venerdì 3 marzo 2017

L'arte maestra di vita per il fotoreporter Giorgio Lotti

I grandi fotografi sono sempre sensibili all'arte e spesso hanno avuto a che fare con questo mondo che difficilmente si riesce ad inserire in margini ben precisi.
Durante una chiacchierata, non priva di piccole provocazioni, ho posto all'autore milanese alcune domande che possono essere d'aiuto a chi vuole approcciarsi a personaggi in vista di vari ambienti ed essere occasione di riflessione per chi si occupa di reportage. TG

Giorgio Lotti fotoreporter
Giorgio Lotti, fotoreporter, ha compiuto 80 anni lo scorso 14 gennaio.

Tony Graffio Intervista Giorgio Lotti

Tony Graffio: In un'intervista Enrico Cattaneo mi ha detto che un tempo, il desiderio di ogni fotografo era quello di raggiungere un po' di tranquillità economica e allo stesso tempo di poter lavorare per una testata giornalistica prestigiosa. Un po' tutti ambivano ad essere assunti da settimanali come "Epoca" o da "L'Europeo". E' così? Può raccontarmi qualcosa degli anni '60 e di come andavano veramente le cose per i fotografi? Era così difficile lavorare in questi ambienti?

Giorgio Lotti: No, era un percorso che tutti dovevano fare, io ho lavorato quattro anni al palazzo della stampa di piazza Cavour a Milano, dopo di che ho lavorato per "Settimo Giorno"; "Le Ore"; "Paris Match". Ho fatto il servizio militare e quando sono tornato a casa sono stato chiamato da Enzo Biagi, che ai tempi era il direttore di Epoca, il quale mi dice: "Giorgio, proviamo a fare un lavoro insieme, se poi mi piacerà potrei pensare di farti una proposta." Sono andato a fotografare un radiologo ad Alessandria, non mi ricordo più bene chi era perché sono passati quasi 60 anni. Al mio ritorno in redazione, Biagi ha visto le foto e mi ha chiesto di andare a lavorare per loro. Ho iniziato come collaboratore, poi sono stato assunto nel 1960 con l'arrivo del nuovo direttore Nando Sampietro.

TG: Erano i fotoreporter che decidevano i servizi di cui occuparsi?

GL: Alcuni servizi erano dettati dalla redazione o dal direttore, poi capitava che andando sul posto a verificare alcune cose, eri in grado di suggerire degli argomenti di interesse. Per esempio, ero in giro per l'Italia per occuparmi dell'inquinamento, il servizio che avevo fatto su: "Venezia muore" mi aveva aiutato moltissimo per capire questo problema, così sono stato a Londra, perché loro erano avanti sulla pubblicazione di libri sull'inquinamento. Ho studiato questo fenomeno ed al mio ritorno in Italia ho incominciato a pubblicare altre fotografie sull'inquinamento. Ho viaggiato per più di 64'000 km in automobile; non potevo chiedere alla redazione di rimborsarmi queste spese, così ho fatto questo lavoro per conto mio.

TG: In molti casi si prendeva lei il rischio di anticipare le spese?

GL: Abbiamo fatto decine e decine di lavori in questo modo. Ognuno di noi si muoveva così. Erano altri tempi però e c'era il rispetto dei direttori. Oggi se mandi un servizio ad un giornale c'è una picture editor, in genere si tratta di una persona bravina che però sceglie ed impagina le fotografie senza conoscere il problema che tratta. Biagi un giorno tornò da un servizio e mi disse: "Giorgio sei l'unico testimone di quello che hai visto, mi scegli 15 foto da pubblicare?".

TG: C'era rispetto...

GL: C'era rispetto... Adesso è venuto a mancare anche tutto il resto. Un giorno, "Panorama" mi ha pubblicato un servizio sulla Cina. Io sono stato venti volte in Cina. Mentre ero via pubblicano questo servizio ed io lo guardo attentamente. Quando vado in redazione chiedo chi ha impaginato il lavoro, mi risponde una persona alla quale dico: "Tu in Cina non sei mai stata.". "No." - Mi risponde - Ed io: "Si vede!".

TG: Lo so, però diventa difficile pensare che si possa lavorare in un mondo ideale.

GL: Aspetta... Il picture editor di Life chiamava i vari autori e diceva: "Scusa, dammi notizie su quello che hai fatto...". Oppure se eri a New York ti convocava a parlare con lui un attimo per selezionare insieme il materiale. La bravura di un selezionatore si esprime nel momento in cui ha davanti l'autore il quale ti suggerisce a cosa fare attenzione e a considerare l'importanza giornalistica di un'immagine, anche se non è pienamente riuscito lo scatto. C'era un lavoro di squadra che oggi non esiste più. Anche se, naturalmente, ogni squadra può avere i suoi difetti.

