lunedì 29 maggio 2017

Lu Lupan: dal rottame agli umanoidi

Restiamo a Mutonia dove ho incontrato anche Lu Lupan, un'artista di origine veneta che s'è trasferita qui nel 1996 per impiantare il suo laboratorio di scultura e di assemblaggio di rottami. TG

Lu Lupan

Tony Graffio: Lupan, a proposito di rottami, mi dicevano che adesso anche reperire questo materiale è diventata un'operazione abbastanza complicata, è vero?

Lu Lupan: Adesso sì, perché i rottami che trovi per strada appartengono tutti all'azienda che smaltisce i rifiuti; dai rottamai sarebbe necessario esibire una licenza. Non è così semplice recuperare il rottame.

TG: Allora, se qualcuno vuol farvi un bel regalo vi porta del rottame?

LL: Se uno vuol farci un regalo, ci porta dei bei rottami, sì (risata). Più sono belli i rottami, più è bello il regalo (risata).

TG: Hai fatto studi d'arte?

LL: No, ho fatto pratica lavorando.

TG: Saldi il ferro?

LL: Certo, curo tutto, alla ricerca dei materiali, al design, alla finitura. Dall'inizio alla fine. 

TG: Che materiali lavori?

LL: Preferisco i metalli, però lavoro tutto quello che ha una forma interessante: dalle materie plastiche alle resine. Mi interessa tutto quello che si può trovare.

Mutonia

TG: Ti capita di fare delle mostre?

LL: Sì, capita che qualcuno arrivi qui e mi chieda una determinata cosa, un certo soggetto...

TG: Lavori su commissione?

LL: Sì.

TG: In che modo un potenziale cliente ti trova?

LL: Soprattutto col passa parola, oppure hanno visto in giro i miei lavori.

TG: E' possibile definire in qualche modo il tuo genere artistico?

LL: Faccio degli assemblaggi figurativi. Mi piacciono sia gli umanoidi che i oggetti del regno animale.

Squalo Mutonia

TG: Quello squalo che vediamo appeso è tuo?

LL: No, lo squalo è di Charlie.

TG: Le tue sculture sono fisse o mobili?

LL: Viaggiano tutte. C'è n'è solo una tra queste che non viaggia.

TG: Sono tutte mobili? Su ruote?

LL: Sono tutte trasportabili, si montano, si caricano e una volte arrivate a destinazione si rimontano.


TG: Quando hai iniziato questa attività?

LL: Io ho incominciato nello stesso anno in cui mi sono trasferito qui. Mi sono appassionata pian pianino e poi ho iniziato.

TG: Perché c'era già chi faceva questi lavori.

LL: Assolutamente. Il gruppo si occupa del recupero diretto dei rottami per sculture per spettacoli; costumi o tutto quello che si può fare a titolo espressivo o artistico nel mondo dello spettacolo.

TG: Hai delle preferenze sui materiali?

LL: Sì.


TG: Sai già quello che vuoi? O dipende da quello che trovi?

LL: Diciamo che le possibilità viaggiano su tutti e due i binari. Posso andare a cercare i rottami perché mi servono per fare una certa cosa, oppure posso trovare un rottame con una forma che m'ispira un certo soggetto, quindi mi capitano entrambe le cose. Come materiali, mi piace lavorare metalli differenti insieme.

TG: E' difficile saldarli o unirli? Metalli diversi si saldano con difficoltà.

LL: Beh, sì io uso poco la saldatrice in proporzione agli altri fissaggi. Uso di più i fissaggi meccanici come viti e rivetti... bulloni...

TG: Quello è un angelo?

LL: In molti in quella scultura vedono un angelo, in realtà è Birdy, una donna-uccello.

TG: Cos'altro vuoi aggiungere?

LL: Finalmente è primavera e posso stare in officina più volentieri.

TG: In inverno fa freddo anche qua, poi vicino al fiume, figuriamoci...

LL: Eh sì, fa freddino (risata).

Lu Lupan, 48 anni, artista, da 21 anni a Mutonia.

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martedì 23 maggio 2017

Tony Graffio incontra Debs a Mutonia

"La differenza tra possibile e impossibile sta nella determinazione dell'uomo." James Thain


Mutoid campo

Lo scorso 10 marzo sono tornato a Mutonia, dopo una prima visita effettuata molti anni fa. In tutto questo tempo sono cambiate molte cose. Anche questa volta mi sono fermato per una breve pausa durante un viaggio che aveva un'altra destinazione finale. Non è facile riuscire a cogliere il significato e le atmosfere di questo luogo, ma è stato bello vedere che il mio passaggio ha lasciato un po' di curiosità in chi ho incontrato. TG



Tony Graffio: Hi, are you english?

Woman: Yes I am english.

TG: Where are you from?

Woman: Quite near London.

TG: How long have you been here?

Woman: I just come to visit my friends for the week-end, a long week-end...

TG: Ah!

Debs: Just since 2 o'clock. She arrived today.

TG: Have you already been here?

Woman: Oh yes, two or three times.

Debs: Volete un bicchiere di vino rosso ragazzi?

TG: Volentieri, grazie.

Debs: Oggi è venerdì!


Arco arrugginito Mutonia Sant'Arcangelo di Romagna

TG: Debs, grazie a te abbiamo capito che io sono stato qui a Mutonia nel 1993.

Debs: Sì, direi di sì, dopo aver visto le fotografie che hai postato ieri.

TG: Quando sono passato di qua 24 anni fa, tu da quanto tempo ti trovavi qui al campo?

Debs: Io sono arrivata qui nel 1992, ecco perché te lo so dire. In una delle immagini ho visto la nostra roulotte ed ho detto: "Cazzo, quella era la mia vecchia casa! Che stile, con la finestra coperta con la plastica! (risata)

TG: Oltre a quelle tre fotografie, ne ho anche altre da stampare. Non so quando, ma ve le porterò. Vi troverò vero? Resterete qua ancora?



Arriva il vino e brindiamo.

Debs: A questo incontro, dopo tanto tempo.

TG: Debs da dove arrivi esattamente? Che giro hai fatto prima di fermarti qua?

Debs: Io sono del Sud dell'Inghilterra; ho incontrato alcuni Mutoid quando avevo 18 anni in un locale da quelle parti, però ero già a conoscenza del fatto che c'era questo gruppo di ragazzi. E' stato nell'estate del '92 che finalmente ho incontrato il vero nucleo del gruppo, a Berlino, poi siamo arrivati qua per Natale di quello stesso anno.

