raggiungere prestazioni così importanti in poco tempo. Non voglio pensare che l'umano possa essere ridotto ad una macchina, a meno che una qualunque divinità nel giro di milioni di anni riesca a produrre una macchina che assomigli all'uomo. Però, mi sembra che siamo più nel campo della fantascienza che in quello delle idee concrete. È pur vero che il robot è costruito dall'uomo e per questo l'uomo ha bisogno di conoscere perfettamente la materia che vuole trasferire alla macchina in forma codificata e la macchina esegue quanto le viene richiesto dall'uomo. Non riesco a vedere in che cosa potrebbe manifestare la sua creatività una macchina... È vero che il computer risolve i calcoli miliardi di volte più velocemente dell'uomo e senza errori, però si tratta di calcoli che l'uomo ha impostato... Dubito che la macchina autonomamente possa arrivare a elaborare dei dati che non le vengano forniti dall'uomo.

TG: Enzo, hai mai trattato di queste tematiche fantascientifiche nei tuoi fumetti?

Janù: No.

TG: Non ti interessano?

Janù: Mi interessano tantissimo, specialmente quando trovano un aggancio nel sociale, perché quello che mi sta a cuore è il sociale. Sono partito ad occuparmi del sociale fin da quando avevo 4 o 5 anni. Facevo i cow-boys a modo mio. Leggevo il Vittorioso e mi spisciavo dalle risate con Jacovitti. Il mio personaggio era un cow-boy un po' imbranato che si bruciava accendendo il fuoco e cose di questo tipo.

TG: Ma i robot ti darebbero un'infinità di spunti in ambito sociale, non credi?

Janù: Sì, però non li sento come qualcosa di mio...

TG: Ormai ci siamo... stanno arrivando tra noi!

Janù: Tu vedi questa situazione già in certi termini, mentre io non mi pongo il problema se il robot potrà sostituire l'uomo. Le macchine sostituiscono l'uomo nel lavoro da molto tempo. È da decenni che creano disoccupati...

TG: Anche se qualcuno continua a volerci convincere che grazie ai robot ci sarà più lavoro...

Janù: Invece no, cresce solo la ricchezza per i ricchi. Bisogna intendersi sui termini... Certo la macchina sostituirà l'uomo, ma non per questo io non tromberò più la mia bella perché la macchina non mi farà fare fatica!


TG: Eh, invece parlano anche di robot sessuali.

Janù: Sì, lo so, puoi insegnare alla macchina a fare quel gesto, forse ci sono già, però non è la stessa cosa. Attenzione, perché queste tematiche possono essere utilizzate un po' in mala fede. Ti faccio un esempio: chi adesso sta pensando di scatenare una guerra nucleare, nello stesso tempo si sta preoccupando di organizzare dei viaggi su Marte; oppure vuole venderti il bunker anti-atomico. Questi signori hanno tutto l'interesse a maneggiare il problema in modo che tu pensi di riuscire a salvarti. Con 700'000 $ forse puoi prenotare un biglietto di solo andata per Marte. Ti diranno che possiamo salvarci e riprodurre il nostro bios nello spazio, ma è un discorso troppo riduttivo che poi ti nasconde il fatto che i robot sono stati introdotti per mandare a casa gli operai. Ma ti sembra che un operaio sia soltanto un uomo che stringe un bullone come si vedeva in Luci della città di Charlie Chaplin? Non è così. È riduttivo vedere l'uomo a questa stregua. Però, è vero che la macchina sostituisce l'uomo tutti i giorni. Ti immagini due robot che dialogano come noi stiamo facendo adesso? Io non credo che arriveremo mai a questo punto.

TG: È anche vero che il dialogo tra simili si sta riducendo sempre più...

