mercoledì 22 marzo 2017

Raffaele Montepaone alla MIA 2017

Il giorno della presentazione alla stampa della MIA Fair 2017 ho parlato con Raffaele Montepaone.

Raffaele Montepaone alla MIA Fair 2017

Tony Graffio: Ciao Raffaele, noi ci siamo conosciuti due anni fa, sempre qua a Milano, in occasione di un'edizione di Affordable Art Fair in cui ti è stato riconosciuto il secondo premio Warsteiner; credo d'essere stato il primo a intervistarti per la qualità del tuo lavoro.

Raffaele Montepaone: Sì, è vero, era il 2015, avevo vinto un premio che mi ha dato la possibilità di esporre in quella fiera. Adesso sono qui alla fiera della fotografia d'autore come "Proposta MIA" e vivo con entusiasmo questa nuova avventura, sempre portando avanti il mio progetto "Life".

TG: Solo che adesso sei diventato molto conosciuto...

RM: Sì, in questi due anni mi è successo di tutto; ho vinto il Talent Prize, il premio speciale, ho esposto a Parigi, a Roma, a Bologna, mi hanno invitato ad Arles; sono usciti dei miei servizi su Vanity Fair, su Il Resto del Carlino ed altri giornali, il mio lavoro s'è fatto conoscere bene. Questa era la cosa che per me era più importante.

TG: Stai proseguendo il tuo lavoro di documentazione degli anziani?

RM: Sì, Life sta continuando ed andrà avanti fino a che ci saranno i "miei centenari". Poi, ho altri due progetti in cantiere. Uno uscirà molto presto.

TG: Saranno fotografie di nudo?

RM: No, è un progetto che prende spunto dalla Chiesa Cattolica, i suoi precetti ed illustra i vizi capitali; l'altro invece riguarderà il mondo degli animali.

TG: Bene, aspetteremo di vedere anche i tuoi nuovi lavori. In Francia, invece, com'è andata?

RM: Purtroppo, sono stato a Parigi proprio nei giorni in cui c'è stato l'attentato al Bataclan. Ero lì con mia moglie ad esporre al Fotofever. E' stata un'esperienza un po' forte che ci portiamo ancora dietro.

TG: Si respirava un'atmosfera un po' pesante?

RM: Sì, c'erano soldati dappertutto. Paris Photo è stata chiusa, ma Fotofever no perché quella fiera non era coperta da assicurazione. Erano giornate talmente tristi che non c'era la volontà di partecipare a questo evento, sia da parte del pubblico che da parte nostra. Siamo rimasti pochissimo tempo in galleria perché non ci andava di festeggiare durante un'evento drammatico come quello che era accaduto poco lontano.

TG: Certo.

RM: L'anno scorso, a Bologna, abbiamo partecipato al Setup e quest'anno finalmente siamo qui alla MIA, un punto d'arrivo importante. Un obiettivo al quale tengo molto. Mi presento da solo con un mio stand perché ci tengo a presentare il mio lavoro al meglio. Tante volte le gallerie non curano tutto quello che c'è dietro la fotografia come vorremmo noi fotografi. Bisogna saper raccontare bene una fotografia o un progetto, per questo volevo essere io a farlo.

TG: Hai avuto contatti con gallerie d'arte?

RM: Sì, collaboro con varie gallerie in Francia. Anche Alidem vende alcune mie fotografie, però non ho ancora trovato la galleria giusta per il mio tipo di fotografia, forse perché il mio lavoro è un po' troppo concettuale. Ormai, si propongono parole all'infinito, storytelling legati a progetti complessi, ma io credo che un buono scatto possa anche vivere ed andare avanti da solo. Sembra invece che in questo momento storico della fotografia, le gallerie ed il mercato siano orientati in modo diverso, ma per fortuna i collezionisti mi apprezzano ugualmente e comprano i miei lavori.

TG: Avevi in progetto anche un libro fotografico?

RM: Ad Arles, l'anno scorso, ho presentato un libro insieme all'AFI, l'Archivio Fotografico Italiano, che si intitola Il Bel Paese. Io ed altri cinque fotografi abbiamo raccontato l'Italia in maniera diversa attraverso soggetti differenti.

TG: Io sono stato ad Arles diversi anni fa, ma ultimamente ho sentito dire che è un festival che si è un po' ridimensionato, è così?

RM: Io purtroppo, ad Arles non c'ero, ero presente con le mie opere ed il libro, ma non di persona. E' andata bene comunque perché è lì che Ferdinando Scianna ha notato la mia mostra ed adesso che ci siamo conosciuti dovremmo collaborare ad un libro per il quale lui scriverà i testi. Ad Arles non sono andato per vendere, mentre qui a Milano è diverso, sono qui oltre che per esporre, per recuperare l'investimento che ho fatto prendendo in affitto lo stand. L'anno scorso ho anche partecipato al Festival Europeo della Fotografia al Palazzo Leone da Perego, a Legnano. In due anni sono successe davvero tante cose.

TG: Continui a fotografare i matrimoni?