TG: Quando sono nati i Mutoid?

Debs: Nel 1986, a Londra. Erano un gruppo di ragazzi che occupavano degli spazi. Il gruppo era nato per occupare capannoni e posti da utilizzare per le realizzazioni artistiche e per le mostre. Avevano diverse regole e aggiungendo le loro opere si potevano fare feste di apertura o di chiusura per le esposizioni. Era un modo diverso di fare feste con un tetto sopra la testa. E' nato tutto un po' per questo motivo. Tutti erano abbastanza degli artisti. Tutto era piuttosto underground e street, era un tipo di arte molto outsider.

TG: E' tutto nato dal movimento Punk?

Debs: Ma certo! Erano tutti punk. In Inghilterra negli anni '80 abbiamo vissuto un momento particolare della nostra storia, perché avevamo questo governo di Margaret Tatcher che ci spingeva ad essere dei giovani alternativi che volevano esprimersi in un altro modo. Erano state fatte delle leggi contro la socializzazione: era impossibile incontrarci in più di 10 persone.

TG: Veramente?

Debs: Sì, avevano elaborato una legge così! Se ci si riuniva in più di 10 potevano dire che quella era un'adunata illegale.

TG: Sai che credo che in quel caso la Tatcher per paura di scioperi e sommosse abbia preso in prestito una Legge fascista che qui è ancora in vigore.

Debs: Lei aveva paura di tutto ed ha introdotto questo sistema dove ognuno doveva pensare per sé e tutti gli altri potevano andare a farsi fottere. Praticamente, voleva che la gente dovesse soltanto sopravvivere e basta. Io credo che questa è un'idea che ha introdotto lei e che ancora adesso molti vorrebbero che seguissimo questo modello.

TG: C'era molto classismo?

Debs: Infatti, molto. Per fortuna, noi proponevamo la nostra controcultura. La nostra è stata una battaglia contro quello che stava facendo la Tatcher. All'epoca, oltre ai Mutoid c'erano altri gruppi anarchici che proponevano un diverso stile di vita. Grazie all'arte ed a quello che facevamo, riuscivamo ad ottenere un buon sostegno popolare. I giornali e la televisione parlavano di noi perché eravamo molto più visibili di coloro che occupavano e basta.

TG: Eravate giovanissimi.

Debs: Sì. (risata sonora) A quei tempi sì. Io più di tutti! La prima volta che sono andata a vivere in questo modo in strada avevo 18 anni.

TG: Posso chiederti in che anno sei nata?

Debs: Nel 1972. Gli altri sono un po' più vecchi di me, anche di 10 anni.

TG: In pratica a 15-16 anni eri già in giro da sola?

Debs: Sì.


Sant'Arcangelo di Romagna

TG: Com'è andata a Berlino?

Debs: Io ero lì da poco, Berlino è stata la seconda tappa del viaggio dei Mutoid. Eravamo in un posto pazzesco sulla "Terra di Nessuno".

TG: Tra L'Est e l'Ovest.

Debs: Esatto: c'era il Reichstag, il fiume e questa Terra di Nessuno dove si tenevano i festival. Non c'erano solo i Mutoid, ma anche altri gruppi. C'erano i tedeschi ed anche gli Spiral Tribe. C'era un bel miscuglio di persone e gruppi anarchici che si sono incontrati in una grande festa. Io sono arrivata alla fine di quell'evento e mi sono unita a loro. A quei tempi nell'area c'erano due Mig parcheggiati che sono stati utilizzati in una scultura, e alcuni Panzer. E' stato un momento piuttosto speciale della storia e dei Mutoid. Poi, sono venuta qui e anche questo posto è diventato speciale.



TG: Come avete trovato questo posto? C'era un festival?

Debs: Nel 1990, due anni prima che arrivassi qui, i Mutoid erano stati invitati a partecipare ad un festival teatrale che si svolge in luglio. La città di Sant'Arcangelo ha invitato il gruppo a venire qui per partecipare a delle perfomance.

TG: Avevate dei contatti con qualcuno?

Debs: Sì, con un gruppo di Milano che provavano a trovarci del lavoro in Italia.

TG: Ti ricordi chi erano?

Debs: Erano gli Shake Decoder, si trattava di una casa editrice di Milano, credo che esista ancora adesso. C'era anche un gruppo di bikers di Milano che erano molto coinvolti in questo posto, ma dovremmo chiedere a Strapper se li ricorda. I Mutoid sono venuti qua. All'inizio si erano piazzati all'interno della città di Sant'Arcangelo, ma il posto non era adatto ad accogliere lo spettacolo, così hanno girato per cercare il posto giusto. Sono entrati qua ed hanno detto: "Cazzo, questo è il posto!"


Arte Mutoid

TG: Quanti eravate allora?

Debs: Questo non lo so dire con precisione, ma più o meno, costantemente siamo sempre stati una ventina. Non sono sempre state le stesse persone, ma ci sono ancora due dei membri originali di quel gruppo che è arrivati qua nel 1992.

TG: Chi sono?

Debs: Strapper, il mio compagno, e Charlie. Non so se l'hai già incontrato... Anche a lui ho chiesto di te e gli ho detto che se per caso vedeva un tizio girare qua intorno di chiedergli se è Tony Graffio.

TG: Hai visto che poi ci siamo incontrati? Invece, quei ragazzi che ho fotografato nel '93, chi erano?

Debs: Il ragazzo biondo con i capelli ricci sul triciclo si chiama Uri. Una volta che è partito da qua è tornato nel suo paese d'origine, Israele. E' stato lì per un po' di tempo e adesso vive a Berlino, è un produttore di film documentari.

TG: Ah, caspita, interessante!

Debs: Johnny, l'altro ragazzo è scozzese, adesso vive a Londra e lavora come performer, è un clown.

TG: Che età avranno?

Debs: Johnny avrà un paio d'anni più di me e Uri ha la mia stessa età. Avrà 45-46 anni adesso.

TG: E' vero che Mutonia è diventato un parco protetto dalle Belle Arti?

Debs: Sì, abbiamo avuto il sostegno delle Belle Arti e praticamente adesso questo posto è aperto al pubblico. Quasi quattro anni fa ci avevano messo sotto sgombero, perché eravamo qua quasi abusivamente...

TG: Io avevo letto che un vostro vicino si era lamentato...

