martedì 30 giugno 2015

Etica e professione: prontuario di come si mette nel sacco un paria

Il rapporto tra artista e gallerista è sempre una relazione difficile da portare avanti; in genere il mercante d'arte cerca d'avvicinarsi a nomi che possano portare prestigio alla sua galleria e che possano garantirgli qualche tipo di guadagno.
Da 30 anni a questa parte moltissime cose sono cambiate, molto difficilmente vengono stipulati dei contratti tra le due parti e molti punti finiscono per restare nel vago. Si fa più leva sul desiderio di farsi conoscere, di poter raggiungere un ampio pubblico (anche se non sempre interessato a collezionare), più che sul fatto concreto d'offrire un giusto compenso all'artista per il suo lavoro. Creare un contatto col collezionista non è una cosa da poco, si sente sempre qualcuno che lamenta che alle inaugurazioni delle mostre c'è poca gente e poco propensa all'acquisto. Anche le strutture pubbliche quando mettono a disposizione spazi prestigiosi non riescono a conferire alla manifestazione i denari necessari a sostenere gli artisti, ai quali spesso viene addirittura chiesto di portare un proprio contributo economico per finanziare l'evento. 
E' normale, in queste situazioni, che gli artisti più seri si sentano sempre più strumentalizzati dalle componenti forti dal vertice della piramide del mondo dell'arte visiva e desiderino manifestare il loro malessere direttamente con le loro parole e le loro esperienze.
Ho già dato spazio in altre occasioni a Federico De Leonardis, ancora una volta mi sento d'ospitare i pensieri di questo scultore milanese nelle pagine di Frammenti di cultura, per trattare e conoscere meglio i problemi reali che attualmente sono d'intralcio al processo della creazione artistica e di un'adeguata retribuzione economica che risarcisca gli artisti dello sforzo e dell'impegno profuso, sia nella fase creativa che in quella espositiva. 
Il vero artista è una persona molto preparata che studia ciò che è stato già fatto in passato e lavora al fine di rifare opere già prodotte, in modo da conoscere le problematiche della fase ideativa e per conoscere le tecniche necessarie a realizzare nel modo migliore un certo progetto. I risultati ottenuti in queste fasi di studio non vanno mostrati, solo quello che si ritiene valido e nuovo è degno d'essere mostrato al pubblico.
Non è giusto ingombrare il mondo con opere insulse, o non sincere.
L'arte non può stare senza etica.
Avere un'etica significa essere seri sul piano intellettuale e professionale e non accettare compromessi, divulgando solo le cose importanti. Io stesso ho capito l'importanza di queste azioni ed ho corretto il tiro di questo blog; anche se in certi momenti m'è sembrato importante mostrare senza troppa censura anche i lavori meno interessanti, per offrire una panoramica a 360° di questo periodo storico di crisi e di progressiva perdita dei diritti dei cittadini e della loro sovranità.
Io ritengo che non siano solo i galleristi a millantare d'avere un collezionismo che poi non hanno o di poter piazzare opere a destra e manca, oggi c'è poca serietà tra le persone e questo fatto ha poi conseguenze piuttosto negative sulla fiducia nelle relazioni tra le persone e nei rapporti d'affari. Tony Graffio


La piramide del mondo dell’arte visiva

Artisti, all'erta! Lettera di un paria al suo gallerista.
Caro *** ( tenutario – si diceva così all'epoca dei casini- di una nuova galleria in via***, a Milano), voglio anch'io divertirmi un po’, a beneficio dei colleghi, i paria par mio, in pubblico, visto che finora lo hai fatto tu alle mie spalle, non proprio in privato.

2012 
Can can di trombe e pifferi su “mostre ai golf clubs”, a manetta, in giro per l'Italia del denaro, della finanza, quella veramente interessata all'arte. Giacca e cravatta (a farfalla o fiocchetto, non ricordo, contratto in cartella di cuoio, debitamente compilato o revisionato da avvocato), macchina di lusso (Audi e Mini Cooper naturalmente), acquisto immediato di qualche disegno e di un paio di Braghe (come d'uso, a prezzi stracciati: in buona fede ci si incoraggia a vicenda, la gioventù carica di speranze…). Sullo sfondo la favolosa Svizzera, anzi la favolosissima Lugano, patria delle banche e del denaro. 
Sporco: “ho una galleria lì”.

Questo il quadro, specifico, ma per voi colleghi paria non molto diverso; se non c'è la mini ci sarà il suv, se non c'è la Svizzera ci sarà il Dubai. Proseguiamo:
Invitato a casa, cotanto ospite arriva con una bottiglia di Champagne. E’ perfetto.Lo lascio fare, lo lascio dire. L'esibizione del minuzioso contratto mi sconcerta, mi insospettisce, non firmo niente, ma poi la cosa passa nel dimenticatoio e i miei sospetti sono dimenticati.

