lunedì 27 marzo 2017

Fujifilm GFX 50S: Una fotocamera digitale di medio formato fatta per durare

Nei bei tempi andati, fino alla prima metà degli anni '60, quando ancora non esistevano le plastiche, anche i giocattoli erano fatti per durare.
Oggi, il mondo è molto diverso, si cercano sempre nuovi mercati, si sviluppano nuove tecniche di marketing e quando non si riesce a convincere il consumatore a fare il suo dovere: acquistare a più non posso, gli si impongono nuovi bisogni, introducendo nuove categorie di beni di consumo indispensabili.
Confesso d'essere un appassionato di vintage che si accaparra tutto ciò che considero prezioso, ma che adesso vale poche decine o centinaia di euro; la tecnologia contemporanea non mi impressiona più di tanto, lucine e wi-fi non hanno molta presa su di me. Quello che ricerco in una fotocamera è solidità, affidabilità, durata, risultati sicuri ed una certa praticità di utilizzo, indipendentemente dalle dimensioni e dal peso dell'oggetto che porto con me. Anche se, ovviamente, un certo comfort nel trasporto lo gradisco anch'io.
Avevo sentito dei rumors a proposito dell'uscita di una Fujifilm di medio formato (leggi anche grande formato in digitale), già da un paio d'anni, ma quando avevo interpellato Matilde Cicchelli della Comunicazione di Fujifilm non mi erano arrivate risposte molto possibiliste in questo senso. Eppure, Fujifilm stava lavorando a questo progetto in modo serio, fino a quando è riuscita ad ottenere un prodotto degno del nome di questa grande azienda giapponese che da sempre ha un occhio di riguardo per il settore professionale.
Le fotocamere Fujifilm avevano un loro stand e una zona teatro di posa per la loro prova, all'interno dell'appuntamento International Photo Project 2017, La Habana, Milano, New York, presso lo spazio Messina Due della Fabbrica del Vapore di Milano. Sito dove sono stati presentati i lavori di 10 fotografi under 35, per ognuna delle tre nazioni da raccontare, per un totale di 30 fotografi e circa mezz'ora di immagini proiettate in dissolvenza.
L'occasione era ghiotta e non me la sono lasciata sfuggire. 
Le fotografie dei 30 fotografi erano molto belle, ma non sono riuscite a catalizzare l'attenzione dei presenti quanto la possibilità di smanettare le fotocamere di Fujifilm. In questo caso, si potrebbero fare molte riflessioni e credo che se ognuno di noi traesse le proprie conclusioni al riguardo di questo fatto, probabilmente si arriverebbe a migliaia di risultati diversi. Personalmente, non mi sento in grado di propinarvi le mie verità, anche se credo che in parte l'esposizione non sia stata studiata al meglio. Sia perché la proiezione in un ambiente molto luminoso, con il sole proprio alle spalle degli schermi non inducesse il visitatore ad apprezzare pienamente le immagini esposte, sia perché ormai è difficile presentare qualcosa di inedito o di nuovo. Abbiamo già visto tutto, nulla ci sorprende più e poi, diciamocelo, nell'era del digitale le belle immagini sono davvero alla portata di tutti. Tutti posso realizzare tutto, siamo sempre più in un sistema creativo totalmente democratico dove tutti vogliono esprimersi e riescono a farlo con ottimi risultati. In questo clima è difficile distinguersi, non c'è più un'aristocrazia dello scatto, molto è dovuto al caso e non è facile che fruitore e immagini si incontrino davvero in un marasma cosmico senza precedenti. Per non parlare di tutto quello che è già stato fatto in quasi 200 anni a questa parte.
Sicuramente, la tecnologia, il design, la novità del mercato è in grado di allettarci più del "prodotto culturale"; nasce un nuovo modo di dialogare con il mezzo di ripresa, in attesa che venga oltrepassata anche l'ultima frontiera sociologica/tecnologica, quando tutti avremo il nostro bravo assistente robotizzato che andrà a caccia di immagini per il mondo al posto nostro. Speriamo di no.
Ok, basta esternazioni fuori luogo e veniamo al dunque: sentiamo come ci descrive il suo prodotto un tecnico di Fujifilm Italia con il quale mi sono confrontato. TG

Fujifilm GFX 50 S
Ilyna ripresa da TG con la nuovissima Fujifilm GFX 50S
Iso 1600 1/125 sec. f 5,6 con obiettivo GF 120mm F4  R LM OIS WR Macro
Da un file Raf sviluppato con Raw File Converter EX 2.0 by Silkypix

Presentata a Milano la Fujifilm GFX 50S. Come la descrive Riccardo Scotti tecnico di Fujifilm Italia

Tony Graffio: Riccardo, come sta andando la presentazione di questo modello attesissimo dai fotografi professionisti italiani?

Riccardo Scotti: Molto bene. La GFX 50 S è effettivamente qualcosa di nuovo per noi. E' la nostra prima medio formato digitale, anche se in passato abbiamo avuto una storia molto importante con le nostre medio formato analogiche.

TG: Lo so benissimo, infatti oggi mi sono presentato qui con al collo la mia fantastica Fuji GS645 Pro della quale sono felicissimo proprietario da una quindicina d'anni.

RS: Oggi, vorrei dare un messaggio capace di far capire che la tecnologia mirrorless ha fatto un notevole salto avanti, sia come velocità che come qualità. E' possibile ridurre di molto gli ingombri ed avere a disposizione una macchina fotografica che a livello di operatività si avvicina alla nostra serie X, nel senso che il DNA di questo nuova macchina è quello. Qualsiasi utilizzatore della serie X si troverà a suo agio anche con la GFX 50 S; chiaramente le dimensioni sono diverse perché la GFX 50 S è una fotocamera più grande. Con la GFX 50 S riusciamo ad avere l'operatività della serie X che ormai è diventata famosa, grazie alle sue ghiere ed alla gestione di tutta la parte manuale e la qualità del medio formato.

TG: A chi è rivolto questo prodotto?

RS: Diciamo subito che con questa macchina vediamo abbassarsi il prezzo del medio formato ad una cifra che può diventare interessante, sia per il professionista che per il fotoamatore evoluto che vogliono entrare in questo mondo. 

TG: Che cosa è disponibile in questo momento, oltre al corpo macchina?

RS: Abbiamo tre ottiche che sono il normale GF 63mm F 2,8 R WR; uno zoom GF32-64mm f 4 R LM WR ed il GF 120mm F4 RLM OIS WR Macro. Con queste ottiche, per ottenere la focale corrispondente al 35mm bisogna moltiplicare la lunghezza focale per il fattore 0,79. Da questa operazione capiamo che lo zoom è equivalente ad un 25-50mm; il 63mm è equivalente ad un 50mm ed il 120mm macro è equivalente quasi ad un 100mm. 