Debs: Sì, purtroppo, sì. Era solo una persona, però ha proprio rotto i coglioni e ci voleva buttare fuori ad ogni costo. Noi abbiamo chiesto aiuto ad un po' di persone qua a Sant'Arcangelo di Romagna e tutti ci hanno aiutato volentieri, A quel punto, grazie all'interessamento di molta gente siamo riusciti ad avere il sostegno delle Belle Arti di Bologna, cosa che non ci saremmo mai aspettati di ottenere. Non so farti i nomi di chi ci ha appoggiato, però penso che anche la petizione online che ha raccolto circa 28'000 firme abbia avuto la sua importanza. Tutti i cittadini di Sant'Arcangelo ci hanno sostenuto.



TG: Siete ben visti qua in città.

Debs: Sì, sì, infatti. Ci hanno sempre accolto molto bene.

TG: Mi aveva colpito il fatto che ci fosse qualcuno tra di voi che venisse dall'isola di Skye che è un po' un paradiso terrestre, ti risulta? Ti ricordi qualcuno di loro?

Debs: Può essere, sono passati diversi scozzesi da qua. Non ricordo con precisione i nomi, ma abbiamo avuto gente da tutto il mondo qui. Adesso siamo inglesi, scozzesi, italiani e un canadese.

TG: Parlate ancora tanto in inglese?

Debs: Sì. Siamo bilingui, quando parliamo tra di noi parliamo inglese e italiano.

TG: Avete fatto famiglia e avete figli?

Debs: Sì, infatti. Questo fatto ha un po' cambiato le esigenze del posto. Alla nostra età è normale avere dei figli. Questo, oltre ad essere un posto per lavorare ed esporre, è anche un posto per fare famiglia. Come ho fatto io.

TG: Adesso però, credo che questa comunità abbia un numero chiuso. E' stato imposto di fare così.

Debs: Purtroppo, sì. Abbiamo fatto un accordo col Comune ed adesso legalmente abbiamo degli obblighi.

TG: Potete avere i vostri ospiti, ma diventa difficile aggiungere al gruppo degli elementi fissi.

Debs: Sì, è così.

TG: Difficilmente vi potranno mandare via adesso?

Debs: Speriamo sia così. Anche se in realtà il nostro accordo è valido fino al 2019, poi si vedrà.


Charlie
Charlie

Debs

Mutonia

Tony Graffio Uri Mutoid
Per chi ha voglia di gustarsi la stampa originale in silver print della fotografia che ho scattato a Uri nel 1993, ci vediamo giovedì 25 maggio alle ore 19 presso la Galleria Lampo della Santeria Social Club di via Toscana, 31 a Milano.



domenica 21 maggio 2017

Ravatti: dal Mare Mediterraneo all'Isola del Lazzaretto Nuovo a Venezia

"Mettere l'arte sopra la vita e sopra di tutto crea solo problemi." TG

Venezia, Isola del Lazzaretto Nuovo.

Tony Graffio: Ciao Federico, tutto bene?

Federico De Leonardis: Tutto normale... anche se sono ancora un po' mortificato per questa vicenda che mi è capitata recentemente durante una mia mostra a Venezia...

TG: Hai voglia di raccontarmela?

FDL: Sì.

TG: So che il 12 maggio hai inaugurato delle installazioni all'Isola del Lazzaretto Nuovo che è una location fantastica per presentare le tue opere d'arte.

FDL: Sì. Il Lazzaretto Nuovo è un'isola dietro all'Isola di Murano e vicino all'Isola di Sant'Erasmo che è un'isola molto più grande dove si coltivano dei famosi carciofi.

TG: Però al Lazzaretto tu non hai esposto carciofi, vero?

FDL: No. Grazie a Michela Rizzo, una gallerista molto attiva con cui lavoro da un po' di tempo, ho avuto uno spazio abbastanza grande per inserire delle opere installate all'aperto. Nelle mura di epoca storica sono presenti due edifici che un tempo erano utilizzati come polveriere perché l'isola serviva sia da lazzaretto che, successivamente, da deposito per le polveri esplosive.

TG: Era un lazzaretto per gli appestati?

FDL: Il lazzaretto era un edificio abbastanza grande che si trova in fondo all'isola, lì venivano ospitati gli equipaggi delle navi sospette di trasportare persone affette dalla peste o da malattie infettive.

TG: Era un'isola utilizzata per la quarantena di chi voleva sbarcare a Venezia.

FDL: Esatto. Quest'isola si trova a 20 minuti di vaporetto da Fondamenta Nuove. Prima di arrivare all'isola del Lazzaretto si costeggia l'affascinante cimitero di Venezia; c'è una prima fermata a Murano, l'attracco successivo ha luogo sull'isola dove è in corso la mia mostra e quella di Ivan Barlafante.

TG: La conosco, è un'isola piccolina che si può girare tranquillamente a piedi ed ha già di per sé un'atmosfera molto particolare.

FDL: E' un'isola non più grande di qualche ettaro ed è molto bella perché è priva di qualsiasi edificio che non sia storico. Ci sono le due polveriere ed il lazzaretto vero e proprio ed ha uno spazio grandissimo davanti, in cui le mie 5 installazioni e le altrettante di Ivan Barlafante non si disturbano, ma anzi colloquiano tra loro. Il visitatore ha così modo di vedere comodamente tutti i lavori esposti. Ci sono anche i resti di una chiesa che in passato è stata distrutta. Sotto gli austriaci, sono stati collocati i depositi per le polveri da sparo e successivamente l'isola è diventata un'oasi naturale che ospita conigli selvatici, serpenti, varie specie di uccelli. Gli animali sono presenti fuori dalle recinzioni. Non ci sono case abitate. Su una delle polveriere ho posto una delle mie installazioni, visibile anche dal battello che naviga intorno all'isola, che ho intitolato "Vie minate", da una poesia di Paul Celan.


Vie Minate di Federico De Leonardis

TG: Immagino che in sintonia con il tuo modo di esprimerti tu abbia composto le installazioni con objets trouvés?

FDL: Sì, sono tutti objects trouvés, dai guanti da lavoro alle mie "Marine" e poi, soprattutto a "Ravatti", un lavoro che è stato boicottato dal responsabile ai beni culturali dell'isola. Gerolamo Fazzini ha dato l'ordine di togliere questo mio lavoro dal luogo dove l'avevo esposto, perché...

TG: Non gli è piaciuto?

