giovedì 30 giugno 2016

Visioni di un mondo post-industriale

Cari amici lettori, collaboratori e semplici curiosi, sono molto contento di ciò che siamo riusciti a presentarvi durante questa bellissima stagione invernale/primaverile di "Frammenti di Cultura", un sito di riferimento per gli addetti ai lavori e gli appassionati di arti visive che sta raccogliendo sempre più materiale iconografico e storico di buon livello, grazie anche al vostro interessamento, alla vostra partecipazione ed al vostro crescente entusiasmo.
Non è facile in un mondo perennemente di corsa, attraversato da mille problemi e situazioni difficili, provvedere soltanto con i propri mezzi, sottratti ad altri interessi e destinazioni, alla realizzazione di una specie di gazzetta che parli della realtà, dei problemi e delle storie di artisti ed altri sognatori. Nonostante questo, ho deciso di continuare sempre allo stesso modo, con la stessa linea editoriale, rimanendo indipendente e garantendovi informazioni attendibili esenti da qualsiasi pressione di potere o commerciale.
Ho ancora moltissimi argomenti da proporvi e servizi in corso d'opera da farvi leggere.
Frammenti di Cultura è uno strumento di conoscenza sempre più presente laddove i media ufficiali e le testate più prestigiose latitano e affrontano tematiche che spesso vengono considerate di nicchia o di relativo interesse. 
Come si fa a considerare secondario il benessere dei nostri simili ed il nostro sviluppo intellettuale? Anche la cultura con la C maiuscola è diventata underground?
Noi non ci limitiamo a segnalare degli eventi mondani o a inneggiare al fenomeno mediatico del momento, ma cerchiamo di approfondire le storie dei protagonisti e le tematiche che portano a certe situazioni: ovviamente con tutti i limiti dei nostri poveri mezzi e del contesto nel quale operiamo, ma siamo ben felici di aver fatto certe scelte controcorrente perché per noi quello che conta non sono né i numeri, né il denaro e nemmeno essere sulla bocca di tutti, ma poter dare a qualcuno la possibilità di vedere la realtà con occhi diversi.
Restando un po' su questo tema, ho pensato di presentarvi una mia mini serie di immagini letteralmente rubate in un'area dove è estremamente difficile avere l'accesso e potervi fare vedere luoghi abbandonati, ma non del tutto dimenticati che potrebbero subire grandi cambiamenti ed essere sottratti all'utilizzo pubblico per essere, ancora una volta sfruttati come terreni edificabili, privandoci dell'indispensabile filtro verde che rigenera l'aria inquinata della nostra città.
Se lo desiderate, potete visionare le stampe originali presso il PastrengoUnolab, spazio di varia creatività di cui ho già parlato recentemente. Le fotografie firmate e numerate dall'autore, resteranno esposte da Innocente in via Pastrengo 1, nel quartiere Isola, a Milano, per tutto il periodo estivo.

Mondo post-industriale. 2016 TG

 Dove andare. Cosa fare. 2016 TG

 Giù dalle scale. 2016 TG

 Incrocio di scale. 2016 TG

 Realtà intersecata di uno stesso mondo.2016 TG

Scala Finestra. 2016 TG

Doppio gasometro. 2016 TG

Le fotografie sono state riprese con la Leica CL Hybrid versione Tony Graffio presentata su Orpho.

Una felice e calda estate a tutti!

martedì 28 giugno 2016

The Floating Piers: il miracolo sul Lago d’Iseo

Lago Iseo Fotografia Aldo Basili
The Floating Piers percorsi dal pubblico/opera d'arte vivente verso sera. Lago d'Iseo 2016. Fotografia di Aldo Basili.

Tony Graffio: Caro Joe, eccoti di nuovo in Italia, oramai è più il tempo che passi qui che a New York?

Joe Iannuzzi: Tony, ero a Basilea e non potevo certamente perdermi l’installazione di Christo.

TG: Secondo Sgarbi: “E' una passerella verso il nulla”, secondo Daverio:  “Una baracconata, alternativa alla sagra delle lumaca gialla”. Tu cosa ne pensi?

JI: Penso che non essendo stati chiamati in causa, da parte loro ci possa essere un po’ d’invidia. Ovviamente, Christo ha chiesto a Germano Celant di fare da curatore a questo evento molto particolare in quanto tra i due esiste un rapporto più che quarantennale. Non aveva senso affidare “The Floating Piers” ad altri critici o curatori. L’opera di Christo è davvero coinvolgente: unisce la terra con l’acqua e fa si che il fruitore diventi esso stesso parte dell’opera d’arte rendendola viva e interattiva con la sua presenza. Se cammini a piedi nudi senti il tessuto e sui bordi della passerella puoi toccare l’acqua. Questi lavori mi fanno ricordare gli anni sessanta e le installazioni/happening di quei tempi. Che bei ricordi! L’opera di Christo è al servizio della società per migliorare la comprensione di ciò che ci circonda e non solo.

TG: Questo progetto di Christo è nato nel 2014 ed è riuscito a realizzarlo nel giro di pochi anni, che ci puoi dire a tal proposito?

JI: Christo è un artista di fama internazionale che ha progettato e realizzato altri progetti sull’acqua: Over the River (ancora da fare), Sorrounded Islands, Wrapped Coast, Oceanfront, Running Fence. Tieni conto che quest’ultima installazione sul Lago d’Iseo prende spunto anche da una mai realizzata nella baia di Tokio (The Daiba Project), e una progettata per il Rio della Plata a Buenos Aires, dove non ricevettero i permessi per poterle fare. Sicuramente la mediazione della famiglia Beretta e dei politici locali ha come dire... Smosso le acque della burocrazia locale. In Italia affidandosi alle persone giuste si riescono sempre a fare miracoli. Forse, non dovrei essere io a ricordartelo, ma anche l'anno scorso l'industria bresciana è riuscita dove nessun altro è riuscito, ovvero nel portare a termine l'albero della vita di Expo, un'impresa che sembrava impossibile per le istituzioni, ma che i privati hanno saputo gestire da seri professionisti quali sono. Guarda caso ancora una volta per la realizzazione di un'opera titanica l'industria bresciana segna un altro goal a livello mondiale, più che europeo.