TG: Come mai soltanto adesso arrivate al medio formato?

RS: In molti ci chiedevano perché non facevamo una fotocamera con un sensore Full Frame, io mi trattenevo a fatica dal rispondere, perché sapevo cosa stavamo progettando. L'idea di Fujifilm adesso è chiara a tutti. Chi vuole una fotocamera leggera e di qualità può affidarsi alla serie X, per esempio la XT2 va benissimo, anche perché se la tieni al collo per otto ore non pesa e non ti affatica. A chi invece vuole qualcosa in più, noi non proponiamo il Full Frame, ma il medio formato con la portabilità di una 35mm. La GFX 50 S infatti come pesi e dimensioni si avvicina ad una fotocamera Full Frame.

TG: Alla serie X è stata data una definizione volutamente contenuta: prima erano 16MP, adesso sono 24MP; qual'è il motivo di questa decisione?

RS: Le caratteristiche principali della serie X rimangono la portabilità e la leggerezza che con un sensore X Trans CMOS permette di raggiungere, sotto molti aspetti, i risultati offerti dalle Full Frame. Se ho bisogno di molta sensibilità ed alti Iso, un sensore CMOS APS-C permette di arrivare a 6400 Iso senza grossi problemi. Anche le ottiche Fujinon dedicate alla serie X sono molto compatte. Il nostro XF 56mm f 1,2 R APD è un obiettivo apprezzatissimo da chi usa quella lunghezza focale. Inoltre, avere un sensore X-Trans CMOS sensibile e ottiche molto aperte facilita molto la vita a chi fotografa e permette di ottenere risultati di ottima qualità. Fujifilm ha una cultura dell'immagine legata a tutto quello che è analogico. L'X-Trans non è mai stato un sensore alla perenne ricerca di un aumento dei megapixel come valore assoluto perché abbiamo cercato di portare il sensore al suo rendimento ottimale. Ci sono delle leggi fisiche che portano la luce all'interno del sensore e che ne condizionano il suo funzionamento.

TG: Più il sensore è grande più raccoglie fotoni. Stesso discorso per i pixel che formano il sensore.

RS: Esatto, il sensore X-Trans CMOS nasce con l'idea di dare ai fotografi tantissima nitidezza ed una risposta che possa essere di tipo più analogico possibile. La dimensione del filtro passa basso e la disposizione dei pixel in un ordine particolare fanno in modo che la risposta del sensore sia più vicina a quella di una pellicola a colori. Questo è il concetto che ha ispirato gli ingegneri di Fujifilm.

TG: Non è il caso di citarli in questa sede, ma ci sono altri marchi che sono andati invece alla ricerca di una definizione di 50MP sul Full Frame che poi non hanno avuto sempre risultati così soddisfacenti, come ci si sarebbe aspettato.

RS: La GFX 50 S risolve 50 milioni di pixel, ma noi preferiamo fare una cosa di questo tipo con un sensore più grande. Gli addetti ai lavori sanno che densità esagerate possono dar luogo a problemi. Fujifilm preferisce restare con un numero di pixel equilibrato in funzione alla dimensione del sensore. Questo è un punto importante della filosofia aziendale. Crediamo anche che la cultura fotografica è arrivata ad un punto in cui l'utente sta attento a queste cose. Un tempo, ricordo che nelle compatte era una continua rincorsa a superare certi limiti.

TG: Fujifilm ha iniziato presto a porre attenzione a questi aspetti.

RS: Sì, vero. Gli specchietti per le allodole non servono più, oggi bisogna semplicemente fornire la qualità fotografica. Sia nel caso di 24 o 50MP, l'importante è che il sensore sia adeguatamente dimensionato per contenere tutti quei pixel.

TG: Che tipo di processore ha la GFX 50 S?

RS: Il processore della GFX 50 S è lo stesso che viene montato sulla XT2, infatti la cosa interessante di una medio formato come la GFX 50 S è la sua reattività. Tempi di accensione, gestione dei menu, velocità di registrazione dei file. Tutto è veramente più rapido rispetto a quello che ci si potrebbe aspettare da una fotocamera di medio formato. Come la messa a fuoco, anche se questa operazione sul medio formato non può essere veloce come con l'APS-C; o come con la Fujifilm XT2 che ha una messa a fuoco ibrida a rilevamento di fase e a contrasto, mentre la GFX 50 S rileva la distanza dal soggetto soltanto con un sistema a contrasto. Confrontandola con altre fotocamere medio formato, la GFX 50 S è altamente veloce; rispetto alle nostre XT2 il discorso è diverso, ma questo è un paragone improponibile.

TG: Per quali utilizzi nasce la GFX 50 S?

RS: Nasce sia per un uso in studio che in esterni, chiaramente non è molto indicata ad un utilizzo in ambiti sportivi. Non nasce per inseguire i giocatori su un campo di calcio, ma in quell'ambito non ha senso il medio formato. Va utilizzata per una fotografia pensata dove l'obiettivo principale è la qualità.

TG: Che vantaggi ritenete possa avere il vostro prodotto nei confronti di quello che offre la concorrenza?

RS: Il DNA della serie X è riconosciuto da tutti. Chi utilizza la serie X sa di che cosa parlo. Il comfort nell'utilizzo della macchina è unico, anche perché continuiamo a migliorare i firmware da 5 anni a questa parte per arrivare a migliorare sempre più la macchina fino a "cucirsela addosso" con scelte custom relative ad alcune impostazioni che facilitano l'operatore e servono nel momento di effettuare uno scatto. Le nostre sono macchine molto intuitive nel loro utilizzo, la GFX 50 S ha la possibilità di avere un visore ad LCD basculante, ha un mirino elettronico sul quale possiamo leggere qualsiasi informazione ed ha altre caratteristiche che ne facilitano l'uso e danno vantaggi reali che portano a lavorare facilmente, secondo i propri gusti. La qualità dello scatto chiedo di verificarla personalmente attraverso i momenti dimostrativo che organizziamo, anche grazie ai nostri distributori sul territorio. Oggi, abbiamo qui tre GFX 50 S che si possono provare tranquillamente sul nostro set che abbiamo allestito in questo padiglione della Fabbrica del Vapore.

TG: Che aspettative di collocamento sul mercato avete per il vostro prodotto di punta? Ed in che quantità?

RS: Io non sono la persona che segue la parte commerciale del prodotto, perché seguo tutta la parte tecnica, ma ti posso dire che l'interesse che sta suscitando la GFX 50 S, fin dalla Photokina, è molto grande. Abbiamo moltissime richieste e da quando è uscita sto praticamente lavorando solo per lei.

