sabato 31 ottobre 2015

La croce a otto punte di Ron Hubbard

Siamo perennemente immersi nei simboli, ce ne sono d'ogni tipo, ovunque ci giriamo ne vediamo talmente tanti che quasi non ci facciamo più caso, ma la nostra mente recepisce questi segni molto bene e molto più velocemente di qualsiasi altra immagine o parola scritta.
La croce ad otto punte è la croce maltese, ma in questo caso Ron Hubbard ha sviluppato un nuovo tipo di croce ad otto punte che fonde insieme la stella a 4 punte della Nato e la Croce latina. Ciò significa che la nuova religione si poggia su conoscenze molto antiche, prendendo in parte tradizioni cristiane, strumenti e metodi dei templari ed il potere del Patto Atlantico, cosa che potrebbe significare che anche la CIA ha un suo ruolo all'interno di questa neo-religione americana.


La stella a quattro punte inglobata al centro di una croce latina viene recentemente utilizzata da Scientology molto più diffusamente del suo simbolo originario: i due triangoli sormontati da una S poiché la croce è un simbolo potentissimo.

Scientology esprime come significato di queste otto punte le otto dinamiche verso le quali tende l'essere umano, anche qui rifacendosi ad 8 significati, come 8 significati diversi aveva la croce maltese gli adepti di questo ordine di cavalieri.
La parte centrale della croce è anche assimilabile ad una stella ad otto punte, stella che è un simbolo che rappresenta il caos, infatti questa stella è anche chiamata: "Simbolo del Caos".
Il simbolo del Caos ha origine dalle storie di Michael Moorcock. In esse questo simbolo include otto frecce in un modello radiale. Il suo opposto è il simbolo della Legge, rappresentato da una singola freccia dritta.
Citando un sito di magia (antrodellamagia.forumfree.it), possiamo dire quanto segue:
"I praticanti della Magia del Caos tendono ad essere fuori da ogni categoria di persona. Per essi le visioni del mondo , le credenze, le opinioni, le abitudini e perfino le differenti personalità sono strumenti che possono essere scelti e cambiati in modo arbitrario allo scopo di manipolare e capire il mondo che essi vedono e si creano intorno. I chaos magician sono spesso descritti come divertenti, estremi o molto individualisti. Si considerano eccezionalmente tolleranti, rimarcando il fatto che qualsiasi opinione, anche contrastante, è comunque modificabile"
Capire la simbologia è un modo rapido e infallibile per capire i contenuti e la filosofia proposti da chi utilizza questi segni.
Magari, in un'altra occasione, analizzerò il simbolo della croce cristiana, il cui significato culturale dovrebbe già essere chiaro a tutti gli abitanti del mondo occidentale, ma che ha anche una componente grafica e magica molto efficace. TG


Scientology, la scienza del sapere, ovvero la Gnosi moderna che attinge ad ogni forma di conoscenza esoterica per utilizzare queste informazioni a proprio favore, per il controllo mentale delle masse.
In questo simbolo il font utilizzato richiama un carattere serpentiforme di tipo egizio (o sviluppata dalle geometrie dell'alfabeto enochiano?), allo stesso modo in cui i due triangoli potrebbero fare riferimento a due piramidi orientate verso la stessa direzione  e parzialmente sovrapposta l'una, all'altra come ad indicare che la piramide della nuova religione poggia sulle basi dell'antica religione. Stessa operazione effettuata anche per il richiamo alla croce cristiana ed alla croce maltese.

Il simbolo ed il marchio d'impresa registrato con la denominazione originale della chiesa di Scientology: Dianetics (1950)

Questo marchio di Scientology esprime un significato molto chiaro e facilmente comprensibile da chiunque: si tratta della piramide sociale che la religione di Ron Hubbard promette di scalare ai propri adepti.
Per i "dianetici" il potere ed il denaro hanno una grande importanza e fanno parte degli obiettivi da perseguire in questo mondo.

La nuova sfarzosa sede della religione di Scientology, inaugurata oggi, giorno di Halloween, a Milano, in via Fulvio Testi


Buchi neri, graffiti e impulsi religiosi

Sui muri, in genere, non si trovano molti messaggi religiosi, o pseudo tali, in forma di graffito. E' per questo che inserisco nel mio archivio online questo stencil firmato Sand.
L'idea non è proprio originale, la forma è un po' arabeggiante e tre punti esclamativi nella stessa frase sono un po' tanti.
Ad ogni modo, ogni giorno nuove religioni nascono come funghi; sarà mica il business del millennio?
Ritrovato in via Guglielmo Pepe, appare anche da altre parti. TG

Graffiti di Sand
il tuo Vero "Dio"
è il buconero
super massiccio
al centro della
galassia in cui
vivi, la via lattea!
Lui è il creatore!
Lui è il distruttore!

(Fotografato con JVC Picsio GM FN1 e posterizzato con PS)

Less churches
more telescopes
in loving memory of
Galileo Galilei

(Fotografato con Pentax Q)


giovedì 29 ottobre 2015

Una chiesa per gli operai della Bovisa

Un'icona cattolica del XX secolo
In questi giorni ricorre l'ottantesimo anniversario della consacrazione della chiesa di Santa Maria del Buon Consiglio in Bovisa, avvenuta il 27 e 28 novembre 1935.
Alla sinistra dell'Altare Maggiore di questa chiesa di periferia, compare un affresco molto interessante e piuttosto insolito che testimonia come anche il cattolicesimo abbia vissuto e beneficiato dello sviluppo industriale del primo 1900. In questo dipinto, di cui non sono riuscito a risalire al nome dell'autore, si vede il Cardinale Schuster consegnare con le proprie mani la nuova chiesa al primo sacerdote della Parrocchia: Don Alessandro Santambrogio. Sullo sfondo compaiono due alti prelati e qualche parrocchiano, ma soprattutto riconosciamo le fabbriche della zona che hanno contribuito, con il loro apporto economico, alla costruzione della chiesa.
La chiesa di Santa Maria del Buon Consiglio ha più di 100 anni: la Parrocchia della Bovisa è stata eretta canonicamente e giuridicamente il giorno 24 dicembre 1912; fu disegnata dall'architetto ingegnere sacerdote Spirito Chiappetta, in purissimo stile gotico lombardo.

Ricordiamo i sacerdoti che hanno preso servizio presso la Chiesa dell Bovisa:

Don Alessandro Santambrogio (primo parroco) dal 1914 al 1948
Don Alfieri Giuseppe (coadiutore) dal 1914 al 1916
Don Egidio Trezzi (coadiutore) dal 1924 al 1949 (secondo parroco) dal 1949 al 1962
Don Zubani Franco (nominato cappellano della Bovisa nel 1926)
Don Egidio Vergani (coadiutore) dal 1946 al 1964
Don Giuseppe Triulzi (coadiutore) dal 1951 al 1971
Don Mario Casari (coadiutore) dal 1955 al 1966
Don Antonio Malberti (terzo parroco) dal 1963 al 1973
Don Enrico Bianchini (coadiutore) dal 1964 al 1969
Don Virginio Colmegna (coadiutore) dal 1969 al 1976
Don Bruno Baraggia (quarto parroco) dal 1974 al 2006
Don Marco Gelli (quinto parroco) dal 2006 al 2014
Don Renato Bacchetta In data 9 settembre 2014 viene nominato, per nove anni, Responsabile della Comunità Pastorale “Gesù Buon Pastore” composta delle Parrocchie di S. Maria del Buon Consiglio e Santi Giovanni e Paolo

Bovisa la chiesa degli operai
L'affresco che riporta sullo sfondo alcune fabbriche della Bovisa; sono riconoscibili la Sirio, la Montecatini e la Broggi.
Fotografia effettuata con Nikon F5 con Nikkor 85mm f 2 e pellicola Rollei RCN 640
esposizione: 1/20 sec. f2 a mano libera.

