lunedì 15 febbraio 2016

Culture Senza Frontiere (Resoconto di quanto è stato detto il 10.02.2016)

"Non siamo sicuri che le parole possono salvare delle vite, ma sappiamo con certezza che il silenzio uccide."
Parole pronunciate nel 1999 dal Dr. James Orbinski ex Presidente di MSF nel momento in cui ha ritirato il Premio Nobel per la Pace assegnato a Medici Senza Frontiere

ArteGioia 107 conferenza/dibattito: arte e cultura senza frontiere 10 febbraio 2016

Il giornalista Lorenzo Lenzini, in collaborazione con l'Associazione culturale Artegioia 107 e Frammenti di Cultura, hanno organizzato un evento, lo scorso mercoledì 10 febbraio, invitando Loris De Filippi, presidente di Medici Senza Frontiere per raccontare le proprie esperienze e essere da stimolo ad un dibattito incentrato sui diritti umani e l'importanza del ruolo della cultura e del rispetto delle regole che consentono a tutti una convivenza civile nella nostra società.
E' stato invitato a dare un suo parere su come che l'arte può migliorare le nostre vite il noto poeta Tomaso Kemeny, critico letterario, saggista, traduttore, fondatore della Casa della Poesia di Milano e professore universitario di lingua e letteratura inglese. Era presente, come osservatore interessato ai temi trattati, il senatore Enrico Pianetta, Segretario della 3a Commissione permanente Affari esteri ed emigrazione e membro della Commissione speciale per la tutela e la promozione dei diritti umani.
In sala hanno assistito e partecipato al dibattito una trentina di persone, tra cui operatori culturali, operatori sanitari, giornalisti, sportivi, artisti, imprenditori e ricercatori in varie discipline umanistiche.
La conferenza/dibattito s'è aperta con la auto-presentazione di Loris De Filippi che in modo neutro ha parlato di come soltanto andando sul territorio si possa conoscere la realtà e le problematiche di un popolo e le sue sofferenze.

In primo piano: Loris De Filippi; dietro di lui Lorenzo Lenzini ed Enrico Pianetta

Medici Senza Frontiere è un'organizzazione che dal 1971 si batte principalmente per portare sollievo e supporto alle popolazioni in pericolo che non hanno la possibilità di curarsi, ma anche per dare voce a chi non ha voce.
E' molto importante fare delle azioni umanitarie, ma è anche fondamentale far conoscere alcune situazioni che per vari motivi non sono conosciute sufficientemente dall'opinione pubblica lontana dalle aree critiche.
I fondatori di MSF sono stati alcuni medici e giornalisti francesi che in poco tempo sono riusciti a diffondere in molti paesi occidentali questa organizzazione ed il suo modo d'intervenire nelle zone del mondo dove si verificano guerre ed altre calamità che provocano morti e feriti.
Adesso, ci sono 23 uffici di MSF nel mondo, tra cui la sezione italiana è una delle più importanti perché invia sui territori quasi il 15% degli operatori umanitari sul totale di tutte le sedi nel mondo. Su 3000 medici ed infermieri che partono da tutto il mondo per le zone dove si svolgono gli interventi di MSF, più di 350 partono dall'Italia. Complessivamente, più di 35'000 persone nel mondo coadiuvano l'attività di chi interviene sui territori interessati dalle azioni umanitarie. MSF esiste anche in Italia dal 1993; da quegli anni sono state condotte numerose missioni con personale italiano, Loris De Filippi è intervenuto in moltissime nazioni in quasi tutti i continenti, escluso l'Oceania, ed in questi momenti ha avuto moto di condividere gioie e dolori con gli altri compagni di lavoro.