TG: Immagino che progettare un prodotto come questo non sia stato facile. Nelle normali DSLR, o nelle fotocamere Full Frame molti progetti sono stati un po' corretti in corso d'opera, mentre un prodotto di altissima gamma come questo dovrebbe vedere la luce solo quando è già stato collaudato a fondo e si è sicuri che è perfetto. Anche perché chi sborsa certe cifre non vuole ritrovarsi poi delle sorprese. Ho ragione di pensarla in questo modo?

RS: Questa macchina era sulla carta già da tempo.

TG: Infatti ne avevo sentito parlare da almeno due anni, ma tutto era stato messo a tacere.

RS: Vero. Il progetto della GFX 50S nasce con calma, per arrivare poi nel momento giusto. La cosa importante che ho notato subito, quando ho preso in mano la macchina per la prima volta, è che tutto il background della serie X sotto l'aspetto del firmware e dell'operatività della fotocamera è già maturo, perché sfrutta l'esperienza fatta precedentemente da Fujifilm.

TG: Quindi nella progettazione di un nuovo prodotto lo sviluppo più importante da fare è quello relativo ai software che comandano la macchina?

RS: All'inizio dello sviluppo dei nostri prodotti, mi è capitato di vedere funzionare la X 100, la prima fotocamera della serie X, e lì si poteva capire che era il caso di apportare delle migliorie a livello del software operativo, che poi nel tempo sono effettivamente arrivate. Qui, invece, posso dire che la GFX 50 S nasce come una macchina già matura.

TG: Ho capito. Per quello che riguarda il sensore, perché non è stato utilizzato un X Trans?

RS: Non abbiamo utilizzato un sensore X Trans perché l'X Trans nasce con l'idea di alzare le prestazioni del sensore APS-C per avvicinarlo alla resa di un Full Frame; mentre nel caso del medio formato non era necessario eliminare il filtro passa basso, perché il problema dell'effetto moiré è praticamente inesistente. Ecco perché non è stato necessario ricorrere a quella scelta tecnologica. Ci tengo anche a precisare che le ottiche Fujinon della serie GF sono già pronte a risolvere i 100 Megapixel. Un altro elemento importante del quale di solito non si parla sono le microlenti che compongono il sensore che in questo caso sono state disegnate e ottimizzate in funzione dei nostri obiettivi. Tra le ottiche ed il sensore, il lavoro delle microlenti è fondamentale, so che nessuno lo sottolinea, ma questo è l'ultimo passaggio che fa la luce prima di entrare nel sensore.

TG: Chi produce il sensore?

RS: Il sensore è prodotto all'interno delle fabbriche della Sony, ma tutta la circuiteria è fatta su nostre specifiche tecniche. Noi diciamo come deve essere fatto e loro  lo realizzano, per questo riusciamo ad avere le microlenti dedicate e una circuiteria particolare. Tutto viene fatto su nostro disegno.

TG: Quali sono i vantaggi di una mirrorless medio formato?

RS: I vantaggi ormai sono tanti. Il mirino elettronico ha 3'690'000 pixel su una diagonale di mezzo pollice, ovvero una densità altissima di pixel. Utilizziamo una tecnologia Oled Real Time, cioè non ci sono tempi di ritardo tra quello che inquadriamo e quello che vediamo all'interno del mirino. Quando il mirino è in grado di fornire ottime prestazioni posso, per esempio, vedere la sovra e sotto-esposizione prima di effettuare lo scatto. La macchina è tropicalizzata e può essere usata anche fuori dalla studio attrezzato con i flash; posso usarla all'aperto in condizioni di luce che cambiano continuamente.  Prima di scattare, posso vedere tutte le impostazioni di tempi e diaframmi e capire come diventerà la scena che inquadro. Se lavoro in bianco e nero posso già vedere il risultato in bianco e nero, anziché dover immaginare come sarà la fotografia a posteriori. Se inserisco dei filtri, vedrò in anticipo il loro effetto ed anche se ho intenzione di fare una doppia esposizione posso far combaciare esattamente  i due o più scatti esattamente come desidero. E' importante conoscere i vantaggi del mirino elettronico perché sono veramente tanti.

TG: Le ottiche sono anch'esse tropicalizzate?

RS: Fujinon sul medio formato ha una storia importante, come nel campo delle ottiche professionali per grande formato fotografico e la televisione Broadcast. I Fujinon GF sono anch'essi resistenti alla polvere, all'acqua ed alle basse temperature. Possono essere utilizzati senza problemi di condensa fino a -10°C.

TG: Le funzioni video e timelapse sono presenti?

RS: Il video è registrabile in Full HD, timelapse e Wi-Fi per fare degli scatti remotati con il cellulare o l'Ipad, se ho bisogno di mettere la fotocamera in posizioni strane posso utilizzare anche questa funzione. Ha l'LCD basculante e direi che non le manca nulla.

TG: C'è un'uscita video non compressa?

RS: Questo no, però siccome i file Raw pesano 100 Megabit (mentre il flusso video è di 36 Mbps ndTG), possiamo fare una compressione e farli diventare di 50 Mbps. Abbiamo un'uscita micro HDMI (tipo D) per poter collegare un monitor esterno per poter vedere tutto quello che si vede all'interno della fotocamera sia in presa diretta, che in differita, per rivedere la registrazione o gli scatti.

TG: Il campionamento del segnale video digitale è un 4.2.2 o un 4.2.0?

RS: Questo dato non me lo ricordo, dovrei andare a vederlo.

TG: Mentre la profondità di colore è a 14 bit (bpp)?

RS: Sì, 14 bit.

TG: La GFX 50 S mi sembra una macchina costruita bene, fatta per durare...

RS: Assolutamente, è fatta per durare. Tutti coloro che hanno comprato le nostre macchine hanno avuto aggiornamenti firmware anche su prodotti di 4 o 5 anni d'età. Gli aggiornamenti firmware sono importanti e possono migliorare la macchina per farla lavorare al meglio del suo hardware. La macchina è molto robusta e tropicalizzata in 58 punti che garantiscono un uso all'aperto in qualsiasi condizione climatica, come pioggia, sabbia e umidità, neve e temperature comprese tra i -10 ed i 40°C. Insomma, è una macchina che può essere strapazzata in condizioni professionali anche estreme.

TG: Le batterie che durata hanno?

RS: Le batterie durano, ma non possiamo pensare che durino come quelle di una reflex perché una mirrorless consuma di più. Con questa macchina si possono fare circa 400 scatti. La batteria non occupa molto spazio, perciò consigliamo sempre di portarsene dietro un'altra di scorta, specie se siamo in esterni ed abbiamo intenzione di scattare tanto. In studio ha la possibilità d'essere alimentata a corrente alternata con un suo alimentatore, quindi la possiamo tranquillamente tenere sempre in funzione e pronta allo scatto. Monta due SD card, consigliamo l'uso delle UHS II con la doppia piedinatura. Con le due slot si può avere un backup immediato del nostro lavoro.