RM: La mia attività di fotografo di matrimoni s'è un po' ridimensionata perché adesso ho un po' meno tempo da dedicarle; sto poco a casa. Per organizzare questa mostra alla MIA ci ho messo quasi tre mesi. Partendo dalla Calabria non è facile preparare qualcosa di carino da portare qui a Milano. Ho riversato molte energie in questo evento. Credo che a giugno riprenderò a fotografare i matrimoni perché quello è un lavoro che mi permette di fare anche altre cose. I collezionisti ci sono, ma non bastano per sostentare le mie attività espositive, i miei viaggi, i miei nuovi progetti e a pagare le spese per le fiere. Mi piacerebbe partecipare a Paris Photo; spero di poterlo fare l'anno prossimo. L'anno scorso ho avuto una bellissima esperienza esponendo a Grenoble con la Galleria Ex-Nihilo, ottenendo un grande riscontro.

TG: Chi cura la stampa delle tue fotografie?

RM: Le fotografie esposte qui sono stampate da Antonio Manta, ma lavoro anche molto con L'Archivio Fotografico Italiano e Claudio Argentiero.

TG: Prezzi?

RM: A partire da 1'200 euro, per arrivare fino a 3'500 per l'immagine che ha vinto il Talent Prize, uscita su tutte le riviste che scrivono di arte. Tutte le mie fotografie sono tirate in 5 copie più due prove di stampa. Non vado mai oltre le 5 copie. I collezionisti mi hanno chiesto di stampare soltanto 3 copie; può essere che più avanti li ascolti e faccia una tiratura ancora più limitata.

TG: Grazie mille.

RM: Grazie a te.

Raffaele Montepaone, insieme a Marshall Vernet, durante questa edizione della MIA si sono aggiudicati il Premio RAM Sarteano che consiste nella possibilità di esporre presso la Rocca Manenti dal 15 luglio a fine settembre 2017.

martedì 21 marzo 2017

Scie chimiche e cambiamento climatico: leggenda o realtà?

Fanno prima a morire tutti che a capire quello che gli sta succedendo”. Marta R.
Da molto tempo sono in contatto con una ricercatrice (il nome non è importante, non è una persona particolarmente in vista) che si muove su piani fisici, talvolta anche metafisici, per la difesa del benessere e la divulgazione delle verità nascoste dai sistemi dei poteri precostituiti, dalla Frammassoneria e dai gruppi di gesuiti che operano sotto copertura all'interno dei sistemi economici mondiali, come asserisce lei. Non c'è quasi nulla che riesca a stupirmi, ma di recente ho visto alcune trasmissioni televisive prodotte negli Stati Uniti d'America che mi hanno fatto pensare che questa mia conoscente potrebbe sempre essere stata sotto osservazione dai servizi segreti nazionali e internazionali per le sue idee ed intuizioni particolari che col tempo si sono sempre dimostrate, non solo attendibili, ma veritiere.
Non bastasse questo, ultimamente sono state diffuse anche informazioni per cui saremmo tutti spiati attraverso computer, telefonini e televisionicosa che a me era stata riportata già molti anni fa da un ex agente segreto jugoslavo. Solo che quando lui a questa lista aveva aggiunto le lavatrici, io mi ero mostrato un po' dubbioso. Tornando alle rivelazioni a 360°, non sto ad entrare troppo nel dettaglio perché ci sarebbero veramente troppe cose da dire, ma sono fermamente convinto che per evitare di essere ridicolizzati e molto probabilmente per introdurre degli elementi di disinformazione che potessero confondere meglio la gente che non sa come stanno davvero le cose, qualcuno abbia preferito divulgare certe informazioni ed abbia aperto gli X-file relativi ai dischi volanti, all'Area 51 e alla Terra Cava. Inclusi alcuni accenni alle battaglie contro i post-nazional-socialsti, che per mezzo delle loro navicelle fluttuanti nell'aria difendono gli accessi alle città sotterranee in Antartide in cui voleva introdursi, finita la Seconda Guerra Mondiale, l'Ammiraglio Richard Evelyn Byrd. Anche se qualcuno sostiene che tale guerra non sia mai terminata, tanto è vero che non è mai stato firmato un trattato di pace con la Germania. Per come sono state trattate alcune di queste notizie, mi riferisco ad una trasmissione intitolata Nasa X-file andata in onda sabato 25 febbraio, intorno alle ore 21,15, su Discovery Science (un canale televisivo, a quanto mi è stato detto, controllato dalla CIA) sul canale 405 di Sky certi ragionamenti sembrerebbero filare. Da poco è stato anche divulgato che la Grande Barriera Corallina Australiana sarebbe morta e defunta e la causa, ancora una volta è da ricercare nei cambiamenti climatici in corso. Controllati attraverso le solite scie chimiche. Qualora iniziamo ad osservare un fenomeno più semplice, ci accorgeremo che di semplice non c'è proprio niente. Ma andiamo per ordine.
Torre avvistamento chemtrails
Scie chimiche nei cieli lombardi.
Immaginatevi un edificio piuttosto discreto, dall'intonaco consumato, su una struttura architettonica dei primi del Novecento posizionata proprio nel centro del paese. Una casa che spicca tra le altre, pur non essendo molto più alta. Un punto d'osservazione ideale, dal quale si possono monitorare facilmente i velivoli ed i fenomeni atmosferici, fino all'Orizzonte interrotto dalle Prealpi. Oltre le montagne, la Svizzera. Un luogo come questo esiste; non voglio essere troppo preciso sulla sua ubicazione, anche se potrei dirvi il nome usato per definire la testata indipendente che diffonde in rete informazioni scomode e per cercare di sensibilizzare chi ha ancora a cuore il proprio destino, o anche  no, tanto sarete in grado comunque di ricavarne le fonti leggendo questo racconto. Sto descrivendo una specie di centro di ricerche privato ad elevata specializzazione con nel mirino dei propri interessi scienze, ambiente, origine dell'uomo, storia delle religioni, arte e non solo. Io ci sono stato molte volte per conoscere gli argomenti che preoccupano chi da anni ha fatto la scelta di occuparsi del benessere del suo prossimo a tempo pieno, anche se svolgere un'attività del genere non è semplice e, soprattutto, non ha praticamente alcun ritorno economico. Vorrei visitare ancora in questo edificio quasi anonimo per avere un ulteriore scambio d'opinioni con Marta R, per trovare risposte ai molti problemi che per tanti di noi sono soltanto “leggende metropolitane”, ma che ultimamente stano diventando delle realtà evidenti, accettate anche da chi fino a qualche anno fa si dichiarava totalmente scettico. Marta ha cercato di spiegarmi in maniera comprensibile ciò che il suo sito ha già pubblicato e che sta attirando sempre più l'attenzione degli scienziati veri. L'argomento è di quelli che suscitavano perfino sarcasmo e infiniti muro-contro-muro, dipende dal contesto: le cosiddette chemtrails o “scie chimiche” per lei sono una realtà.
La domanda se la ponevano in molti ed infatti le risposte che hanno iniziato a fornire le aviazioni militari e civili o gli Uffici dell'Ambiente iniziano ad essere anche abbastanza credibili, ma forse non sono ancora le risposte giuste. 
Non sappiamo esattamente chi sia stato il primo a diffondere la notizia della presenza delle scie chimiche nei cieli di tutto il mondo ed in particolare dell'Europa Occidentale, ma oramai questo “fenomeno” è sulla boccha di tutti, tanto che perfino la Street art s'è impossessata di questo stereotipo.