Bovisa, cuore industriale della Milano operaia per circa 90 anni
Fino al 1873, la Bovisa era un piccolo borgo agricolo alle porte di Milano, fu grazie alla sua posizione facilmente raggiungibile dalle ferrovie che permetteva un facile trasporto delle merci verso la Svizzera e la Germania che nel 1882 Giuseppe Candiani trasferì la sua industria chimica in questa zona. Negli anni successivi altre industrie s'insediarono in questo territorio e la popolazione della Bovisa crebbe velocemente.
La "prima parrocchiale" della Bovisa, edificata dai Padri Barnabiti nel 1724 fu edificata in via Varé 15 e dedicata alla SS. Maria Aracoeli. Venne fatta demolire da Don Antonio Malberti alla fine degli 1960.

Tra gli insigni benefattori del tempio dedicato a Santa Maria del Buon Consiglio, sito in via Ercole Ricottti, 10 troviamo le ditte Sirio, Smeriglio, Amideria Italiana, Broggi, Origoni e Piatti
Fotografia effettuata con Nikon F5 con Nikkor 85mm f 2 e pellicola Rollei RCN 640
esposizione: 1/25 sec. f2 a mano libera.

Un testimone degli anni dell'industrializzazione e della fede degli operai
Peppino D.F., nato nelle campagne di Trani nel 1923 da una famiglia di agricoltori, si trasferisce a Milano nel 1937. Trova un lavoro in un bar di via Varesina, poiché, essendo la sua famiglia legata alla coltivazione delle uve ad alla produzione del vino, ritiene di poter essere d'aiuto nella vendita di questo prodotto a Milano. Egli non ha una particolare simpatia per gli ambienti poco illuminati e fumosi della fabbrica, però è incuriosito dalla vita che ferve attorno alla zona industriale della Bovisa e si reca spesso da queste parti, come altre persone che riconoscono in queste strutture l'espressione del progresso di quei tempi. 
Peppino torna al suo paese per un breve periodo, poi si reca a Seriate, vicino a Bergamo per lavoro. Da Seriate, Peppino parte per effettuare il servizio militare durante la Seconda Guerra Mondiale.
Dopo la guerra Peppino torna a Milano e nel 1956 si sposa con una ragazza che viveva in Bovisa, sarà Don Egidio Trezzi ad unirli in matrimonio nella chiesa in cui, dopo essere andato in pensione, negli anni 1980, Peppino si occuperà della Sacrestia, fino ai nostri giorni. Fu don Bruno Baraggia a chiedergli di dare un aiuto in chiesa più di 30 anni fa.
Il nuovo parroco è arrivato in questa chiesa solo lo scorso anno perciò è Peppino che avendo conosciuto la vita parrocchiale e del quartiere, fino dai tempi di Don Trezzi è il testimone anziano più attivo di questa comunità.
Tra i tanti ricordi del passato, Peppino mi racconta di due fatti particolari accaduti negli anni 1970.
Nel 1970, pochi giorni dopo aver comprato un'automobile nuova, Peppino si trova alle prese con una brutta sorpresa: dalla ciminiera della Montecatini esce una fumata particolarmente corrosiva che stende sulle automobili della zona una sostanza che rovina la vernice a molte automobili.
La Montecatini, dopo le proteste degli abitanti, prende un accordo con un carrozziere del quartiere per far lucidare, a spese dell'industria chimica che ha provocato il problema, la vernice degli automezzi danneggiati.
Un'altra  testimonianza arriva da una signora di 77 anni che ha lavorato alla Broggi per diversi anni e che abitava proprio di fronte alla Montecatini; lei mi ha confermato questo fatto, dicendomi che abbastanza regolarmente i panni che lei stendeva fuori dalle sue finestre venivano corrosi, fino ad avere dei buchi sulla superficie dei tessuti.
S'è parlato molto dell'inquinamento causato da queste ditte che probabilmente è stata una delle cause della delocalizzazione e della chiusura dell'industria della zona negli anni 1970, ma coloro che sono arrivati in là negli anni, come i signori che ho incontrato, negano gli effetti negativi sulla salute di certe sostanze immesse nell'aria dalle industrie chimiche dell'epoca. Anzi, in queste persone permane il ricordo nostalgico di una Milano popolosa, attiva e ricca, in cui, tutto sommato, la vita era più gioiosa d'adesso, il commercio più florido e la gente più normale.
L'altro episodio ricordato da Peppino riguarda gli scioperi e le proteste operaie degli anni 1970 che arrivarono persino ad occupare l'oratorio della chiesa. Fu Don Antonio Maria Malberti a vivere i difficili anni della contestazione, soffrendo tanto da ammalarsi e da essere indotto a dare le dimissioni da parroco.

Peppino D.F. 92 anni, sagrestano
Fotografia effettuata con Nikon F5 con Nikkor 85mm f 2 e pellicola Rollei RCN 640
esposizione: 1/40 sec. f2 a mano libera.


Note
C'è ancora qualcosa che non mi convince nella storia dell'affresco del Cardinale Schuster con lo sfondo delle fabbriche, non sono sicuro dell'identità dei preti raffigurati e sull'anno in cui è stato realizzato il dipinto perché da quanto scritto nel libro di Don Bruno Baraggia: Storia di una chiesa, S. Maria del Buon Consiglio in Bovisa (pubblicato nel 1985 per celabrare i 50 anni della consacrazione della chiesa di via Ricotti), si citano le date di tre bombardamenti che hanno causato danni alla chiesa: 24 ottobre 1942; 14 e 15 febbraio 1943 e 8-16 agosto 1943. Nel tempo, sono seguiti vari lavori di ristrutturazione che hanno modificato anche gli altari lignei, ma non viene mai citato l'affresco delle fabbriche che forse per il clero non è mai stato motivo d'orgoglio.

Aggiornamento del 3 dicembre 2015

Ho voluto ritornare sull'altare maggiore per rifotografare l'affresco con una fotocamera digitale, più che altro perché l'illuminazione della chiesa mi aveva fatto entrare della luce in macchina che non mi piaceva. Ho portato con me un flash elettronico e poi ho corretto un po' anche la prospettiva e le linee cadenti in post-produzione, lo scatto è stato ancora fatto a mano libera perché non volevo dare fastidio a nessuno con l'uso del cavalletto, anche se al mattino presto, quando sono entrato in chiesa non c'era quasi nessuno.
Adesso l'immagine è un po' più godibile ed anche i dettagli sono più chiari e privi di grana, tutto sommato, la fotografia digitale non è poi così male, ma l'immagine chimica sembra dare più vita ai personaggi.


Gli operai cattolici della Bovisa
 Scatto effettuato con Nikon D3300, Zoom AF-SNikkor 18-105mm f 3,5-5,6G ED alla focale di 30mm + Flash National PE-3057
Esposizione: Iso 800; 1/100 sec. f 8

Mi piace molto lo sfondo di quest'opera in cui si vede la chiesa di fronte alle fabbriche.
Solo in Irlanda del Nord, a Derry, mi era capitato di frequentare una chiesa cattolica che aveva il portone proprio di fronte alle fabbriche che producevano vetri per la St. Gobain.

Oggi era acceso solo un quarzetto che non dava eccessivamente fastidio, anche se qualche lama di luce arrivava ugualmente in macchina, mentre quando ho scattato in pellicola non ho potuto evitare la luce dei quarzetti che illuminavano l'altare dove si posiziona il prete per celebrare la messa.