Janù: Vero, però questo non significa che la macchina arriverà a sostituire l'uomo. Noi abbiamo perduto la bellezza degli anni '60, la vita di quei giorni, incontrasi a Brera al Jamaica e tutto il resto... Forse che le macchine sono riuscite a replicare tutto quello? Abbiamo perso parte della nostra umanità che è stata trasformata in profitto. Gli affitti a Milano costano cento volte di più. Se prendi un té adesso in un bar del centro lo paghi 13 euro... La logica che sottende certe problematiche la si può riconoscere e comprendere abbastanza facilmente. Capisci perché prediligo un discorso sociale, se vuoi anche più polemico? Non voglio rischiare di andare fuori tema e fare discorsi futuribili; a me non interessa la fantascienza, se non per ricondurci ad un discorso concreto. Ci sono già ottimi scrittori che scrivono di fantascienza che io apprezzo come letteratura di maniera. Io ho bisogno di situazioni che mi aiutino a comprendere la realtà. Ci sono autori che devono illustrare ed eseguire storie che altri hanno scritto, pensato e voluto proprio secondo una scala gerarchica, cosa che sminuisce la loro creatività, d'altra parte questi autori sono abbastanza portati sugli scudi dal sistema, perché un autore che sfonda con Marvel non avrà certo di andare a vendere due o tre copie in un bar per sopravvivere.

TG: Conosci per caso Danijel Žeželj? Ha pubblicato stupende graphic novel con le edizioni del Grifo, poi è andato in America a disegnare Batman per la DC Comics, ma anche altri supereroi per Marvel e altri editori.

Janù: Di solito, gli autori migliori se li prendono proprio loro.

TG: Snaturandoli, però.

Janù: Ovvio... A loro interessa il tratto dell'artista. Non possiamo criticare l'operaio per la struttura del lavoro capitalistico della società in cui è inserito. L'operaio non è colpevole di far parte di un sistema classista che sfrutta il lavoro altrui e produce disoccupazione, esodati eccetera... In quel caso Žeželj diventa l'operaio della catena di montaggio della Marvel. Questo è il caso del geniaccio che non può esprimersi indipendentemente, ma deve trasmettere il messaggio dell'editore. Prova a parlare a certi editori di alcune tematiche e vedrai che non te le faranno passare. Non solo la sceneggiatura, neppure la "scaletta"... che sarebbe la storia succinta sulla quale poi lavorano lo sceneggiatore e tutti gli altri. Una volta provai a mandare le mie tavole disegnate a pennello alla Walt Disney quando si era trasferita da Segrate a Milano, in via Dante. Venni fatto chiamare per due o tre volte e mi dissero: "Le tavole sono belle, vorremmo farti lavorare, però dovresti...". Avevano difficoltà ad esprimere quello che volevano, ma io lo capii bene; volevano che io rielaborassi un po' la filosofia. Insomma, per loro era giusto che questa società produca milioni di morti di fame che vivono sotto i ponti, perché quello è il significato del deposito-bunker pieno di dollarazzi di Paperon de' Paperoni.
Se tu non acquisisci quella filosofia non puoi lavorare per loro e io non l'ho mai acquisita e nemmeno la voglio acquisire in futuro. Per me, non può essere bella una società in cui c'è un miliardario e milioni di morti di fame. Allo stesso modo il senatore Mc Carty aveva attuato una politica di aggressione nei confronti di chi avesse simpatie per la sinistra in modo che costoro non potessero trovare un lavoro, una casa e vivere una vita tranquilla. Pensa che Walt Disney in un primo tempo era di sinistra e poi è diventato quello che è diventato dopo un bel lavaggio del cervello. Questa è la democrazia alla Walt Disney ed è ovvio che tu non possa andare da loro a lavorare portando lì le tue storielle.

TG: Perdonami Enzo, ma perché l'Underground produce una quantità esagerata di mostri schifosi?

Janù: Io ritengo che sia una forma di critica a questo mondo. Da una parte c'è il bunker dei dollarazzi, dall'altra i mostri. La vecchietta che è stata buttata fuori di casa e va a dormire nelle scatole di cartone sotto al ponte, non va la mercato a fare la spesa, ma ci passa dopo quando le bancarelle sbaraccano per raccogliere i rifiuti che sono rimasti per terra. Questo è un mondo che fa schifo: è mostruoso! E produce mostri. L'artista ha una sensibilità che riesce a vedere queste cose, magari decontestualizza certe cose per non renderle troppo chiare, mentre io preferirei fare un'analisi critica di questa società in cui si mostrano cause ed effetti.