2013
Saronno, modesta “mostra all’ ambasciata”, pardon Camera di commercio, uruguaiana (niente popo’ di meno): du stanzette ingombre di ogni arredo d'ufficio. Il pirla, cioè il sottoscritto, giovanilmente entusiasta di mostrare, come tutti i colleghi del resto, incomincia a drizzare le antenne, ma le promesse di espatrio imminente di mostra ecc, gli chiudono la bocca. Dopo il solito culo, sposta qui, monta là, popolo poco, nessun critico, nessun collezionista, “Sai, quello sta male, gli è capitata una disgrazia, quell'altro aspetta un bambino, ***? abbiamo bisticciato”. Alla chiusura un lavoro sparisce, con la solita scusa che “i collezionisti vanno lavorati,  te lo porto in studio, stai tranquillo.” Sto tranquillo, ho le spalle larghe e la pensione sociale, io. E poi bisogna essere indulgenti, la gioventù, almeno a me, mi entusiasma, i matusa della mia età, sclerotici, carriera conclusa, saputi, mi annoiano. Quanto ai collezionisti il mistero è generale, comune: il vertice della piramide, si sa, è sempre avvolto nella nebbia: a quelle altezze…

2014
Attenti che viene il bello!
Precipitosa partecipazione a una qualche Fiera di quarta categoria (Budapest? Bucarest?, non ricordo) con una complessa installazione (sic! In fiera? Sì in fiera, le premesse sono ottime: un bel coraggio!) ma io, non avendo la grana per andare, non ho potuto controllare. Ritorno del protagonista con le pive nel sacco e una “Marina” da riparare: il pirla non l'aveva imballata comme il faut, sa faute! Come  naturalmente è sa faute non aver venduto niente. “Si sa, un lavoro difficile il tuo e un'installazione poi…” Vero, verissimo come dargli torto? Ma manco una Marina, manco un libro, un Tampone, una fotografia a prova dell'installazione! Niente di niente.
Il tempo passa, una mostra a Lugano (Svizzera), una collettiva, il tutto in sordina, nel più assoluto mistero, assente un qualsiasi documento della cosa, che so, una foto, una locandina (ma sarà vera o era un garage, una cantina?) 
Insomma, attenti colleghi! se per voi non è Bucarest, sarà Varzi o Pordenone o Vilnius, ormai le fiere si sprecano e se non sarà Lugano sarà Londra, lontano, molto lontano, così non potrete verificare: cantine se ne trovano un po’ dovunque, anche a New York: il mondo ormai ne è pieno. E le chiamano gallerie! E’ il frutto del denaro facile, quello degli ultimi trent'anni.

2015
E' maturo il gran salto: “Apro a Milano, chiudo in Svizzera, controcorrente un gallerista decide il rimpatrio (oh, ah di ammirazione per il coraggio sulla stampa digitale di tutt'Italia, la pubblicità, martellante, ossessiva, ripetitiva su tutti i canali ben noti, avidi di presenza, un tam tam che nessuno legge; è il suo forte! Per la verità non solo suo, di tutti i giovani, una generazione allevata in mezzo alla selva dei cartelloni pubblicitari, della televisione che ogni dieci minuti interrompe la lettura di un canto di Dante con qualche cagata sulle ascelle che puzzano), tu devi essere il primo, sei il mio artista principale, hai una profondità tu, una marcia in più eccetera eccetera” (a parole abbiamo tutti una marcia in più, chi la sesta, chi la settima: ci fa piacere!). 
Due modeste stanzette, faccio fatica a raccapezzarmi, va beh le promesse, le premesse, l'alone pubblicitario, le macchine di lusso, sono o dovrei essere per lo meno un artista serio e capace di dimostrarlo anche in un cesso, ma faccio fatica a spiegargli che monto installazioni, ho bisogno d'aria, quasi arriviamo al bisticcio, ma poi si convince, vai, vai come mi hai prospettato, ti compro un lavoro, un'installazione, che ne dici di S. Sebastiano?  E io, anche per il miraggio di rimpolpare la pensione sociale con qualche palanca, vado. Arriva mezza Milano, porto lì Corà, Feroldi, Borghi, Madesani, Mezzabotta, Coluccio e Rapetti (che presentano, scrivono, filmano e fotografano, gratis naturalmente), arrivano anche, inaspettatamente, Meneguzzo, Verzotti e Tedeschi, si fa fatica a entrare (vino finito già nella prima mezzora - ma era pochino), ancora di più a chiudere (21 e 30 c'è ancora molta gente). La solita bagarre mondana, così va il mondo, o meglio la mondanità, il protagonista gongola: ha fatto centro! Lui. E intanto si moltiplicano le promesse: Tedeschi, Banca Intesa, Parterre di Palazzo Serbelloni…
Siamo seri! Non vi fate illusioni, cari amici. Nei giorni successivi: gli inauguranti sono appagati, credono di aver visto, e infatti hanno visto: se stessi, in massa, a legioni. L'installazione, faticosamente montata (o smontata, fate voi), non si vedeva, un vuoto riempito di se stessi, un vuoto come al solito riempito (è la funzione del vuoto, no? Con la paura che suscita, con la paura che pochi affrontano, tutti corriamo a nasconderci per non vederlo e: sotto a riempirlo!)
E per il resto, dopo? A parte qualche sparuta visita seria, (qualcuno scrive, qualcuno vede, i soliti pochi troppo squattrinati per sostenere il pirla), il deserto di tutte le gallerie, serie e meno. E i collezionisti? Nemmeno l'ombra. Ma niente di eccezionale, colleghi paria, se non è zuppa è pan bagnato, se non son quelli saranno altri, se non è Milano e la Svizzera, saranno Canicattì e Londra. Ma che colpa ha lui poveretto di questa situazione, è giovane, mica puoi pretendere di prenderlo in parola! E’ vero verissimo, deve farsi.