Putin in Bovisa
 Dettaglio dell'affresco Scatto effettuato con Nikon D3300, Zoom AF-S Nikkor 18-105mm f 3,5-5,6G ED alla focale di 85mm + Flash National PE-3057
Esposizione: Iso 800; 1/100 sec. f 8


Curiosità
Non trovate anche voi che questo prete con le mani giunte assomigli a Putin?
Vladimir Putin, ultimo difensore della cristianità, recentemente, dopo l'attacco terroristico di Parigi al Bataclan, ha stabilito che in Russia è vietato offendere il senso religioso di chiunque.  Ve lo sareste mai aspettato?


Tutti i diritti riservati - Tony Graffio



Taipan G88, un serpente di carbonio Made in Italy

 Il prototipo del Taipan G88 configurato con la camera Sony FS7 e l'obiettivo Nikon 14-24mm f 2,8, come  è stato descritto nell'intervista da Emanuele Chiocchio

Negli ultimi 3 anni, in campo cinematografico (e fotografico), si sono susseguite moltissime novità  che hanno rivoluzionato il modo d'effettuare le riprese: droni, testate remotate, fotografia aerea, supporti stabilizzati, ogni mese viene lanciata sul mercato una nuova valida soluzione per risolvere situazioni che fino a non molto tempo fa richiedevano attrezzature molto complesse e costose. Cerchiamo di capire meglio di che cosa si tratta e come orientarci verso l'acquisto di un prodotto di qualità che duri nel tempo e ci offra la garanzia di spendere bene i nostri soldi. 
Che cos'è un gimbal? Che caratteristiche deve avere per soddisfare le nostre esigenze ed integrarsi bene con l''attrezzatura di cui già disponiamo?
Ho avuto la possibilità di farmi spiegare questa cosa direttamente da un produttore italiano, di Avezzano; ritengo che dopo aver letto questa intervista, sarà più semplice per tutti potersi orientare nel mare magnum dei supporti stabilizzati e delle teste remotate e potersi muovere con più facilità sia nella valutazione dei gimbal professionali che dei modelli più economici. TG

Tony Graffio intervista Emanuele Chiocchio di Taipan Gimbals all'IBTS 2015

Tony Graffio: Ciao Emanuele, mi spieghi cos'è Taipan Gimbals?

Emanuele Chiocchio: Taipan Gimbals nasce appositamente per lo sviluppo di prodotti girostabilizzati. Il G88 è il primo Gimbal che abbiamo realizzato in azienda ed è dedicato alla fascia medio-alta del mercato; supporta carichi che possono andare da piccole macchine da presa, fino a configurazioni che io definisco abbondanti, ovvero camere come SONY FS7 che possono essere equipaggiate di obbiettivi abbastanza corposi. Nel nostro caso, qui abbiamo montato un Nikkor 14-24mm F2,8 con adattatore Metabones.

TG: Significa che possiamo essere su un peso di 4 chilogrammi, in questa configurazione?

EC: No, qui siamo intorno ai tre chili e 300 grammi, più o meno, perché l'adattatore pesa più o meno 150 grammi, la batteria è una BP-U90 da mezzo chilo e l’ottica aggiunge altri 1.000 grammi.

TG: Ma qual’è il massimo carico che possiamo montare sul Vostro supporto?

EC: La questione del “massimo carico” è un po' complessa e distrae sempre dal vero problema. Io dico sempre che è solo una scorciatoia di marketing.

TG: Perché? Fammi capire meglio questo concetto, per favore.

EC: Parlare di massimo carico senza dare un riferimento dimensionale, secondo me è sbagliato, nel senso che se io posiziono un cubetto d'acciaio al centro del mio gimbal, sto parlando di un decimetro cubo d'acciaio che pesa intorno ai Kg 7,5; io avrò un carico di sette chili e mezzo molto facile da bilanciare, perché ha delle leve cortissime. Se invece sul mio gimbal vado a metterci una SONY FS7 con un 14-24mm, che pesa di meno, circa 3,2Kg, ma è lunga quasi cm 40, è chiaro che avrò dei momenti completamente diversi dal decimetro cubo d'acciaio.
E' per questo motivo che noi di Taipan preferiamo far vedere la gimbal che lavora con questo tipo di set-up, e che lavora bene, piuttosto che dire, sì ci potete pure montare 8-10 chilogrammi di materiale, perché prendere in esame solo il peso è un parametro che non ha alcun riferimento reale. Anche perché, pensare di montare una camera che pesa Kg 8 qua sopra, vuol dire che tu devi prendere in considerazione quelle full-size tipo Varicam Panasonic che su questi gimbal, come su altri gimbal concorrenti, non ci entrano per motivi dimensionali, perché sono molto lunghe.

TG: Possiamo montare una RED qua sopra?

EC: La RED va benissimo, così come vanno benissimo la FS7, la FS5, la URSA Mini, la ARRI Alexa Mini o camere più leggere che tuttavia non è detto debbano per forza utilizzare gimbal piccole.
Facciamo un esempio: se io prendo una SONY Alpha 7R II, che è una mirrorless dal successo strepitoso, molto versatile, capace di girare dei filmati bellissimi, pesa relativamente poco, gr. 750 (solo corpo), più o meno, poi davanti ci mettiamo un obiettivo da 1 Kg, come questo, arrivi già a 1.750 gr. Se ci mettiamo anche il paraluce, i fuochi remotati e le batterie, cosa succede allora? Di che cosa parliamo? Ci ritroviamo nuovamente con qualcosa che pesa abbondantemente sopra i 2 Kg. Perché noi, ovviamente, vogliamo utilizzare la camera in un modo professionale, vero?
Cosa diciamo a questo punto? Per noi, è meglio avere una meccanica molto robusta, priva di giochi, infatti il nostro Taipan ha degli accoppiamenti su cuscinetti completamente privi di giochi assiali e radiali, perché è stato studiato in questo modo.

Una situazione in cui può essere utilizzato il gimbal a mano

TG: Il Taipan monta cuscinetti d'acciaio?

EC: Tutto è progettato in modo da ridistribuire lo sforzo ottimizzando i carichi asse per asse, a seconda di come lavora il gimbal. L'arrangiamento meccanico delle cuscinettature è differente per ogni asse, a seconda che esso lavori a taglio, a sbalzo, a trazione e/o compressione.
Vengono utilizzati cuscinetti in acciaio, di precisione, dimensionati ed accoppiati in maniera diversa, a seconda di dove operano.
Un motore, per esempio lavora a compressione se il gimbal è tenuto in un certo modo, invece se la mettiamo al contrario, come vengono utilizzate solitamente i gimbal, il motore sarà soggetto ad una forza di trazione. Ciò fa sì che l'arrangiamento degli atri cuscinetti è ancora diverso.
Ad un certo punto, è naturale porsi tutta una serie d'interrogativi relativi al peso, perché avendo il gimbal dimensioni importanti, anche questo fattore è d'aggravio al peso complessivo di tutta l'apparecchiatura. Per questo motivo, per la costruzione del gimbal, noi usiamo monoscocche in fibra di carbonio. Abbiamo usato il carbonio ovunque abbiamo potuto, sia per alleggerire che per creare una struttura molto resistente ed elastica, perché il comportamento della fibra di carbonio rispetto ai metalli è diverso.
L'uso del carbonio ci fa ottenere una struttura efficiente e, al tempo stesso, leggera.