TG: Raccontaci dal punto di vista organizzativo che impressione hai avuto?

JI: Sicuramente organizzare un evento che richiama così tanti visitatori (circa 75'000 ogni giorno) in un luogo di solito non così affollato non è semplice. Ti racconto che io ho alloggiato in una specie di Hotel ad una stella trovato su internet dove mi hanno chiesto 150 euro per una notte, gli altri erano già tutti esauriti; non mi hanno rilasciato neanche una ricevuta ed hanno preteso il pagamento in contanti. I pullman per arrivare ad Iseo erano strapieni, dentro facevi la sauna. L’opera è ben sorvegliata: ogni 50 metri trovi del personale che osserva e poi anche gommoni con sommozzatori oltre a protezione civile, forze dell’ordine, però è stato bello vedere la cura dei particolari di questo spettacolo immerso nella natura. Il colore del tessuto utilizzato da Christo cambia a seconda delle luce e pure dove è bagnato: passi quasi dal giallo all'arancione scuro. Sembra di essere quasi su una laguna di sabbia che circonda anche l’isolotto di San Paolo.

TG: Quando hai visitato l’installazione c’era molta gente?

JI: Si davvero tanta ma il flusso era scorrevole. Molte famiglie con bambini piccoli e anche cani al seguito. Certo, a mezzogiorno ho visto entrare anche scolaresche, e in una giornata così calda probabilmente ritorneranno cotti dal sole. Ogni tanto notavi delle macchie arancione più scuro non soltanto sui bordi della passerella dove c’era l’acqua ma anche in altre zone…. Beh, immagino che quella fosse la pipì dei cani. L’opera era apprezzata anche da dei germani reali e dai cigni, vedi la natura già ha fatto propria l’opera apprezzando l’intervento artistico di Land Art.

Totale dall'alto del Lago d'Iseo Floating Piers Aldo Basili
The Floating Piers di Christo 2016 Lago d'Iseo. Totale dall'alto. Fotografia di Aldo Basili.

TG: Più che Land-Art, questa mi sembra Lake-Art... Christo iniziò con il Nouveau Réalism in Francia, cosa ci puoi dire invece del suo modo attuale d'esprimersi?

JI: Lui per sopravvivere vendeva i sui disegni: era molto bravo, poi impacchettò anche quelli con corde e cellophan, come ben sai non ci sono sponsor delle sue installazioni ma tutto viene sovvenzionato dall'artista vendendo i progetti delle opere, i suoi lavori nelle dimensioni più grosse arrivano tranquillamente a 500 mila euro. The Floating Piers è costato circa 17 milioni di euro. Ti posso dire che effettivamente la “sua” Land Art è effimera nel senso che l’installazioni non sono permanenti ma dopo due settimane viene tutto rimosso e i materiali riciclati.

TG: Che sensazioni hai avuto nel percorrere queste passerelle galleggianti?

JI: Il lago non è sempre fermo anzi si muove, hai la sensazione di essere in barca: sei cullato dal movimento delle onde e a seconda anche del ora del giorno e della notte, del clima, cambia l’esperienza. Mettere i piedi in acqua ti da refrigerio anche se non sempre gli addetti te lo consentivano. E’ un’installazione che va vista e vissuta, comunque ti posso dire che è molto apprezzata ho visto persone di tutte le nazionalità. Io stesso non ho voluto perdermi quest'evento irripetibile. Consiglio a tutti di andare a vedere a Brescia al museo di Santa Giulia la mostra “Christo and Jeanne-Claude Water Projects” (aperta fino al 18 settembre 2016) dove tramite i suoi lavori viene ripercorsa tutta la carriera dell’artista e dove puoi vedere anche dei plastici delle sue opere e una sala intera dedicata all’installazione The Floating Piers.

TG: Vedendo quante persone stanno partecipando all’evento viene da pensare che in molti ci stanno andando per poter dire: io c’ero?

JI: Sicuramente, anche questo è possibile ma pensa a come questa installazione stia attirando anche soldi con i parcheggi a pagamento; gli autobus; i collegamenti ferroviari e tutto l’indotto costituito da hotel, ristorazione, gadget e quant'altro. Ecco vedi, l’arte crea ricchezza per tutti.

TG: Ti sei ritagliato un pezzetto del telo arancione della passerella da portarti a casa come souvenir?

JI: Ci ho pensato, ma non mi sembrava il caso, anche perché conosco personalmente l'artista. Ad ogni modo nella mia Art Gallery conservo diversi bozzetti delle sue opere. Ho sentito dire che il primo giorno d'apertura dell'istallazione ti regalavano un pezzettino di stoffa arancione, in seguito per gli stessi souvenir bisognava pagare.

TG: Non sei nemmeno passato a salutare Christo all'Hotel Iseo Lago?

JI: Avrei dovuto incontrarlo l'altra sera a cena, ma a causa del mal tempo in arrivo ci sono stati dei cambiamenti di programma ed ho preferito non disturbarlo. Probabilmente, ci rivedremo a Natale a New York...

Il lago d'Iseo acque calme sotto le Floating Piers le passerelle di Christo
The Floating Piers di Christo 2016 Lago d'Iseo. Fotografia di Aldo Basili.