Fine della storia.
Chiudo con un sospetto, quello di aver annoiato: una cronaca che avrete sentita cento volte, la conoscono tutti, almeno quelli che bazzicano le gallerie (negli ultimi trent'anni si sono moltiplicate, la maggior parte poco serie, si sa, l'arricchimento facile e veloce alle spalle dei pirla e sull'onda del collezionismo ignorante del denaro recente). In uno dei primi post di "Fuori dai denti" (novembre 2010, Arkive Ri-vista 10 : La collezione Consolandi al MA-GA di Gallarate) avevo disegnato una piramide (al vertice i collezionisti, direttamente sotto i galleristi, sotto ancora i critici, quelli che scrivono, gli intellettuali dell'arte, un po’ paria anche loro, ma non intoccabili, alla base, gli intoccabili veri, gli artisti) e non mi illudevo sulla mia condizione: lo zoccolo. Come ho fatto a dimenticarlo? Come ho osato alzare la testa?
Ma c'è un corollario, che mi detta il mio “cattivo carattere”: la voce era  già stata messa in circolazione dal protagonista durante la mostra, è la canzone più facile da cantare, l'ultima balla. (“Ma come, hai bisticciato con E. C. perché ti ha rubato un'opera e non ti ha citato? Con M.Q perché ha esposto i tuoi cuscini in piazza Duomo e manco c'era il tuo nome? Sei veramente incorreggibile.”): la solita solfa con cui gli “onesti” mettono a posto il loro coriaceo foro interiore e ai “piacioni” va sempre bene tutto. Voi amici ce l'avete un cattivo carattere? Si chiama così o si chiama dignità del mestiere, della professione, anzi della vocazione? Comunque in capitaneria è affisso un “avviso ai naviganti:” il sistema, non solo svizzero per la verità, è quello dell'usa e getta, attenti! Ma se anche voi avete un “cattivo carattere”, ecco un consiglio d'azione, è efficace, sempre: colpisce le tasche:
Caro ***, vista la smemoratezza e il tempo passato - due anni pieni - considero venduta la Marina Arkipelagus che ti sei intascato a suo tempo e se non lo è stata, cazzi solo tuoi. 
Il pirla rivuole indietro il disegno di cui ti sei “dimenticato” il saldo etc. etc. L'installazione? Per quella purtroppo me lo prendo in quel posto; verba volant, niente di scritto e di tali promesse è pieno il mondo, non solo dell'arte.
Attendo bonifico al seguente conto bancario ***, se no, che alzata di testa è? Comunque sono pronto a rizzarla un po’ di più, se dopo quindici giorni dovrò ancora attendere.
Dimenticavo: sotto “l'avviso” in capitaneria c'è una una citazione, da Witgenstein,: “Il coraggio è il seme che genererà un grande albero”: si può ancora fare qualcosa.

Ma voi, cari artisti, sono sicuro più scafati di me, costringerete i galleristi a mettere i verba nero su bianco. Io avevo solo dei testimoni, e ingenuamente pensavo ***  una persona per bene, lo ho creduto fino a ieri: effettivamente ho un pessimo carattere! Mi sento veramente ridicolo: un vecchietto che si fa mettere nel sacco da un nemmeno trentenne! A mia scusante forse c'è l'età, il penchant per la gioventù, pensare che a lei, Svizzera a parte, sono affidate le sorti del mondo: che futuro vuoi che abbia il vecchietto? La vita continua, la vita deve continuare e se perdiamo quest'illusione, siamo fritti. Federico De Leonardis

domenica 28 giugno 2015

La vita infinita di Kengiro Azuma

"I grandi uomini sono coloro che attraversando esperienze difficili, sono capaci di guardare dentro la loro essenza, in modo da scoprire mondi sconfinati nei quali perdersi, per poi ritrovarsi, traendone un insegnamento da comunicare ai propri simili. 
Questi esploratori dell'animo umano e della vita, spesso sono artisti." TG

Arrivando sul piazzale del Cimitero Monumentale, non è immediato trovare la nuova opera dell'artista d'origine giapponese Kengiro Azuma.
Sembra strano, il monumento non è piccolo, misura ben 4 metri d'altezza, ma nonostante le sue dimensioni, se non si è nel giusto stato d'animo, si rischia di passare oltre senza notare la grande fusione di bronzo.

Piazzale del Cimitero Monumentale: ciò che è nascosto e ciò che è evidente

Impossibile non notare i nuovi grattacieli di Milano che stanno stravolgendo l'aspetto della città, eppure esistono cose invisibili o immateriali capaci di sconvolgere ancora di più il nostro modo di essere e le nostre vite.