TG: Perché non sono state scelta le Compact Flash? Non mi sembra che manchi spazio sulla GFX 50S.

RS: Riteniamo che le SD siano memorie più sicure delle CF, nel senso che continuare a togliere e mettere una CF può essere rischioso per gli aghi di connessione elettrica. Poiché i contatti delle SD sono a pettine, non ci è mai capitato di rovinare i contatti della macchina.

TG: Però, le schede SD sono un po' più delicate delle CF.

RS: Noi pensiamo che sia meglio cambiare una SD piuttosto che mandare in assistenza una fotocamera con un pin piegato.

TG: Ho capito, quindo voi ritenete che l'SD sia un supporto professionale?

RS: Assolutamente.

TG: Molto interessante. Per quello che riguarda le funzioni video, forse però si poteva fare qualcosa di più.

RS: In realtà, i videomaker sono piuttosto soddisfatti dalla T2, una macchina piccolina che registra in 4K ed ha ottiche che costano meno delle GF.

TG: Quanto costa una GFX 50 S e con che ottica viene fornita?

RS: Corpo e mirino elettronico costano 7'125 euro, Iva inclusa. Per le ottiche, dopo ti fornirò i prezzi.

TG: 50 MP è il vostro standard di definizione per il medio formato?

RS: Secondo noi, questa è la definizione giusta per il medio formato. In un insieme di rapporto prezzo/prestazioni e formato riteniamo che vada bene.

TG: Difficilmente si andrà oltre questa definizione?

RS: Tra qualche anno si potrà andare anche oltre, però con la tecnologia di oggi, questa è la scelta più giusta. In rapporto anche al prezzo, perché dobbiamo pensare che questa è una macchina che si attesta ad un prezzo molto più basso, rispetto a quello che era il medio formato fino a qualche anno fa.

TG: Avete fatto degli accordi con qualche ditta che sviluppa i software per il trattamento del file Raw e la post-produzione dell'immagine?

RS: Con Adobe c'è la completa compatibilità, sia in tethering, sia per la conversione in Raw. Chi acquista o si abbona a Adobe potrà utilizzare Lightroom o Camera Raw senza nessun problema.

TG: Anche per trasformare il file in DNG?

RS: Nessun problema, si può fare quello che si vuole, come con la serie X.

TG: Tempo fa, con una X100, trasformando il file Raf in DNG avevo ottenuto delle retinature strane, perché?

RS: All'epoca dell'uscita del primo X Trans con il C MOS qualche problema di conversione con le case produttrici esterne di software c'è stato, forse perché loro non credevano ancora nelle potenzialità del nostro sistema e quindi non avevano investito abbastanza in questo modo nuovo di gestire il file. Oggi non ci sono problemi, tutto è già attivo e funziona benissimo.

TG: Grazie mille Riccardo.


Fujifilm GFX 50 S prova review
Tony Graffio prova la Fujifilm GFX 50 S

Prime impressioni sulla Fujifilm GFX 50 S
La fotocamera si presenta bene e dà subito una buona impressione di solidità, sembra grande, ma in effetti le dimensioni sono abbastanza contenute. Per capirci, è come d'avere in mano una Nikon F5, anche se la Fujifilm è un po' squadrata, ha gli spigoli vivi, si sente il metallo sulle mani ed il bilanciamento generale risulta un po' strano, forse anche per l'accoppiamento ad un mezzo teleobiettivo. Sarebbe una fotocamera da usare su cavalletto, ma l'utilizzo a mano è abbastanza pratico, come per tutte le cose, bisogna farci un po' d'abitudine prima di procedere speditamente.
Rispetto ad altre fotocamere professionali medio formato che ho avuto tra le mani, come la Mamiya Leaf; Phase One e Leica S, devo dire che la Fujifilm GFX 50 S è effettivamente più piccola ed anche più facile da usare e molto più indicata per un utilizzo in interni poco illuminati. 
Per la prova, inserisco nella fotocamera una mia scheda SD, ma Riccardo, che mi sta vicino per spiegarmi alcune funzioni, controlla la scheda e mi dice che una SDHC I è un po' lenta. Con me ho anche altre schede abbastanza nuove, inserisco allora una San Disk Extreme SDHC in classe 10 da 90MB/s, Riccardo mi dice che anche questa scheda non è abbastanza veloce, ma decido d'usarla ugualmente.
Scatto 10 fotografie alla modella messa a disposizione del pubblico da Fujifilm e tutto fila liscio. Bisogna un po' abituarsi allo schermo elettronico che sicuramente avrà molti pregi, ma già da prove che ho eseguito con altre mirrorless, ho capito che affatica l'occhio più di un normale mirino ottico. A parte questo, l'esperienza è positiva, non percepisco ritardi consistenti nella visione, anche perché tenendo l'occhio appoggiato al viewfinder ed osservando la scena attraverso questo strumento il mio tempo reale diventa quello che mi trasmette l'immagine del mirino della Fujifilm GFX 50 S.
Quando poi rivedrò le immagini che ho scattato, scoprirò che in una, la modella aveva chiuso gli occhi; ovviamente questo è un inconveniente che può sempre verificarsi con ogni fotocamera, soltanto che in questo caso, in fase di ripresa, non me ne ero minimamente accorto.
In un'altra immagine, scattata, come tutte a 1/125 sec., è invece presente del micromosso. Anche questo è un difetto che può sempre verificarsi, però un po' mi ha sorpreso perché Ilyna di certo non stava correndo e nemmeno facendo movimenti bruschi; mentre io ero abbastanza concentrato in quello che stavo facendo. Naturalmente, la macchina andrebbe provata meglio per capire se ci può essere stata una microvibrazione interna dovuta all'otturatore che è a doppia azione, meccanica ed elettronica sul piano focale, quindi dovrebbe avere dimensioni insolitamente grandi per una fotocamera digitale.
In altre fotografie la profondità di campo è molto ristretta, cosa che obbliga l'operatore a scegliere con estrema cura la zona di messa a fuoco. Anche la possibilità d'ingrandire molto l'immagine, che può diventare quasi di due metri per tre, impone una maggiore attenzione e riflessione nella messa a fuoco che è comunque molto precisa in condizioni di luce sufficiente. 
Ho evitato di provare la funzione video e molte altre potenzialità di questa macchina fotografica eccezionale, perché volevo ricavare da questi scatti soltanto delle prime impressioni, ma da quel poco che ho visto ritengo che la GFX 50 S sia una macchina ben studiata e ben costruita.
Sicuramente, se un giorno decidessi di pensare che mi serve una fotocamera di medio formato, o da 50 MP di definizione, questo sarebbe un prodotto che prenderei in seria considerazione.


Ilyna Fujifilm
Ilyna al naturale registrata su un file Jpeg. Si nota una dominante magenta abbastanza fastidiosa. Il set era illuminato da lampade a led a luce continua ed il bianco è stato fatto in automatico.