Prima presentazione al pubblico del gimbal Taipan G88, basta mettere la scritta prototipo per attirare l'attenzione del pubblico. Molti erano gli operatori interessati che si assiepavano intorno alla stand di ADCOM all'IBTS

TG: Voi siete partiti immediatamente con l'idea d'utilizzare il carbonio, nel vostro progetto?

EC: Subito. Anche perché, questo è un materiale high-tech che qualifica immediatamente il prodotto. Poi, abbiamo scelto le monoscocche, piuttosto che i tubi che solitamente vengono usati per ragioni strutturali e funzionali. La forcella del nostro Taipan ha una sezione ellittica orientata in maniera tale da offrire la massima resistenza alle forze di taglio, perché si scarichino le forze sull'asse maggiore dell'ellisse.
Il nostro è un tentativo di costruire qualcosa che sia il più valido possibile. Sicuramente sarà possibile fare di meglio, non dico di no, si può sempre migliorare, però vi assicuro che l'attenzione che noi abbiamo messo, anche in tutti i dettagli, è veramente maniacale.
Considerate che tutte le parti in alluminio 7075 T6 (ergal) sono state ricavate dal pieno, con anodizzazione dura che non è la classica anodizzazione decorativa, ma è quella tecnica, circa 3 volte più spessa, questo vuol dire che siamo intorno ai 40 micron di spessore, quindi è molto dura. L'anodizzazione di questo tipo aumenta la durezza superficiale. A seconda dell'anodizzazione che si fa, varia il tipo di durezza superficiale del pezzo. Naturalmente, l'anodizzazione tecnica costa anche di più di quella soltanto estetica.
Le viti, seguendo la nostra filosofia, sono tutte viti custom che hanno tutte un doppio standard, metrico e imperiale. Metrico per quanto riguarda la testa che ha un innesto M5 a cava esagonale e imperiale per quanto riguarda la filettatura che ha un passo ¼ 20 UNC (il cosiddetto passo fotografico) facendo in modo dì avere un cuore vite resistente alla coppia di serraggio, usiamo il titanio. Abbiamo deciso di fare così per garantire  una dimensione contenuta a fronte di un passo conveniente per il serraggio delle manopole. Tutta la viteria è di titanio grado 5.
Ricapitolando: abbiamo fatto uso di titanio grado 5, monoscocche in carbonio, lega d'alluminio speciale, oltre a questi vantaggi strutturali, aggiungiamo un supporto completo agli standard.
La nostra testa può essere montata sul cavalletto e tolta dall'impugnatura senza adattatori, perché noi per quanto riguarda il montaggio della testa utilizziamo le cannette da 15mm con interasse 60mm, vale a dire quelle usate da mezzo mondo.

TG: Siete gli unici a fare queste cose o c'è anche qualcun altro che produce in questo modo?

EC: Rispondo onestamente: mi sembra che siamo gli unici ma se dovesse esserci qualcun altro non te lo saprei dire.

TG: prima di partire col vostro progetto, avete fatto uno studio su quello che hanno fatto gli altri produttori di gimbal?

Emanuele Chiocchio prova il suo gimbal all'IBTS

EC: Effettivamente, essendo l'ambiente dove ci muoviamo, un mercato molto agguerrito e competitivo, non è facile trovare il successo commerciale, però noi abbiamo pensato che comunque c'è la possibilità di fare un tipo di prodotto che già esiste, ma in modo differente dagli altri produttori.
Non dico meglio, ma in modo diverso sì.
Intanto, abbiamo scelto di ottemperare agli standard esistenti e questo è un punto piuttosto importante. Puoi mettere il G88 su qualunque cavalletto, ed hai una testa remotata.

TG: Abbiamo quindi un doppio uso, a mano libera e su cavalletto...

EC: Esatto, e questo è il nostro secondo punto di forza.
Altra cosa, la piastra che usiamo per montare le camere, non è uno standard, ma è talmente diffusa da poter essere considerata tale. Parlo della Manfrotto 357. Tanta gente ha questa piastra sempre incollata alla camera che trovarsela lì già pronta può solo fare piacere, perché non la deve nemmeno sostituire. Se io avessi detto: no, ho la mia slitta sotto, per montare la camera, già imponevo due cose che la gente non conosceva, cosa che noi non abbiamo voluto fare.
Un'altra cosa: noi forniamo un adattatore che ti consente di montare il gimbal non solo con le cannette da 15mm, ma anche sullo stativo utilizzato per i corpi illuminanti.
Questo stativo è un supporto economicissimo e diffusissimo che ti consente di montare il gimbal e di usarlo nuovamente come testa remotata.
E' ottimo per chi usa le steadicam, per gli studi fotografici e video, questi stativi li trovi praticamente ovunque. Inoltre, costano veramente poco. E' di fatto un altro standard per la ripresa stabilizzata: lo steadicam.
Noi pensiamo che le teste girostabilizzate non siano sostitutive della steadicam, non vanno a contrastare questi strumenti, ma ad integrarli. Così, abbiamo inventato due modi per usare il gimbal con la steadicam. Sempre con uno dei nostri adattatori è possibile montare il gimbal in posizione rovesciata sul perno del braccio elastico, quindi se hai bisogno di un supporto che ti serva per reggere un peso per molto tempo, senza che butti
il corpetto, il braccio, o i pezzi del corredo della steadicam, puoi in parte riutilizzare la tua vecchia attrezzatura.

TG: Il gimbal completo quanto pesa?

EC: Il nostro gimbal pesa intorno ai 3400-3700 grammi. La batteria è totalmente indipendente, puoi decidere di utilizzare le normali batterie LiPo, la nostra utilizza le LiPo 4S, oppure utilizzi le V-Lock che puoi distribuire come vuoi. Su uno spallaccio, sulla schiena come contrappeso e così via. Insomma, ci troviamo di fronte ad altri due standard che noi abbiamo tentato di prendere in considerazione il più possibile.

TG: Per le connessioni che cosa avete scelto?

EC: Noi forniamo il gimbal con due batterie 4S LiPo alle quali sono intestati dei connettori tipo Traxxas a due poli, protetti, con un unico verso di montaggio, quindi non si possono scambiare i poli, però parallelamente stiamo lavorando su una serie di adattatori che ti consentano di sfruttare altre uscite, come ad esempio Power Tap/D-Tap, SDI e la possibilità di poterti interfacciare con le batterie V-mount, chiaramente di pari capacità e tensione.

TG: Riusciamo a capire che consumo energetico ha il gimbal?

EC: Considera che con una Batteria 4S da 5.000 MilliAmpère si riesce a lavorare per circa 4 ore. Chiaramente, con masse minori, il consumo è minore. I motori a piena potenza assorbono circa 1,4 Ampère. Ad ogni modo per un set-up di oltre 3 chilogrammi, possiamo affermare che l'autonomia è alta.

TG: Forse, volevi dirmi ancora qualcosa relativo all'uso con la steadicam.

EC: Sì, infatti, volevo aggiungere che il supporto steadicam, oltre ad adattare il montaggio del gimbal sul supporto del braccio, permette di smontare un motore, si toglie lo YAW e tramite un adattatore apposito lo monti sullo sled; quindi c'è una configurazione steadicam normale dove il movimento dell'asse Z verticale, lo fai tu a mano, invece di farlo fare al motore.
L'operatore steadicam, abituato ad intervenire in una certa maniera, non si trova così di fronte a nessun cambiamento operativo. Ciò accade proprio perché noi siamo convinti che steadicam e gimbal siano due mondi complemetari integrabili, ognuno dei quali ha dei vantaggi da offrire e qualche svantaggio, mentre una volta che vengono uniti insieme, essi possono essere efficaci nel risolvere alcune situazioni di ripresa.
I motori sono progettati ad hoc, in collaborazione con un'azienda di Piacenza che nel suo curriculum ha la produzione dei Kers per la Formula 1. L'anno scorso produceva per Red.Bull e l'anno prima per Ferrari. Inutile dire che nel nostro piccolo, abbiamo creduto nel progetto, investendoci i nostri soldi. Tutto qua. Abbiamo tentato di fare il meglio che potevamo. Non so dire se questo sia il meglio in assoluto, però siamo fieri d'aver raggiunto un buon risultato.