FDL: Perché ha suscitato l'indignazione di alcuni visitatori. Come ti dicevo, l'isola ha un recinto che circonda i tre edifici presenti sul suo territorio; io ho scelto di installare Ravatti fuori dal recinto, accanto al passaggio dall'imbarcadero, cosa che può aver fatto credere a qualcuno che questa mia decisione fosse una provocazione. Naturalmente, solo alcune persone hanno fatto questa riflessione, ad altre è piaciuta, però c'è chi ha scritto a Fazzini per lamentare lo stato d'incuria dell'isola così che questo signore s'è sentito in dovere di far togliere la mia installazione senza avere il diritto per farlo. A me sembra strano che prima mi vengano concessi dei permessi per fare determinate cose che poi mi vengano tolti così ad esclusivo giudizio di una persona che non ha nemmeno consultato il diretto interessato che sarei io.

TG: Allora, se ho capito bene, tu sei stato invitato tramite la tua gallerista che ha organizzato l'evento insieme a Ekos Club Onlus che sarebbe l'Associazione Culturale di Fazzini e poi lo stesso Fazzini si è preso la briga di dire che la tua opera deturpa l'isola? E' così?

FDL: Michela Rizzo ha chiesto a Gerolamo Fazzini, che è responsabile per conto della Sovraintendenza alle Belle Arti dell'Isola del Lazzaretto, di poter organizzare questa mostra sull'isola in concomitanza con la Biennale di Venezia, portando lì me e Barlafante con installazioni che potevano restare all'aperto. Non sempre le installazioni possono stare all'aperto perché, o si arrugginiscono o si rovinano per altri motivi, una volta in balia degli elementi naturali. Le mie installazioni sono: "Vie minate", fatta coi guanti da lavoro; "Cuciture", composta con cavi spezzati trovati a Carrara e lavorati per poter essere esposti sul bordo del Lazzaretto. Poi, ho portato due "Marine" che ho sistemato sui resti della chiesa e l'altra sul muro del Lazzeretto. "Senza" è anch'essa sistemata sui resti della chiesa ed è fatta di corde di bronzo. Un'altra installazione è "Linea 1", opera che va vista perché non si può descrivere. Infine c'era "Ravatti", un'opera precedente all'omonimo filmato girato nella Cartiera Vitameyer di Cairate, abbandonata per fallimento nel 1977 e sui miei Ravtti, appunto, che comunque avevo auto già modo di  esporre nel 1978 a Stoccarda e nel 1984 a Ferrara.

TG: Un'opera conosciuta quindi...

FDL: Sì, già conosciuta, già esposta, già pubblicata. Non so come dire...

TG: Nell'invito che tu mi hai spedito compare anche il nome di Ekos Club Onlus. Se il Fazzini è un organizzatore di questo evento, come mai poi ci ha ripensato?

FDL: E' chiaro che Gerolamo Fazzini è il padrone di casa ed è responsabile nei confronti del MiBACT, ma la mostra non l'ha organizzata lui, l'ha organizzata Michela Rizzo che rappresenta nomi di grande livello come Roman Opalka, Fabio Mauri; è stato inserito il nome di Fazzini per cortesia.

TG: Cortesia che non è stata ricambiata... Comunque, lui non ha avuto un ruolo nella mostra?

FDL: No, nessun ruolo.

TG: Ho capito, ma da come l'ho vista io e leggendo la lettera che hai pubblicato sul tuo blog sembrava che l'organizzatore non sapesse nemmeno ciò che ha fatto e che cosa è stato collocato sull'isola. Sembrava la situazione di qualcuno che pur dentro questo evento piuttosto importante cadesse dalla nuvole.

FDL: Eh sì, c'è una contraddizione. Se non ci fosse stato lui che apriva a me e al Barlanfante le porte del Lazzaretto, se non ci fosse stato lui a fornirci il trattore, l'argano, il trabbattello e gli altri attrezzi, come avremmo potuto montare le installazioni? Lui sapeva benissimo quello che stavamo facendo. Per onestà devo dire che quando io ho sistemato il mio Ravatti all'esterno del recinto l'ho visto arricciare il naso ed ho capito che forse stava provando a mettermi i bastoni tra le ruote affinché io non installassi lì la mia opera.

TG: Capito.

FDL: Quello è un lavoro forte e provocatorio, ma la mia finalità non era la provocazione. I Ravatti sono vera poesia! Sono ciarpame che io ho raccolto sulle rive di tutta Italia, ma anche del Mediterraneo, in Grecia ed in Francia. Sono resti tutti artificiali riciclati e trasformati dal mare: non c'è niente di naturale. Il sottotitolo dell'opera è: "Arcobaleno ancora quasi naturale".

TG: Federico, in quanti anni hai raccolto questo materiale?

FDL: Tantissimi anni. Prima di fare la mostra sono stato sulle rive del Lido di Venezia ed ho trovato altri reperti molto interessanti che ho inserito nell'installazione. Questo per dire che tutte le volte che io vado al mare cerco sempre con lo sguardo a terra questo genere di cose. Non sono oggetti che si trovano facilmente. A me interessa che siano anche pulite dall'azione del mare. Nella mia raccolta c'è anche una serie di bambole che hanno perso la loro connotazione artificiale e sembrano aver assunto le sembianze di pesci o di sassi. Non posso tradurre in parole ciò che vedo.

TG: Lo so; ma quanto tempo ti ha richiesto questa ricerca?

FDL: Da ragazzo già facevo una raccolta di questo tipo. Quando nel 1978 ho fatto la mostra a Stoccarda io avevo già raccolto questi oggetti. Non esiste un anno preciso in cui ho iniziato questa attività: si tratta di un lavoro che s'è definito poco a poco e poi si è arricchito nel corso del tempo. Anche se poi ho fatto molte altre cose.

TG: Questi "Ravatti", adesso che fine hanno fatto? Non saranno mica stati buttati via?

FDL: No, Fazzini li ha rimessi nei sacchi nei quali io li avevo portati a Venezia.

TG: Quindi sapeva che non erano spazzatura?

FDL: Lo sapeva benissimo.


Ravatti Federico De Leonardis
I Ravatti di Federico De Leonardis

TG: Siamo sicuri che tutta questa storia non è una vostra trovata pubblicitaria?

FDL: Magari lo fosse! In quel caso avremmo rimesso tutto a posto ed avremmo beneficiato del tam tam mediatico. Non è così. Secondo me il problema è che qualcuno non comprende il mio lavoro.

TG: Questo fa di te un vero artista?