Forme piene e forme vuote

Da quando, qualche mese fa, per la prima volta, ho sentito parlare di Kengiro Azuma e della sua particolarissima vicenda personale, ho molto pensato a cosa possa aver portato, circa 70 anni fa, questo giovane uomo ad offrirsi volontario come pilota delle unità d'attacco speciali della Marina Imperiale Giapponese; a cosa possa essere passato nella sua mente quando terminò la seconda guerra mondiale e cosa si sia scatenato in lui quando, nel 1946, Hirohito negò l'origine divina del proprio ruolo a capo dell'Impero del Sol Levante.
Credere in un ideale al punto di volersi sacrificare per esso e poi sentirsi dire che era tutto falso dev'essere stata un'esperienza totalmente sconvolgente.
Volevo conoscere Azuma e parlargli, capire che tipo di persona potesse essere diventato e sentire direttamente dalla sua voce quello che aveva da dire.
Avevo dei contatti con alcune persone che conoscono questo artista, ma nessuno ha avuto il coraggio di presentarmi perché sapevano che Kengiro Azuma è un uomo molto riservata che non ama essere disturbato dagli estranei.
Per un po', ho provato a rispettare questo desiderio di pace e tranquillità espresso da un signore che sapevo essere anche molto educato e gentile, ma un giorno che ho visto il portone esterno del suo laboratorio aperto, ho immaginato di poter trovare Kengiro al lavoro, mi son fatto coraggio ed ho bussato alla porta vetri, aspettando di vedere uscire da lì un vecchio un po' malmesso.
Nel momento in cui vidi la testa di un uomo energico dai lunghi capelli bianchi sbucare da un'apertura della porta, dubitai di trovarmi al cospetto del Maestro Azuma e chiesi immediatamente se fosse lui la persona che stavo cercando.
Azuma mi sembrò molto più giovane e vispo di quello che mi avevano detto; provai a chiedergli se avesse del tempo da dedicarmi, perché avevo delle domande da fargli, ma capii abbastanza in fretta che ero capitato in un momento non particolarmente opportuno, così preferii congedarmi, per potermi ripresentare da lui in un'altra occasione.
Tornai nell'angolo del suo cortile un paio di settimane dopo il primo incontro.
Sembrava d'essere in un giardino Zen: questa volta non ero solo e furono i miei giovanissimi accompagnatori a conquistare l'anziano maestro.
I bambini vedono ogni cosa con maggiore lucidità e chiarezza rispetto a chi ha la mente confusa da troppe notizie e da un'eccessiva disinformazione.
Il mio bambino di 8 anni chiese ad Azuma che cosa significassero i buchi all'interno delle sue sculture.
Credo che anche Azuma abbia una visione abbastanza fresca della vita poiché comprese molto bene la domanda del bambino e si preoccupò molto di potergli fornire una risposta soddisfacente. 
Esistono cose materiali che si vedono e si possono toccare, ma esistono anche sentimenti impalpabili che partecipano a costituire il nostro mondo più spirituale, quelli sono i buchi nella materia scultorea.
Ciò che noi sottraiamo al mondo materiale esiste in una dimensione diversa, ma esiste e influenza la nostra vita, ancor più di quello che possiamo vedere e toccare.
Il ricordo dei nostri defunti è un altro aspetto di qualcuno che è più tra noi, ma non per questo non esiste.
L'arte e la spiritualità sono realtà molto ben collegate tra loro.
La domanda di un bambino mi ha aiutato ad introdurre proprio l'argomento che era di mio interesse; mi sentivo un po' a disagio nel cercare di scavare nei pensieri privati di un uomo che rifugge la mondanità ed i clamori del mondo, però non volevo rischiare di perdere l'occasione di soddisfare le mie curiosità.
Volevo sapere se, dopo aver perso la fede nel suo dio/imperatore, l'ultimo kamikaze avesse adottato una nuovo pensiero religioso o si fosse distaccato in maniera definitiva da queste idee.
Azuma mi spiegò che egli ha una sua forma personale di spiritualità che va oltre la divisione che ci viene imposta dal voler dare ad ogni cosa un nome diverso. 
Parlando con lui capii che questo pensiero è abbastanza semplice da intuire, ha basi filosofiche e può essere valido per chiunque è in grado d'osservare l'attuarsi di azioni che sono mosse dalle forze del bene, oppure da quelle del male.
Ogni cosa può essere in conflitto, ma si tratta di una situazione normale che concorre a farci capire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Non bisogna preoccuparsi troppo se succedono avvenimenti tremendi, questi fatti sono nella natura delle cose, non può esistere una vita fatta di sole cose belle, come non può esistere un anno con un'unica calda stagione, saremmo noi stessi a stancarci e a desiderare un po' di fresco.

Il lato oscuro della vita

Queste sono le brevi impressioni che ho tratto da due incontri occasionali con un personaggio molto interessante, capace di affascinare chiunque, sia per i propri modi che per le parole espresse. Spero, in futuro, di poter approfondire maggiormente la conoscenza di questo artista dalla grande esperienza e dall'ingegno sempre vivace.  Tony Graffio