TG: Tutti hanno ridotto il personale...

GL: Non è questo. Tutti si stanno dando troppe arie.

TG: Alla fine è controproducente, che convenienza avrebbero a fare male un lavoro?

GL: C'è una tale vanità che porta le persone a chiedersi perché dividere il proprio successo con un altro. Ma non è così, io ti posso aiutare a fare meglio il tuo lavoro.

TG: Ormai, quasi tutti i posti sono occupati politicamente, è quasi impossibile trovare persone competenti che svolgono il loro lavoro con umiltà.

GL: Il problema è proprio questo. Non puoi improvvisarti fotoreporter senza fare una scuola di giornalismo. Bisogna studiare all'Università e avere una certa cultura. Ti faccio un esempio. Ero con un poeta novantenne che viveva ancora al lume di candela, aveva la sua stilografica Pelikan e dei fogli di carta particolare sui quali scriveva le sue poesie. Mentre stavamo parlando, suona il campanello della porta e si presentano due fotografi. Il poeta mi chiede di non dire niente e di lasciarli fare. Mi metto in un angolo con un libro per evitare qualsiasi possibile problema. Vedo entrare i fotografi con due enormi flash Balcar con i quali illuminano a giorno la stanza. Io resto perplesso, ma non ho ancora visto la parte migliore. Una volta sistemate le luci, i due vanno dal poeta e gli chiedono: "Professore le dispiacerebbe sdraiarsi sulla scrivania?" (Non credo proprio si tratti di Iosif Brodskij, ma evidentemente qualcuno aveva già pensato anche a questa cosa ndTG). Ecco, queste sono le fotografie che si fanno oggi. Ma siamo pazzi? E il rispetto dov'è?

TG: A questo punto, vorrei trattare un argomento un po' delicato. Avrà visto le immagini che sono passate dopo l'attentato avvenuto a Bruxelles lo scorso 22 marzo 2016. Si tratta di un falso che è stato diffuso dalle televisioni di tutto il mondo. Immagini dell'attentato dell'aeroporto di Mosca del 2011, un po' modificate, sono state spacciate per le immagini delle camere di controllo di Bruxelles.

GL: E' proprio questo il problema: pur di apparire all'altezza della situazione non sanno più cosa fare! Alterano e modificano tutto, non gliene frega niente, vogliono solo avere successo e andare in televisione.

TG: Mi scusi, non crede che ci sia della disinformazione volontaria da parte di chi dovrebbe gestire l'informazione?

GL: E' questo. Il voler essere protagonisti a tutti i costi ti obbliga poi a fare queste stronzate. Siamo in un paese in cui ormai non funziona più niente. Dimmi solo una cosa: perché devo pagare il canone Rai? Oppure, perché comprando il "Corriere della Sera" sono obbligato a pagare un giornale come "Io Donna" che parla di vestiti, scarpe e rossetti? Cosa mi interessa? Perché per leggere un quotidiano che stimo moltissimo che, insieme a "Repubblica", è uno dei più bei quotidiani del mondo, perché devo pagare anche per un giornale che non mi interessa? Questo è solo marketing.

TG: Infatti, ormai l'informazione si fa direttamente su internet.

GL: All'Università mi hanno detto che più del 48% delle informazioni su internet o sono sbagliate o non sono aggiornate.

TG: Però il 52% sono vere...

GL: Va bene, ma come si fa a distinguere il vero dal falso?

TG: E' lo stesso problema che abbiamo con le televisioni ed i giornali istituzionali che ci raccontano quello che vogliono loro... Tuttavia, non capisco come si possano passare immagini false in una situazione grave come quella che si è creata con lo scontro di civiltà e di culture che è in atto adesso nel mondo.

GL: Eh va beh, ma perché è arrivata la disonestà più completa!

TG: Siamo d'accordo, ma è grave quando chi informa arriva a fare delle messe in scena, anzi che esporre dei fatti.

GL: No.

TG: Un po' come quando lei ha detto alla madre di Giuseppe Matarazzo di mettersi un vestito nero e portare un cesto di arance... O ha detto il falso? Me lo dica lei...

GL: Non è così. Io cercavo una donna vestita di nero, ho visto arrivare quella ragazza con un cesto e ho fatto la foto.

TG: Allora si è espresso male lui? Matarazzo è un giornalista che non sa esprimersi?

GL: Forse si è confuso... Non l'ho vestita io. Mi metto a vestire la gente? Guarda, c'è una mancanza di cultura. Ti faccio un esempio: vado da Andy Warhol e la stanza è piena di fiori, faccio due scatti mentre lui era in un angolo e mi chiedo poi che cosa potrò farmene di quelle immagini. In quel momento, Warhol riceve una telefonata ed io ho il modo di pensare che la stanza è piena di fiori perché lui ha fatto un'opera che si chiama: "Flowers". Se tu non conosci le opere degli artisti, o la vita degli autori, corri dei rischi tremendi. Come fai a dirgli di sdraiarsi sulla scrivania?

