domenica 24 maggio 2015

Six Gates Films all'East Market di Milano

Porta Orientale, Porta Romana, Porta Ticinese, Porta Vercellina, Porta Comasina, Porta Nuova, erano le principali porte d'accesso all'antica città fortificata ed è da queste vie di comunicazione che la Six Gates Films prende contatto con il mondo per diffondere i propri prodotti fotografici, esclusivamente a base chimica e di stile vintage.

Fuck digital, shoot analog

In molti pensano che trovare le pellicole per le fotocamere tradizionali non sia una cosa tanto semplice; fortunatamente a Milano c'è ancora chi crede nella fotografia chimica e ne vende i prodotti, sia direttamente sul campo che tramite web.
In via Aristotele al numero 67, Felix Biesler continua a tenere duro e rimane il punto fisso di riferimento per tutti coloro che necessitano d'approvvigionarsi di pellicole, chimici, o accessori particolari per camera oscura e le tecniche antiche.
PFG distribuisce anche le pellicole ribobinate e offerte in un packaging molto di tendenza da un duo di giovani appassionati che opera a favore della diffusione della tecnica fotografica tradizionale che ha scelto uno slogan commerciale molto aggressivo contro lo strapotere del digitale.
Oggi, Guido Tosi ed il suo amico Lorenzo erano presenti con il loro carico di pellicole, fotocamere e varie amenità anni 1970 al mercatino coperto di via Giovanni Ventura, 14.
Tra gli oggetti desiderati da ogni fotografo che porta al collo macchine di metallo di un certo peso, segnalo delle bellissime tracolle colorate, incredibilmente nuove (fondi di magazzino di 40 anni fa) con parte antiscivolo in vero daino, alle quali non si può non resistere e delle quali, anch'io mi sono assicurato un esemplare pressoché unico.

I rullini da 35 mm imbobinati da Six Gates Films

Ma il vero pezzo forte di Six Gates Films sono le emulsioni fotografiche che possono esprimere tonalità di colore molto particolari e farvi distinguere dai soliti utilizzatori di rullini preconfezionati e scattare a prezzi contenuti.
Esistono tre linee di prodotti della SFG, tra queste pellicole ribobinate: la Classic, la Camera Pro Series e la Geeky.
Nella serie classica troviamo tre pellicole in B/N e una a colori; la Wells è un negativo in bianco e nero da 50 Iso, la Orwell è un negativo in B/N più sensibile da 400 Iso che può essere spinto in sviluppo forzato fino a 800 o 1600 Iso. La Senna 640 è una pellicola per negativi a colori che veniva utilizzata per scopi speciali (Autovelox) e non è reperibile sul mercato internazionale, se non da SGF, o da PFG. Recentemente si è aggiunta un'altra emulsione alla serie dei registi, la Lynch che è un negativo B/N di 200 Iso del tipo utilizzato dal regista statunitense nel 1977 per realizzare il suo film horror cult: Eraserhead, la mente che cancella.
Nella serie Camera Pro troviamo delle emulsioni cinematografiche a colori, originariamente delle Kodak Vision per cinematografia, sia per luce artificiale che per esterni. Tutte queste emulsioni richiedono un passaggio in più nella fase di sviluppo per l'eliminazione dello strato antialo con un prodotto apposito denominato da SGF Remjet Removal Agent.

Le confezioni di Remjet Removal Agent della SGF in vendita all'East Market

Le pellicole per luce diurna/daylight sono la SGF Vision Cinema Pro 50 Iso e la SGF Vision Cinema Pro 250 Iso.
Le pellicole tarate per luce incandescenza/tungsten sono le SGF Vision Cinema Pro 100 Iso, la SGF Vision Cinema Pro 200 Iso e la SGF Vision 500 Iso, tutte emulsioni sviluppabili con il procedimento C41 

Hand-rolled fresh original analog films from Milan sul banchetto della SGF a Lambrate