FDL: Ma no, gli artisti li fa solo la poesia e non le contraddizioni del mercato o di qualche ignorante, la poesia condivisa e produttiva di altra poesia. Come ho specificato nel mio blog di Fuori dai denti, se essere rifiutati dal Salon fosse indice di grandezza io sarei a cavallo, come gli impressionisti, ma portato da queste bestie dentro un catafalco. Mi spiego? E poi oggi il tam tam mediatico orchestrato dagli interessi commerciali è così assordante che soffoca tutti gli episodi minori come quello per cui oggi mi hai intervistato. Le azioni di censura dei Fazzini di turno vanno segnalate, ma non bisogna dar loro troppa importanza. Come dicevo, passata la festa, il polverone, il suo deposito lascia intravvedere solo la poesia, se c'è, ed è quella ad agire. Guarda, guardate tutti il video su Youtube. E a parte questo sull'isola ci sono altre dieci installazioni di cui altre cinque mie che mi illudo siano altrettanto poetiche.

TG: Un'ultima cosa su Fazzini, ma cosa vuol dire essere Ispettore Onorario del Ministero? E' un titolo fittizio?

FDL: Ma che ne so?! Non ne ho idea! La Sopraintendenza ha uno strapotere che applica solo dopo che i buoi sono scappati. La storia dell'arte è piena d'esempi in cui, ad un certo punto, si trasforma l'antico in qualcos'altro, perché un modo di vedere l'antico è proprio dettato dal contemporaneo. L'artista contemporaneo trasforma l'antico ovunque. Oggi, i lavori site specific sono molto più importanti degli altri lavori nei luoghi deputati. Questo è uno di quei casi. Il Ministero dei Beni delle Attività Culturali e del Turismo è diventato di un conservatorismo assurdo: questo è un discorso. L'altro discorso è che, probabilmente, non potendosi occupare di tutti i luoghi di cui è responsabile, il Ministero demanda certi compiti a persone ignoranti che vengono terrorizzate da questi ruoli.

TG: Può essere. Invece, della Biennale che cosa ne pensi? Non ti sembra che abbia perso molto del suo valore e della sua importanza?

FDL: (Ridacchiando) Tu mi stai provocando! Sì, secondo me dopo gli anni d'oro, fino a quando c'è stata la mostra di Robert Smithson, ad esempio, ma anche recentemente abbiamo visto dei bei lavori alla Biennale. Per esempio, le opere di Richard Serra mi sono piaciute molto; oppure altri lavori molto più contemporanei. Si tratta però di casi rari all'interno di un'organizzazione che ha molti soldi e può attirare opere interessanti. Ritengo che dall'intervento di Sgarbi all'interno del Padiglione Italia la Biennale è decaduta moltissimo; questo però non vuol dire che non ci siano lavori interessanti da guardare. Io quest'anno non ho ancora fatto in tempo a visitarla.

TG: Del fatto che alcuni artisti paghino per esporre nei padiglioni dei paesi meno prestigiosi che cosa pensi?

FDL: Questo non lo so!

TG: Sì, succede anche questo.

FDL: Non lo so e non voglio nemmeno saperlo, sarebbe una cosa veramente grave. Non voglio fare polemiche stupide, ma sulla Biennale di Sgarbi in passato ho scritto sul mio blog.

TG: Qual'è la morale che trai dall'incidente che ti è capitato?

FDL: E' significativo dei tempi. Oggi viviamo un'epoca di "Barocchetto Volgare", io l'ho classificata così. Il Barocchetto, intendiamoci, non è il Barocco. Io mi levo tanto di cappello davanti all'arte Barocca, da un Caravaggio ad un Borromini, a Bernini: tutta gente che sapeva il fatto suo. A Guido Reni, perfino... Noi italiani siamo intrisi di cultura Barocca, non soltanto nelle arti visive, ma anche in letteratura. Fa parte della cultura italiana, ma il Barocchetto, o Rococò Volgare, rappresentano il Kitsch della nostra società che è la conseguenza del dilagare della cultura di massa che attraverso la cultura americana è arrivata fino a noi.


La visita alle installazioni di Federico De Leonardis e Ivan Barlafante è gratuita.

Tutti i diritti sono riservati








mercoledì 17 maggio 2017

I ricordi del più vecchio fotoamatore del Circolo Fotografico Milanese: Emilio Secondi (Una vita per la fotografia)

"Le tue prime 10.000 fotografie sono le peggiori." Henri Cartier Bresson

"Il digitale ha rovinato in modo irreversibile il mondo del lavoro." Giorgio Bertone

Emilio Secondi ha compiuto 91 anni il 22 aprile ed è iscritto alla Fiaf da sempre.

Giovedì 9 marzo, uscito dalla MIA Photo Fair, quando mi apprestavo a fare due passi per tornare verso casa, ma vengo attratto da una scena che decido di voler fotografare. Vedo un uomo abbastanza in là con gli anni che tiene in mano una fotocamera digitale che ho avuto modo di recensire tempo fa nelle sue prime versioni e trovo che sia una cosa abbastanza insolita e che questo uomo deve essere forse un fotografo che ha visitato, come me, la Fiera della Fotografia d'Arte. Decido di prendere la mia fotocamera reflex digitale e di scattargli un paio di fotografie, non si sa mai, potrebbero tornarmi utili.
Scatto le prime fotografie e non mi accontento, mi avvicino, voglio che questo signore mi veda e voglio provare ad attaccare bottone con lui, chissà che cosa ne può uscir fuori. Sono veramente curioso. Capisco che l'uomo sta cercando la giusta inquadratura, ma lo vedo anche un po' in difficoltà col menu della fotocamera. Finalmente si accorge di me.

Emilio Secondi: Ci conosciamo?

Tony Graffio: Ma certo! (Bluffo spudoratamente).

ES: Anche lei è della Federazione?

TG: Scusi, quale Federazione?

ES: Ma la FIAF! La Federazione Italiana delle Federazioni Fotografiche. Ho esposto una marea di mostre: al circolo fotografico milanese, nel corso degli anni. Sono iscritto dal 1972. Prima sono stato iscritto al circolo culturale Pirelli. Poi, la Pirelli ha chiuso le sbarre, ha chiuso tutto. Poi, siamo passati al Circolo Fotografico Milanese e lì è iniziata la mia carriera: ho rivestito molte cariche come consigliere, come delegato di zona e come addetto ai concorsi. Ho fatto parecchi reportage: tra i quali il più importante è "Ventiquattro giorni sul Delta"; è un lavoro che è durato dieci anni e che mi ha dato molte soddisfazioni. E poi ho fatto lo stesso lavoro in Lucania.

TG: Sempre su un fiume? Sul Delta?

ES: Il Delta lo conosco come le mie tasche.