Tutti i diritti riservati a Joe Innuzzi, Tony Graffio, Aldo Basili e Frammenti di Cultura


venerdì 24 giugno 2016

Quello che resta di Piero Fogliati, della sua opera, del suo pensiero e della sua umanità (Intervista al figlio Paolo durante l'inaugurazione di Eterotopia)

Presentazione del Curatore della mostra Eterotopia*
Un percorso che si articola tra i suoi soggetti più famosi, tra i quali Euritmia evoluenteLatomiaLiquimofonoReale virtualePrisma meccanicoFleximofonoForme di buio e Macchina che respira.
Ancor più che opere d’arte, quelle di Piero Fogliati ci appaiono come le invenzioni di un visionario che si è nutrito di sogni. Sogni troppo grandi per un uomo solo. Dagli anni Sessanta Fogliati ha infatti iniziato a concepire una Città fantastica in cui l’ebbrezza meccanica generava “esperienze sensoriali” nelle persone. Molte delle sue intuizioni sono purtroppo rimaste sulla carta: Fissazioni – come amava chiamarle lui – che si esprimono in poche linee e qualche parola.
Assumendo lo spettatore a guisa di ricettore, Fogliati ne mette alla prova le dinamiche visive e le facoltà cognitive; molte sue opere si basano sul “principio percettivo autonomo”, ossia sui movimenti saccadici dell’occhio, che sono involontari. Con queste opere Fogliati si avventura in uno spazio animato da enigmi sensoriali, i cosiddetti fantasmi che possiamo intercettare grazie a una persistenza retinica. Una delle invenzioni più famose di Fogliati è la luce sintetica, altrimenti detta “luce fantastica” che resta bianca a contatto con un corpo statico, scomponendosi viceversa nei colori dell’arcobaleno quando illumina un corpo in movimento.
Affrancando il colore dal supporto pittorico, Fogliati si è sempre avvalso di dispositivi elettromeccanici che avverano una “pittura dell’aria”. Uno spazio potenziale, depositario di meraviglie e delizie, dove linee e volumi fluttuano per poi dissolversi. Le investigazioni percettive di Fogliati sono la summa di una felice commistione tra arte, scienza e tecnologia, capace di ottenere un “magico processo” che non tutti sono in grado di comprendere nella sua totalità. 
Alberto Zanchetta

L'artista, il suo ambiente e la sua famiglia
Piero Fogliati cercava sempre di capire le cose profondamente con un approccio di tipo giocoso, ma non per questo meno serio. Immaginatevi di rimanere per tutta la vita bambini, non nel senso di giocare perennemente in modo incosciente, ma con un entusiasmo, una purezza d'animo ed una sincerità primordiale. Quando un bambino vuole realizzare qualcosa non si pone problemi, né limiti, la fa e basta, mentre l'uomo adulto si lascia spaventare e frenare da mille preoccupazioni e pensieri d'inadeguatezza. I bambini non obiettano che una cosa non si può fare, ma procedono verso il loro obiettivo, indipendentemente dagli ostacoli che potrebbero incontrare. Incuranti di eventuali dilemmi etici, organizzativi o pratici. Non c'è nulla che non si possa fare o che non sia giusto fare, se un bambino vuole costruire qualcosa lo fa con i propri mezzi, capacità e fantasie, non si ferma davanti a pretesti o critiche. Questo era l'atteggiamento che Fogliati conservava nell'affrontare le proprie ricerche e nel realizzare le proprie opere. Come un bambino operava e giocava scevro da pregiudizi e da limiti. La sua arma più efficace era la curiosità che gli permetteva di scavare ogni argomento in profondità trovando spesso soluzioni mai percorse prima. Come nel caso del suo prisma meccanico, pensato in un modo che nessun altro aveva pensato prima. Come un disco di Newton che anziché essere opaco è trasparente. Fogliati osservava le cose da un altro punto di vista che era il punto di vista di un uomo speciale, molto stimolante anche per tutte le persone che lo conoscevano ed interagivano con lui.
Eterotopia è una parola coniata dal filosofo francese Michel Foucault nel 1966, utilizzata nel nostro caso, per descrivere le opere di Fogliati, per esprimere idee di "utopie situate" in luoghi diversi che tuttavia permangono reali in quella cosiddetta "Città Fantastica" sognata dall'artista torinese e mai concretizzata. 
Fin dagli anni '60, Piero Fogliati ha iniziato a concepire una sua città "ideale" in cui le esperienze sensoriali derivanti dall'utilizzo di ausili meccanico-cinetici avrebbero dovuto aiutare gli uomini a meglio comprendere e sopportare gli stress portati da una convivenza/vicinanza forzata coi propri simili in un ambiente diverso da quello naturale in cui avrebbero potuto condurre normalmente le loro vite. Fogliati era un uomo che risentiva molto delle atmosfere dei luoghi in cui risiedeva e che cercava di costruire un mondo che potesse essere d'aiuto ai suoi simili che troppo spesso si lasciano distrarre dalle frenesia di una società industriale in forte trasformazione. 
Ho incontrato il figlio dell'artista che si sta impegnando per portare a compimento l'opera di divulgazione del lavoro di Piero Fogliati e per affrontare aspetti spesso trascurati o sottovalutati del rapporto che l'artista ha con la propria famiglia, il proprio ambiente di lavoro ed il proprio tempo. 
Ho intervistato Paolo Fogliati come testimone della vita di suo padre e spettatore della sua difficile affermazione artistica in una città in cui non c'era molto spazio per esponenti di correnti di pensiero diverse da quelle proposte dall'arte povera.
Ci sono artisti che durante la loro esistenza frequentano le persone giuste e scendono a compromessi per raggiungere una buona visibilità, ma poi vengono dimenticati perché il loro lavoro non era così importante e originale; per Fogliati si sono verificate le condizioni opposte. Durante la sua vita s'è occupato di ricerca, sperimentazione e di realizzare le sue idee che non sono passate inosservate ed adesso iniziano ad ottenere il riconoscimento che meritano.
Gran parte dell'arte contemporanea non sappiamo che fine farà a medio termine; lascerà un segno indelebile? Oppure no? Molti artisti sono soltanto di moda perché vengono esaltati dalla critica giusta o perché riescono a piazzare le loro opere all'attore di grido ed al personaggio in vista, ma come ben sappiamo le mode sono transitorie e solo il tempo ci potrà dire quali saranno gli artisti immortali da ricordare.
Questo è un argomento che ho accennato all'artista Turi Simeti che ho incontrato al Dep Art. Naturalmente, per gli artisti questo è un discorso un po' delicato ed è comprensibile che minimizzino un po' lo spauracchio di poter cadere nell'oblio nel tempo di una generazione. Strano che questo discorso sia stato affrontato da un personaggio che forse avrebbe più convenienza a non sollevare queste questioni, parlo di Marc Spiegler direttore di Art Basel, la fiera d'arte più importante d'Europa. Sicuramente dovremo tornare su questo argomento ed ascoltare le opinioni di altri artisti ed esperti del settore. TG