Valutazione del file e dell'immagine ottenuta
Premetto che non sono un esperto informatico, mi disbrigo normalmente nel mondo della tecnologia senza tuttavia eccellere, ho avuto un primo approccio positivo con la Fijifilm GFX 50 S che sono riuscito ad utilizzare da subito, non perché io sia un genio, ma per merito degli ingegneri che l'hanno progettata. Stesso discorso per i software.  
Ho scattato dieci fotografie in Raw ed in Jpeg. Una volta arrivato a casa, come immaginavo, il mio vecchio Photoshop CS5 non riusciva a riconoscere il file Raf della nuovissima Fujifilm medio formato, così ho fatto come indicato sulla brochure di Fujifilm, ho scaricato gratuitamente la versione di Silkypix in grado di aprire ed elaborare il file Raf da 110 MB prodotto dalla GFX e tutto ha funzionato per il meglio.
L'immagine che ne ho ricavato mi ha molto soddisfatto, anzi mi ha quasi commosso; sono del parere che la fotografia digitale debba produrre immagini ad altissima definizione con un buon contrasto e poco rumore. La modella che ho fotografato era illuminata da luce continua a led (ma in tutto l'ambiente era presente anche luce diurna) che probabilmente aveva un'emissione abbastanza discontinua nello spettro del visibile ed ha lasciato una dominante magenta che poi ho corretto con Raw File Converter EX 2.0 di Silkypix. Nonostante la sensibilità fosse impostata su 1600 Iso, non c'è minimamente traccia di alcun disturbo, cosa che mi fa pensare che questo sensore sia piuttosto ben riuscito. 
Osservare con attenzione le immagini che escono da questa macchina è qualcosa di libidinoso perché sembrano addirittura in grado di migliorare la realtà. In effetti, l'immagine digitale è la ricostruzione di qualcosa che viene scomposto in un segnale elettrico che poi viene messo insieme quasi magicamente, in un modo che io ancora non comprendo esattamente. Forse, è questo pensiero che mi induce a pensare che la vera fotografia sia quella analogica, certo è che i risultati "grafici" che escono da questa medio formato digitale sono entusiasmanti, anche considerando che Phase One e Leica S lavorano a 16 bit, mentre Fujifilm "solo" a 14.
Con Silkypix (ma anche in macchina con i file Jpeg) si possono fare bellissime simulazioni dei toni cromatici delle pellicole Fujifilm, io ho utilizzato con gioia l'emulazione di Astia ed ho provato anche quella di Acros per il bianco e nero. Finalmente il bianco e nero digitale mi ha convinto dandomi quei contrasti che non ero riuscito a vedere nemmeno uscire dai file della Leica Monochrom. Tony Graffio


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domenica 26 marzo 2017

Il Piccolo Principe è sempre con noi sognatori


“Fai della tua vita un sogno, e di un sogno, una realtà.” Antoine de Saint Exupéry

Torno a mostrare un mural con un bel disegno a Milano, in zona Isola, vicinissimo alla Don Gallery.
In via Angelo della Pergola 12 c'è una Baby Academia dove si svolgono varie attività, dall'Hara Yoga, alla danza, al Parkour; qui qualcuno ha voluto illustrare in tre momenti la storia de "Il Piccolo Principe" di Antone de Saint Exupéry, forse per dare un senso ad un muro altrimenti senza senso, o forse per dar senso a quei momenti senza senso che tutti spesso viviamo.

“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante.” AdSE

“Conta solo il cammino, perché solo lui è duraturo e non lo scopo, che risulta essere soltanto l'illusione del viaggio.” AdSE

 “Colui che vuole viaggiare felice deve viaggiare leggero.” AdSE

“Chi si lamenta che il mondo lo ha tradito, è perché è stato lui a tradire il mondo. Colui che si lamenta che l'amore non lo ha reso felice, è perché si è ingannato sull'amore: l'amore non è un regalo che si riceve.” AdSE

Da un paio d'anni sono scaduti i diritti d'autore sul libro più famoso pubblicato dall'aviatore francese Antoine de Saint Exupéry, ciò significa che è possibile per tutti ripubblicare tale opera, tradurla o inventare altre storie ad essa ispirata senza incorrere in multe salatissime.
Un amico di Frammenti di Cultura, Enzo Janù, è stato tra i primi a fornire una sua versione a fumetti, con i propri disegni, di questa bellissima storia.
Non so chi sia l'autore del graffito perché non ho trovato alcuna firma sul muro. TG

mercoledì 22 marzo 2017

Raffaele Montepaone alla MIA 2017

Il giorno della presentazione alla stampa della MIA Fair 2017 ho parlato con Raffaele Montepaone.

Raffaele Montepaone alla MIA Fair 2017

Tony Graffio: Ciao Raffaele, noi ci siamo conosciuti due anni fa, sempre qua a Milano, in occasione di un'edizione di Affordable Art Fair in cui ti è stato riconosciuto il secondo premio Warsteiner; credo d'essere stato il primo a intervistarti per la qualità del tuo lavoro.

Raffaele Montepaone: Sì, è vero, era il 2015, avevo vinto un premio che mi ha dato la possibilità di esporre in quella fiera. Adesso sono qui alla fiera della fotografia d'autore come "Proposta MIA" e vivo con entusiasmo questa nuova avventura, sempre portando avanti il mio progetto "Life".

TG: Solo che adesso sei diventato molto conosciuto...

RM: Sì, in questi due anni mi è successo di tutto; ho vinto il Talent Prize, il premio speciale, ho esposto a Parigi, a Roma, a Bologna, mi hanno invitato ad Arles; sono usciti dei miei servizi su Vanity Fair, su Il Resto del Carlino ed altri giornali, il mio lavoro s'è fatto conoscere bene. Questa era la cosa che per me era più importante.

TG: Stai proseguendo il tuo lavoro di documentazione degli anziani?

RM: Sì, Life sta continuando ed andrà avanti fino a che ci saranno i "miei centenari". Poi, ho altri due progetti in cantiere. Uno uscirà molto presto.

TG: Saranno fotografie di nudo?

RM: No, è un progetto che prende spunto dalla Chiesa Cattolica, i suoi precetti ed illustra i vizi capitali; l'altro invece riguarderà il mondo degli animali.

TG: Bene, aspetteremo di vedere anche i tuoi nuovi lavori. In Francia, invece, com'è andata?

RM: Purtroppo, sono stato a Parigi proprio nei giorni in cui c'è stato l'attentato al Bataclan. Ero lì con mia moglie ad esporre al Fotofever. E' stata un'esperienza un po' forte che ci portiamo ancora dietro.

TG: Si respirava un'atmosfera un po' pesante?