TG: In Lucania che fiume passa?

ES: In Lucania c'è il Basento. In Lucania ci sono tre fiumi abbastanza importanti, ma non ricordo i nomi degli altri due. Sul Delta arrivano sette rami che escono nella foce, ora non sto ad elencare tutto... Ho vinto parecchi primi sia nell'ambito del Circolo Fotografico ma soprattutto con le mie mostre personali... ma sta registrando?

TG: (Effettivamente sto registrando il dialogo con il mio registratore portatile, ma non mi va d'interrompere la conversazione che è molto spontanea) ...Ma lei In Pirelli cosa faceva?

ES: In Pirelli ho lavorato dal 1942 al 1980. Sono entrato in Pirelli a 16 anni e mezzo anzi a 17, come impiegatino. Poi, ho avuto diverse mansioni, tra cui l'ultima è stata un incarico nel laboratorio di Igiene Industriale e di Ergonomia. Perciò andavo nelle Fabbriche di tutta Italia a  fare i rilievi della nocività per i lavoratori per quello che riguardava il microclima, l'udito e via dicendo. Perciò è stato un lavoro molto interessante, ma impegnativo. Poi nel 1980, scusi il termine, mi sono rotto le scatole perché arrivavano i giovani saputelli che però non sapevano niente, e così me ne sono andato. Perciò sono in pensione dal 1980.

TG:E Rodighiero Sara l'ha conosciuta?

ES: Dove? In Pirelli?

TG: Sì. E il ragionier Quadrelli l'ha conosciuto?

ES: No. Ho conosciuto migliaia di persone, ma soprattutto ho fatto dieci anni in psicotecnica per le assunzioni del personale, poi altri dieci anni nel Laboratorio di Igiene Industriale ed Ergonomia. Sono state due mansioni che sono durate vent'anni. Negli anni precedenti ho svolto dei lavori di routine allo sportello per l'assistenza sanitaria in Pirelli che era molto importante.

TG: Leopoldo l'ha conosciuto?

ES: No, però Leopoldo l'ho visto diverse volte. Una volta a momenti mi veniva addosso con la sua macchina: usciva dal grattacelo con la macchina… Io ero lì per caso e l'ho visto passare. Leopoldo era uno molto in alto.

TG: Certo, era il capo di tutto. Ma senta, quindi il Circolo della Pirelli come funzionava? Il Circolo fotografico Pirelli intendo…

ES: Il Circolo Culturale Pirelli è dove ho fatto le prime esperienze fotografiche e dove ho avuto le prime soddisfazioni. Mi ricordo che ho fatto una proiezione a colori su Milano molto importante nell'auditorium del grattacelo Pirelli dove c'era il consiglio della Regione Lombardia, ora non c'è più. C'era la sala piena. Ho avuto un coraggio da leone a presentare questo lavoro di diapositive dedicato a Milano, centro e periferia, tutta Milano. E’ stata una bella esperienza. Adesso ho la casa piena di fotografie.

TG: Allora devo venire a trovarla! Mi lasci un suo numero di telefono…

ES: Se verrà a trovarmi le mostrerò tutto il mio archivio fotografico, che è una cosa impressionante.

TG: Ma lei abita qui in zona?

ES: Qui dietro (zona Piazza Gae Aulenti). Allora anche lei mi lasci il suo numero…

Scambio dei numeri di telefono.

TG: Allora, senta, lei doveva conoscere molto bene Donzelli. E anche la Wanda. Vero?

ES: Donzelli sì. Con Wanda Tucci Caselli c'era un rapporto di amicizia. Wanda fotografava anche di notte. Secondo lei dovevo andare a letto con la macchina fotografica. Era insistente, però. Fu lei a spingermi, a convincermi a partecipare ad alcuni concorsi. Tralasciando i discorsi politici io ho sempre guardato da una parte, quella a sinistra, sempre vicino agli operai, sia quando facevo l'assistenza sanitaria, sia quando mi occupavo di psicotecnica e di Igiene Industriale. Però, una volta il signor... L'ex-presidente della regione Lombardia, Formigoni, aveva organizzato un concorso nazionale, bellissimo, dedicato alla Lombardia.

Emilio Secondi Fujifilm X100T
Duello fotografico. Emilio Secondi e Tony Graffio si fotografano vicendevolmente.

TG: In che anno è successo?

ES: 1900, adesso siamo nel 2017… 1999… 2000! C’erano in ballo tre premi importanti. Un premio da cinque milioni, un altro da due milioni e mezzo, e il terzo premio per i seniores da cinquecento mila lire. Allora Wanda mi disse “Devi concorrere”. E io: “Ma cosa vuoi concorrere… sanno già a chi darli questi soldi, ma figurati!”. Comunque sia, per darle retta, perché fu lei ad insistere ho preparato cinque stampe a colori sulle risaie del vercellese e della Lomellina, non mi importava molto, neppure mi piacevano... Sì erano buone fotografie, a colori. Poi quando ho letto i nomi dei giurati, erano dei giurati, signori con i baffi: tra i quali Lanfranco Colombo, Pietro Donzelli e altri grandi esperti. Perciò la giuria era seria, importante, almeno quella. Quando ho letto i nomi dei giurati ci ho ripensato e ho ristampato dieci fotografie sulla periferia di Milano. Perché io ho fatto tante mostre intitolate “Un paese chiamato periferia”, questo era il titolo della mostra che ha girato in lungo e in largo. Le foto del Delta hanno girato in tutta Italia, in Austria e una volta anche in Jugoslavia.  Comunque, a parte i concorsi ed altre storie, ritornando a Formigoni: c'è stata la comunicazione dei risultati della giuria e mi è arrivata una lettera nella quale risultava che io ero stato scelto come fotografo per i primi tre premi, cioè mi toccava o il primo, o il secondo o il terzo. Il primo premio erano cinque milioni di lire, di una volta… Allora hanno allestito questa proiezione delle fotografie, hanno speso un sacco di soldi, nella sala di rappresentanza del grattacielo Pirelli. Ad un certo punto è arrivato il signor Roberto Formigoni e si è messo dietro il tavolo della giuria. Perché c'erano tutti gli assessori, la stampa, i fotografi. C'era anche Wanda vicino a me, i miei amici del Circolo. Il Presidente ha incominciato a chiamare i vincitori della sezione giovanile, primo, secondo e terzo. E poi è passato a chiamare i vincitori dei seniores. Ha chiamato il terzo, e non ero io, ha chiamato il secondo e non ero io. Allora mi dico: probabilmente sono il primo. Infatti ho vinto il primo premio, cinque milioni che poi con la trattenuta alla fonte erano tre milioni e mezzo.