"Piero Fogliati è stato un padre non banale". Paolo Fogliati

Il figlio dell'artista Piero Fogliati
Paolo Fogliati, figlio di Piero Fogliati

Piero Fogliati in mostra al Dep Art di Milano
Euritmia evoluente 1970 circa.

Con quest'opera Piero Fogliati voleva imprimere vitalità ad alcuni oggetti sospesi nel vuoto. L'idea è di ottenere una sorta di leggerezza da oggetti circolari che si comportano quasi alla maniera di giroscopi.

Prisma meccanico Piero Fogliati

Un proiettore luminoso con all'interno dischi di gelatina colorata illumina un disco d'alluminio bianco che scompone la luce proiettandola su una parete retrostante.

Eterotopia mostra di Piero Fogliati curata da Alberto Zanchetta

Intervista a Paolo Fogliati

Tony Graffio: Posso spararti una domanda a freddo?


Paolo Fogliati: Spara pure.

TG: Fondamentalmente volevo chiederti solo un paio di cose. La prima è: perché tuo padre non è stato riconosciuto come meritava fintanto che era in vita, nel momento in cui c'erano anche altri gruppi importanti che lavoravano un po' allo stesso modo in  cui si esprimeva lui?

PF: Credo che questa domanda non dovresti farla a me, ma a coloro che non hanno considerato mio padre insieme a coloro che facevano un genere di arte simile alla sua. Da parte mia posso dirti che sicuramente mio padre ha svolto un'attività in cui il tempo era suo nemico. Lui aveva bisogno di un'enormità di tempo per riuscire a realizzare le cose che faceva. Ti potrei raccontare tante cose inerenti al gioco, alla curiosità, ma alla fine i suoi lavori nascevano da un impegno profondo che richiedeva una profusione d'energia continua. Lui ha impiegato il suo tempo per fare le cose che voleva fare più che per curare una serie di rapporti e relazioni che potevano essergli utili a promuovere il suo lavoro. Ti dico questo per cercare di rispondere alla tua domanda. Questo non vuol dire che Piero Fogliati non fosse capace d'occuparsi di queste cose, perché devo dire che mio padre aveva la capacità di relazionarsi in modo efficace; sapeva raccontare bene il suo lavoro, lo ha fatto sovente e lo ha fatto con tutti. Nello studio di mio padre sono passati tutti. Tutti. Non è che non lui non avesse contatti o relazioni, forse non le ha curate molto perché aveva poco tempo per farlo. Lui dormiva tre ore per notte perché si occupava di molte cose.

TG: Credo che si sia anche spostato molto per motivi di lavoro...

PF: Se intendi lavoro in campo artistico, ha lavorato all'estero, soprattutto in Francia ed in Svizzera. Ma anche in Germania, sino in Giappone, ma naturalmente molto anche in Italia. Anche se il suo vero luogo di lavoro era il suo studio. Aveva un rapporto simbiotico con il suo studio. Lui era quello che era perché si identificava nel suo studio. Cosa che hanno capito tutti coloro che sono stati da lui nel suo studio. Quando è mancato ho ancora accompagnato delle persone a visitare il suo studio ed anche in quella occasione si capiva che il suo studio fosse lui. Non è una cosa facile da spiegare perché sembrerebbe qualcosa di esoterico, ma era così. Ha lasciato qualcosa in quello studio e lui era qualcosa fintanto che stava in quello studio.

TG: Esiste ancora questo posto?

PF: No, non c'è più.

TG: Dove si trovava?

PF: Era in Corso Vittorio 227. Tutti gli oggetti che erano lì, tutti i chiodi, le viti e gli attrezzi erano disposti in un modo tale da essere funzionali al lavoro di Piero Fogliati, in modo che potesse sviluppare la sua poetica ed il suo lavoro. Ha lavorato soprattutto nel suo studio perché quello era il suo mondo.

TG: Aveva un lavoro e tanti altri impegni...

PF: Aveva un lavoro ed una famiglia. In qualche modo le sue responsabilità se le è sempre prese. Insegnava ed il lavoro dell'arte, che per lui era prioritario, veniva comunque dopo l'attività che gli permetteva di mantenere la famiglia.


TG: Tornando alla domanda che ti ho fatto in partenza: da che cosa è dipeso il fatto che Fogliati abbia fatto un po' fatica a farsi conoscere ed apprezzare, nonostante facesse cose molto interessanti?