Chemtrails Monsanto Dario Arcidiacono
Cristo crocifisso con piantine Monsanto e Chemtrails di Dario Arcidiacono
Bisogna essere molto tenaci per venire a capo di certe problematiche; dopo qualche botta e risposta con esperti internazionali, Marta R ha continuato a chiedere ed ottenere informazioni più “tecniche” e dettagliate, anche se forse non sempre facili da prendere in considerazione. In passato, quando ero stato da lei, ero stato ricevuto nella sua abitazione/studio, dove mi aveva parlato con cortesia e professionalità, accompagnandomi attraverso una stretta scala metallica a chiocciola che porta ad una torretta d'osservazione dalla quale Marta è solita scrutare il cielo.
Ogni ora passano sopra di noi aereoplani che scaricano in cielo sostanze velenosissime e la gente ancora si chiede se questo sia un fatto reale oppure no.” 
Le rispondo che ricordo benissimo che quando ero bambino le scie di condensazione dei fumi emessi dai reattori degli aviogetti si dissolvevano nell'atmosfera nel giro di non più di trenta secondi, mentre adesso permangono per ore ed ore, arrivando perfino a disturbare le condizioni meteorologiche della giornata.
Scie chimiche
Chemtrails

Poco dopo queste considerazioni, riscendiamo per la scaletta un po' impolverata e ci inoltriamo in una sorta di saletta-riunioni multimediale dove un uomo magro e informale, dai modi estremamente amichevoli e precisi, viene subito al sodo, invitandoci a prendere posto su poltroncine diverse tra loro, probabilmente recuperate in qualche mercatino dell'usato. E' Giorgio V, esperto di reti telematiche, new economy e braccio destro di Marta. Indossa una gonna e qualche volta anche lui ha “lavorato per noi”, mi verrebbe da dire.
Sulla scorta dei dati ottenuti da collaboratori esterni, abbiamo proceduto ad una serie di verifiche preliminari e di successivi studi iconografici” ci dice Giorgio, accertandosi con rapide occhiate che non ci si stia perdendo niente della spiegazione, mentre sullo schermo di uno dei computer appare una prima immagine che ci mostra un “campo largo” di un angolo di mondo assai rurale, con campi, alberi e molto, molto cielo. Una breve scia trasversale sembra rivelare la presenza di un velivolo. “Questa è l'immagine n. 1099, il primo scenario-test che abbiamo ottenuto con i nostri programmi di simulazione.” Un attimo dopo, la fotografia si “sdoppia”, se capite ciò che intendo, e la metà di destra ripropone la stessa identica scena, ma con una scia ben superiore per lunghezza ed ampiezza. “E questo è Real 1100, vale la stessa identica situazione effigiata in “i 1099”, solo che questa è come se fosse presa dal vivo, da un aereo di linea. In estrema sintesi, se le informazioni e le specifiche chimico-tecniche e meteorologiche forniteci dall'Ente Pubblico interpellato dalla collaboratrice della quale preferisco non riferire il nome fossero esatte al 100%, ciò che vedete in “i 1099” è esattamente ciò che si sarebbe dovuto vedere da terra a quell'ora di quel giorno e con le condizioni meteo e ambientali riprodotte con approssimazione vicinissima allo zero dal programma di simulazione.”.
Da semi-razionalista con una discreta apertura mentale quale sono, non ho potuto fare a meno di dischiudere le labbra in un moto spontaneo ed imprevisto di stupore. La scia fotografata era almeno 6-7 volte più significativa di quella ricreata dalle macchine sulla scorta di minuziosi dati ufficiali.
E non è tutto - ha continuato Giorgio - perché in queste due animazioni comparate e sincronizzate che stanno ora scorrendo sul secondo computer, puoi facilmente notare come i tempi di smaltimento e persistenza delle due diverse scie siano del tutto dissimili. Il primo residuo di combustione, quello dal vero, per intenderci, perdura circa 173 volte più a lungo di quanto lecitamente atteso in base ai dati noti, utilizzati nell'animazione simulata che potete osservare nel secondo riquadro.”
Di seguito, altre immagini reali accoppiate alla loro elaborazione virtuale sono state sottoposte alla mia attenzione. Se non tutte, molte, moltissime, sembravano presentare delle difformità sensibili. Ovviamente, ho fatto di tutto per avere quelle immagini. Mi è stato risposto che si trattava di fotografie ad altissima risoluzione riprese con macchinari speciali agli infrarossi che non sarebbe stato facile rendere interpretabile tali risultati. Mi sentivo frustato per quello che sembrava essere un cortese rifiuto. Mi aspettavo una sintetica “demo” di quel che a breve sarebbe stato portato all'attenzione del pubblico di Frammenti di Cultura e, tramite i più disponibili, in modo completamente disinteressato, far pervenire questi dati a coloro che risultavano già coinvolti in questo tipo di ricerca. Diverso è il discorso su ciò che avrebbe potuto provocare effetti visivi tanto discordanti. In sintesi, cosa c'è veramente nelle scie cosiddette chimiche? I miei interlocutori sapevano bene che parlare apertamente di strani funghi mutanti e cellule semiumane danneggiate da sostanze semiuncinate che entrano nel corpo dei malcapitati passanti che poi fanno da ricetrasmittente provocando una malattia simile alla scabbia sintetica non sarebbe stata una risposta piacevole, ma mi fecero ugualmente leggere direttamente quello che avevano giù pubblicato sul loro sito