RM: Sì, c'erano soldati dappertutto. Paris Photo è stata chiusa, ma Fotofever no perché quella fiera non era coperta da assicurazione. Erano giornate talmente tristi che non c'era la volontà di partecipare a questo evento, sia da parte del pubblico che da parte nostra. Siamo rimasti pochissimo tempo in galleria perché non ci andava di festeggiare durante un'evento drammatico come quello che era accaduto poco lontano.

TG: Certo.

RM: L'anno scorso, a Bologna, abbiamo partecipato al Setup e quest'anno finalmente siamo qui alla MIA, un punto d'arrivo importante. Un obiettivo al quale tengo molto. Mi presento da solo con un mio stand perché ci tengo a presentare il mio lavoro al meglio. Tante volte le gallerie non curano tutto quello che c'è dietro la fotografia come vorremmo noi fotografi. Bisogna saper raccontare bene una fotografia o un progetto, per questo volevo essere io a farlo.

TG: Hai avuto contatti con gallerie d'arte?

RM: Sì, collaboro con varie gallerie in Francia. Anche Alidem vende alcune mie fotografie, però non ho ancora trovato la galleria giusta per il mio tipo di fotografia, forse perché il mio lavoro è un po' troppo concettuale. Ormai, si propongono parole all'infinito, storytelling legati a progetti complessi, ma io credo che un buono scatto possa anche vivere ed andare avanti da solo. Sembra invece che in questo momento storico della fotografia, le gallerie ed il mercato siano orientati in modo diverso, ma per fortuna i collezionisti mi apprezzano ugualmente e comprano i miei lavori.

TG: Avevi in progetto anche un libro fotografico?

RM: Ad Arles, l'anno scorso, ho presentato un libro insieme all'AFI, l'Archivio Fotografico Italiano, che si intitola Il Bel Paese. Io ed altri cinque fotografi abbiamo raccontato l'Italia in maniera diversa attraverso soggetti differenti.

TG: Io sono stato ad Arles diversi anni fa, ma ultimamente ho sentito dire che è un festival che si è un po' ridimensionato, è così?

RM: Io purtroppo, ad Arles non c'ero, ero presente con le mie opere ed il libro, ma non di persona. E' andata bene comunque perché è lì che Ferdinando Scianna ha notato la mia mostra ed adesso che ci siamo conosciuti dovremmo collaborare ad un libro per il quale lui scriverà i testi. Ad Arles non sono andato per vendere, mentre qui a Milano è diverso, sono qui oltre che per esporre, per recuperare l'investimento che ho fatto prendendo in affitto lo stand. L'anno scorso ho anche partecipato al Festival Europeo della Fotografia al Palazzo Leone da Perego, a Legnano. In due anni sono successe davvero tante cose.

TG: Continui a fotografare i matrimoni?

RM: La mia attività di fotografo di matrimoni s'è un po' ridimensionata perché adesso ho un po' meno tempo da dedicarle; sto poco a casa. Per organizzare questa mostra alla MIA ci ho messo quasi tre mesi. Partendo dalla Calabria non è facile preparare qualcosa di carino da portare qui a Milano. Ho riversato molte energie in questo evento. Credo che a giugno riprenderò a fotografare i matrimoni perché quello è un lavoro che mi permette di fare anche altre cose. I collezionisti ci sono, ma non bastano per sostentare le mie attività espositive, i miei viaggi, i miei nuovi progetti e a pagare le spese per le fiere. Mi piacerebbe partecipare a Paris Photo; spero di poterlo fare l'anno prossimo. L'anno scorso ho avuto una bellissima esperienza esponendo a Grenoble con la Galleria Ex-Nihilo, ottenendo un grande riscontro.

TG: Chi cura la stampa delle tue fotografie?

RM: Le fotografie esposte qui sono stampate da Antonio Manta, ma lavoro anche molto con L'Archivio Fotografico Italiano e Claudio Argentiero.

TG: Prezzi?

RM: A partire da 1'200 euro, per arrivare fino a 3'500 per l'immagine che ha vinto il Talent Prize, uscita su tutte le riviste che scrivono di arte. Tutte le mie fotografie sono tirate in 5 copie più due prove di stampa. Non vado mai oltre le 5 copie. I collezionisti mi hanno chiesto di stampare soltanto 3 copie; può essere che più avanti li ascolti e faccia una tiratura ancora più limitata.

TG: Grazie mille.

RM: Grazie a te.

Raffaele Montepaone, insieme a Marshall Vernet, durante questa edizione della MIA si sono aggiudicati il Premio RAM Sarteano che consiste nella possibilità di esporre presso la Rocca Manenti dal 15 luglio a fine settembre 2017.

martedì 21 marzo 2017

Scie chimiche e cambiamento climatico: leggenda o realtà?