TG: Ah, c'erano anche le tasse! Incredibile…

ES: Eh si, si. Tutto tassato. E poi abbiamo parlato con gli assessori. Abbiamo magnificato il Circolo Fotografico Milanese. Perché non sapevano neanche che esistesse.

TG: Una volta era in Galleria del Duomo…

ES: In Galleria del Duomo ho fatto tante di quelle mostre: ho tutta la documentazione, tutte le fotografie. Ho una libreria piena di documentazione di tutta la mia carriera fotografica.

TG: Senta, il suo archivio a chi lo lascerà? Al Comune? O a Formigoni? (risata)

ES: Ai miei figli (ride). Formigoni aveva tenuto il discorso formale. Poi abbiamo chiesto anche la collaborazione al Comune di Milano che ci desse qualche finanziamento per il Circolo. Perché la Federazione Italiana Associazioni Fotografiche non finanzia niente. Ho un sacco di coppe, premi, non so più dove mettere le targhe e le altre patacche. Poi, è arrivata una soddisfazione molto importante: il Circolo Fotografico di Firenze, tramite la Federazione, è stato un contentino, mi ha dato un premio speciale in occasione di un grande concorso fotografico intitolato “Una vita per la fotografia”, e in queste vite c’è Donzelli, la Wanda, ci sono io, c’è un bravissimo fotografo che era un annunciatore della Rai, ora mi sfugge il nome, un toscano molto simpatico. Poi i miei due lavori molto importanti sono nella fototeca delle Federazione: sia il delta del Po, sia la Lucania, e altri lavori. Ho fatto una barca di ritratti nella mia sala di posa, fatta con le mie mani. Ho fotografato tutti gli amici del Circolo Fotografico Milanese, foto di 30 x 40 centimetri in bianco e nero. Poi ho fatto anche foto a colori che hanno avuto molto successo, che hanno ricevuto premi e riconoscimenti. Lei è iscritto alla Federazione? Se ci si iscrive: ogni anno riceverà un annuario molto bello, fatto bene, e nell'annuario ci troverà tutte le statistiche. C’è una sezione dei cento migliori fotografi italiani, e poi la sezione delle stelle Fiaf, cioè a seconda del numero delle accettazioni e del numero dei concorsi nei quali sono state accettate le fotografie, neanche premiate, valgono le accettazioni e evidentemente anche le premiazioni e le segnalazioni, quando si raggiunge un certo numero di accettazioni appunto, mi pare debbano essere centocinquanta, centottanta, viene assegnata una stella Fiaf che è un grande riconoscimento. E il nome rimane per sempre nell'annuario. Ogni volta che esce l'annuario c'è il mio nome: Emilio Secondi. Mi sono accorto che ho preso più accettazioni di Roberto Rognoni, tanto per fare un nome, che è un carissimo amico del Circolo molto bravo. Adesso a furia di parlare mi si è asciugata la bocca!

TG: Andiamo a bere qualcosa allora! Senta, io mi ricordo che una volta Donzelli aveva presentato una rassegna di foto rarissime che arrivavano dalla Russia.

ES: Donzelli era un grande operatore fotografico oltre che un grande fotografo. Perché io sono andato sul Po? Quando ho visto la sua mostra dedicata al Po, lui ha avuto la fortuna di fare questo reportage su Po, perché Donzelli è di quelle parti. Infatti il nome Donzelli è originario della zona Polesine, più che del Polesine, del Delta. Donzelli ha fatto questo lavoro sul Po straordinario, dobbiamo paragonarlo a Paul Strand, per esempio. Il signor Berengo Gardin, del quale io sono amico, ha scimmiottato Paul Starnd. Paul Strand è andato in quel paese su Po…

TG: Luzzara. Con Zavattini...

ES: Si, Luzzara, un altro lavoro straordinario. Un Paese Accompagnato da Zavattini. E Zavattini poi gli ha scritto tutti i testi. Quel libro lì poi, stupidamente, l'ho venduto per quattro soldi perché avevo rovinato la copertina, ma lasciamo perdere questo fatto. Poi, Pietro Donzelli è venuto a casa mia e gli ho fatto il ritratto come ho fatto il ritratto a tutti gli amici di allora.

TG: I ritratti di chi?

ES: Ho fatto tutti i ritratti degli amici del Circolo Fotografico. A tutti ho scritto una lettera pregandoli, se si sentivano, di venire a casa mia. Alcuni sono venuti con la fidanzata o con la moglie, niente figli però (ride). E ho fatto una mega di ritratti con le macchine Fujica 6 x 9 con due obbiettivi, straordinari.

TG: Ma quanti soci aveva una volta il Circolo Fotografico?Eravate tanti?

ES: Ma lei mi fa una domanda… Adesso non le so rispondere. Diciamo che nel 1981-'82, anni che sono stati tremendi per me, perché ho perso mia moglie nell'84, dopo tre anni di sofferenze. Per un tumore ai polmoni.

TG: Mi spiace.

ES: Comunque nel 1982 abbiamo presentato due mostre spettacolari, all'Arengario, in Piazza del Duomo con uno stendardo del Circolo Fotografico Milanese. E’ stata l’unica volta in cui il Comune ci ha aiutato, ci ha dato di un po' di finanziamenti per allestire quella mostra. Abbiamo messo su una mostra megagalattica con migliaia di fotografie di tutti i soci noti e non noti del Circolo. E io ho portato logicamente un po' di ingrandimenti con le foto del Delta del Po.

TG: Io ricordo che in quella mostra di cui sta parlando c'erano i fotografi russi che sono riusciti a far uscire delle foto dalla Russia. Non so se lei se le ricorda… O forse le avevate esposte nel vostro Circolo, in Galleria del Duomo. E Donzelli diceva che erano degli anni '50 o '40, non ricordo. Donzelli di che anno era? Era più anziano di lei?

ES: Ah sì… Donzelli non so esattamente. Purtroppo poi sono andato con Cesare Colombo a trovarlo. Era ricoverato in un Ospedale appena fuori Milano, un centro specializzato per pazienti anziani. E lui aveva un impegno ad Arles, per gli Incontri Internazionali di Fotografia, dove gli avevano riservato uno stand. Donzelli era impaziente.

TG: Che anno era?