Flowers di Andy Warhol

TG: Quel poeta s'è poi sdraiato veramente sulla scrivania?

GL: Certo.

TG: Perché l'ha fatto? E chi era?

GL: Non posso dirlo. Era un uomo timido. E' spaventoso quello che fanno certi giornali pur di vendere. Un giorno il mio direttore mi chiede se avevo ancora possibilità di rintracciare Arafat. Erano già passati due anni da quando l'avevo incontrato, ci penso e dico che dovrei fare una serie di telefonate. In questo tempo c'erano stati cambiamenti giganteschi, dovevo informarmi prima di poter dare una risposta. In quel momento, entra una signorina del marketing sui 28 anni laureata alla Bocconi, che dice d'avere una grande idea sul servizio su Arafat. Già che il marketing potesse avere un'idea su Arafat mi suonava strano. Il direttore invece dice alla "Bocconiana" di esprimergli la sua idea. La ragazza dice che basterebbe regalare ad Arafat un orologio d'oro*. Io devo aver fatto una faccia tale che lei se ne accorge e mi chiede cosa c'è che non va. Non contenta, per una decina di minuti mi insulta in tutti i modi. Io volevo sapere perché lei mi insultasse, ma per fortuna ad un certo momento interviene il direttore che le dice che forse sta sbagliando giornata, spiegandole che io conoscendo bene Arafat e sapendo bene che la moglie Suha gli preparava da mangiare di notte, potevo anche sapere che non era il caso di fargli dono di un oggetto d'oro.

TG: Come si trattano i personaggi molto in vista? Bisogna trattarli in modo diverso dalle persone qualsiasi?

GL: Devi seguire il loro percorso di vita, devi studiare attentamente le loro opere. Ti faccio un altro esempio: César (César Baldaccini ndTG). Chiedo all'artista quale sia la sua opera più importante, non il "pollicione", vero? Lui mi dice di no e di considerare la sua opera più importante il poliuretano. Gli chiedo conferma sull'opera che ha tagliato a fette e colorato in vario modo e lui mi dice che si tratta proprio di quell'opera. Chiedo a César dove abbia preso l'idea per creare quell'opera e lui mi risponde di aprire un cassetto. Nel cassetto ci sono delle strisce colorate. L'idea è partita da lì? Lui mi dice di sì. Ha fotografato le strisce, poi sullo stesso fotogramma ha impressionato un volto che è diventato un viso cubista. Diverso il discorso per Richard Hamilton. A lui, chiedo che cosa lo divertisse di più in vita sua e lui mi dice che gli ho fatto una domanda stupenda. Mi confessa che ciò che gli dà più piacere, prima di andare a letto, è ascoltare la Tatcher in tv che dice stronzate incredibili. Secondo te, come l'ho fotografato? A letto davanti alla tv mentre guardava la Tatcher. Se non conosci gli autori non puoi andare a fotografare cose ignobili. Devi avere rispetto della gente. Lo sai perché ho avuto successo? Proprio per il rispetto.

César abbraccia un suo "Pollicione"

TG: Era difficile contattare questi grandi personaggi?

GL: A volte li contattavo io, altre volte mi sono fatto aiutare dal giornale, poi vedi, internamente alle redazioni, a quei tempi giornalisti e fotografi erano come fratelli. La prima volta che mi hanno mandato a Pechino mi hanno chiesto di fare 16 reportage da 16 pagine ciascuno. Prima di andare a fare le fotografie sono andato all'ambasciata italiana di Pechino per farmi spiegare dall'ambasciatore come viveva il paese ed avere informazioni che mi risultassero utili.

TG: Oggi però non c'è più questo tempo...

GL: E allora si fanno le porcate...

TG: Infatti, spesso è così.

GL: Non c'è niente da fare, è un percorso obbligato.

TG: Verissimo, ma purtroppo i tempi sono cambiati.

GL: I lettori infatti stanno abbandonando i giornali, non sono mica scemi. Io non ho mai assistito a tanti licenziamenti come in questo periodo. Mi vengono le lacrime agli occhi, vorrei essere utile al mio paese...

TG: Capisco, prima però non mi ha risposto quando le ho chiesto se il grande personaggio e l'uomo della strada vanno trattati allo steso modo.

GL: Dipende da che cosa vuoi raccontare. Il problema è che in molti oggi, per diventare bravi e ricevere il Premio Pulitzer, vanno a fotografare cose incredibili. Gente accoltellata, sangue che esce dalla testa...