Ho pensato immediatamente di rivogermi a qualcuno per verificare e ripetere i test di cui parlavano anche Clifford E. Carnicon e Nik Begich, oltre che svariate ricerche effettuate da altri in scenari diversi che hanno perfino apportato piccole modifiche progressive ai parametri, in senso peggiorativo, vale a dire forzando i risultati verso una risposta negativa sull'esistenza di qualcosa di non dichiarato nelle emissioni dei velivoli, ma non avevo i fondi necessari per intraprendere questa strada.
Tuttavia, non mi sentivo per niente confortato da ricerche analoghe svolte da istituti autorevolissimi, sebbene il motivo finale della ricerca fosse del tutto estraneo alla questione delle scie. Mi riferisco soprattutto ai lavori sulla condensazione dei vapori al variare del contesto meteo-ambientale. E' inoltre molto facile e alla portata di tutti l'accesso a numerosi forum che hanno la fabbricazione dei motori degli aerei al centro del loro interesse; quindi anche l'aspetto più strettamente aeronautico ed ingegneristico è stato introdotto nella ricerca. Purtroppo, i risultati non sono cambiati in maniera significativa. Non so dire esattamente che cosa ci sia nelle scie che compaiono ormai ovunque nei cieli, anche se autonomamente sono in grado di formulare svariate ipotesi tutte però da dimostrare, ma di sicuro qualcosa c'è. So che questa può essere una conclusione magari poco scientifica, la mia, forse pensata a misura per noi non-scienziati; ma certo piuttosto inquietante.

Stop chemtrails
Fermiamo le scie chimiche

domenica 19 marzo 2017

Hércules Florence, il pioniere della fotografia sottovalutato dalla storia

Alla MIA Photo Fair di Milano ho incontrato anche Denise Gadelha, un'artista, educatrice e ricercatrice indipendente, direttrice del dipartimento di fotografia della Galleria Vermelho di San Paolo del Brasile. Denise mi ha detto che almeno 24 persone in giro per il mondo possono vantare la paternità dell'invenzione della fotografia, prima della presentazione al pubblico, a Parigi, presso l'Académie des Sciences e dell'Académie des Beaux Arts della Daguerrotipia, da parte di François Arago, nel 1839.

Omaggio a Hércules Florence

Tra questi scienziati c'è un posto di rilievo per Antoine Romualde Hércules Florence, un pittore nato a Nizza, nel 1804 (quando Nizza era contesa tra la Francia e l'Italia), che poi visse in Brasile e sviluppò autonomamente un suo metodo per realizzare immagini fotosensibili già intorno al 1833-1834. Certamente, gli studi di Nicephore Niépce furono precedenti a quella data, tuttavia la particolarità di Hércules Florence fu quella d'essere stato il primo ad attribuire alla sua tecnica il nome di "Fotografia", oltre che d'essere riuscito a fissare l'immagine duplicata a contatto sulla carta fotosensibilizzata.
Nel 1825-29 accompagnò il naturalista Georg Von Langsdorff in una spedizione all'interno della Foresta Amazzonica per documentare le scoperte scientifiche effettuate. Successivamente, si stabilì a San Paolo dove inventò un metodo di riproduzione dei testi scritti che chiamò "Poligraphie". Dopo aver scoperto le proprietà del nitrato d'argento, grazie al farmacista Joaquim Corrêa de Mello, iniziò a fare esperimenti in camera oscura.
La tecnica di Florence consisteva nel duplicare le immagini senza l'uso della fotocamera, impiegando una lastra di vetro ricoperta di fuliggine e gomma arabica sulla quale venivano impresse scritti o disegni con un bulino. Dopo di che, la lastra veniva posta a contatto con carta trattata con cloruro d'argento o oro. La carta veniva esposta alla luce del sole e poi fissata con un ulteriore trattamento chimico.
Purtroppo, le ricerche di Hércules Florence non andarono molto oltre quei risultati, a causa del contesto socio-economico del Brasile di quegli anni. Florence era un uomo di carattere riservato e modesto, forse per questo motivo è stato sottovalutato o del tutto ignorato dalla storia della fotografia.
Attualmente, Jeff L. Rosenheim, curatore del dipartimento fotografia del Metropolitan Museum of Art di New York sta studiando la figura storica di Hércules Florence per rivalutarne l'opera scientifica. Il Brasile non è è mai visto come un di riferimento per la fotografia mondiale, ma in realtà questo paese ha una delle più antiche tradizioni in campo fotografico, anche grazie a Dom Pedro Imperatore. TG