Nella serie Geeky sono presenti due emulsioni abbastanza particolari in grado di far ottenere risultati un po' più fuori dai soliti schemi cromatici.
La SGF Poe è un'emulsione ortocromatica B/N per microfilm a bassa sensibilità, circa 12 Iso, senza perforazioni per il trascinamento. Non sono molte le fotocamere in grado di poter montare questa pellicola, anche se si possono utilizzare, con degli appositi adattatori sulle Kodak Brownie, per esempio.
Io le ho utilizzate sulla mia Pentax 6X7 con gli adattatori Fotodiox per il formato 24X72 ed ho ottenuto dei risultati abbastanza interessanti, anche perché prediligo le immagini ad alto contrasto.
E' un tipo di pellicola indicata anche per sperimentazioni con pinhole camera.
La SGF Pink'O Chrome è invece una emulsione cinematografica invertibile da duplicazione a contatto, o ottica, tarata per la luce artificiale al tungsteno, da esporre per 12 Iso.
Anche questa pellicola andrebbe trattata in proprio con il Remjet Removal Agent.
Come tutte le pellicole invertibili, è possibile sviluppare l'emulsione normalmente in E6, oppure in cross-processing in C41. Nel primo caso si otterranno delle dominanti cromatiche abbastanza imprevedibili, ma solitamente su toni rosati-violetti, mentre sviluppando quest'emulsione molto speciale con i bagni del C41 si avrà una dominante monocromatica su toni di blu diffuso.
Si tratta di una pellicola per scopi creativi unica, abbastanza divertente da usare. Tony Graffio

Silvia Vismara, artista, fotografata da Tony Graffio con una SGF Pink'O Chrome caricata su una Nikkormat Ftn e sviluppata in cross-processing in C41

Six Gates Films all'East Market di Lambrate

SGF





domenica 17 maggio 2015

Le Grand Verre rivisitato 100 anni dopo, a Milano, da artisti multimediali

Le grand Verre 100 anni dopo
Marco Grassi nel suo laboratorio di via Tertulliano
Nikkormat FTN e Kodak Colorplus 200

Le Grand Verre fu un'opera ambiziosa ed innovativa che assorbì Marcel Duchamp per circa dieci anni della sua vita e voleva stravolgere la visione dell'arte pittorica che considerava il quadro come una finestra sul mondo in cui esistevano diversi piani che consentivano, attraverso la prospettiva, i rapporti di contrasto, d'illuminazione e di colore di porre il soggetto in un sistema illusoriamente tridimensionale.
Nel grande vetro lavorato da Duchamp, secondo una tecnica che poneva delle lastre di metallo inciso, fili di piombo polvere e pittura ad olio all'interno di un supporto trasparente e fragile, veniva eliminato il rapporto tra i diversi piani prospettici, non esisteva più un soggetto principale ed uno sfondo, ma semplicemente un'unica dimensione all'interno del vetro.
Duchamp ha aperto un percorso che ha rivoluzionato tutta l'arte moderna, non cercando un canone estetico quanto un'azione concettuale al tempo stesso delirante e minuziosa. Le sue opere hanno segnato tappe importanti del pensiero moderno e Le Grand Verre rimane qualcosa di enigmatico e depistante, in quanto è incorso in un incidente che ne ha visto la rottura durante un trasporto ed ha lasciato il suo autore nell'imbarazzo di dover scegliere cosa fare con il suo lavoro più prezioso distrutto.
Duchamp decise d'accettare la fragilità dell'oggetto che stava trattando come una caratteristica intrinseca dell'opera, i pezzi furono rimessi insieme ed il quadro-non-quadro si trova tutt'ora al Philadelphia Museum of Art.
Partendo da questo presupposto che vede l'errore, l'imprevisto e la materia presente in natura come una specie di fattore concatenato al processo artistico, Marco Grassi e Matteo Bologna stanno lavorando ad un progetto che s'ispira alle trasparenze ed alla loro inafferrabilità. Tony Graffio

Marco Grassi a fianco di un suo negativo-non negativo.

Tony Graffio intervista Marco Grassi sul progetto del Grand Verre milanese

TG -Ciao Marco, spiegami chi sei e cosa fai.