Loris De Filippi ad ArteGioia 107

In questo periodo, il mondo sta assistendo agli arrivi di un numero impressionante di profughi dalle più diverse zone dove si svolgono conflitti armati. L'Occidente vede solo una minima parte di questi movimenti biblici di popolazioni che si stanno muovendo da una parte all'altra del pianeta. De Filippi ci assicura che le persone coinvolte in questi esodi sono ancora più numerose di quelle che noi percepiamo stando a casa nostra. Ciò che noi vediamo è soltanto la punta di un iceberg di un fenomeno molto ampio. Ci sono circa 60 milioni di persone che fuggono dalle loro case per cercare di trovare un conforto, o un futuro migliore per i propri figli.
Secondo i dati di MSF, nel 2014 sono arrivati 100'000 profughi in Italia, paese dove si spendendo 2'400 euro pro capite per assicurare la salute ai suoi cittadini. Paesi come l'Etiopia spendono circa dai 14 ai 20 euro (cifra che varia dalle fluttuazioni al cambio delle monete locali) pro capite per lo stesso scopo. Eppure, mentre in Italia sono entrate 100'000 persone in fuga dal loro paese, in Etiopia sono arrivati 400'000 profughi e complessivamente ci sono più di 700'000 persone che gravano su questo paese. In Turchia, lo scorso anno, si sono contati 1'700'000 profughi, in gran parte siriani. Paesi piccolissimi, come il Libano che conta 5'200'000 abitanti, vedono attualmente sul loro territorio circa 1'200'000 siriani. Queste cifre sono importanti per darci una visione di quello che accade anche fuori dall'Italia. Capita che paesi poverissimi spesso ospitino per anni situazioni difficilissime. Due anni fa, nella Repubblica Centrafricana s'è svolta una guerra civile intensissima, anche se non ha fatto molto notizia. Dopo un'esperienza in questo paese perfino De Filippi dovette ricorrere ad un aiuto psicologico per uscire da un malessere causatogli dai massacri e dalle violenze viste sul posto dove i combattenti si affrontavano e si dilaniavano a colpi di machete per le strade. Anche un paese violento ed estremamente debole, visitato dal Papa lo scorso novembre, pur nella povertà assoluta e nel degrado ospita centinaia di migliaia di profughi. Alcuni scappano dall'Uganda dal LRA, altri dal Ciad. In un mondo sofferente come quello attuale non si era mai vista una situazione del genere, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Benché molte persone in Italia siano contrariate dall'attuale congiuntura economica e dalla perdurante crisi, si deve riuscire a far fronte a questo esodo impressionante poiché risulta difficile isolarsi da quello che accade intorno a noi.
C'è da pensare che anche in futuro, come sostengono gli americani, gli esodi proseguiranno e sarà impossibile mettere un “tappo” a queste situazioni.
Loris De Filippi che ha lavorato in Siria sia nel 2012 che verso la fine del 2013, ci dice che purtroppo MSF non può più operare su questo paese perché ben 5 membri della sua organizzazione sono stati rapiti dall'Isis e solo dopo una lunga negoziazione gli ostaggi sono stati rilasciati. La popolazione siriana sta subendo bombardamenti dal 2012, ovvero da circa 5 anni, in una situazione davvero impossibile essendo costantemente a rischio delle proprie vite. All'epoca, la squadra di MSF era composta da 6 persone che lavoravano all'interno di una grotta che era utilizzata come un deposito per le olive. Una volta svuotata e ripulita, la grotta è stata attrezzata con strutture gonfiabili e tensostrutture che servivano da sala operatoria, terapia intensiva e tutto il necessario per la chirurgia d'urgenza di guerra. Quando la linea del fronte s'è spostata, i combattimenti avvenivano a 6 km dalla posizione di MSF, in seguito l'équipe medica s'è spostata in un altro posto più sicuro ad una ventina di chilometri dai combattimenti, continuando ad operare in quella zona. Ogni giorno, dalle prime ore del mattino, un elicottero stazionava ad un altezza non raggiungibile dalla contraerea leggera del rudimentale Free Syrian Army che altri non erano che contadini alle prime armi. L'elicottero, per mezzo di cavi d'acciaio, trasportava barili di petrolio carichi di oggetti metallici e tritolo. Questi contenitori venivano sganciati dall'elicottero e fatti cadere molto approssimativamente sui bersagli a terra. All'arrivo al suolo le deflagrazioni provocavano crateri di circa 20 metri di diametro per una profondità di 4 metri.
