domenica 12 febbraio 2017

Erika Lacava: portare l'arte in periferia è difficile

Ad Affordable Art Fair sono andato a visitare lo stand di una galleria d'arte che, andando contro corrente, ha aperto uno spazio in una zona periferica di Milano. Ho chiesto a Erika Lacava che cosa vuol dire gestire un'attività culturale e proporre arte in un luogo dove tutto risulta piuttosto difficile e dove apparentemente non c'è interesse per il superfluo. L'arte è necessaria anche in periferia?

Erika Lacava nello stand della Galleria Zoia a AAF 2017. A destra le opere di Alessio Girella.

Tony Graffio: Ciao Erika, ho dato un'occhiata ai lavori degli degli artisti che hai portato in fiera e vorrei sapere qualcosa di più su Alessio Girella. Chi è ?

Erika Lacava: Alessio Girella ha lavorato tantissimo come scenografo teatrale e da qualche anno ha iniziato a dipingere con gli smalti sulle lastre radiografiche usate. Ha fatto a scelta di esprimersi con questa particolarissima tecnica perché lui in passato ha lavorato all'interno dell'obitorio dell'Ospedale di Bergamo come disegnatore di anatomia ed avendo un contatto con questo ambiente è riuscito a farsi regalare pacchi di radiografie inutilizzabili, così a deciso di usarle come supporto della sua arte. All'inizio ricopriva completamente la superficie delle lastre con i suoi disegni, in pratica non si capiva nemmeno che cosa ci fosse sotto ai suoi disegni. Nel corso del tempo ha iniziato a far emergere dagli smalti colorati questo materiale semi traslucido. Il risultato è quello che vedi.

TG: Come l'hai conosciuto?

EL: Non ricordo bene attraverso che giro mediatico, ma ad un certo punto mi ha contattato lui su Facebook quando stavo organizzando una collettiva per l'estate. La mostra l'avevamo intitolata "The artist is not present" per fare un po' il verso alla mostra di Marina Abramovich "The artist is Present". Era un evento pensato come un magazzino per ospitare le opere degli artisti che andavano in vacanza. La nostra galleria è rimasta aperta nei mesi di luglio ed agosto. S'è trattato di una mostra disorganizzata per la quale in non ho fatto da curatrice e gli artisti non si conoscevano tra loro. Non c'è stata nessuna inaugurazione, nessun catalogo, meno che meno il finissage: nulla di nulla.
Semplicemente, ho fatto da custode alle opere che mi avevano portato ed in questo scambio tra amici di amici ci siamo conosciuti. Poi, abbiamo fatto una bi-personale con un altro artista di Bergamo. Girella, come ti dicevo, ha lasciato scoperti pezzi sempre più grandi delle radiografie fino a rendere i supporti predominanti rispetto al suo intervento artistico. Nelle sue ultime opere, la radiografia non è più coperta dal colore, ma ritagliata ed incisa con il taglierino, in modo da creare delle forme astratte, dove quello che è riportato sulla lastra torna ad emergere e a essere leggibile. Si tratta di un ritorno al corpo umano. Retroilluminando le lastre con un light-box si possono vedere le parti anatomiche accostate tra loro in modo artificiale. Puoi vedere un femore accanto ad una costola o altre costruzioni mostruose. I nomi dei pazienti rimangono leggibili e questa operazione va così a scavare doppiamente nella privacy delle persone. Si può capire chi sono i soggetti, quali sono le parti del loro corpo e che tipo di interventi hanno subito.

TG: La Galleria d'Arte Zoia è molto giovane, vero? Come sta andando? Ho sentito dire che avete avuto qualche difficoltà...

EL: Ha già due anni d'età, siamo nati nel 2014 come Zoia Officine Creative, un progetto per riqualificare il quartiere periferico di Quarto Cagnino. Abbiamo partecipato ad un bando per l'assegnazione degli spazi ad un canone agevolato, paghiamo comunque un affitto, non è struttura comunale, ma è una cooperativa. Siamo in una zona molto popolare dove non c'è molto interesse per l'arte; ho volantinato fino allo sfinimento per proporre corsi per bambini, ma non ho ottenuto alcun risultato. Zero iscritti. Coinvolgere gli abitanti del quartiere è uno sforzo enorme, però sono diventata amica di tutte le associazioni di questo territorio, da loro ho molto appoggio e sostegno, ma dalle persone poco. Non c'è partecipazione, sembra che dormano.

TG: Per forza, è un quartiere dormitorio...

EL: (Ride) Il nostro compito è quello di risvegliare qualche interesse tra la gente. Alle inaugurazioni delle nostre mostre arriva tanta gente dall'esterno del quartiere, ma pochissimi abitanti della zona.

TG: Avete problemi anche di rientrare dalle spese effettuate?

EL: Abbiamo avuto serissimi problemi a livello economico perché la gente non partecipa e le vendite sono poche: come tutte le gallerie, stavamo pensando di chiudere.

TG: Poi cosa è successo?

EL: Ho messo in piedi una raccolta di fondi e il quartiere finalmente ha risposto donandomi qualcosina. Sicuramente non ho risolto il buco incredibile che ho fatto in due anni, però ho ricevuto inaspettatamente un apprezzamento dalla gente del quartiere e un minimo di sostegno economico per riuscire ad andare avanti ancora per qualche mese e soprattutto, adesso è nata l'idea di fare co-working. Nei momenti in cui la galleria non funziona come tale il posto diventa un laboratorio per gli artisti. A breve, tre artisti verranno da me a lavorare.

TG: Quanto è grande la vostra sala?

EL: 50 metri quadrati, ma tre artisti ci stanno comodamente. Prima facevamo un'inaugurazione al mese e la galleria era sempre occupata da mostre, mentre adesso pensiamo di fare 3 mesi di residenza per artisti ed un mese di mostra, alternando queste attività, sia per dare un po' di movimento e far circolare gente, sia per stare in piedi a livello economico.

TG: Quanto costa ad un artista usufruire di questo spazio?

EL: Ci dividiamo le spese. Se siamo in 4 dividiamo l'affitto in 4 parti uguali. Non voglio lucrare su questa attività, il mio obiettivo è quello di tenere aperto lo spazio.

TG: Perché hai scelto di aprire in una zona così difficile da coinvolgere nei tuoi progetti?

EL: Non è una mia scelta, mi è capitato per caso. Io stavo cercando gli spazi per fare le mostre, quando ho letto di un bando per gli affitti agevolati. Ho partecipato ed ho vinto il bando.

TG: Era uno spazio che non voleva nessuno?

EL: Spero di no, voglio riconoscermi un minimo di merito per aver vinto. Sono stata selezionata. E' capitato, tra l'altro io non sono nemmeno di Milano, sono andata ad abitare in quella zona per una casualità. Io vengo dai dintorni di Lecco.

TG: Come hai deciso di esporre ad Affordable Art Fair?

EL: Sono stata contattata dall'organizzazione della fiera che mi ha chiesto se volevo partecipare perché avevano ancora degli stand liberi.

TG: Ti hanno fatto un'offerta in "saldo"?

EL: Ma vah, prezzo pieno! Non sarei riuscita a pagare uno stand normale, allora mi hanno detto che c'erano lo stand Micro e quello Young entrambi sotto i 40 metri quadri  e a prezzi agevolati. Ho fatto due conti ed ho detto: "Va bene, andiamo". Visto che la gente non viene in galleria, sono uscita io. O la va o la spacca.

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