TG: A questo punto, dopo aver spiegato benissimo il suo funzionamento e la sua costruzione, ci manca sapere soltanto che cos'è un gimbal e a cosa serve.

EC: Un gimbal, normalmente è un supporto stabilizzato che serve a produrre riprese cinetelevisive senza scossoni, traballamenti e vibrazioni.

TG: In cosa differisce dai giroscopi?

EC: I giroscopi sono un sistema che non ha nulla a che vedere con il nostro, in qualche modo induce il mantenimento di un orizzonte costante, in maniera meccanica, contrastando i tuoi movimenti e annullandoli, perché introduce un suo movimento, in una direzione opposta alla tua. Ha utilizzi militari, costi elevatissimi ed oggi si utilizza molto meno in fotografia aerea, per esempio. Senza contare che sono poco ergonomici, ingombrano molto, vanno alimentati, devono fare corpo unico con la macchina da presa, fotocamera, o videocamera aumentando considerevolmente volume e manovrabilità. Si tratta sicuramente di attrezzature pionieristiche con un loro indiscutibile valore sul fronte della ricerca, però è ovvio che man mano che la tecnologia si evolve va verso sistemi diversi.
Nel gimbal ci sono dei giroscopi, però il gimbal elettronico come lo intendiamo noi utilizza dei piccoli giroscopi di precisione collegati ad un'elettronica che effettua il pilotaggio dei motori. Posso aggiungere che questi apparecchi sono definiti gimbal direct drive, per far capire che il motore elettrico è in presa diretta con l'asse che deve movimentare, in modo da non avere ingranaggi, pulegge, o altri meccanismi aggiunti. La loro meccanica è un progetto parallelo alla parte elettrica, più che alla parte elettronica. Quello che è importante capire è che per la movimentazione di determinate masse, ci vogliono motori elettrici correttamente dimensionati, per tanti motivi. Il motore elettrico correttamente dimensionato non scalda, il nucleo del motore non entra in saturazione.
Bisogna calcolare tutto per bene, affidandosi a professionisti che fanno solo quello dalla mattina alla sera, non è facile.

TG: Potremmo riassumerlo in piccoli giroscopi, 3 motori ed una forcella?

EC: Sì, solitamente una struttura a tre assi ha tre motori che controllano beccheggio, rollio ed asse Z, lo YAW. Ogni motore è deputato al pilotaggio di uno degli assi e naturalmente la posizione della camera è determinata dalla posizione del giroscopio che non è un semplice giroscopio, ma è un'unità MEMS, micro elettronico-meccanica, che ha il compito di rilevare anche l'accelerazione con la quale si sposta. Non solo ti sa dire di quanti gradi è inclinata a sinistra, ma anche a che velocità si sta spostando. Tutto ciò in base ad un sofisticato set di parametri.
Nei gimbal la differenza tra un prodotto ed un altro è dato dalla meccanica di precisione e, più che dall'elettronica, dagli algoritmi di gestione dell'elettronica. Il segreto è tutto lì.
Ci possono essere architetture simili che funzionano in modo totalmente diverso a causa della bontà o meno degli algoritmi utilizzati.

TG: Precisiamo che saranno sul mercato solo da 4 o 5 anni.

EC: Mah, guarda, a così grande diffusione anche meno, io direi 3 anni, considera che prima Freefly l'ha presentato al grande pubblico nel 2012 a Las Vegas, al NAB, Freefly è giovanissima, in termini di vita aziendale. Loro hanno iniziato con i droni per la ripresa aerea, anche se forse la prima a produrre gimbal direct-drive rivolte al settore è stata la Photohigher, ditta neozelandese di Kimberly Attwell che, per me, ha fatto un lavoro eccezionale, poco apprezzato sui gimbal, presentandoli al NAB di un anno prima e portando una gamma di strumenti adatti a tutte le camere, dalle Gopro, alle camere molto più grandi. Non mi so spigare però, perché Photohigher ha avuto una diffusione commerciale inferiore alle aspettative, nonostante il suo prodotto fosse veramente molto bello.

Paolo Chiocchio ed il Taipan G88

TG: Qual è la formazione tua e di tuo fratello che è compartecipe in questo progetto?

EC: Paolo ed io siamo informatici, la nostra azienda assiste gli ingegneri strutturisti nel calcolo e nella verifica strutturale in CA, acciaio e strutture miste, quindi parte da molto lontano, poi, sempre per conto dei tecnici, ha sviluppato delle soluzioni per fare dei rilievi termografici con il drone, iniziando praticamente da lì.
Poi abbiamo virato verso le teste elettroniche, per una maggiore sicurezza d'uso, anche perché il drone monta attrezzature costose e quando cadono son dolori, anche se sei coperto da assicurazione. Non è che il giorno dopo parti e riprendi a volare, a meno che tu non abbia un hangar infinito.

TG: Quindi voi avete pensato di impegnarvi coi gimbal, per lasciare i droni ad altri?

EC: Esattamente, anche perché nel campo dei droni la situazione non è molto chiara a livello di normative, essendo questa un'industria molto nuova, veloce a muoversi in contingenze molto specifiche, cosa che ha preso un po' in contropiede tutto e tutti.
Noi abbiamo preferito restare con “i piedi per terra”, letteralmente.
E' vero che adesso tutti vogliono il drone, anche per i matrimoni, e tutti lo usano, però questo significa anche che più persone lo utilizzano, maggiori saranno gli incidenti di percorso. E' normale, non perché il drone sia un sistema non sicuro di per sé, è che bisogna saperlo usare con un minimo di giudizio e di metodo. Purtroppo, molti continuano a farlo volare sopra le teste della gente, non rendendosi conto che un'elica di quelle, pur essendo piccola, è pur sempre una lama che ti può fare (molto) male.

TG: E' complicato montare un'attrezzatura come la vostra su un drone e farla volare?

EC: Ci vuole un drone molto potente, ma si può fare, il peso della testa è sui 3.400 grammi, però, visto che fanno volare teste come la Ronin che pesa più della nostra, sicuramente anche la G88 può volare.
Per avere la debita stabilità in volo, è bene utilizzare configurazioni con almeno 8 motori.
Oppure 8 contrapposti in configurazione coassiale, 4 su 4. Dipende, ci sono davvero molte soluzioni.

Il G88 può essere comandato con un  radiocomando a distanza per modellismo

TG: Siete ottimisti sulla riuscita commerciale del vostro prodotto?