Tutti i diritti riservati


sabato 20 giugno 2015

Una fotocamera e una pellicola per 24 scatti in un giorno

Tra le varie iniziative promosse dalla Six Gates Films, sta per partire il progetto 24 FpD (frames per day) che prevede la consegna di un rullino 35 mm imbobinato di pellicola cinematografica Vision3 5219, tarata per luce artificiale al tungsteno, a 24 fotografi, per scattare 24 fotogrammi di quello che accade a Milano in una giornata qualunque.
Si tratta di una specie di percorso espressivo che tende all'unificazione tra la fotografia ed il girato cinematografico, perché i 24 fotogrammi esposti corrispondono idealmente ad un racconto proiettato di un secondo.
Io ho già ricevuto il mio rullino da Guido Tosi e mi sto apprestando a montarlo su una fotocamera Canon A1. 
Ho scelto questo tipo di reflex perché volendo concentrarmi sul racconto cine-fotografico e non sapendo ancora bene come mi comporterò per effettuare gli scatti in modo cronologico, al ritmo di uno scatto all'ora, per 24 ore, voglio evitare di far confusione con correzioni di fattori filtro in esposizione, calcoli per fotografie notturne ed altri pensieri che potrebbero rallentare la mia progressione nell'acquisizione di immagini semplici o complesse, specialmente in una condizione di carenza di sonno e di frenesia da ricerca della location giusta per gli scatti.
Ho in mente un paio d'idee che potrebbero portarmi ad immaginare ed a tracciare un cammino in una Milano artistica e misteriosa nella giornata del solstizio d'estate che già di per sé è un giorno magico e molto particolare, essendo il giorno in cui la Terra, alle nostre latitudini, ottiene la massima illuminazione dal sole. 
Domani il sole sorgerà alle ore 5,34 e tramonterà alle 21,15, sembra ci sia tutto il tempo per scattare almeno 16 fotogrammi con la luce naturale, utilizzando però una pellicola per luce artificiale; la cosa sembra avere poco senso, ma può essere di stimolo per inventarsi qualcosa d'interessante. E d'altronde, le pellicole negative per cinematografia hanno una gran latitudine di posa e sono tutte tarate per la luce al tungsteno.
Io domani avrò sia degli impegni di lavoro che privati; vorrei evitare di spezzare le riprese in più giornate, forse non riuscirò a seguire un percorso preciso e scorrevole come mi piacerebbe fare, ma si sa che ci sono sempre degli ostacoli e bisogna trovare il modo d'aggirarli, vedremo cosa m'inventerò per produrre qualcosa d'interessante.


La fotocamera che effettuerà le riprese è la Canon A1, si tratta di una reflex automatica con un ottimo sistema esposimetrico, in grado di calcolare dei tempi di posa anche molto più lunghi di quelli a cui ci abituavano le normali fotocamere sul finire degli anni '70.
La pellicola è un negativo per luce artificiale tarata sui 3200° Kelvin, bisognerà utilizzare un filtro 85 B per correggere la dominante colore in macchina.

Pellicola cinematografica Kodak 5219 in rullino 135 e filtro in gelatina Kodak Wratten n. 85B

Potrei montare il filtro con un "accrocchio" da posizionare davanti alla lente frontale dell'obiettivo, utilizzando una montatura professionale Kodak, oppure ritagliare la gelatina ottica e provare a sistemare l'85B sul retro dell'obiettivo che intendo utilizzare, per toglierlo di notte o per ottenere dominanti blu.
So che i risultati verranno poi esposti su dei provini in striscia sviluppati ed ingranditi dallo studio Farenheit.

La Six Gates Films ha rinominato la Kodak 5219 Vision Cinema Pro 500T

Come mi è stato chiesto, prenderò degli appunti durante questa esperienza fotografica, raccoglierò delle immagini digitali per la documentazione di quello che sto per fotografare e per inserire alcune annotazioni, sia sul blog, che sul mio account di Facebook, aperto appositamente per questa avventura di 24 ore. Tony Graffio

sabato 13 giugno 2015

Poste italo-francesi

Dopo aver trascorso circa un paio d'anni a documentare i muri di Milano, ho un po' trascurato la street art per dedicarmi ad altri argomenti che ritengo maggiormente di mio interesse.
Oggi però, passando da via Porro Lambertenghi (nei pressi del numero civico 25) ho trovato una nuova opera di C 215 e mi è venuta voglia d'inserire questo disegno nel mio archivio virtuale che raccoglie molti lavori belli e brutti di artisti emergenti e affermati.
Ultimamente, non sto vivendo un buon rapporto con questa forma di comunicazione di strada, sia perché mi sembra veramente un modo un po' troppo aggressivo per volersi mettere in evidenza, sia perché ho bisogno di liberarmi un po' gli occhi e la mente da tutto quello che ho visto fin ora.
Inizialmente, proponevo un po' tutto quello che mi capitava per non far torto a nessuno e per documentare in maniera oggettiva quello che si può trovare intorno a noi, in quest'epoca di decadenza, ma mi sono accorto che non è il metodo giusto per proporre argomenti che possano avere un interesse culturale ad un pubblico che vuol vedere delle cose speciali.
Così, ho scelto di cercare di approfondire argomenti non molto conosciuti con interviste e servizi monotematici e inframezzare ogni tanto le pagine del blog con qualche opera di street artist che si dedica un po' più all'arte che alla strada.

In parte, è anche la difficoltà d'entrare in contatto con molti artisti che vogliono mantenere l'anonimato, o  a cui piace circondarsi di un certo alone di mistero che mi ha indotto a riservare meno attenzione a questa forma d'espressione, rispetto ad artisti che si esprimono con altri media e con cui è più semplice intessere un dialogo e capire che cosa intendono dire con le loro opere.
Ho avuto modo di constatare che molto spesso la street art è più comunicazione ed auto-promozione che una forma artistica indipendente. Anche per questo motivo, il blog di Tony Graffio ha un po' preso le distanze da questo mondo.