TG: Un po' come hai fatto tu con l'Ancillotto.

Janù: Esatto. O almeno, bisogna cercare di restare nel sociale... per quello non mi piace la fantascienza, o i generi, perché anche l'horror è un genere. Se posso, io racconto il dramma in modo lieve.

TG: Un po' alla Max Bunker?

Janù: Sì, già lui ha fatto un ottimo lavoro con il gruppo TNT che rubava ai poveri per dare ai ricchi.


Fumetto Janù

TG: Hai voglia di dirmi qualcosa sull'ultimo lavoro che hai pubblicato?

Janù: L'appuntamento è una selezione mirata delle memorie che io ho di mio fratello. Ho deciso di scrivere di lui dopo che l'ho perso. Non si tratta di un diario, ma un modo di ripercorrere quelle tappe essenziali delle nostre vite che passavano inosservate che in vece hanno avuto per noi un significato profondissimo. Queste scoperte le ho fatte nel momento in cui mio fratello è scomparso.  È un modo per osservare quello che in realtà era un rapporto normale tra persone che non vivevano insieme. Noi vivevamo in città diverse, però abbiamo ugualmente percorso una vita insieme. Rivedere a posteriori la nostra storia mi ha permesso di notare quello che di magico c'era tra di noi. Abbiamo vissuto situazioni grandiose, bellissime che immagino possano esistere in tutte le vite condivise, anche se non apparivano così speciali nel corso della vita.

TG: Quali persone si incontrano a questo appuntamento?

Janù: È un appuntamento in cui si incontrano mio padre e mio fratello. Avrebbero dovuto vedersi prima che morisse mio padre che ha tenuto l'anima tra i denti per un tempo infinito per vedere suo figlio di ritorno da un viaggio di lavoro in Africa, ma quando mio fratello arrivò al capezzale del moribondo, mio padre se n'era già andato. I due si ricongiungeranno nella tomba quando mia nipote decise di mettere le ceneri di suo padre accanto alla bara di nostro padre, all'interno dello stesso loculo. Ecco, così si compie quell'appuntamento che sembrava perduto. Non è una storia pesante: la morte fa parte della vita.

TG: Quanti anni di differenza c'erano tra te e Gennaro?

Janù: Lui aveva due anni più di me. Da piccolo io volevo sempre giocare con lui, però lui non mi voleva mai, salvo quando gli potevo essere utile. Non mi sfruttava, aveva una logica diversa; una volta fece un treno legando tra loro alcune sedie, ma gli mancava chi le trainasse, allora mi chiese se volevo giocare con lui ed i bambini più grandi. Io ero felicissimo, perché io e gli altri piccolini non vedevamo l'ora di entrare a far parte del gioco. All'interno del fumetto racconto diverse cose così.

TG: Che cosa pensi della morte?