PF: Anch'io mi sono fatto questa domanda tante volte e mi sono reso conto che lui aveva una fortissima repulsione per la spettacolarizzazione di qualsiasi tipo di evento; sebbene il suo lavoro fosse sovente spettacolare. Nonostante questo, l'indole umile di Piero lo ha sempre portato ad essere poco appariscente. Ad esempio, le sue idee dovevano esprimersi come interventi nella natura; pensa il Fleximofono che avrebbe dovuto essere realizzato di dimensioni tali da essere inserito in paesaggi collinari. E' invece stato realizzato in dimensioni molto ridotte, adeguate ad una sistemazione in case private o gallerie. Aveva grandi progetti, ma alla fine la sua estetica s'è sviluppata a dimensione del suo studio che lui, tra l'altro, chiamava laboratorio. Un laboratorio piuttosto che uno studio dove incontrare un artista che indossava un cappellaccio strano o la sciarpa arrotolata intorno ala collo. Quello non era il suo stile. Alessandro Trabucco che ha dato una tesi su mio padre, un giorno in sua compagnia andò a fare la spesa di ciò che serviva per realizzare i lavori di mio padre. Andarono da un ferramenta e Piero incominciò ad acquistare delle viti, dei dadi. Trabucco, allora ragazzo dalla sensibilità sottile, disse: "Ho capito, questo è il tuo colorificio". Ed era proprio così. Non c'erano limiti nella questione del gioco. La vernice di Piero era il disco di Newton; il suo pennello era un proiettore; la sua tela era una paletta che girava. Perché no?

TG: Il fatto che l'arte si facesse a Milano più che a Torino, per lui è stato uno svantaggio?

PF: Credo che l'artista vero persegua una ricerca che nemmeno lui sa dove esattamente dove porti.  Ma quando tu vedi il lavoro di un artista vero, questo ti apre una finestra su spazi e luoghi che nessun altro avrebbe potuto indicarti e descriverti. Nemmeno l'artista in realtà sa d'indicarteli. Semplicemente lo fa con una sua pulsione e follia, con una capacità di guardare da un altro punto di vista. Non è che se sei a Milano, Torino, Roma o da qualsiasi altra parte le cose vadano meglio o peggio. 

TG: Io oggi qui ho incontrato Turi Simeti che in un'altra occasione mi ha detto che da Roma è dovuto venire a Milano per poter fare l'artista ed avere l'opportunità di mostrare e vendere le sue opere e come lui tanti altri mi hanno raccontato le stesse cose, come per esempio, Armando Marrocco.

PF: Il lavoro di mio padre è stata un'attività espressamente di ricerca effettuato in un ambito che lo rappresentava: il suo studio. Il fatto di spostarsi geograficamente non avrebbe giovato alla sua poetica. Lui questo lo sapeva. Quello che faceva non era isolarsi, come qualcuno ha detto, ma era un ottimizzare le condizioni di contorno del suo lavoro.

TG: Sì, però da Milano bisogna passarci... Noi adesso siamo qui, le opere di Piero Fogliati sono state esposte anche a Lissone che è qua vicino, qualcosa vorrà dire. O no?

PF: Sì, è vero, ed anche Piero Fogliati è passato di qua  in passato ed ha fatto, penso, belle mostre. Se tu consulti il catalogo t'accorgerai che lui ha esposto nel 1981 al Teatro di Porta Romana, nel 1982 a MilanoSuono, nel 1989 al PAC ed a Milano Poesia, nel 1999 alla Fondazione Stelline e nel 2011 alla Triennale della Bovisa. Io ti stavo dicendo una cosa diversa, dico che per esprimere la sua poetica Fogliati aveva una dimensione simbiotica con il suo studio. Ti posso dire che lui non avrebbe fatto quello che ha fatto se non avesse avuto il suo studio. Forse avrebbe potuto vivere a Genova, a Milano, a Catania o da un'altra parte, non importa. Il suo tipo di ricerca andava fatta così come l'ha fatta lui. Muoversi non gli avrebbe portato particolari vantaggi.

TG: Per lavoro si è spostato tanto?

PF: Per lavoro sì, ha vissuto in Svizzera ed in Francia.

Opera di Piero Fogliati

TG: Tuo padre era molto conosciuto, specialmente a Torino, ma non aveva tanto tempo a disposizione? Oppure non ha avuto le opportunità?

PF: Era molto conosciuto. A Torino tutti sono stati nel suo studio. Mio padre abitava in piazza Rivoli, piazza da dove parte corso Francia che con i suoi 13 chilometri di lunghezza è il corso rettilineo più lungo d'Europa e collega Torino a Rivoli. Ogni giorno da casa sua vedeva il Castello di Rivoli che dal 1984 è diventato uno dei musei d'arte contemporanea più importanti d'Europa. Solo una volta mio padre ha potuto esporre in quel castello una sua opera, un Fleximofono, quello della GAM di Torino.

TG: E' riuscito poi ad esporre qualcos'altro al Castello di Rivoli?

PF: No.

TG: Perché?

PF: Questo forse dovresti chiederlo a chi gestiva quelle istituzioni.

TG: Mi stai dicendo che a Torino c'è una specie di lobby degli artisti?

PF: Non lo so, forse sì, forse no. Sicuramente però c'è stato un girare la testa dall'altra parte. E questa è una cosa che non si può non constatare. Anch'io mi pongo certe domande e mi dispiace che mio padre abbia passato parte della sua vita a guardare dalla finestra di casa sua, e devo dire con una certa tristezza il Castello di Rivoli. Anche lui avrebbe voluto conoscere le ragioni di questa indifferenza...