Fanno prima a morire tutti che a capire quello che gli sta succedendo”. Marta R.
Da molto tempo sono in contatto con una ricercatrice (il nome non è importante, non è una persona particolarmente in vista) che si muove su piani fisici, talvolta anche metafisici, per la difesa del benessere e la divulgazione delle verità nascoste dai sistemi dei poteri precostituiti, dalla Frammassoneria e dai gruppi di gesuiti che operano sotto copertura all'interno dei sistemi economici mondiali, come asserisce lei. Non c'è quasi nulla che riesca a stupirmi, ma di recente ho visto alcune trasmissioni televisive prodotte negli Stati Uniti d'America che mi hanno fatto pensare che questa mia conoscente potrebbe sempre essere stata sotto osservazione dai servizi segreti nazionali e internazionali per le sue idee ed intuizioni particolari che col tempo si sono sempre dimostrate, non solo attendibili, ma veritiere.
Non bastasse questo, ultimamente sono state diffuse anche informazioni per cui saremmo tutti spiati attraverso computer, telefonini e televisionicosa che a me era stata riportata già molti anni fa da un ex agente segreto jugoslavo. Solo che quando lui a questa lista aveva aggiunto le lavatrici, io mi ero mostrato un po' dubbioso. Tornando alle rivelazioni a 360°, non sto ad entrare troppo nel dettaglio perché ci sarebbero veramente troppe cose da dire, ma sono fermamente convinto che per evitare di essere ridicolizzati e molto probabilmente per introdurre degli elementi di disinformazione che potessero confondere meglio la gente che non sa come stanno davvero le cose, qualcuno abbia preferito divulgare certe informazioni ed abbia aperto gli X-file relativi ai dischi volanti, all'Area 51 e alla Terra Cava. Inclusi alcuni accenni alle battaglie contro i post-nazional-socialsti, che per mezzo delle loro navicelle fluttuanti nell'aria difendono gli accessi alle città sotterranee in Antartide in cui voleva introdursi, finita la Seconda Guerra Mondiale, l'Ammiraglio Richard Evelyn Byrd. Anche se qualcuno sostiene che tale guerra non sia mai terminata, tanto è vero che non è mai stato firmato un trattato di pace con la Germania. Per come sono state trattate alcune di queste notizie, mi riferisco ad una trasmissione intitolata Nasa X-file andata in onda sabato 25 febbraio, intorno alle ore 21,15, su Discovery Science (un canale televisivo, a quanto mi è stato detto, controllato dalla CIA) sul canale 405 di Sky certi ragionamenti sembrerebbero filare. Da poco è stato anche divulgato che la Grande Barriera Corallina Australiana sarebbe morta e defunta e la causa, ancora una volta è da ricercare nei cambiamenti climatici in corso. Controllati attraverso le solite scie chimiche. Qualora iniziamo ad osservare un fenomeno più semplice, ci accorgeremo che di semplice non c'è proprio niente. Ma andiamo per ordine.
Torre avvistamento chemtrails
Scie chimiche nei cieli lombardi.
Immaginatevi un edificio piuttosto discreto, dall'intonaco consumato, su una struttura architettonica dei primi del Novecento posizionata proprio nel centro del paese. Una casa che spicca tra le altre, pur non essendo molto più alta. Un punto d'osservazione ideale, dal quale si possono monitorare facilmente i velivoli ed i fenomeni atmosferici, fino all'Orizzonte interrotto dalle Prealpi. Oltre le montagne, la Svizzera. Un luogo come questo esiste; non voglio essere troppo preciso sulla sua ubicazione, anche se potrei dirvi il nome usato per definire la testata indipendente che diffonde in rete informazioni scomode e per cercare di sensibilizzare chi ha ancora a cuore il proprio destino, o anche  no, tanto sarete in grado comunque di ricavarne le fonti leggendo questo racconto. Sto descrivendo una specie di centro di ricerche privato ad elevata specializzazione con nel mirino dei propri interessi scienze, ambiente, origine dell'uomo, storia delle religioni, arte e non solo. Io ci sono stato molte volte per conoscere gli argomenti che preoccupano chi da anni ha fatto la scelta di occuparsi del benessere del suo prossimo a tempo pieno, anche se svolgere un'attività del genere non è semplice e, soprattutto, non ha praticamente alcun ritorno economico. Vorrei visitare ancora in questo edificio quasi anonimo per avere un ulteriore scambio d'opinioni con Marta R, per trovare risposte ai molti problemi che per tanti di noi sono soltanto “leggende metropolitane”, ma che ultimamente stano diventando delle realtà evidenti, accettate anche da chi fino a qualche anno fa si dichiarava totalmente scettico. Marta ha cercato di spiegarmi in maniera comprensibile ciò che il suo sito ha già pubblicato e che sta attirando sempre più l'attenzione degli scienziati veri. L'argomento è di quelli che suscitavano perfino sarcasmo e infiniti muro-contro-muro, dipende dal contesto: le cosiddette chemtrails o “scie chimiche” per lei sono una realtà.
La domanda se la ponevano in molti ed infatti le risposte che hanno iniziato a fornire le aviazioni militari e civili o gli Uffici dell'Ambiente iniziano ad essere anche abbastanza credibili, ma forse non sono ancora le risposte giuste. 
Non sappiamo esattamente chi sia stato il primo a diffondere la notizia della presenza delle scie chimiche nei cieli di tutto il mondo ed in particolare dell'Europa Occidentale, ma oramai questo “fenomeno” è sulla boccha di tutti, tanto che perfino la Street art s'è impossessata di questo stereotipo.

Chemtrails Monsanto Dario Arcidiacono
Cristo crocifisso con piantine Monsanto e Chemtrails di Dario Arcidiacono
Bisogna essere molto tenaci per venire a capo di certe problematiche; dopo qualche botta e risposta con esperti internazionali, Marta R ha continuato a chiedere ed ottenere informazioni più “tecniche” e dettagliate, anche se forse non sempre facili da prendere in considerazione. In passato, quando ero stato da lei, ero stato ricevuto nella sua abitazione/studio, dove mi aveva parlato con cortesia e professionalità, accompagnandomi attraverso una stretta scala metallica a chiocciola che porta ad una torretta d'osservazione dalla quale Marta è solita scrutare il cielo.
Ogni ora passano sopra di noi aereoplani che scaricano in cielo sostanze velenosissime e la gente ancora si chiede se questo sia un fatto reale oppure no.” 
Le rispondo che ricordo benissimo che quando ero bambino le scie di condensazione dei fumi emessi dai reattori degli aviogetti si dissolvevano nell'atmosfera nel giro di non più di trenta secondi, mentre adesso permangono per ore ed ore, arrivando perfino a disturbare le condizioni meteorologiche della giornata.
Scie chimiche
Chemtrails