Janù: Invecchiando vedo la morte come un fatto all'orizzonte degli eventi; gli anni che ho vissuto sono molto più numerosi di quelli che mi aspettano nel mio futuro, anche se spero che comunque siano abbondanti... Per permettermi di fare i miei lavori... Questo vuol dire che diventerò eterno, perché più vado avanti più ho progetti da realizzare. Il materialismo classico, quello riduttivo, non mi basta più, cerco di riscoprire la realtà che ho osservato e che osservo. Ti faccio un esempio: un giorno sono rientrato a casa e ho visto i miei due pesciolini rossi morti perché avevo lavato con un forte detersivo la loro boccia, ma non l'avevo sciacquata bene. Non sapevo come raccontare questa cosa a mia figlia Elena, quando era ancora bambina. I pesciolini si chiamavano Ho Chi Minh e Mao Tse Tung, non li potevo buttare nel cesso... o nella pattumiera... mai! E poi, erano i miei pesciolini, quelli che mi scodinzolavano quando mi vedevano... Allora gli faccio il funerale. Prendo una scatola di quelle di alluminio... sai di quelle dove mettono il baccalà, con tutto il rispetto per il baccalà... Nella rosticceria del supermercato. Stendo i pesciolini dentro questa scatola e li porto sul naviglio di Abbiategrasso e depongo la scatola sull'acqua del naviglio, bella, calma, senza ondine. Li seguo per un po', penso perfino all'adagio di Albinoni, sai... Ero proprio mesto, faccio il funerale e inizio a pensare a quanto possono impiegare per arrivare al mare, perché voglio che loro tornino lì da dove sono venuti. Una volta, avremmo detto che sarebbero andati nei grandi pascoli di Manitù. Faccio un calcolo e mi dico che, belìn, ci vorranno dai 10 ai 15 giorni, perché ci sono circa 200 chilometri da fare. Poi, ci saranno le rapide, le chiuse, i cespugli... All'improvviso, la barchetta che procedeva molto stabilmente, non so perché, si ribalta. I pesciolini cadono ed io vado subito a vedere dove vanno a finire, magari per recuperarli, ma non li vedo più. Spariti. Corro un po' più avanti, ma niente da fare: spariti. Allora faccio lavorare la fantasia...

TG: Pensi che il lettore abbia voglia di riflettere su un argomento come la morte?

Janù: Non lo so; a me basta che abbia voglia di leggere i fumetti in generale, il mio in particolare. Poi, magari se io gli so porgere con grazia questo argomento, può darsi che non lo tedi, non lo annoi, non lo spaventi... non gli rompa le palle, magari può anche instaurarsi una riflessione utile. Perché no?

TG: Hai qualche tipo di fede?

Janù: Io mi sento più vicino ad una forma di animismo o di paganesimo pre-cristiano. La morte è la soglia del mistero, non sappiamo cosa c'è dopo. Rifiuto le semplificazioni troppo ovvie e banali, per questo mi è più utile il paganesimo che si inventava delle storie. La merla che è venuta a fare il nido tra le mani di Elena, per me può essere davvero una reincarnazione di una madre che prende quella forma per fare visita alla figlia.

TG: È successo davvero?

Janù: Sì. Ha fatto il nido tra i vasi e ci ha lasciato due uova. Prima era a due-tre metri, poi l'ha costruito sulle mani di Elena. Quando ho a che fare con qualcosa di misterioso lascio andare la fantasia; ho bisogno di questo perché sua madre mi manca. Ritrovo le persone nel respiro dell'alba o nel colore delle ciliege...

TG: Sono sicuramente visioni poetiche.

Janù: Il paganesimo aveva visioni poetiche, anche perché se noi siamo fatti di chimica e fisica, allora noi siamo fatti anche di alba e di ciliegia. Il rosso delle ciliege era lo stesso colore delle labbra di Bruna; il suo respiro era fresco... L'alba mi fa pensare a lei.

TG: Invece, sul fatto che sembra che l'immortalità possa diventare un giorno raggiungibile, cosa dici?

Janù: Vedi, torniamo al punto di partenza: cosa rende immortali? Posso prendere un pezzo di carne e congelarlo per milioni di anni sotto i ghiacci della Siberia, ma ti sembra che quello poi sia ancora un Mammut? Non facciamo l'errore dei riccastri guerrafondai che vogliono ricostruirsi la villa nel bunker anti-atomico su Marte. La vita umana non puoi portarla su un altro pianeta, se si è sviluppata qui. Tu pensi che la vita si possa ricostruire la vita in un bunker su Marte? Questo vorrebbe dire che hai ridotto la vita a poca cosa. L'immortalità è uguale, c'è gente che ha deliri di questo genere: mi faccio ibernare... oppure mi compro qualche organo sano dal bambino africano per sostituire il mio organo fottuto e io divento eterno... Questa è una logica decadente e pervertita. Hai ridotto quel bambino a un organo e tu diventi uno che non ha capito niente della vita. L'immortalità a cui tendono alcuni falsi ideologi è una forma distorta di esistenza; è una vita ridotta ad uno stato larvale, ad una parvenza di realtà che ha ben poco di umano.