EC: Sì, decisamente perché, secondo noi, ha dei punti d'originalità, come il fatto di poter supportare tutti gli standard, la facilità di trasformazione, poter togliere lo YAW e metterla a spalla, in più stiamo sviluppando tutta una serie di accessori per l'utilizzo con lo spallaccio.
Al momento, esistono 3 tipi di handlebar superiore: quella in monoscocca in fibra di carbonio, c'è quella regolabile ed una terza che può avere le maniglie sostituibili, dritte o snodate, insomma, abbiamo cercato di concepire un prodotto il più possibile adattabile alle reali condizioni di ripresa.
Se l'operatore vuole lavorare a spalla senza utilizzare il terzo asse, perché vuol fare lui il movimento destra-sinistra, può farlo, e togliere il motore. Se vuole lavorare a spalla facendo il movimento col motore, può fare anche questo.
Ci può essere chi preferisce non comprare l'adattatore per montare il tutto sul cavalletto; benissimo, noi gli diamo le cannette da 15mm e gli diamo la possibilità d'usarlo sul cavalletto come testa remotata, oppure su un jimmy jib. Insomma, se poi c'è un operatore steadicam che vuol usare il Taipan gimbal sulla steadicam, direttamente sul braccio elastico, lo può fare, se invece preferisce il set up classico con lo sled? Ok, può fare anche questo.

TG: Siete in contatto con qualche cine-operatore che vi fa tutte queste richieste per mettere alla prova il vostro prodotto e svilupparlo?

EC: Collaboriamo attivamente con Filippo Chiesa, già da parecchio tempo, tant'è vero che tra le sue mani sono già passati almeno un paio di prototipi del Taipan.
Poi, ci sono altri operatori steadicam, come Alessandro Ruggeri di Bologna che anch'egli ci ha dato un suo parere sul nostro prodotto, perché, per quanto possibile, non vogliamo che l'utente finale faccia da cavia ai nostri prodotti.
Questa è una cosa che io stesso detesto fare e pertanto ritengo sia giusto che nemmeno gli altri si ritrovino in una situazione del genere.
Collaboriamo normalmente con professionisti che hanno qualcosa da dire, in modo tale, non dico da creare un prodotto perfetto, ma quanto meno di offrire qualcosa che sia in grado di rispondere a delle esigenze di base abbastanza diffuse.

TG: Quando verrà commercializzato il Taipan G88 e a che prezzo?

EC: Questo prodotto verrà messo in vendita tra circa 3 mesi ad un prezzo di circa 3200 euro, IVA esclusa e, naturalmente, senza gli accessori.
Per quello che riguarda la disponibilità dell'accessoristica, i tempi saranno brevi, però non abbiamo ancora definito i prezzi.

TG: Avete in progetto altri prodotti?

EC: Sì, oltre al nostro prodotto halo (di prestigio) stiamo lavorando ad un gimbal più piccolo che ovviamente ospiterà camere di dimensioni più contenute che però avrà la stessa filosofia di progettazione del G88.

TG: Avrà anche lo stesso aspetto del G88?

EC: Forse sarà identico nell’impostazione, però stiamo lavorando su diverse ipotesi per capire quale potrà essere la migliore perché l'utente che ha esigenza di montare camere più piccole desidera avere una buona trasportabilità di tutta l'attrezzatura, in modo da potersi muovere più liberamente mettendo tutto in un unico zaino, o borsone.
Un corredo compatto potrebbe essere costituito da una SONY Alpha 7R II, per esempio, con obiettivi piccoli e leggeri da tenere già pronto all'uso durante il trasporto.
E' chiaro che per noi questo tipo d'esigenza dell'utilizzatore deve essere contemplata e presa in considerazione.

TG: Un tuo giudizio del posizionamento sul mercato del vostro prodotto.

EC: Secondo me, il nostro prodotto ha un buon posizionamento, considerando tutte le cose che può fare; non riesco ad immaginare di fare concorrenza ad una squadra di 900 persone, come DJI, oppure a Freefly che fa i video di presentazione dei suoi prodotti con un regista come Vincent Laforet, mi sembrerebbe un eccesso di presunzione. Non mi metto in concorrenza con questi marchi, ma certamente posso offrire una visione alternativa alla loro, sullo stesso tipo di prodotto. Poi, se l'utente ci premierà perché oltre all'intraprendenza è in grado di riconoscerci anche un'originalità di pensiero nella quale vale la pena d'investire i propri soldi, meglio ancora.

TG: Quante persone fanno parte della vostra struttura produttiva?

EC: Nel nostro progetto noi ci avvaliamo di aziende tutte specializzate nel loro settore specifico: progettazione motori elettrici, realizzazione di parti in fibra di carbonio ed altre competenze. Complessivamente, tra collaboratori esterni ed interni, la nostra struttura conterà più o meno 6-7 persone, però il numero vero di chi porta un contributo attivo dipende anche dalle competenza apportate da chi ha già un'esperienza in questi campi.
Lavorare il carbonio non è facile, lavorare le parti meccaniche in una certa maniera non è proprio una cosa scontata, alla fine non abbiamo a che fare con esecutori materiali, ma con preziosi collaboratori.
Disponiamo di un intreccio di persone e competenze che non è per niente facile da gestire, perché non mancano mai gli intoppi, essendo che le variabili si sprecano.

TG: Per distribuire i vostri prodotti avete scelto ADCOM di Bologna, perché?

EC: Sì, abbiamo scelto ADCOM perché sono persone serie che lavorano bene ed hanno un'ottima diffusione dei prodotti anche all'estero. Si tratta di una struttura solida, in grado di dare anche un'ottima assistenza.

TG: Contate molto sulla risposta del mercato estero?

EC: Per noi è importante sia il mercato estero che quello interno ed i partner che scegliamo, ci mettiamo un po' di tempo ad individuare le persone giuste, ma alla fine cerchiamo una collaborazione stabile e solida nel tempo.
Il prodotto che nasce un giorno e muore subito dopo non serve a nessuno e lascia l'amaro in bocca a tutti. Mentre un prodotto durevole ed in grado di crescere grazie alla collaborazione degli utenti è tutta un'altra storia, però per farlo ti devi circondare di persone serie.
Si dice che l'industria in Italia è morta, non voglio fare discorsi politici, ma io ritengo che la riuscita commerciale dipenda molto dalla determinazione e dall’estrema testardaggine dell'imprenditore.

TG: Avete già qualche riscontro per il vostro prodotto?

EC: Sì, ci sono già diversi pre-ordini, però adesso è chiaro che aspetteremo la fine dell'IBTS per capire meglio qualcosa, perché di fatto questa per il Taipan è la prima vetrina importante. Pensiamo anche d'organizzare degli appuntamenti più mirati alla clientela in varie sedi.

TG: Un'ultima domanda: a parte il pubblico che utilizza i droni, credi che questo tipo di prodotto sia già sufficientemente conosciuto dagli altri operatori?

EC: Mah guarda, credo che il concetto di gimbal sia già stato acquisito da tutti perché ormai ci sono anche quelli piccoli per montarci il telefonino; anzi quasi sono più numerosi dei selphie stick, pertanto la strada è segnata, è però un tipo di tecnologia che va implementata in modo industriale, quindi conviene allontanarsi un po' dalla base amatoriale, o modellistica che sta spopolando adesso.
Non si può pensare di prendere il gimbal fatto di clamp, di viti e di bulloni e farci tutto bene.
Anch'io sono un modellista, ma mi rendo conto che nel momento in cui ci devo lavorare, non è che mi posso mettere lì a combattere con la brugola da tutte le parti per cambiare le lunghezze... Chi lo sente poi il regista che mi dice: <Allora, vuoi venire a fare la ripresa, o no?>.
Sul nostro prodotto è possibile regolare il bilanciamento su tutti gli assi. Relativamente alla parte del roll, ad esempio, hai 3 regolazioni perché hai la possibilità di spostare a destra e a sinistra tutta la forcella, cosa che fanno già in tanti, il nostro però ti permette di farlo anche in modalità toolless (senza strumenti) con semplici manopole apri-chiudi. C'è la possibilità classica di spostare il piatto-camera destra-sinistra, ed infine, rispetto a tante altre, c'è anche un peso interno che ti permette, in modo indipendente, rispetto a come è messa la camera, di fare un'ulteriore micro-regolazione per fare in modo che i tre sistemi lavorino congiuntamente. In modo tale che tu possa, anche nei casi di camere asimmetriche, (pensiamo alle reflex o ad alcuni set up professionali) mettere perfettamente in asse l'ottica ed il roll.
A tutto vantaggio della stabilità e della precisione con cui viene mantenuto il piano, anche durante gli spostamenti veloci ed i cambi di direzione.