TG: Ad ogni modo Fogliati era piuttosto conosciuto dagli addetti ai lavori, vero?

PF: Sì e io ne sono testimone. Una volta sono andato all'Exploratorium di San Francisco ed ho incontrato Bill Bell, un artista che fa un lavoro, per certi versi, non lontano da quello di mio padre, anche se con mezzi diversi. Sono stato nel suo studio ed appesi ai muri c'erano un gran numero di manifesti. Tra questi ho visto la fotografia di un'opera di Fogliati, quella che trovi anche qui in mostra: "Reale Virtuale". 

TG: A fine marzo sono stati pubblicati vari articoli sui giornali e sul web che parlavano della morte di un grande artista che è stato quasi ignorato dal mondo dell'arte. Solo in quel momento qualcuno s'è accorto che Fogliati meritava di più per quello che ha fatto?

PF: Quell'annuncio, in verità, diceva che Fogliati se n'era andato via in totale solitudine; ma questa è stata la volontà esplicita di mio padre. In qualche modo lui temeva ci potesse essere una spettacolarizzazione del suo funerale. Per questo lui mi chiese di non dire niente a nessuno e si è saputo della sua morte solo dopo alcuni giorni. E' stata una cosa durissima da fare, perché al suo funerale avrebbero sicuramente partecipato molte persone. Io non ho detto niente a nessuno, rispettando il suo volere. In quel senso, l'articolo che tu hai letto, ripreso da molte testate su internet, intendeva dire che volontariamente Piero se n'è andato in totale solitudine. Io ho dato la notizia della sua morte solo dopo avere disperso le sue ceneri. Dico questo per darti un'idea del suo carattere. Lui non era un isolato, anzi... Ma non aveva tanto tempo da dedicare alle relazioni perché il suo lavoro era molto intenso. Su internet puoi trovare un video su di lui che dura una mezz'oretta, forse l'avrai già visto; sentilo parlare e ti renderai conto che era un'esperienza ascoltarlo. La gente dopo che usciva dal suo laboratorio dopo aver parlato con lui si faceva le stesse domande che ti stai ponendo tu. Come mai la sua opera è stata trascurata dagli addetti ai lavori dell'arte?

TG: Rimango molto perplesso quando vedo utilizzare certi materiali facilmente deperibili che non puoi nemmeno toccare senza fare dei danni e che richiedono una costante opera di manutenzione e restauro. Va bene che la plastica, il polistirolo ed altre sostanze sintetiche rappresentano i nostri tempi un po' decadenti, ma non è che ci siano in giro tante persone che bruciano le banconote perché il denaro ha un valore effimero. Quanto possono durare certe opere?

PF: Che le opere non durino a lungo è anche una necessità di mercato, in modo tale da avere un ricambio. Penso che questa sia l'esigenza di un periodo artistico di tipo finanziario in cui tutto deve evolvere e cambiare. Tutto deve andare su per poi andare giù, per lasciare spazio ad altri. Forse questo era proprio il motivo per il quale mio padre reputava prioritario, più che alla cura delle relazioni con gli addetti dell'arte, dedicarsi completamente al suo lavoro. A lui faceva piacere vedere la gente contenta d'interagire con le sue opere. Molto spesso anche persone che si ritenevano lontane dal mondo dell'arte restavano colpite dalle sue opere e questa per Fogliati era una soddisfazione importante. Un artista fa delle mostre per mostrarsi. Espone per esporsi ed esporsi significa rischiare. Un artista rischia la disapprovazione del pubblico, cosa che a mio padre non è mai accaduta. Nessuno l'ha mai fischiato, piuttosto ha avuto dei responsi positivi da tutti, anche da chi non si riteneva in grado di capire certe cose a livello razionale ed invece riusciva ad apprezzarle a livello emotivo. 

Piero Fogliati
Successioni Luminose 1967

TG: Le cose stanno cambiando, Fogliati è molto riconosciuto adesso, vero?

PF: Molto no. Tuttavia vedo che ogni volta che organizziamo degli eventi il pubblico è molto interessato e sovente apprezza ciò che vede. Riesco a vedere sorrisi  e stupore su molti volti e persone che fanno domande perché hanno molte curiosità e questo per me è molto gratificante perché, in fondo, era ciò che voleva mio padre.

TG: E' stato un padre sempre presente?

PF: L'artista ha la dannazione di dover produrre arte. Questa è una necessità che non gli dà fiato. L'artista deve andare e produrre le sue opere, fatto che porta a contrarre il tempo disponibile per la propria famiglia. Ed è ovvio che qualche tensione familiare si genera. Ad esempio sovente mia madre era lasciata da sola; non ho detto tradita, ma lasciata sola. Mia madre ricorda per anni mio padre tornare a casa alle tre di notte, non perché andasse chissà dove, era nel suo laboratorio. Prima lavorava, finiva alle nove di sera, mangiava di corsa, andava in laboratorio e tornava a notte fonda. Alle 6 del mattino si preparava per ricominciare a lavorare. Era così. 
Da un punto di vista familiare sarà stata una cosa per cui lui era il primo a soffrire, ma non poteva fare a meno di comportarsi così perché era spinto da una pulsione fortissima: la dannazione degli artisti veri.

TG: Hai avuto comprensione verso tuo padre?

PF: Questa è una domanda che non comprendo; io verso mio padre ho comprensione come credo ogni figlio abbia comprensione verso il proprio padre. Più che comprensione, per mio padre ho una grande stima e rispetto. Non che io non abbia mai litigato con lui, ma non è questo il punto. Mio padre mi ha lasciato molto, perché un padre così non l'ha avuto quasi nessuno. Cosa posso fare, più che avere un ricordo importante per questo uomo?