TG: Non ci interessa...

Janù: Ce l'abbiamo già! Non come individui, ma come insieme di esseri sociali. Io attraverso i miei antenati e tu attraverso i tuoi che poi diventano gli stessi, perché tutti abbiamo in comune gli stessi antenati, possiamo attingere insieme all'eternità. C'è anche da dire che il mio tempo ha molte fasi: un conto è come ero da bambino quando i miei occhi vedevano la magia in ogni cosa e un'altra sono i miei occhi da vecchio, miope, presbite e disincantato. 
Non dobbiamo sprecare il nostro modo di essere così effimeri.
Questo è quello che ci manca.


Tratto da: L'appuntamento che sembrava perso di Enzo Jannuzzi

sabato 5 maggio 2018

I pensieri di un giovane morto (Intervista a Madest)

Un fumetto che più che un fumetto è una meditazione poetica. Una storia che più che una storia è un sogno che ha al suo interno elementi autobiografici che non sappiamo a cosa facciano preciso riferimento. Ma questo non ha importanza; si tratta di dettagli dai quali Madest ha preso spunto per poterci dire che cos'è per lui la vita, la sua assenza o più probabilmente soltanto un passaggio esistenziale.
Noi non siamo il nostro corpo e neppure quello che facciamo, o quello che rappresentiamo per gli altri, ma troppo spesso ce ne dimentichiamo. Dobbiamo provare delle esperienze davvero forti per prendere coscienza di quello che siamo.
Cosa siamo davvero?
Niente.
Senza il ricordo non siamo niente. Perché oltre a non essere il nostro corpo non siamo neppure la nostra mente...
Il segno di Madest è molto particolare, molto personale, non vorrei dire naïf, perché questo aggettivo non è adatto a descrivere il suo stile, non c'è ingenuità in ciò che illustra o in ciò che fa, ma trovo che Massimo De Stefanis renda un po' più semplice a tutti la lettura e la comprensione delle vicende dei protagonisti di questa storia. È un modo per portare il lettore in un'altra dimensione, in un mondo più adatto ad osservatori di tutte le età che pur capendo che stanno assistendo ad un dramma non ne subiscono il trauma.
Più che al cospetto della morte, siamo di fronte alla trasformazione di un uomo che ha preso coscienza della realtà di non essere più un ragazzo, anche se questo discorso viene fatto in maniera un po' latente.
Il fumetto è molto bello, ha uno stile accattivante, bei colori e un prezzo di 10 euro. Io ne ho acquistata una copia. TG

XAM pensieri di un giovane morto Madest
 La dedica su Xam, pensieri di un giovane morto, è stata graffiata da Max con un punteruolo.

Tony Graffio intervista Madest

TG: Massimo, perché hai scelto lo pseudonimo: Madest?

Madest: Era il 1995, forse non esisteva ancora Wikipedia, ed io cercavo un nome che non esistesse e potesse rappresentare Massimo De Stefanis. Inoltre, in latino lo si può tradurre con facesti, parola che esprime un'idea di laboriosità, cosa che non mi dispiace.

TG: Ho capito. Che formazione artistica hai avuto?

Madest: Negli anni '80, qui a Milano, ho frequentato la scuola del fumetto, anche se facevo già parte di collettivi punk e di autoproduzione che pubblicavano fanzine.

TG: Oggi è più facile autoprodursi?

Madest: La tecnologia digitale aiuta molto. 

TG: In quante copie è stampato Xam?

Madest: Normalmente, stampo tirature limitate in 50 pezzi, poi si vedrà.

Madest ad AFA mentre incide la dedica sulla mia copia di Xam, pensieri di un giovane morto.
Madest ad AFA mentre incide la dedica sulla mia copia di Xam, pensieri di un giovane morto.

TG: Parlami di Xam.

Madest: Esce oggi per la prima volta Xam, i pensieri di un giovane morto. Si tratta di una mia auto-pubblicazione; è un fumetto che non può essere venduto commercialmente. Io infatti lo propongo solo in contesti dove vengono presentati altri lavori autoprodotti.