TG: Una curiosità. Temete che qualcuno possa agire con un'operazione di back engineering sui vostri prodotti?

EC: No, assolutamente, il mondo è grande, e poi la grande ditta generalista già c'è e si chiama DJI. Loro hanno a disposizione una forza lavoro mostruosa, ciò nonostante, noi crediamo che si possa sempre avere una visione diversa che non è detto debba per forza essere migliore, ma sicuramente interessante.

Emanuele Chiocchio



Tutti i diritti riservati. Tony Graffio



mercoledì 28 ottobre 2015

Ecomostri e memoria

L'Ecomostro milanese messo a nudo in tutto il suo splendore 

L’Isola per quasi sessant'anni, nel periodo pre e post bellico, è stato un quartiere povero e industriale di Milano. Dopo il Garibaldi, ha subito negli ultimi cinque/dieci una rivoluzione urbanistica eccezionale, riportando in auge “la vocazione dinamica e modernista della città” di cui l'edificio di via Confalonieri soprannominato il Rasoio rappresenta l’ultimo e piu’ eclatante atto. Per quanto riguarda la vicenda di questa enorme costruzione coinvolta nel fallimento del suo ideatore, Ligresti, rimando all'articolo del Corriere…) L'autore sembra interessarsi solo al problema di facciata, evitando di entrare nel merito della questione speculativa, ma la lettura del testo è utile per conoscerne i retroscena. Per parte mia vedrò se la questione può essere affrontata da un punto di vista più generale.

Via Ferrante Aporti

E' rimasto affumicato dalle bombe
il muro fino all'Osteria. Macchie
su macchie lisce inosservate, senza
nomi, senza fiori. Nessuno lo sa.
Il vecchissimo oste passa e ripassa
e non mi vede, non mi chiede
cosa ci faccio in piedi lì fuori.

Mario Benedetti
(in Tersa Morte)

Fino a trent’anni fa, scendendo dal ponte Bussa per imboccare via Borsieri, si poteva ancora vedere una testimonianza, forse già allora l’ultima, di quelli che sono stati per Milano i bombardamenti. Incoraggiato dall’audacia di colui che considero uno degli ultimi geni artistici, Gordon Matta Clark (figlio illegittimo della signora Clark e del celebre surrealista Roberto), avevo concepito un lavoro che ne sottolineasse la presenza e in qualche modo ne cristallizzasse la memoria: un enorme muro alto quattro o cinque piani si abbatteva inclinato sui resti di una casa sventrata proprio all’angolo destro fra quella via e la Confalonieri (Fotografie 1 e 2). 

Fotografia n.1 di Federico De Leonardis

Fotografia n. 2 di Federico De Leonardis

Le superfici sconcie e derelitte, che testimoniavano la vita rimasta attaccata alle tappezzerie o alle piastrelle di ex cucine o cessi, il muro le avrebbe in qualche modo eternizzate, squillando una presenza indelebile a memoria delle distruzioni subite da Milano durante la guerra. Ricordavo la poesia di Malte1 e del silenzio da lui evocato a proposito dei muri sventrati nella Parigi dell'inizio del secolo scorso. Purtroppo non mi è stato consentito attuare il progetto e pochissimi anni dopo lo “sconcio” è stato cancellato da una nuova costruzione: un edificio a cinque piani nello stile anonimo dei nuovi palazzi sorti un po' dovunque in città negli anni della ricostruzione, questo però aspirante al “lusso”. Si sa, la pressione all’inurbamento non aveva cessato di premere a cancellare qualsiasi memoria sgradita alla sua ”vocazione dinamica e modernista”. La mia delusione fu grande: si fa sempre fatica ad accettare la realtà, malgrado la coscienza che le possibilità di spazi per le opere d'arte offerte dalla pubblica amministrazione (di destra o di sinistra che siano) sono sempre scarsissime. Comunque è giusto così: ubi major...
Torno alla mia passeggiata trent'anni dopo.
Triste viaggio attraverso un quartiere pur stato vivo: tutti ricordano il fermento sessantottino e degli anni settanta, in cui giravano per il quartiere spinelli e gruppi politici attivi nell'estrema sinistra e Stecche di volonterosi artigiani, abbarbicati alle mura dell'ex Brown Boveri, ti aggiustavano la bici con pezzi di ricambio raccolti chissà dove o ti rifacevano uno sportello per quatto sghei! Triste memoria di mio figlio architetto, partito per le americhe latine a cercare un nuovo possibile approccio al proprio mestiere (non lo vedo da quattro anni), ma consolazione almeno che, se gli sono state rubate le utopie dall’orda barbarica della speculazione selvaggia del liberismo senza freni, lui non ha visto lo scempio perpetrato.
Parliamoci chiaro fin da subito: io dico scempio e qualcuno non proprio a torto potrebbe accusarmi di nostalgia e pensarla esattamente all'opposto: il quartiere ha fatto un salto di qualità notevole, si è ripulito, le superfici di vetro hanno sostituito muri cadenti e case di ringhiera, il verde tutto sommato non manca, ragazze ben vestite e pettinate circolano liberamente e affollano i numerosi bar e ritrovi che hanno invaso i pianoterra. E tu cosa pretendi, che le città non si trasformino? La Parigi pre-Haussmann? La Milano dell’Adalgisa?
Sono cosciente di imboccare una strada in salita, di andare controcorrente: i tempi premono verso quella che io chiamo, un po' impropriamente lo so, una svizzerizzazione internazionale. Perché Milano dovrebbe essere diversa da Singapore, New York, Shangai ecc e del resto la vita si trasforma, stupido pensare di arrestarne l'andazzo e la città ne è lo specchio. Anzi, la differenza fra un nostalgico come me e un'archistar di oggi è proprio il successo e il mio discorso sa di invidia. Del resto anche la cultura storica mi dà torto: la Roma di Borromini e c/o per essere quella che è ha dovuto sventrare l’urbe paleocristiana, lasciando sopravvivere solo qualche basilica. Anzi, malgrado la pressione alla sua periferia dei palazzinari (il cui erede oggi ha pretese di Sindaco2), rimane la testimonianza unica al mondo di una coerenza urbanistica barocca e pazienza che orde del nuovo cancro (parlo del turismo naturalmente) cerchino di invaderla quotidianamente. Pazienza perché è ancora possibile godersi lì, fra un giubileo e l'altro, fra un expo e l'altro un'antica coerenza estetica: anche questa è memoria, centrale e non semplicemente centro storico.
Continuando la passeggiata per il quartiere mi veniva in mente la frase di un mio antico professore alla facoltà di Architettura di Firenze, Quaroni: “La città è come un uomo, non puo’ vivere senza memoria”. Come no, gentile Ludovico, forse che quello che è stato chiamato l'ecomostro di via Confalonieri non alloggerà felici futuri speculatori edilizi pronti a gentrificare3 altre parti della città? Morto un Ligresti se ne fa un altro: aspettiamo solo che il Galfa (ex proprietà dello stesso speculatore fallito, a due passi dall'Isola, svetta ancora il nobile esempio di un'architettura razionalista) arrivi a una decrepitezza tale da giustificare l'azione delle turbe di nuovi pescecani ansiosi del suo abbattimento per sostituirlo con un più alto e più redditizio grattacielo: un’altra fetta di memoria di autentica vocazione modernista della città sarà cancellata.
Ricordo un mio nostalgico viaggio di circa vent'anni fa nella Chicago di Sullivan e Richardson e la delusione di non riuscire a vedere gli edifici che solo pochi anni prima il buon Benevolo mi aveva propinato sulla sua famosa Storia dell'Architettura moderna: erano stati distrutti e sostituiti con costruzioni ancora più alte e più audaci. Nello stesso viaggio mi colpì pure incontrare a Filadelfia non più di cinquanta metri (sic!) di case (o semplicemente delle loro facciate?) di un'antica via: in mezzo alle nuove costruzioni esibivano ridicolmente lo scrupolo che all'ultimo minuto aveva colto gli americani a distruggere totalmente il ricordo visivo delle loro origini: la Nuova Inghilterra. Il Museo regge, mi sono detto, almeno quello regge, ma basta? Il museo è l'altra faccia della svizzerizzazione dilagante, la prova della cattiva coscienza della società occidentale: dove si distrugge, si conserva un resto bell'impachettato e illuminato e turbe di vecchietti in pensione in cerca di “emozioni tardive” renderanno l'investimento redditizio. Sic transit gloria mundi.
All'Isola (abito ai suoi margini, a Nord) la domenica sera frequento, in uno “squallido” e anche lui nostalgico Arci di Via De Castilla (Metissage), un cineclub digitale, Zarbo d'essai (il cui nome ricorda, rovesciato, il celebre Obraz di Eisenstein e dopo di lui il non meno favoloso cineclub del quartiere Garibaldi, morto per sfratto negli anni novanta – pare che questa pratica colpisca come un virus un po' dovunque, vedi l'Apollo e prima il De Amicis), diretto da uno “squallido” e nostalgico ex sessantottino, Nereo Rapetti (ottimo fotografo che ci propina pellicole nuove e vecchie spesso di notevole interesse). E' opportuno qui ricordare che proprio da via De Castilla, a ridosso della stazione Garibaldi, si accede alla famosa piazza dedicata a quel pessimo architetto che ha firmato il restauro di una piazza milanese (ma a Milano esistono piazze e non solo spartitraffico?) a sua volta dedicata a un famigerato assassino di popoli, Luigi Cadorna: tutto si tiene. 