Questa cassetta postale decorata da Christian Guémy ha colpito la mia fantasia perché è un oggetto un po' avulso dal tempo che sembra poter vivere una nuova vita quasi unicamente per il fatto d'essere stato trasformato in una tavolozza tridimensionale, cui molte persone sembrano voler affidare il loro messaggio esternamente, a differenza di ciò che si faceva un tempo, neppur tanto lontano, quando si sceglieva d'infilare una missiva all'interno delle buche e d'affidarla ad un servizio che avrebbe poi trasmesso i nostri pensieri in qualsiasi parte del mondo, oppure semplicemente dietro l'angolo di dove viviamo.
L'uso di questi componenti d'arredo urbano è stato completamente stravolto; questa pagina, un po' come quella dedicata alle poste italo-cinesi, prende atto di un cambio d'abitudini e di uso che riguarda qualcosa che non ha mutato la sua forma da molti anni, ma che riflette il cambiamento delle persone che vivono intorno a questi elementi di un colore rosso un po' consumato che C 215 ha contribuito a ravvivare. 


Un altro ritratto disegnato da C215, questa volta su una cassetta per lettere in via Pola, 21

Stesso soggetto fotografato con Minolta A5 e pellicola Kodakcolor 200


Via Mac Mahon n. 49

Non so dire chi siano i soggetti immortalato nello stencil di C 215; non ci dovrebbero invece essere dubbi al riguardo della firma dell'artista apposta sotto ai disegni. Tony Graffio


domenica 7 giugno 2015

Istvan Mizerak, un grande fotografo da riscoprire

Istvan Mizerak (1942-1998)

Esistono fotografi sconosciuti, fotografi da scoprire, fotografi da rivalutare e fotografi da conoscere meglio.
L'Ungheria ha sempre dato i natali a fotografi, cineoperatori e registi con una visione molto particolare della realtà, capace di imporre un'estetica che ha avuto modo d'essere apprezzata ad ogni livello, facendo scuola sia in Europa che in America.
Istvan Mizerak è stato un serio professionista che ha operato con impegno e dedizione in un paese che durante l'occupazione sovietica non ha avuto grandi scambi culturali con l'occidente. Solo adesso, abbiamo modo di conoscere un autore, a distanza di circa 40 anni da quando furono scattate, e stampate le sue immagini private che con una straordinaria naturalezza raccontano la vita quotidiana di quel periodo, in Ungheria.
Fin da bambino, Mizerak si sente attratto dalla fotografia e per questo, a undici anni, baratta la collanina d'oro ricevuta in dono dai genitori in occasione del suo battesimo con la macchina fotografica di un compagno di classe. Da quel momento, da solo, inizia ad apprendere le regole della tecnica fotografica ed ad appassionarsi sempre più a questo linguaggio per immagini.
Lo scorso aprile, a Milano, ho incontrato le due figlie del fotografo ungherese che hanno dato vita ad una fondazione che ha lo scopo di far conoscere l'opera di Istvan Mizerak al di fuori dei confini dell'Ungheria e di rivalutarne la figura artistica anche nel loro paese d'origine.
Istvan Mizerak ha lavorato come fotoreporter, dal 1968, per l'agenzia di stampa ungherese, la MTI, ma al tempo stesso portava avanti una ricerca creativa personale che esulava dai temi promossi dal regime politico che gestiva il potere nel suo paese. Ha partecipato a molti concorsi fotografici e fu proprio grazie ad un piazzamento al secondo posto, in una di queste competizioni nazionali che ebbe modo di mettersi in evidenza ed iniziare la sua attività professionale alle dipendenze dell'acciaieria di Ozd, come fotografo di protocollo, ovvero di colui che doveva documentare per immagini i vari eventi della vita comunista all'interno dell'attività produttiva della fabbrica.
Se è vero che durante il periodo del cosiddetto socialismo reale esisteva la tendenza a rendere eroiche le figure degli operai che si trovavano a lavorare in fonderia in condizioni estremamente dure e disagevoli; si pensi solo al calore estremo dell'ambiente in cui gli uomini si muovevano, Mizerak ha cercato di dare un volto umano a queste persone, mostrandone gli aspetti quotidiani più normali, sottolineando l'orgoglio di uomini che si trovavano a svolgere un lavoro di squadra non facile.
Il valore che si attribuisce alle immagine di Mizerak sta nell'aver colto momenti universali al di fuori del loro tempo: il sorriso per la gioia di ciò che si è fatto, o la sofferenza presente negli occhi di persone semplici non va oltre la rappresentazione di una parte umana di un lavoro veramente pesante svolto in condizioni avverse, anche per il fatto che l'acciaio fonde a 1830 gradi e tutto l'ambiente in cui ci si muove è incandescente.