TG: Il sottotitolo mi ha molto incuriosito, perché da un po' di tempo a questa parte anch'io ho deciso di chiedermi cosa c'è dopo la vita. Quali sono i pensieri di Xam a questo proposito?

Madest: Xam fa un brutto incidente e va in stato di coma. Durante la sua assenza dalla vita ritengo che ci siano buone possibilità che lui formuli dei pensieri, solo che nel momento in cui esce da questa condizione di coma, Xam non ricorda più niente. Come autore, offro una serie di pensieri che Xam ha durante il coma e che perde al suo risveglio, fatto che lo porta a doversi reinserire nella vita da zero. Perdendo anche la possibilità di scrivere un libro che aveva in mente prima dell'incidente. Il titolo del libro è esattamente il titolo del fumetto.

TG: Pensavi che l'argomento della morte potesse essere interessante per tutti o la decisione di trattare di questo tema parte da una tua esperienza autobiografica? O forse ha a che vedere con l'esperienza di qualcuno che conosci?

Madest: No, anche se ho conosciuto più di una persona che è finita in coma, non è da loro che ho preso spunto. Inevitabilmente, questi pensieri sono dentro di me ed hanno a che fare con le mie scelte.

Una pagina tratta da Xam, i pensieri di un giovane morto, di Madest.
Una pagina tratta da Xam, i pensieri di un giovane morto, di Madest.

TG: Tu hai una fede religiosa di qualche tipo?

Madest: No.

TG: Ateo o agnostico?

Madest: Sono agnostico.

TG: Però alla morte ci pensano tutti...

Madest: Ci pensavo molto quando ero bambino.

TG: Cosa c'è dopo la vita?

Madest: Il nulla.

TG: Però se Xam ha avuto dei pensieri, qualcosa ci sarà dopo la vita...

Madest: I suoi pensieri ci sono perché lui li ha avuti quando era in coma.

TG: Il coma fa parte della vita o della morte?

Madest: È una soglia. Per noi vivi, quando sei in coma sei più morto che vivo, però in realtà sei lì e forse esiste un'accessibilità a quello stato specifico. Chi torna dal coma dice d'aver visto delle luci o addirittura d'essere stato in grado di sentire le persone e forse anche dell'altro...

TG: Quali sono i pensieri di un giovane morto?

Madest: Lì, si entra nello specifico della storia. Io gioco con parole e pensieri che deviano per il fraintendimento di alcuni significati. Piccoli particolari spostano il senso di un discorso e riescono a far muovere le cose che racconto. Tutto si sposta in base a come si interpretano alcune cose.

TG: Siamo sicuri di essere vivi, in questo momento?

Madest: È una faccenda un po' complessa, dipende da che punto di vista l'analizzi... Gli induisti si pongono apertamente questo problema.

TG: Per loro è tutta un'illusione.

Madest: Bisogna vedere cos'è il sogno e cos'è la vita. La vita è sogno, oppure no: sono tutte parole con le quali l'uomo gioca da millenni. Giochiamo con le parole che abbiamo a disposizione e con il senso che riescono a generare.

TG: Un morto potrebbe pensare alla vita, come noi pensiamo alla morte?

Madest: Oggi, c'è chi ritiene che grazie alla tecnologia sia possibile verificare la presenza dei fantasmi, per esempio. Alcuni programmi televisivi hanno fatto delle indagini in questo senso. I fantasmi probabilmente hanno una visione reale della vita perché vorrebbero tentare di rientrare in gioco e tornare tra noi. Non è che ci creda molto nei fantasmi, però da quando mi è successa una strana esperienza in casa, questa è una possibilità che lascio aperta a varie risposte.

TG: Cosa ti è capitato?

Madest: Ero indaffarato nelle mie questioni quando, senza apparente motivo, s'è mosso il tavolo e mi sono chiesto cosa potesse essere accaduto. Senza troppe perplessità, la mia risposta immediata è stata: "Sarà stato un fantasma...". E poi, mi sono rimesso a disegnare.