The White Album - Beatles 
Dopo essere stati ispirati dal mondo del circo, i Beatles decisero che la copertina del loro lavoro successivo andava un po' semplificato. L'anno successivo, hanno collaborato con l'artista pop Richard Hamilton per creare ciò che è ora conosciuto come The White Album-una superficie completamente bianca con impresso il timbro Beatles. Per aggiungere uno strato di ironia, Hamilton ha suggerito che ogni copia dovesse essere numerata singolarmente, anche se non era certo una edizione limitata. In UK ne sono state stampate almeno 600.000 copie. 
Paul McCartney ricorda che John Lennon afferrò per sé la No. 0000001.

TG: Lei lavora ancora?

GL: Sì, anche se tempo fa ho dato le dimissioni da "Panorama" perché non mi piaceva una certa situazione. Il direttore un giorno mi ha chiamato e mi ha detto: "Giorgio, allora domani cambiamo il giornale". "Va bene, dimmi di che cosa vuoi che mi occupi ed io lo faccio": Solo che a me che andavo a fotografare Arafat, Chou En Lai, Gandhi ed altri mi chiede di occuparmi di gossip... E così sono andato a dare le dimissioni.

TG: L'arte è importante per un fotoreporter?

GL: Nel 1985 avevo scoperto l'astrattismo e il colore in movimento. In tutti questi anni l'ho studiato attentamente ed ho avuto risultati incredibili. Qualche mese fa mi hanno telefonato da Firenze per i 50 anni dell'alluvione proponendomi di ricavare una mostra da un mio servizio dell'epoca. Io avrei accettato a condizione di avere un rimborso delle spese, ma mi è stato detto che non c'erano soldi. Allora buonasera...

L'alluvione a Firenze - Fotografia di Giorgio Lotti.

TG: Che rapporto ha con la fotografia digitale, la usa?

GL: Sì, perché no? Non vedo perché non dovrei usarla.

TG: E le piace?

GL: Come ogni cosa ha i suoi vantaggi ed i suoi svantaggi, come la fotografia tradizionale. Però il grosso vantaggio è che puoi portare la sensibilità anche a 12'000 Iso e non avere la grana. Quando vai a fare le fotografie Alla Scala questo è un vantaggio immenso. Per il resto non cambia niente. Mi è capitato di portare all'Università dieci stampe ottenute da una fotocamera digitale e dieci ottenute da una fotocamera a pellicola, nessuno mi ha saputo dire quali erano quelle digitali e quali quelle tradizionali. Neanche i professori. A parte che mi presento nelle scuole truccato con barba e baffi, mi sono accorto che il mondo dell'istruzione è preoccupante.

TG: Questo paese ha qualche speranza di recuperare o lo dobbiamo proprio buttare via?

GL: Sì, ha delle speranze, però vorrei sapere perché i grandi critici fotografici, i professori di fotografia e quelli che contano non hanno mai visitato l'archivio di Gianni Berengo Gardin o di Franco Fontana e di qualcun altro. Forse, ci sarebbe da imparare da loro.

TG: Ha ragione Lotti, questo è un altro argomento molto importante, ma preferirei parlarne con lei la prossima volta, è d'accordo?

GL: D'accordo, a presto allora.

*Riflessioni di un amico sapiente sull'abitudine di edulcorare i potenti e sul significato dei regali
Rendere una persona più disponibile verso di noi può essere in certi casi un'azione utile; sempre che questo modo d'agire non sconfini, come nel caso che ci è stato proposto nella versione dei fatti di Giorgio Lotti, un tentativo di comprare la benevolenza di qualcuno con una proposta di scambio inaspettata.
Anche l'adulazione può disporre positivamente qualcuno nei nostri confronti, ma come dovrebbe comportarsi una persona eccezionale in determinati frangenti?
Le persone comuni non dovrebbero essere sensibili ai doni o ai complimenti gratuiti, ma a maggior ragione colui che ha delle forti responsabilità verso i propri simili, come un politico, un uomo di Dio o un capo di stato non deve mai cedere a questo tipo di debolezze. Mettere alla prova qualcuno che è cosciente del proprio ruolo pubblico con un "regalo" prezioso o di grande valore, potrebbe anche essere visto come un modo offensivo di dichiarare quest'uomo corruttibile e poco autorevole (anche per questo la classe politica italiana ha perso ogni credibilità davanti il proprio popolo) quando invece è un personaggio che viene rispettato dalla sua gente.
Inoltre, bisogna ricordare che il regalo non è una merce di scambio: quando si consegna un regalo è finita ogni azione. Chi lo riceve non deve neanche ringraziare, perché il regalo è un atto divino. Nel caso si desideri proprio ringraziare qualcuno per il regalo ricevuto sarebbe più opportuno ringraziare Dio anziché chi ce lo ha portato che ha agito soltanto come suo servitore.

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