TG: Adesso, volevo proprio chiederti: che cosa ti ha lasciato tuo padre? Un sentimento? Un insegnamento?

PF: E' una domanda alla quale adesso non riesco a rispondere perché mio padre è morto soltanto da tre mesi ed io non ho ancora del tutto elaborato il lutto. Non ho ancora superato la tristezza della sua assenza, mettiamola così. Mi accorgo però che mi ha lasciato un modo di confrontarmi con lui. Un modo di mettermi di fronte ad un uomo che aveva un approccio verso le cose completamente diverso dal mio che poi come in "Reale virtuale" erano come due opposti che si attiravano reciprocamente. Ero proprio suo figlio, pur vedendo le cose in modo diverso e affrontandole in modo diverso, ci si incontrava e mi insegnava a fare questo percorso diverso. Forse ancora adesso non ci sono completamente riuscito, ma ci provo e continuo a farlo. Perché questo mi aiuta a tenere vivo il suo ricordo.

TG: E' per questo che ti sei fatto carico di far conoscere meglio la sua opera?

PF: Per quello che posso, sì. Vedi che in qualche modo, da quando è mancato abbiamo fatto una mostra al MAC di Lissone e poi questa mostra. Non è stato facile perché ho la mia vita, un mio lavoro. Per quello che mio padre ha lasciato a me e a tutti noi, credo che sia giusto per me cercare di ricreare dei momenti come questo. Sarà una piccola cosa, ma è il minimo che io possa fare per lui. 

Proiettando luce bianca sul disco bianco d'alluminio che ruota ad una determinata velocità si ottiene un effetto differente.

Piero Fogliati
Forme di buio 1967-1976

Le girandole, in qualche modo sottraggono la luce all'ambiente luminoso in cui sono state poste. L'idea è nata dall'osservazione delle eliche giocattolo poste sui tetti della città di Berna. Un motore posto nella base dell'opera distribuisce il moto cinetico alla parte mobile della composizione.

Piero Fogliati
Macchina che respira, 1990 

Quest'opera incarna l'utopia di Piero Fogliati di dare vita alle sue fantasiose macchine. Un motore elettrico muove una biella che mette in moto una parte comprimente/aspirante. Posizionando i cornetti sulle orecchie si resterà preda di un effetto sonoro/fisico sorprendente. Qui l'interazione tra opera e spettatore è fondamentale. Da provare.

Latomia, 1968 

Le Latomie sono molto simili nella forma agli Ermeneuti, differenziandosi però da essi nella modalità della produzione dell'effetto sonoro.

Organo orizzontale ad acqua e compressione
 Liquimofono, 1970, organo orizzontale ad acqua e compressione 22 X 50 X20 cm.

Il Liquimofono di Piero Fogliati funziona in modo da creare delle bolle all'interno dell'acqua contenuta nell'opera che provoca uno strano rumore. La superficie superiore di una bolla è visibile in questa fotografia di TG.

L'opera più concettuale di Piero Fogliati
Reale Virtuale

Il lavoro è costituito da un'ampolla di finissimo vetro soffiato a mano e rivestito da uno strato di argento che rende il vetro semi-riflettente (dicroico)  posta sopra ad un proiettore appositamente costruito dall'artista. All'interno dell'ampolla è posto un truciolo d'alluminio tenuto in sospensione da un filo di nylon semi-invisibile. La luce viene proiettata verso l'alto in modo che il fascio luminoso, ben calibrato, passi attraverso il centro dell'ampolla e crei un effetto speculare del pezzo sospeso all'interno dell'ampolla riproducendo l'oggetto reale con un'immagine virtuale proiettata dalla parte semi-riflettente dell'ampolla.
Il segmento metallico appoggiato sull'imboccatura dell'ampolla serve a sostenere il filo di nylon che tiene sospeso il truciolo.

Eterotopia Dep Art
Reale Virtuale, l'opera concettuale più rappresentativa del lavoro di Piero  Fogliati

Turi Simeti al Dep Art
L'artista Turi Simeti (di profilo sullo sfondo, a destra, Paolo Fogliati) tra gli invitati all'elegantissima inaugurazione della mostra Eterotopia di Piero Fogliati alla Galleria Dep Art.

Ieri, 23 giugno 2016, giorno dell'inaugurazione della mostra Eterotopia di Piero Fogliati, ho incontrato Turi Simeti che avevo già sentito in occasione dell'inaugurazione della BAG della Bocconi. Anche in questa occasione il nostro simpatico e sincero amico ci ha detto cose molto interessanti.

Turi Simeti al Dep Art per l'inaugurazione della mostra di Piero Fogliati Eterotopia
Turi Simeti al Dep Art davanti agli Ermeneuti,  coppia di tubi ricurvi d'ottone di 69 X 7 X 7 cm. cadauno

Tony Graffio: Caro Turi, secondo te, come mai Piero Fogliati sta raggiungendo la fama solo adesso e non prima?

Turi Simeti: Purtroppo, non posso darti una risposta precisa perché io stesso, pur sapendo che esisteva un artista che si chiamava Fogliati, non avevo mai visto prima le sue opere. Ho visto che qua in galleria viene proposto anche un bellissimo catalogo che ho intenzione di comprare per approfondire meglio la sua conoscenza.

TG: Era un artista troppo sperimentale per la sua epoca?

TS: No, anzi mi meraviglio perché nel gruppo di Gianni Colombo e degli altri si facevano delle cose simili, solo che nel Gruppo T c'era una maggior attenzione per la comunicazione dei risultati e nella cura dei rapporti con i galleristi e la stampa.

TG: Che sensazioni ti ha dato questa mostra?