In questo modo, l'esercito regolare siriano di Bashar Assad riusciva a produrre grossi danni su case, palazzi, ospedali e tutto quello che colpiva. Oltre a queste forze c'è in campo l'Isis. Altri danni vengono fatti di recente anche dai bombardamenti effettuati dall'aviazione russa. Quest'anno, MSF ha visto colpiti già 13 dei suoi centri umanitari. In 5 anni di combattimenti, complessivamente sono stati colpiti e distrutte 177 strutture ospedaliere in tutta la Siria, con 700 morti tra medici ed infermieri. La guerra in questione è molto complessa, nata sulle ceneri della primavera araba è sfociata in un conflitto sia civile che religioso e strategico; ci sono molte forze che si fronteggiano e risulta difficile capire alleanze e inimicizie. All'inizio, Libia ed Egitto hanno dato origine ad un movimento di protesta e di ribellione esploso un po' ovunque, anche nel sud della Siria, per poi portare ad una repressione fortissima e ad un conflitto sempre più su larga scala che non ha ancora trovato vie d'uscita.
I primi gruppi di oppositori al regime di Assad che sono riusciti a scappare dalle prigioni dove hanno subito violenze particolarmente dure, sono andati a Nord di Aleppo dove sono riusciti ad organizzare le prime cellule combattenti di auto-difesa. Ciò che era partito come una battaglia per dare maggiori diritti e libertà ai cittadini è poi diventato un conflitto dove sono subentrati gli interessi strategici di USA, Cina e Russia, per non parlare di paesi arabi importanti, in particolare del Qatar. Mentre durante i primi mesi era piuttosto semplice (anche se pericoloso) portare un aiuto umanitario in Siria e si riusciva a trovando la collaborazone dei siriani, in seguito si sono aggiunte almeno 6 compagini di fondamentalisti islamici che hanno modificato le motivazioni del conflitto, dando vita ad una vera e propria guerra religiosa.
I gruppi che si fronteggiavano erano tutti sunniti, o perlomeno quasi tutti, ma anche all'interno dei questa corrente religiosa ci sono differenti provenienze. Un elemento che può far comprendere meglio la complessità della situazione è il fatto che in Bashar Assad è alawita, ovvero di una setta musulmana che si pone tra sciismo e sunnismo. La diversità d'opinione religiosa all'interno del paese ha svolto una parte determinante all'interno del conflitto siriano. In qualche modo, Bashar Assad ha difeso l'inter-religiosità all'interno del paese, per moltissimo tempo. In alcuni villaggi c'era un clima disteso tra copti, alawiti, sunniti e sciiti, ma in questo momento il conflitto sembra voler portare ad un certo integralismo e ad un settarismo molto forte. In una situazione di questo tipo è molto difficile trovare una soluzione pacifica.
Se da una parte è vero che l'Isis è un male assoluto, per ora circoscritto a Al-Raqqua è anche vero che il governo di Bashar Assad perpetua continui massacri. A Madaya, un villaggio vicino al confine libanese, più di 20'000 persone sono assediate dalle forze governative siriane e stanno morendo di fame.
In Africa capita di vedere bambini tra gli 0 ed i 5 anni morire di fame a causa delle carestie, ma vedere un adulto, o un anziano staccare le foglie agli alberi per bollirle e poi mangiarle per cercare di non morire di fame è una situazione che nemmeno agli operatori sanitari capita di vedere, se non in occasioni straordinarie. Quello che succede a Madaya, o in tantissime altre enclave all'interno del paese è qualcosa che non viene fatto conoscere al'opinione pubblica internazionale. Solamente una piccola o grande organizzazione internazionale può far conoscere queste realtà chiedendo di far aprire un corridoio umanitario per salvare delle vite.
Bisogna sempre fare attenzione a non dare giudizi affrettati perché i buoni, o i cattivi non sono mai da una sola parte. Ad ogni modo in questa guerra non ci sono i buoni, i combattimenti si sono incattiviti, fino al punto che se non ci sarà una decisione politica ad altissimo livello che faccia fare dei passi indietro a tutte le super-potenze. Probabilmente non ci sarà una soluzione che porti ad uscire da questo conflitto. E fintanto che non si esce da questo conflitto continueranno ad esserci persone che cercano di lasciare questi territori, o che eviteranno di ritornare dove sono nate e cresciute.
L'abitudine a certe situazioni che si stanno creando rischia di addormentare le coscienze delle persone, per questo motivo bisogna ricordare che le persone che soffrono vanno aiutate, magari organizzando dei centri di smistamento in Turchia, prima che le masse affrontino il mare ed i rischi di una traversata su natanti di fortuna. I soggetti più a rischio in ogni situazione sono i più deboli, ovvero i bambini e sono soprattutto i bambini che vanno difesi, anche perché, come abbiamo visto ultimamente, moltissimi di loro cadono nelle mani di organizzazioni malavitose per essere avviati ai traffici più squallidi dai quali vengono sfruttati a loro danno per ogni tipo di finalità remunerativa illegale.