Poco dopo queste considerazioni, riscendiamo per la scaletta un po' impolverata e ci inoltriamo in una sorta di saletta-riunioni multimediale dove un uomo magro e informale, dai modi estremamente amichevoli e precisi, viene subito al sodo, invitandoci a prendere posto su poltroncine diverse tra loro, probabilmente recuperate in qualche mercatino dell'usato. E' Giorgio V, esperto di reti telematiche, new economy e braccio destro di Marta. Indossa una gonna e qualche volta anche lui ha “lavorato per noi”, mi verrebbe da dire.
Sulla scorta dei dati ottenuti da collaboratori esterni, abbiamo proceduto ad una serie di verifiche preliminari e di successivi studi iconografici” ci dice Giorgio, accertandosi con rapide occhiate che non ci si stia perdendo niente della spiegazione, mentre sullo schermo di uno dei computer appare una prima immagine che ci mostra un “campo largo” di un angolo di mondo assai rurale, con campi, alberi e molto, molto cielo. Una breve scia trasversale sembra rivelare la presenza di un velivolo. “Questa è l'immagine n. 1099, il primo scenario-test che abbiamo ottenuto con i nostri programmi di simulazione.” Un attimo dopo, la fotografia si “sdoppia”, se capite ciò che intendo, e la metà di destra ripropone la stessa identica scena, ma con una scia ben superiore per lunghezza ed ampiezza. “E questo è Real 1100, vale la stessa identica situazione effigiata in “i 1099”, solo che questa è come se fosse presa dal vivo, da un aereo di linea. In estrema sintesi, se le informazioni e le specifiche chimico-tecniche e meteorologiche forniteci dall'Ente Pubblico interpellato dalla collaboratrice della quale preferisco non riferire il nome fossero esatte al 100%, ciò che vedete in “i 1099” è esattamente ciò che si sarebbe dovuto vedere da terra a quell'ora di quel giorno e con le condizioni meteo e ambientali riprodotte con approssimazione vicinissima allo zero dal programma di simulazione.”.
Da semi-razionalista con una discreta apertura mentale quale sono, non ho potuto fare a meno di dischiudere le labbra in un moto spontaneo ed imprevisto di stupore. La scia fotografata era almeno 6-7 volte più significativa di quella ricreata dalle macchine sulla scorta di minuziosi dati ufficiali.
E non è tutto - ha continuato Giorgio - perché in queste due animazioni comparate e sincronizzate che stanno ora scorrendo sul secondo computer, puoi facilmente notare come i tempi di smaltimento e persistenza delle due diverse scie siano del tutto dissimili. Il primo residuo di combustione, quello dal vero, per intenderci, perdura circa 173 volte più a lungo di quanto lecitamente atteso in base ai dati noti, utilizzati nell'animazione simulata che potete osservare nel secondo riquadro.”
Di seguito, altre immagini reali accoppiate alla loro elaborazione virtuale sono state sottoposte alla mia attenzione. Se non tutte, molte, moltissime, sembravano presentare delle difformità sensibili. Ovviamente, ho fatto di tutto per avere quelle immagini. Mi è stato risposto che si trattava di fotografie ad altissima risoluzione riprese con macchinari speciali agli infrarossi che non sarebbe stato facile rendere interpretabile tali risultati. Mi sentivo frustato per quello che sembrava essere un cortese rifiuto. Mi aspettavo una sintetica “demo” di quel che a breve sarebbe stato portato all'attenzione del pubblico di Frammenti di Cultura e, tramite i più disponibili, in modo completamente disinteressato, far pervenire questi dati a coloro che risultavano già coinvolti in questo tipo di ricerca. Diverso è il discorso su ciò che avrebbe potuto provocare effetti visivi tanto discordanti. In sintesi, cosa c'è veramente nelle scie cosiddette chimiche? I miei interlocutori sapevano bene che parlare apertamente di strani funghi mutanti e cellule semiumane danneggiate da sostanze semiuncinate che entrano nel corpo dei malcapitati passanti che poi fanno da ricetrasmittente provocando una malattia simile alla scabbia sintetica non sarebbe stata una risposta piacevole, ma mi fecero ugualmente leggere direttamente quello che avevano giù pubblicato sul loro sito
Ho pensato immediatamente di rivogermi a qualcuno per verificare e ripetere i test di cui parlavano anche Clifford E. Carnicon e Nik Begich, oltre che svariate ricerche effettuate da altri in scenari diversi che hanno perfino apportato piccole modifiche progressive ai parametri, in senso peggiorativo, vale a dire forzando i risultati verso una risposta negativa sull'esistenza di qualcosa di non dichiarato nelle emissioni dei velivoli, ma non avevo i fondi necessari per intraprendere questa strada.
Tuttavia, non mi sentivo per niente confortato da ricerche analoghe svolte da istituti autorevolissimi, sebbene il motivo finale della ricerca fosse del tutto estraneo alla questione delle scie. Mi riferisco soprattutto ai lavori sulla condensazione dei vapori al variare del contesto meteo-ambientale. E' inoltre molto facile e alla portata di tutti l'accesso a numerosi forum che hanno la fabbricazione dei motori degli aerei al centro del loro interesse; quindi anche l'aspetto più strettamente aeronautico ed ingegneristico è stato introdotto nella ricerca. Purtroppo, i risultati non sono cambiati in maniera significativa. Non so dire esattamente che cosa ci sia nelle scie che compaiono ormai ovunque nei cieli, anche se autonomamente sono in grado di formulare svariate ipotesi tutte però da dimostrare, ma di sicuro qualcosa c'è. So che questa può essere una conclusione magari poco scientifica, la mia, forse pensata a misura per noi non-scienziati; ma certo piuttosto inquietante.

Stop chemtrails
Fermiamo le scie chimiche

domenica 19 marzo 2017

Hércules Florence, il pioniere della fotografia sottovalutato dalla storia

Alla MIA Photo Fair di Milano ho incontrato anche Denise Gadelha, un'artista, educatrice e ricercatrice indipendente, direttrice del dipartimento di fotografia della Galleria Vermelho di San Paolo del Brasile. Denise mi ha detto che almeno 24 persone in giro per il mondo possono vantare la paternità dell'invenzione della fotografia, prima della presentazione al pubblico, a Parigi, presso l'Académie des Sciences e dell'Académie des Beaux Arts della Daguerrotipia, da parte di François Arago, nel 1839.

Omaggio a Hércules Florence

Tra questi scienziati c'è un posto di rilievo per Antoine Romualde Hércules Florence, un pittore nato a Nizza, nel 1804 (quando Nizza era contesa tra la Francia e l'Italia), che poi visse in Brasile e sviluppò autonomamente un suo metodo per realizzare immagini fotosensibili già intorno al 1833-1834. Certamente, gli studi di Nicephore Niépce furono precedenti a quella data, tuttavia la particolarità di Hércules Florence fu quella d'essere stato il primo ad attribuire alla sua tecnica il nome di "Fotografia", oltre che d'essere riuscito a fissare l'immagine duplicata a contatto sulla carta fotosensibilizzata.
Nel 1825-29 accompagnò il naturalista Georg Von Langsdorff in una spedizione all'interno della Foresta Amazzonica per documentare le scoperte scientifiche effettuate. Successivamente, si stabilì a San Paolo dove inventò un metodo di riproduzione dei testi scritti che chiamò "Poligraphie". Dopo aver scoperto le proprietà del nitrato d'argento, grazie al farmacista Joaquim Corrêa de Mello, iniziò a fare esperimenti in camera oscura.
La tecnica di Florence consisteva nel duplicare le immagini senza l'uso della fotocamera, impiegando una lastra di vetro ricoperta di fuliggine e gomma arabica sulla quale venivano impresse scritti o disegni con un bulino. Dopo di che, la lastra veniva posta a contatto con carta trattata con cloruro d'argento o oro. La carta veniva esposta alla luce del sole e poi fissata con un ulteriore trattamento chimico.
Purtroppo, le ricerche di Hércules Florence non andarono molto oltre quei risultati, a causa del contesto socio-economico del Brasile di quegli anni. Florence era un uomo di carattere riservato e modesto, forse per questo motivo è stato sottovalutato o del tutto ignorato dalla storia della fotografia.
Attualmente, Jeff L. Rosenheim, curatore del dipartimento fotografia del Metropolitan Museum of Art di New York sta studiando la figura storica di Hércules Florence per rivalutarne l'opera scientifica. Il Brasile non è è mai visto come un di riferimento per la fotografia mondiale, ma in realtà questo paese ha una delle più antiche tradizioni in campo fotografico, anche grazie a Dom Pedro Imperatore. TG

Denise Gadela, Paulo Cordeiro de Andrade Pinto

L'Ambasciatore Paulo Cordeiro de Andrade Pinto, Console Generale del Brasile in Milano, a destra Denise Cordelha ed altri funzionari nello stand della fotografia brasiliana alla MIA 2017.