Denise Gadela, Paulo Cordeiro de Andrade Pinto

L'Ambasciatore Paulo Cordeiro de Andrade Pinto, Console Generale del Brasile in Milano, a destra Denise Cordelha ed altri funzionari nello stand della fotografia brasiliana alla MIA 2017.


Gabriele Corni: soggetti in apnea immersi in un tempo fluido

"Il tempo è il contenitore delle nostre esistenze." GC

Al MIA sono stato attratto dallo stand di Gabriele Corni che è stato studiato e montato in modo curatissimo. Dall'esterno non si scorgevano molto le immagini esposte, ma la pulizia estrema dell'insieme mi ha incuriosito e non ho sbagliato ad entrare in questo spazio magico, lontano dai clamori della fiera e dalla gente che l'affollava: è stato proprio come "immergersi" in una dimensione di calma e tranquillità dove l'autore parlava con toni bassi e suadenti a coloro che lo avvicinavano. Una nota di merito anche al perfetto allestimento e all'ottima illuminazione, molto precisa e diretta effettuata con piccoli sagomatori a luce fredda.
L'argomento trattato da Corni è il tempo sui volti dei soggetti ritratti vestiti in una vasca di acqua tiepida. Per chi come me si è sempre interessato alla rappresentazione dello scorrere del tempo, questa è stata una scoperta di grande sensibilità e delicatezza. Sicuramente uno dei lavori più interessanti esposti in questa edizione della MIA. TG

Gabriele Corni MIA 2017
Uno dei soggetti in Apnea di Gabriele Corni

Tony Graffio: Gabriele, spiegami cosa intendi rappresentare con Apnea.

Gabriele Corni: Vedi, con questo progetto voglio raffigurare l'immersione nel tempo che è il contenitore delle nostre esistenze, ma il problema era: come raffigurare questa dimensione? Io ho risolto questo problema utilizzando l'acqua.

TG: Qualcosa che si vede e non si vede, ma c'è.

GC: Esatto, il tempo non lo vediamo però ci viviamo dentro, l'idea dell'immersione in un fluido trasparente rende bene questo concetto.

TG: Per Einstein il tempo era un'illusione.

GC: (Ride)

TG: Non è facile dimostrarlo, vero?

GC: Probabilmente aveva ragione. (pausa) L'idea di fare questi ritratti nell'acqua con l'intenzione di far emergere un aspetto espressivo sincero faceva parte delle mie intenzioni. Mi sono accorto, fin dalle prime prove e dalle prime fasi di questo lavoro che mettere i soggetti in una condizione poco naturale, perché questa rimane un'esperienza che porta comunque un minimo di shock e di disagio, in qualche modo distoglie l'attenzione da quello che ti succede intorno e ti fa dimenticare che ti stanno facendo un ritratto. In questa situazione il soggetto si abbandona a se stesso e dimentica la sovrastruttura che solitamente lo farebbe preoccupare di apparire fotogenico, di riuscire bene e di mostrare il proprio aspetto migliore.

TG: Certo, nell'acqua ci si rilassa...

GC: Appunto, proprio per questo non si pensa più a voler essere belli, ma ci si lascia andare alla propria spontaneità. Questo era l'altro obiettivo di questa mia tecnica di ritratto. 

TG: Immagino che la temperatura dell'acqua giochi un ruolo importante in questa faccenda...

GC: L'acqua era leggermente calda, la temperatura veniva scelta dai vari soggetti.

TG: Come hai scelto i tuoi modelli?

GC: Ho voluto documentare il maggior numero di tipologie di persone possibili scegliendo soggetti di varie età, etnie, classi sociali e con storie diverse. Abbiamo fotografato dai ragazzi sbarcati a Lampedusa ai professionisti di successo, questo per dire che ogni esistenza, per quanto diversa, ha le sue apnee, intese come momenti di fatica e di lotta. Questa è un po' una metafora delle nostre vite in cui ognuno di noi cerca un momento di respiro e di tranquillità.

TG: Cercavi delle espressioni particolari?

GC: Volevo evitare le espressioni eccessivamente teatrali e sforzate. Facendo tantissimi scatti, è chiaro che in acqua si poteva lavorare su un'espressione più ad effetto o drammatica, ma ho scelto degli scatti che potessero raccontarmi qualcosa in modo non palesato. Ero alla ricerca di qualcosa di più intimo, qualcosa che di solito non si lascia trapelare durante un ritratto.

TG: Giancarlo, parlami un poco di te. Che formazione hai?

GC: Ho 45 anni, vivo e lavoro a Bologna ed ho frequentato scuole artistiche. Mi occupo di fotografia pubblicitaria.

TG: A quanto vendi le fotografie che hai esposto qui al MIA?