3 La Casa della Memoria, sullo sfondo Unicredit Tower e Bosco Verticale 

La frequentazione domenicale di cui parlavo mi ha permesso di vedere in pochi anni moltiplicarsi in altezza il cemento, rosso, della Casa della Moda (Moratti) (Fotografia 5), quello giallo della sede dell'Apple (Pisapia), restiling (neologismo di FDL ndTG) degli ex grattacieli Perotta delle Ferrovie Nord e infine, coperto da un enorme cartellone pubblicitario (della Unipol), l'edificio di ligrestriana memoria.

4 Incombenze

5 Restyling dei grattacieli delle Ferrovie.
 Progettati dall'arch. Perotta negli anni di Craxi; a destra in basso (non inquadrato ndTG) l'ingresso dell'Arci Metissage.


 6 Unicredit Tower, Cortiletto 

En passant, il senso di soffocamento dovuto al restringersi progressivo di qualsiasi dimensione spaziale che non fosse la verticale non mi ha impedito di immaginarmi un po' malignamente la sorpresa degli inquilini della palazzina Borsieri Confalonieri, che ha annullato il mio antico sogno di scultore, a vedersi restringere giorno dopo giorno l'angolo di cielo così faticosamente conquistato nell'ex Isola.

7 Le "cassettiere" del Bosco Verticale di Boeri svettano come funghi

8 Il Bosco Verticale di Boeri

Pis par ti, te la sei voluta, piccolo borghese con quattro soldi in tasca, anche se oggi il tuo investimento è moltiplicato dallo svettare come funghi (è il caso di usare questo sostantivo, vista la velocità con cui sono sorte) le cassettiere di Boeri. Ma tirem innanz. Con 150 anni di ritardo l'angolo di una mini New York riviveva attorno a me sottolineato dalla mesta presenza di un nespolo che resiste caparbio alla chiusura dei cieli (Fotografia 8).
L'uomo a una dimensione fa strage dei consimili, il Cromagnon estingue il Neanderthal. E i nostalgici, a  parer mio.

9 Il nespolo semi-soffocato dai nuovi palazzi

10 L'ecomostro abbandonato nel bel mezzo di quello che poteva essere un piccolo polmone verde per un quartiere che negli ultimi tempi ha subito ogni genere di "trasformazioni"
(didascalia di TG)

Ma concludiamo. Francamente, non capisco perché prendersela tanto con l'ecomostro di Ligresti, quando convive con altrettanti anonimi rappresentanti, verticali o miseramente seduti, verdi o gialli che siano, di un'architettura che ha perso il senso della bellezza e si è ridotta a essere semplicemente volume, quando non mera facciata, in un contesto urbanistico senza alcun disegno di insieme. Per essere precisi, senza un Piano. Il fatto che la lezione di Borromini e di Sisto V si sia ridotta a museo per il turismo mondiale, che altrettanto, se non ancora di più, la vita abbia disertato città come Venezia e Firenze è grave, ma che l'architettura contemporanea dimostri una memoria ancora più corta e faccia fatica a ricordare che esisteva un tempo non lontanissimo che permetteva a un Le Corbusier di produrre delle utopie urbane è semplicemente catastrofico. I buoi sono irrimediabilmente scappati e andarli a cercare un inutile esercizio. Federico De Leonardis

11 Come interpretare un'immagine pubblicitaria: il Rasoio di Ligresti mascherato dalla Giunta Pisapia con un altrettanto mostruoso cartellone, guarda caso, degli amici banchieri di Unipol
(didascalia di TG)


Da via Federico De Confalonieri

Note:

1. ”Case? A esser precisi si trattava di case che non erano più là. Case demolite in tutta la loro lunghezza. Quelle rimaste erano le altre, le case accanto, le alte case vicine; esposte certo al pericolo di crollare, da quanto si era tolto loro ogni sostegno – perché tutto un'apparato di lunghi pali incatramati si stendeva diagonalmente tra il terreno ingombro di macerie e i muri denudati. Non so se ho già detto che è a questi muri che intendo riferirmi; non però al primo muro delle case rimaste (come si potrebbe ancora supporre) – ma all'ultimo delle scomparse. Si scorgevano, ai diversi piani, pareti a cui ancora aderiva la tappezzeria; qua e là, l'aggetto del pavimento o del soffitto. Correva lungo le pareti, per tutta la lunghezza del muro, uno spazio bianco-sporco, attraverso il quale si svolgeva, con sconce spirali da verme, simile a un intestino, la conduttura rugginosa e scoperta delle latrine. Sulla cornice dei soffitti i tubi del gas illuminante avevano lasciato grigie tracce come di polvere... La vita tenace delle stanze non si era ancora lasciata sopprimere”. (Rilke tradotto da Giorgio Zampa)

2. Alfio Marchini
     
3. Il termine urbanistico è nuovo, significa grosso modo un'operazione di quei piani regolatori che promuovono al centro l'insediamento esclusivo di edilizia residenziale di lusso, che a sua volta, automaticamente, favorisce l'allontanamento in periferia delle classi povere e medie per una maggiore valorizzazione delle aree. Il processo procede automaticamente, e la separazione delle classi di reddito è sempre più netta.


Via Federico De Confalonieri

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