TG: Interessante.

Madest: io non ci credo più di tanto, ma questa è una possibilità che ho valutato.

TG: Questi mondi strani e misteriosi sono abbastanza presenti nella tua opera artistica?

Madest: Sì, assolutamente.

TG: Hai raccontato di queste questioni per lanciare un messaggio o per aiutarti a riflettere?

Madest: No, il  mio intento era essenzialmente quello di poter creare un'architettura che sostenesse la storia al fine di dar vita al fumetto. Il lavoro doveva portarmi ad organizzare un racconto in modo personale. Non vorrei che questo fumetto si trasformasse in un corso che spieghi come si scrive una sceneggiatura; il mio piacere è stato quello di inventare un modo per fare sceneggiatura, discostandomi il più possibile da quello che ho assimilato negli anni. So esattamente come si fanno le cose, come le case editrici vogliono che vengano fatte, ma io ho cercato di spostarmi con la libertà di poter decidere autonomamente come fare. Infatti mi auto-produco proprio per questo.

Massimo De Stefanis
Un esempio dei disegni di Madest in un'altra sua auto-pubblicazione.

TG: Hai provato a proporre il tuo lavoro ad una casa editrice?

Madest: Sì.

TG: Cosa ti hanno risposto?

Madest: Il tuo lavoro non passa perché non c'è pubblico di riferimento.

TG: Non si vende, insomma?

Madest: Non è nella linea delle case editrici, anche se ho selezionato editori che avrebbero potuto recepire un discorso nuovo.

TG: Tipo?

Madest: Ad esempio, ho interpellato alcuni amici che sono anche loro qua ad AFA, oppure Feltrinelli Comics; Logos e altri.

TG: Tutti ti hanno risposto allo stesso modo?

Madest: No, la maggior parte non ti risponde nemmeno.

TG: Ritieni che quello della morte possa essere un argomento che interessi al pubblico giovane?

Madest: Non ne ho idea, ma a qualcuno interessa. Io non sono a caccia di numeri, non vengo qua per vendere. A te il mio discorso interessa e per questo sei venuto a chiedermi delle cose. Ciò significa mettere in moto alcuni meccanismi. Io ritengo che questo argomento non possa non interessare, anche se poi ci può essere a chi piace nascondere i propri interessi. Si fa bene a pensarci, anche se qualcuno preferirebbe ritardare questo pensiero. Io sono un disgraziato che a sei anni già ci pensava.

TG: Ancora prima di quell'età, io mi chiedevo dove potevo essere prima di nascere.

Madest: Questo è un argomento che suggeriva Buddha ai suoi discepoli.

TG: Qual'è stato il lavoro più importante che hai fatto?

Madest: Spero che sarà quello che devo ancora fare; ho più di 50 anni e spazio nelle arti a più di 360°; il fumetto però è un linguaggio che ho affrontato da poco. L'ho rivalutato recentemente perché è stato l'amore della mia infanzia e della prima gioventù. Poiché, purtroppo, il mercato non mi ha permesso di inserirmi con il supporto di un editore, ho deciso per l'auto-produzione. So che non vivrò in eterno, pertanto ho fatto questa scelta, anche perché questi meccanismi sono piuttosto lenti da pensare, da realizzare, da confezionare... Figuriamoci se dovessi aspettare che qualcuno mi voglia legare veramente ad un discorso di grande distribuzione e di grandi numeri... Quanti anni ancora dovrei aspettare prima che questo avvenga? Agendo da solo, mi prendo le piccole soddisfazioni che la giornata può offrirmi, nella speranza che continuando a lavorare io possa accrescere in qualità o in notorietà. Non si capisce ancora che cosa riuscirà a farti fare un passo in più nel tuo percorso professionale.

TG: Immagino che tu per vivere faccia un altro lavoro. Fai il grafico o qualcosa del genere?

Madest: Sì, sono un artigiano, faccio il restauratore di libri.


Massimo De Stefanis al Leoncavallo per AFA 2018