GC: Il prezzo per una stampa di formato cm 61X76 è 1600 euro. Le cornici fornite sono di alluminio e la fotografia è stata stampata su carta cotone e poi montata su Forex.

TG Chi è il tuo stampatore?

GC: Fine Stampa di Bologna che ha contribuito non poco alla riuscita delle immagini perché abbiamo lavorato molto sulla messa a punto dei toni. E' stato un lavoro impegnativo ottenere i risultati che ci eravamo prefissati.

TG: Tiratura delle stampe?

GC: Quattro copie in formato unico, più una prova d'autore.

TG: Perché i soggetti sono vestiti?

GC: Proprio per raffigurare l'immersione nel quotidiano; l'idea è quella di quasi dimenticare che ci sia l'acqua. Per me questo elemento è solo uno strumento che mi aiuta ad arrivare ad una sincerità espressiva: se non fosse presente nello scatto per me sarebbe uguale.


sabato 18 marzo 2017

Kunda Records

In passato, il mondo della discografia Underground era molto chiuso e ristretto a poche persone; attualmente, grazie ad internet, esiste una grande facilità di comunicazione e di collaborazione, per cui c'è una maggior possibilità di scambio di materiali e più occasioni per la creazione di eventi in spazi liberati, anche per chi si interessa di musica un po' estrema. E' in questo clima che opera Kunda Records.
A Madrid "Las Kundas" sono le vetture che trasportano i tossicodipendenti nelle zone periferiche dove si vende la droga. L'etichetta discografica nata da un gruppo di amici appartenenti a diversi collettivi musicali ed artistici, tra i quali Eskombros Klan, ha deciso di darsi questo nome  nel 2014, anno della sua fondazione, perché anche chi appartiene a questo gruppo si muove, non soltanto sul territorio iberico, su mezzi di trasporto sgangherati, alla ricerca di sonorità da veicolare sul supporto vinilico che diventa il vero mezzo di trasporto della loro musica.

Kunda
Kunda Records al Foa Boccaccio di Monza per il Vinyl Resistance Festival

Tony Graffio: Sono al FOA Boccaccio per il Vinyl Resistance Festival, come me ci sono i Kunda. Chi sono? Possiamo dire che si tratta di un etichetta indipendente spagnola?

Kunda: Si, esattamente. Indipendente e autogestita. Noi siamo di Madrid, abbiamo iniziato per pura passione, nessuno è pagato per questo lavoro.

TG : Perché siete indipendenti?

Kunda: Siamo un gruppo di persone che si sono unite perché ci piace questo movimento e la musica. Lavoriamo assieme. Molte persone ci aiutano. Alcuni gestiscono il bar per raccogliere soldi. Ognuno cerca di portare il proprio contributo a questo progetto.

TG: Ciascuno mette le proprie competenze?

Kunda: Si. Non abbiamo soldi, siamo gente normale, diciamo working class. Tutti i soldi per autofinanziarci arrivano dai free party organizzati all'interno degli squat e dalla gestione del bar. E poi dalla vendita dei dischi e delle serigrafie.

TG: Quanti siete?

K: Siamo in molti. Loro due hanno iniziato. E poi ci sono gli altri.

TG: Come vi chiamate?

K: Celia, Roberto, Palero, Marc, Paxe e Asis.

TG: Quindi ognuno di voi si occupa di fare qualcosa?

K: Celia si occupa della serigrafia e del disegno. Palero si occupa della musica, selezionando gli artisti. Paxe si occupa della fotografia e del graphic design insieme ad altri amici. 

TG: Da quanto tempo esiste questa etichetta?

K: Dal 2014. Ma loro avevano iniziato ad organizzare i free party dal 2004. Perché facevano parte anche di un gruppo che si chiamava Eskombros Klan Sound System.

TG: Di cosa si tratta?

K: Organizzavano feste nella zona di Madrid e nel Centro della Spagna.

TG:Tipo rave party?

K: Sì.

TG: Ma il fatto che tu viva in Inghilterra, altri a Barcellona ed in altre zone della Spagna non complica le cose?

K: Si, è difficile, ma se c'è la volontà, basta che ti muovi e si può fare. Noi ci siamo conosciuti ad un festival in Spagna, tanti anni fa, forse dieci anni fa.

TG: Dove?

K: C'eravamo conosciuti in una vigna, perché lavoravamo lì. Adesso loro chiamano questo festival Vignateca. Ci siamo conosciuti lì.

TG: E dopo avete deciso di iniziare questa attività?

K: Questo è accaduto diversi anni dopo. Diciamo per quanto riguarda il discorso dell'etichetta musicale. Ma in quegli anni noi continuavamo a sentirci, a vederci durante questi free party, una volta all'anno, a volte due o tre. Abbiamo mantenuto i contatti per molto tempo ed è stata una cosa bella. Loro spesso fanno la vendemmia in Francia, mentre io abito a Madrid. Ognuno è disperso per motivi di lavoro o per diverse situazioni.

TG: C'è qualcuno che suona tra di voi?

K: Si Palero suonerà e anche io.

TG: In un gruppo?

K: No, musica elettronica o musica Techno.

TG: Quindi questi dischi contengono la vostra musica? O quella di altri?

K: No, musica di altri. In questo disco è contenuta una mia traccia, ma negli altri ci sono diversi gruppi della Spagna. O anche di fuori Spagna, della Francia. In quest'altro ci sono due ragazzi francesi, e poi un olandese e un italiano.