TS: Mi ha molto incuriosito vedere cose che non avevo mai visto. Pur conoscendo Colombo e gli altri, trovo che i lavori di Fogliati siano molto diversi e particolari, lui ha utilizzato il suono, la musica ed ha agito in altri settori. E' molto interessante.

TG: Perché fintanto che era in vita non era abbastanza considerato?

TS: Ho visto che lui ha venduto le sue opere a grandi collezionisti, quindi le persone veramente competenti lo conoscevano e lo apprezzavano già. Era conosciuto. Io non lo conoscevo personalmente, ma la sua opera mi era nota.

TG: Era più conosciuto all'estero? O in Italia?

TS: Non lo so, ho appena sfogliato per la prima volta il suo catalogo e lo trovo molto interessante: non so se lui si dedicasse prevalentemente all'insegnamento e trascurasse le mostre. Anch'io vorrei conoscere meglio la storia di un artista tanto originale.

TG: Tu come lo collocheresti? In che movimento artistico?

TS: Nell'arte cinetica, c'è molto movimento nei suoi lavori, almeno in una gran parte. La sua è principalmente un'arte cinetico-visiva.

TG: Il fatto che l'arte cinetica dopo più di 50 anni faccia ancora parlare di sé è una cosa positiva?

TS: Sì certo. Gianni Colombo, Grazia Varisco ed altri sono artisti molto validi e dimostrano che questo impulso creativo non s'è ancora spento.


TS: Io non sono d'accordo: i Fontana ed i Manzoni pagati centinaia di migliaia di euro possono essere buttati via?

TG: No quelli sicuramente no, loro hanno fatto scuola e sono in qualche modo diventati dei classici, ma di tutti gli artisti contemporanei, una buona parte un giorno verrà dimenticata. E' accaduto così anche in passato per altri artisti che sono stati messi da parte e le cui opere non hanno più trovato compratori. Anch'io la penso così. A mio modesto avviso ci sono opere fatte con materiali che disgregandosi facilmente non avranno nemmeno una durata di 5 anni, figurati cosa rimarrà di loro tra 20...

TS: Non è questo il punto. L'opera d'arte non deve garantire durabilità, ma dare un idea di sé ed essere un'immagine proiettata. Anche quella è un'opera d'arte.

TG: Però ci vorrebbe un po' più di rispetto anche verso chi compra...

TS: No, non pensare ai materiali, non c'entrano niente. Le idee possono anche solo restare sulla carta. Ci sono artisti famosi che facevano i quadri con francobolli appiccicati, pezzetti di carta che sono ricercati e valgono molto.

TG: Ok, anche lo stesso Christo mette in piedi un'opera colossale, ma alla fine ti vende un bozzetto, un'idea, ma vale la pena comprarla?

TS: Beh sì, ti vende una copia di quello che realizza. E' un'idea anche quella.

TG: Sei già andato a vedere le sue passerelle sul lago d'Iseo?

TS: No, perché sono stato a Basilea fino all'altro ieri. Sono stato in fiera perché avevo le mie opere esposte ed avevo degli appuntamenti di lavoro. Nei prossimi giorni andrò a vedere il lavoro di Christo.

TG: Sei curioso?

TS: Eh sì! Ho conosciuto Christo a New York ed adesso vorrei salutarlo. Io avevo fatto una mostra, o meglio un "Private show" in un loft dove avevo lo studio. In quell'occasione era intervenuta tantissima gente e tra questi anche Christo. Ho anche le fotografie, lui era uno dei tanti artisti che erano venuti a vedere le mie opere. Però, dopo d'allora non ho avuto altre occasioni per incontrarlo.

TG: Ti piace quello che fa?

TS: Sì, perché è assolutamente originale e poi ha un gran coraggio nell'affrontare certi progetti. Non è facile sentirsi dire: prego si accomodi che facciamo chiudere il castello e lo ricopriamo con i suoi teli, ma lui ha la forza per farlo e riesce a convincere i suoi interlocutori.

TG: Conoscevi anche Spagnulo?

TS: Certo che lo conoscevo, sei mesi fa (settembre 2015) abbiamo fatto una mostra insieme a Cassino. Era organizzata da Bruno Corà. E' stata una bella esperienza. Ho saputo della morte di Pino mentre ero a Basilea, mi è dispiaciuto molto. Aveva qualche anno meno di me ed era un bravo artista.

Un'interpretazione di Tony Graffio dell'opera di Piero Fogliati Reale Virtuale

Fleximofono esposto al Dep Art
Il Fleximofono, 1967 circa, di Piero Fogliati alla Galleria d'arte Dep Art in via Comelico, 40 a Milano

Questa scultura sonante (Risuonatore complesso meccanico a molle in simpatia sonora) è stata esposta per la prima volta presso la Galleria d'arte Il Fiore di Firenze nel febbraio del 1970 col titolo di Strutture sonore a molle.

Completa la mostra un catalogo bilingue, italiano ed inglese, con testo critico di Alberto Zanchetta.

Titolo della mostra: Piero Fogliati Eterotopia
Sede: Dep Art via Comelico 40, 20135 Milano
Date: 24 giugno -6 agosto 2016
Orari: da martedì a sabato, ore 10,30 - 19
Chiusura: Domenica e lunedì

*Le eterotopie sono luoghi reali – rappresentati, contestati e sovvertiti – che rendono visibile “un qualcosa” tra le cose presenti. A detta di Foucault, le eterotopie sono spazi ibridi, luoghi sospesi tra il reale e l’immaginario, che possono essere individuati in base alla loro capacità di accumulo fantasmatico. In pratica, le eterotopie raccolgono, concentrano e trasmettono quel Phantasma, su cui insiste anche Fogliati, che fa vacillare la nostra sfera sensoriale.