ES: Ora non ricordo esattamente. Mi pare verso la fine degli anni '80. E lui era ricoverato lì in attesa di un intervento. E quando sono andato a trovarlo con Colombo era contento di vederci. Ci siamo raccontati anche delle barzellette. Perché Donzelli era un uomo burbero al Circolo, molto severo, non gli andava bene tutto. Aveva un senso critico della fotografia, straordinario. In quella occasione quando lo salutammo in Ospedale gli dissi di avere pazienza per l'intervento. Poi però gli venne un attacco di cuore improvviso ed è mancato, così abbiamo perso anche Donzelli. Abbiamo perso Sergio Magni che era la nostra colonna, del quale ero molto amico. Abbiamo perso Wanda, e tutti i Caselli. Wanda per il Circolo si è prodigata, ha speso una fortuna.

L'angolo segreto di Emilio Secondi. Ho scattato questa fotografia su sua indicazione perché Emilio mi ha detto che questo è uno scorcio che gli piace molto per via della sinuosità del palazzo.

TG: Era di famiglia benestante?

ES: Sì. Il marito era un notaio, uno dei primi a Milano. Poi ho scattato i ritratti a Wanda. Era una donna molto raffinata, nel modo di porsi, di vestire. Decideva lei come dovevo fotografarla (ride di cuore). Le ho fatto dei ritratti bellissimi in bianco e nero. Poi l'avvocato Nicola mi ha chiesto se poteva avere questi ritratti. Li ho ristampati per fargli un omaggio e lui quando glieli ho portati si è messo a piangere perché era molto innamorato di sua moglie. Wanda era una donna molto raffinata, molto colta. Ha scritto due libri sulla sua vita perché il padre faceva l'agrario appena fuori Milano come si chiama quel paese, sulla Comasina? Proprio attaccato a Milano...

TG: Bollate? Rho?

ES: No. Proprio attaccato a Milano .Dove c’è un ospedale traumatologico importante...

TG: Il Gaetano Pini?

ES: No. Non a Milano, quasi in periferia…

TG: Cormano?

ES: No.Adesso la mia memoria mi tradisce perché a novant'anni faccio fatica a ricordare le cose.

TG: Pero? Paderno?

ES: No, no, no. E insomma se non viene, non viene.

TG: Sesto?

ES: Ma no! Sesto San Giovanni è come se fosse Milano. Comunque, il padre di Wanda non era un contadino, possedeva alcuni terreni…

TG: Bovisio? Senago?

ES: E insomma, quando uno non ricorda un nome… Wanda era molto appassionata alla letteratura. Ha scritto due libri sulla sua infanzia, sulla sua gioventù. Poi quando ha conosciuto l'avvocato Nicola si sono sposati e hanno avuto due figli. Ebbero una tragedia in famiglia, persero la figlia, ma nonostante questo Wanda continuò a fotografare, instancabilmente, a partecipare ai concorsi. Si prodigò molto per il Circolo. Era un donna con una volontà ferrea. Quando si metteva in mente una cosa, non c'erano santi che tenessero. Non è che tra noi fossero sempre rose e fiori, qualche volta mi ha fatto involontariamente anche qualche scherzetto.

TG: Comunque lei è il socio più anziano del Circolo?

ES: E certo! Adesso non vado più al Circolo. Per esempio lunedì prossimo c'è in programma una serata che non mi interessa. Mentre il lunedì dopo c’è un bravo fotografo, un socio nuovo, ma piuttosto bravo allora penso che ci andrò. Anche se faccio fatica a camminare, per esempio per venire qui. Ho un po’ di problemi di salute.

Emilio Secondi Fotoamatore
Just photograph! Uno dei primi scatti che ho fatto a Emilio Secondi, quando era ancora intento a sistemare il menu della sua Fujifilm X100 T.

TG: Senta, invece, Cesare Colombo frequentava il Circolo? Era appassionato come voi?

ES: Sì, Cesare era un amico del Circolo. E' stata una storia molto bella, interessante, come in tutte le cose con alti e bassi. Diciamo che ora purtroppo il Circolo sopravvive, però sopravvive male. E poi è cambiato tutto. Sono arrivati ragazzi nuovi, molto intelligenti, molto preparati. Adesso usano solo il digitale, però esiste solo Milano, fotografano solo Milano e basta.  Anche io l'ho fotografata tanto Milano, ma ad un certo punto... insomma basta.

TG: Ma senta per lei è stato difficile passare dalla pellicola al digitale? Ce l'ha il computer?

ES: Ho molta nostalgia dell'analogico perché facevo tutto io da quando schiacciavo il bottone a quando spuntinavo la fotografia finale, punto e basta. Quindi, ripeto, ho molta nostalgia di quello che facevo: i bagni, lo sviluppo, il fissaggio, il lavaggio e poi ogni tanto facevo qualche scherzo, qualche colorazione, qualche viraggio, etc. Ma a parte i viraggi che non mi interessavano più, la mia era una fotografia il più possibile vera, realistica e di paesaggio. I miei punti forti erano i ritratti, ne ho fatti una serie con le macchine 6 x 9. Quando stampavo quei negativi lì era una cosa bellissima. Poi la stampa era un lavoro molto bello, creativo. Adesso, con questi affari qua digitali fanno tutto loro, poi organizzano i Photoshow e fanno delle cose meravigliose per l’amor di Dio, non discuto. Ci sono dei miei amici del Circolo per esempio faccio un nome: Alberto Andreini, è bravissimo, fa delle cose stupende, però bisogna avere lo scanner, il computer, la stampante.

TG: E certo! Lei in che anno è passato al digitale?

ES: Tre anni fa. Questa fotocamera ha due anni e mezzo, ma io la odio questa roba qua. Non sono capace! Ancora adesso devo prendere il libretto di istruzioni per sapere tutto quello che riesce a fare questa macchinetta. Ha visto adesso quanto abbiamo tribolato per fare una foto in bianco e nero, ma è mai possibile? (gli avevo settato il menu come voleva lui. Per questo poco prima quando l'ho incontrato l'avevo visto in difficoltà. NdTG) Meno male che è arrivato lei che me l’ha sistemata! Dove me l'ha impostata? Sul viola?

TG: Va bene! Grazie!

ES: Ma lei mi ha fatto un’intervista???

Circolo Fotografico Milanese
Emilio Secondi 
(sullo sfondo il "Bacarozzo", ovvero come gli abitanti della zona Isola hanno rinominato amichevolmente, in modo entomologico, l'Unicredit Pavillon, una struttura polifunzionale di legno che ogni tanto ospita anche mostre fotografiche.)

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