TG: Quanti dischi avete prodotto?

K: Per adesso due. Il terzo è ora in produzione.

TG: E quante copie stampate più o meno?

K: Per il primo ne abbiamo stampate trecento. Per il secondo cinquecento.

TG: Come vi fate conoscere? In questi free party?

K: E' difficile. In questi anni girando e cercando di conoscere gente in posti diversi, prendendo contatti e grazie al passaparola. E conoscendo diverse etichette. Così abbiamo deciso di aprire un'etichetta indipendente. E autogestita.

TG: E' una passione?

K: Assolutamente si. Non lo facciamo per soldi.

TG: E le radio? C'è qualcuno che è interessato? Qualcuno che trasmetta i vostri dischi?

K: Loro hanno aperto una radio: "Ondas primitivas", l'anno scorso o due anni fa, a Madrid.

TG: Su Internet?

K: Si, in streaming. Era Paxe che se ne occupava. Intervista lui!

Radio Ondas Primitivas Vallecas

Paxe: La Radio Ondas primitivas è andata avanti per quattro mesi. Poco, perché il progetto tra di noi non ha preso piede e il gruppo si è sciolto. Però l’idea era molto interessante. Si trattava di una radio popolare in un quartiere popolare di Madrid.

TG: Come si chiama quel quartiere?

Paxe: Vallecas. La verità è che quella è stata una delle esperienze migliori della mia vita: gestire un programma radiofonico con parenti, amici. Poter invitare persone a partecipare, intervistarle. Lo rifarei, però non con le stesse persone (ridono tutti).

TG: Quante persone vi ascoltavano?

Paxe: Trasmettevamo sulle FM, sintonizzabile su qualsiasi mezzo, solo che era raggiungibile solo dal quartiere di Vallecas che però è piuttosto grande. Non so esattamente quanta gente ci viva perché  è molto vasto.

TG: Trasmettevate anche su Internet?

K: Sì, io la potevo ascoltare anche dall'Inghilterra e molte persone ne erano a conoscenza.

Paxe: Su Internet ci ascoltavano in pochi però la Fm era più potente. Però non so quanti ascoltatori avevamo esattamente.

TG: So che su Internet in pochi ascoltano la radio.

Paxe: Probabilmente. Su Internet a pochi interessava la musica elettronica. Può darsi che in dial fossero di più ma non so quantificare, sicuramente pochi.

TG: Ok, grazie. Quindi pensate di continuare in questo modo? Continuerete a produrre dischi? Avete delle aspettative?

K: Si, in verità pensiamo di andare avanti così.

TG. E' un po' per addetti ai lavori.

K: Vogliamo che resti underground. Adesso molti ci conoscono, ma solo all'interno di questo movimento Techno, dei free party. Non siamo interessati a vendere nei grandi negozi di dischi.

TG: Volete restare al di fuori delle mode?

K: Si, esatto

TG: Invece la stampa del vinile, mi dicevi, la fate un po' in Spagna, ma anche in Francia?

K: Gli artisti provengono da diversi posti in Europa.

TG: L’azienda che stampa dove si trova?

K: In Francia.

TG: Sai dove?

Celia: Non lo sappiamo. Se ne occupa Gon di Melting Pot che è un ragazzo che ha un negozio di vinili a Madrid e ci aiuta un po' con questo aspetto della produzione.

Melting Pot Records, calle Eugenio Salazar 52 - Madrid

TG: Vicino a Milano c'è qualcuno che lo fa, però so che anche a Milano ci sono delle etichette che si appoggiano ad una fabbrica in Repubblica Ceka per stampare, per una questione di costi.

K: E' il posto più economico. Molti vanno lì.

Paxe: Mi sto un po' informando. I costi in realtà sono simili a livello europeo, si tratta di pochi euro di differenza. Alcuni ti offrono alcuni vantaggi, altri te ne offrono cose diverse.

Celia: La differenza sta nel lavorare con un amico, questo è il nostro vantaggio, qualcuno che faccia parte del nostro giro, essere in contatto con lui. E che la pensi come noi.

Paxe: E che abbia un negozio di dischi, perciò la distribuzione è molto più veloce, più facile a livello europeo.

TG: Poi vendete i vostri dischi durante questi festival o agli eventi?

Paxe: Si, diciamo che il prodotto lo mettiamo in movimento noi stessi.

Celia: E poi on line.

TG: C'è qualcuno che vi conosce?

K: Molti. Lo conosci Toolbox Records? E’ un grande negozio di distribuzione di dischi su Internet, noi ci appoggiamo anche a loro.

TG: Grazie ragazzi.


Settimio Benedusi, il suo mare e la sua visione fotografica. (L'Orizzonte non esiste)

Settimio Benedusi
Settimio Benedusi nello stand di Still alla MIA Photo Fair 2017

Tony Graffio: Settimio Benedusi, buongiorno. Ho visto che quest'anno proponi qualcosa di diverso dal tuo genere di fotografia, me ne vuoi parlare?

Settimio Benedusi: Ciao Tony. Sì, si tratta di qualcosa di diverso, ma coerente con quello che faccio da quarant'anni a questa parte e che comunque ha a che fare con il posto da dove sono partito, perché quello che vedi nelle fotografie che sto esponendo nello stand di Still è il mare della mia città, Imperia, il Mar Ligure. E' una sorta di desiderio di tornare alle origini per dare stabilità alla mia storia, togliendo tutto il superfluo e lasciando solo l'essenziale.