“Le fotografie conservano tempi e luoghi: condensano tutte le sfumature dei momenti in cui vengono catturate. Tuttavia, come un barattolo non può dire di più del proprio contenuto che l'immagine della sua etichetta, la fotografia non rivela il suo significato ad un rapido sguardo: dovete dedicarle tempo per decifrarla, perché sveli il suo significato profondo.
Le fotografie di Istvan Mizerak non sono semolici impressioni di un periodo storico di un paese o di una città, ma sono l'estratto di un'epoca determinata con le sue atmosfere e sentimenti.” Kàroly Kincses storico della fotografia, fondatore del Museo della Fotografia Ungherese

Istvan Mizerak non era soltanto un fotoreporter, ma un artista che ha viaggiato nei paesi del blocco comunista; conosceva tutte le lingue slave ed era uno dei pochi fotogiornalisti che, oltre ad illustrare i suoi articoli con le immagini fotografiche, scriveva di suo pugno i testi scritti che venivano pubblicati dai vari giornali dei quell'epoca.
Ha avuto una vita intensa; ha avuto al suo fianco una ragazza giapponese che per un certo periodo ha vissuto con lui in Ungheria, ma questa relazione non fu vista di buon occhio dal partito socialista ungherese che ha accusato questa donna di spionaggio, fino a riuscire a cacciarla dal paese e Mizerak, a quel punto, è stato anche punito dal partito.
Mizerak si rendeva conto che oltre la cortina di ferro c'era un'altra vita e capiva bene cosa avrebbe potuto diventare lavorando in un sistema sociale diverso da quello in cui egli viveva e lavorava, ma lui pur sentendosi molto legato alla sua terra, non ha voluto eccedere nel compiacere il sistema politico del suo tempo, accontentandosi di fare ciò che faceva, senza enfasi e senza diventare una figura preminente della cultura magiara di quel periodo.
La fotografia non era vista come un lavoro intellettuale, ma quasi di tipo fisico e per questo, sembra che il regime non ostacolasse l'opera estetica/artistica di Mizerak che comunque rimase sullo sfondo di quello che era la sua occupazione principale in campo giornalistico/propagandistico.
L'opera proposta adesso da Zsazsi e Gabriella Mizerak non rappresenta una vera cultura underground, come noi potremmo pensare, anzi ciò che noi ora possiamo vedere è difficilmente definibile perché fa parte di una ricerca fotografica personale dell'artista che ufficialmente non esisteva. Si tratta di una specie di ritrovamento che arricchisce la storia di un periodo in cui le immagini prodotte dovevano essere approvate da un sistema di promozione ideologico che controllava ogni cosa in maniera molto attenta.
Dopo gli anni 1990, c'è stato un certo interesse per capire effettivamente come stavano le cose dietro la cortina di ferro e l'opera di Mizerak sembra interpretare a meraviglia proprio il compito di descrivere la vera vita quotidiana in un paese del blocco sovietico, durante l'epoca dell'occupazione militare e politica dei paesi dell'Est Europa. Molte “riscoperte” effettuate prima della presentazione delle ricerche fotografiche di Mizerak, non erano altro che la riesumazione delle immagini ufficiali del partito e perciò non devono essere considerate altro che delle immagini manipolate, sia come rappresentazioni fotografiche che come estetica del realismo da un'ideologia totalitaria.
Le eredi di Istvan Mizerak, invece, ripresentano l'opera personale del padre come la visione genuina di un uomo che, indipendentemente da quello che era la volontà politica dell'epoca, operava in maniera autonoma e sincera.
Zsazsi e Gabriella Mizerak stanno cercando di proporre ai vari musei occidentali, ed in particolare in Italia, una mostra che possa raccontare l'opera del padre e dell'Ungheria in modo diverso da quella nazione che poteva mostrare al mondo soltanto un suo aspetto ufficiale preconfezionato.
Nella storia della fotografia ungherese ci sono stati grandi personaggi che hanno contribuito con la loro opera ad arricchire la diffusione di quest'arte in tutto il mondo e che sono stati dei pionieri del reportage di guerra.
Szathmáry Pap Károly (1812-1887) è da considerarsi il primo fotoreporter di guerra, in quanto egli documentò fotograficamente la guerra di Crimea (1853-1856) portandosi al seguito sul fronte della battaglia un vagone ferroviario appositamente attrezzato per lo sviluppo delle lastre all collodio umido.
Szathmáry portò la sua opera all'Esposizione Universale di Parigi del 1855.
Tra i più importanti fotografi ungheresi potremmo ricordare anche Robert Capa, André Kertész, László Moholy-Nagy e tantissimi altri.
Il ruolo dell'Ungheria nella fotografia è paragonabile a quello che ha fatto il genio italiano in altri campi artistici, come la pittura nel rinascimento o la musica, nello stesso periodo storico.
L'archivio di Istvan Mizerak è andato parzialmente distrutto durante un incendio, quando il fotografo ungherese era ancora in vita, questo artista era molto avanti per l'epoca, oltre alle fotografie di una grande sensibilità ed ironia, egli realizzava fotomontaggi, solarizzazioni, proiezioni audiovisive in multivisione e sperimentava nuovi linguaggi, fin dagli inizi degli anni 1970. Realizzò anche dei documentari filmati in 35mm.
Nonostante la sua grande creatività, Mizerak si sentiva anche abbastanza frustrato per non essere riconosciuto come avrebbe voluto essere, a causa della sua non appartenenza al partito socialista ungherese, ma si trattava di una scelta personale che lo portava a volersi tenere lontano da un'ideologia politica nella quale egli non si riconosceva.
Mizerak ha utilizzato tanto Hasselblad, Mamiya per il medio formato e Canon per il piccolo formato.
Le sue immagini sono molto espressive e raccontano in maniera molto chiara la storia del suo paese, attualmente Kàroly Kincses sta ancora selezionando del materiale dall'archivio Mizerak per presentare la storia di questo importante artista in un libro che è molto atteso in Ungheria. Tony Graffio

Commento ad alcune immagini di Istvan Mizerak
A Milano, sono state esposte 15 fotografie che precedentemente facevano parte di una mostra retrospettiva, sull'artista ungherese, presentate al Museo Nazionale Ungherese di Budapest nel 2011.
Le fotografie sono state scattate tra il 1968 ed il 1981.
Qui sono riunite alcune descrizioni delle immagini che mi sono parse più significative.