Tomaso Kemeny tra il pubblico presente da ArteGioia 107

Questo, in sostanza è quello che ci ha comunicato Loris De Filippi per aiutarci a comprendere una situazione molto complessa e intricata che non sembra potersi risolvere a breve, ma che al contrario rischia di trasformarsi in un teatro di guerra sempre più vasto. Dopo il presidente di MSF, abbiamo ascoltato le parole di un poeta che durante la sua infanzia, circa 70 anni fa, ha vissuto l'esperienza della fuga dalla propria terra e la condizione di profugo per potersi salvare, insieme alla propria famiglia dalle persecuzioni del regime comunista. Ecco di seguito quello che ci ha comunicato.

Luigi Teruggi, Osvaldo Minotti, Francesco Alloero, Lorenzo Lenzini, Loris De Filippi

In mezzo a fenomeni storici così violenti sembrerebbe che la parola poetica sia un lusso, una cosa inutile, un gla gla, un gargarismo, eppure senza l'arte e la poesia, come sarebbe il mondo? Cosa sarebbe l'Inghilterra senza Shakespeare? O l'Italia senza Dante? Sarebbero dei deserti dell'anima. Il poeta,sa d'essere sempre un po' ridicolo perché non ha armi, ma soltanto la parola che è un po' obsoleta e viene utilizzata per fini pratici. Per cui quando viene usata per volare in alto come diceva Beudelaire: l'élevation che non è la révolution, ma la élevation... La rivoluzione dà sempre delle speranze per il futuro che non sempre poi verranno soddisfatte. Mentre l'elevazione è quella cosa rara che salva l'uomo dal nulla, dal viaggiar dal nulla al nulla, di trovare in se stesso un giardino d'idee, o valori.
C'è una poesia che ha a che fare con l'emigrazione poiché quando Tomaso Kemeny aveva circa 8 anni i suoi genitori dovettero fuggire dall'Ungheria poiché suo padre adottivo è stato un pacifista e per questo fu rinchiuso in un campo di lavoro in Russia poiché durante la Seconda Guerra Mondiale si era rifiutato di combattere e di sparare sui propri simili. Dopo due anni di lavori forzati in compagnia di ebrei, comunisti ed altri reietti della società, una volta tornato alla libertà fu convocato dal partito unico. Gli venne proposto di diventare il direttore di una fabbrica, a patto che si iscrivesse al partito. Dopo aver ringraziato per la generosa offerta di lavoro, il padre di Kemeny disse di essere un socialista libertario, non un comunista, perché egli credeva nella pluralità, non nella dittatura. La stessa notte che si verificò questo dialogo, il piccolo Kemeny e la sua famiglia furono avvisati da un amico comunista pacifista che si stava preparando qualcosa contro il padre di Tomaso Kemeny. Non persero tempo e subito fuggirono con i documenti falsi procurati loro da quell'amico, per evitare d'essere internati da qualche parte. Era il 1947, Il padre di Kemeny restò molto sorpreso vedendosi trasformato da amico del popolo in nemico, ma in quel momento quella era la normalità poiché i socialisti vennero quasi tutti eliminati in Ungheria. Matyas Rakosi fece uccidere più di 2000 persone e ne incarcerò circa 100'000 che lui riteneva oppositori politici.
Dopo la fuga, la famiglia Kemeny arrivò a Bagnoli.

Tomaso Kemeny ad Artegioia 107

Intorno ai 15 anni Tomaso Kemeny scrisse questa poesia per commemorare la memoria del padre biologico morto il 2 aprile 1942 in Russia; poesia che assume un valore universale per tutti i soldati di tutti i tempi.

Per un soldato

Morì combattendo.
Nel suo corpo congelato 
caldo era il piombo nemico.
Un commilitone gli tolse l'orologio.
Un altro le scarpe.
Lo ricoprì la neve.
La patria guardava altrove.

Dopo il dibattito, pranzo al Circolo Ufficiali dell'Esercito a Palazzo Cusani, Milano


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