TG: Ti conosciamo soprattutto come fotografo di moda, adesso ti allontani un po' da quel mondo?

SB: Sì, per circa sette anni ho lavorato con Sport Illustrated e le più belle donne del mondo in costume da bagno sui mari di tutto il mondo. Però, anche in quei momenti io stavo fotografando il mare. So che è difficile da comprendere, ma per me era veramente così. Per me si trattava di fotografare le persone al mare. Adesso, ho tolto le persone, ho tolto tutto ed ho lasciato solo il mare. Ho scelto di fotografare ossessivamente sempre lo stesso tratto di mare per trasformarlo da paesaggio ad una specie di texture che è diventata un mio linguaggio. Ho inserito fino a 12 fotografie in una medesima cornice, ma sarei potuto andare avanti all'infinito.

TG: Esatto, volevo proprio chiederti che cosa significa questo modo di presentare tante fotografie insieme. Vuoi far capire che si tratta dello stesso posto con un cielo diverso?

SB: Più che altro voglio trasformarlo. Trasformare una fotografia di paesaggio come la prima immagine di questa serie in qualcos'altro. E' come trasformare un paesaggio in un alfabeto per far coincidere qualcosa che è sotto gli occhi di tutti con qualcosa che è dentro la mia testa. Nella mia immaginazione, nel mio progetto. Quello che all'inizio è soltanto mare e cielo, alla fine si avvicina, senza mai esserlo completamente, a quello che ho nella mia testa. Questo lavoro si intitola: "L'Orizzonte non esiste" perché ho fatto qualcosa che non esiste. Basta spostarsi avanti di un metro per cambiare la linea dell'Orizzonte. In qualche maniera, ho tentato di fotografare l'infotografabile.

TG: Ho capito. Anche a te, come a Fabio Castelli, volevo fare una domanda difficilissima: puoi a spiegarmi che cos'è la fotografia d'arte? In modo comprensibile a tutti?

SB: Ah guarda, potrei risponderti subitissimo in due parole dicendoti che non lo so. Però, se posso provare ad arrampicarmi sui vetri, anche per dare a me per primo una risposta, direi che penso che sia usare un mezzo che è la macchina fotografica; così come altri usano, il pennello, la cinepresa o altri mezzi, per raccontare le cose più intime, personali e vere che fanno parte della tua vita. Nel mio lavoro commerciale racconto delle verità con la stessa intensità, con la differenza che lì sono i clienti a chiedermi di raccontare quelle cose. Qui invece il cliente sono io, quindi racconto qualcosa di mio.

TG: Che senti di più?

SB: Sicuramente. Io non vedo una grande dicotomia tra questo lavoro che presento al MIA e quello che faccio per Sport Illustrated. Si tratta comunque di aspetti di me, della mia personalità, di quello che sono e di quello che faccio. Queste fotografie però parlano sicuramente di me.

TG: La fotografia è un mondo un po' particolare, perché se dici: "Faccio arte e mi esprimo con la fotografia", subito trovi qualcuno che ti dice: "Allora sei un fotografo...", mentre ci sono altri autori che riescono a proporsi come artisti pur utilizzando il mezzo fotografico. Perché?

SB: In effetti, forse è una questione di lana caprina, però nella mia testa c'è un'enorme distinzione tra artisti che usano la fotografia, vedi Vanessa Beecroft ed altri. Cosa che è sempre più di moda. E fotografi che fanno i fotografi. Sono cose molto diverse. Io faccio fotografie da quando avevo 12 anni, so fare quello e quella tecnica mi appartiene totalmente: io sono un fotografo.

TG: Come hai iniziato con la fotografia? E' stato facile o difficile?

SB: La prima volta che ho preso la macchina fotografica in mano per fotografare, sviluppare e stampare in camera oscura è capitato tanto tempo fa. Per prima cosa ho deciso d'imparare questa professione; ho fatto l'assistente e tutta la trafila necessaria di chi vuol vivere di questo mestiere andando a bottega da altri fotografi. Mi sento di citare Paolo Gandola come mio maestro. E' stato un grande fotografo di Still Life che mi ha insegnato ad usare il banco ottico in studio, ma ho lavorato con moltissimi altri bravi professionisti. Per diventare un fotografo di successo, anche nel 2017, la ricetta è sempre la stessa. Bisogna creare una propria visione personale, intima, vera, originale. Fare il fotografo vuol dire questo: avere un punto di vista originale sul mondo.

TG: In che modo uno stampatore Fine Art ti può aiutare nel presentare la tua personale visione agli altri?

SB: In questo caso, il lavoro di Giancarlo Vaiarelli è stato fondamentale, anche perché la tecnica di queste fotografie è incredibile. Sono state scattate con un Iphone, perché volevo coniugare il massimo della contemporaneità con il massimo della classicità. Il risultato che ricercavo l'ho ottenuto scattando in digitale e facendo fare un'internegativo di grande formato da Giancarlo che poi l'ha stampato a contatto su carta tradizionale. S'è trattato di una lavorazione molto difficile che tuttavia è riuscita bene a dare l'impressione d'aver realizzato le fotografie col banco ottico, come se si trattassero di scatti fatti come una volta. Invece sono il massimo della contemporaneità.

TG: Sei soddisfatto perché hai ottenuto quello che volevi?

SB: Assolutamente sì.

TG: Grazie.

Settimio Benedusi MIA
Settimio Benedusi - L'Orizzonte non esiste