Prima del grande momento (1968)

Mizerak aveva una grande passione per la fotografia fin dall'età di 11 anni, ma fino alla fine degli anni '60 restò un fotoamatore, in quanto egli non aveva ancora avuto modo l'occasione di trasformare questa sua abilità artistica in un lavoro remunerato. Istvan era anche un bravo ballerino di tip-tap, aveva una bella voce e la passione per il teatro, ambiente che frequentò con assiduità nella prima fase della sua vita e dal quale trasse anche i suoi primi guadagni in qualità di attore.
In questa immagine, attrici e ballerine si stanno preparando ad entrare in scena.

Suora (1976)

Durante il periodo comunista, in Ungheria era vietato pregare, ma le chiese erano aperte e tutti coloro che frequentavano i luoghi di culto venivano schedati e spiati. Questa immagine è stata scattata in Polonia.

Alluvione (1979)

Un'immagine drammatica ed allo stesso tempo ironica. Durante la fase di sgombro della propria casa invasa dalle acque di un fiume, un uomo sembra non avere altri pensiero che quello di salvare una pianta in un vaso, quale uno dei suoi beni più preziosi.

Sete (1978)

Un bambino rom molto magro si disseta ad una fontana, notiamo che indossa una vecchia camicia dei pionieri comunisti che probabilmente gli dev'essere stata consegnata da molto tempo e fa parte di uno dei pochi capi d'abbigliamento in suo possesso.

Disperso sul fronte italiano (1972)

Il vecchio ritratto di un parente, morto durante la prima guerra mondiale, è contornato da tutta una serie di immagini più recenti intorno al suo volto: la vita per questa famiglia è andata avanti: c'è chi s'è sposato, chi è nato, chi continua ad aspettare il suo ritorno, ma il giovane soldato partito per la guerra un giorno prima di compiere i suoi 18 anni, fa sempre parte della famiglia del fotografo e non verrà mai dimenticato.
Anche a distanza di 100 anni, nonostante la carta della fotografia stia rovinandosi, questo ragazzo è sempre la figura centrale intorno alla quale la famiglia cresce e s'ingrandisce.

Carro d'acqua (1978)

In Ungheria d'estate fa molto caldo, un tempo, ad intervalli regolari un'autobotte avanzava per le strade delle città spruzzando acqua per rinfrescare i ragazzini che attendevano con gioia questo momento.
Sullo sfondo si vedono i genitori di questi bambini che osservano la scena seduti in un bar.

Geometria (1968)

Istvan Mizerak produsse moltissime fotografie per l'industria del ferro e dell'acciao, lasciandosi anche affascinare dalla realtà di questo ambiente molto duro. Ne sono scaturite immagini poetiche che tuttavia non concedono nulla all'esaltazione di una falsa mitologia proletaria, ma rispecchiano la realtà delle condizioni in cui si lavorava.

La maniglia (1972)

La bambina di 5 anni ripresa nella fotografia istantanea scattata con una Hasselblad 6X6 è una nipotina del fotografo che s'accinge ad afferrare la maniglia di un portone gigantesco della chiesa di Ozd. Istvan ha colto un momento molto dinamico e divertente, oltretutto la bambina aveva le mutande bucate. Si tratta di un'immagine che ha partecipato a molti concorsi vincendo molti premi. Il movimento dei capelli, la gonna sollevata, il corpo allineato in verticale, la luce è giusta: è impossibile non apprezzare questa fotografia.

Moby Dick (1976)

Un'altra fotografia scattata in Polonia e molto ironica dove una donna grassa adagiata su una panchina viene ripresa davanti ai manifesti di uno spettacolo che narra della balena di Melville.

La culla dell'umanità (1977)
Ho tenuto per ultima quest'immagine molto simbolica che è anche la mia preferita, di questa serie di scatti, e descrive l'intera vita delle persone che vivano in una città industriale ed erano accompagnati dalla nascita alla morte dall'incombente presenza delle acciaierie e dalla fatica di guadagnarsi da vivere.
Si tratta di un fotomontaggio originale, molto ben fatto dall'autore, in cui la culla abbandonata in un tratto di un fiume si fonde alla perfezione con il paesaggio quasi infernale in cui domina la fabbrica, luogo primario dell'esistenza di coloro che sono nati in questa parte dell'Ungheria settentrionale.

Alcuni fotomontaggi sono stati rifatti, ma non hanno portato agli stessi risultati ottenuti da Mizerak, pertanto non vengono riproposti in alcuna forma al pubblico.

La culla dell'umanità - Istvan Mizerak

Le fotografie delle quali si parla nel testo e altre immagini dell'artista ungherese sono visionabili su questa pagina del sito web voluto dalla Fondazione Mizerak.
Si ringraziano Gabriella e Zsazsi Mizerak per l'intervista e per aver fornito il materiale iconografico relativo all'archivio di Istvan Mizerak che illustra questa pagina del blog di Tony Graffio.