MG -Sono Marco Grassi, in arte Pho, un artista nato e cresciuto a Milano, vengo fuori da un'esperienza legata alla strada, ai graffiti ed alla street art, se la si vuole chiamare così, ho 39 anni. 
Adesso, insieme a Matteo Bologna stiamo lavorando a questo progetto che si chiama “Le Grand Verre”, in omaggio all'omonima opera di Marcel Duchamp, un'idea che abbiamo avuto per ottenere un'opera in cui si mischiano le tecniche della fotomeccanica, o della fotografia tradizionale analogica e provare a vedere cosa succede unendole alla pittura. Volevamo utilizzare materiali che non fossero per forza negativi fotografici e sostituire alla trasparenza fotografica, la materia, come carte e materiali vari per poi provare a stampare e sviluppare. Noi realizziamo dei negativi fatti a mano che possono essere costituiti da applicazioni di materiali vari: pittura, accumulazioni, cere e tutti quegli elementi che ci permettono di giocare sulle trasparenze perché poi questi negativi fatti a mano andranno dentro un bromografo di grandi dimensioni che abbiamo costruito noi con del materiale riciclato per ottenere i nostri rayographs, ovvero delle fotografie a contatto.

TG -Chi collabora con te a quest'idea?

MG -Siamo Matteo Bologna ed io. Siamo vecchi amici, ex compagni del liceo artistico, Matteo è stato per quasi 10 anni in Brasile, è tornato a vivere a Milano ed abbiamo deciso di riprendere la collaborazione creativa, dopo che per anni avevamo fatto graffiti insieme, sotto il nome di 16k che era la nostra crew. Dopo quell'esperienza Matteo ha svolto l'attività di videomaker e fotografo, mentre io sono rimasto “un pittore tradizionale”.
Rincontrandoci lui portava con sé questa grossa esperienza della fotografia, mentre io con l'esperienza della pittura abbiamo deciso di vedere se c'era modo d'unire queste due esperienze e probabilmente i rayographs sono stati lo strumento che ci ha facilitato maggiormente la maniera per incontrarci.

Il grande bromografo auto-costruito è al centro del laboratorio di Marco Grassi.

TG -Qui dove ci troviamo adesso è il tuo laboratorio?

MG -Sì, questo è il mio laboratorio ed il 22 maggio inaugureremo questo spazio e tutto il percorso del Grande Verre che ormai ha 3 anni, perché da quando siamo qui, ci occupiamo di questo progetto.
Quando Matteo ritornò a Milano mi contattò e mi chiese se avevo un piccolo spazio a disposizione per lui per poterne ricavare una camera oscura o una piccola saletta di montaggio.
Io gli risposi che non c'erano problemi. Da lì, in realtà, stando tutti i giorni a stretto contatto è arrivata quasi spontaneamente l'idea di provare a fare qualcosa insieme.
Già l'anno scorso a Berlino avevamo presentato questo percorso mostrando delle proiezioni nella galleria con la quale lavoro in Germania già da 6 anni, la Circle Culture Gallery. Trattandosi di una collettiva, abbiamo fatto vedere solo parzialmente i risultati della nostra ricerca, mentre a breve avremo modo di dare un respiro più ampio al progetto e riuscire a far capire meglio quello che stiamo facendo, perché da una parte ci saranno i rayographs, dall'altra proiezione di diapositive positive di piccolo formato dipinte e realizzate a mano. Questi lavori,in realtà sono collegati, in quanto abbiamo iniziato a sperimentare sui vetrini delle diapositive, per poi capire che si poteva offrire un prodotto culturale diverso, andando ad agire direttamente su un quadro fotografico di grande formato che risulta essere un pezzo unico fruibile in modo più tradizionale.
Una volta trovati quei materiali semitrasparenti che funzionavano nelle proiezioni, abbiamo ricreato un'esperienza analoga anche con il bromografo, andando a sensibilizzare lastre di materiali diversi con una gelatina fotografica fotosensibile e frapponendo poi elementi già sperimentati tra la luce del bromografo e la superficie da esporre.

TG -Siete partiti dal piccolo per espandere poi la vostra esperienza in modo da colpire maggiormente la fantasia e l'entusiasmo del pubblico?

MG -Siamo partiti dal piccolo perché Matteo aveva fatto già un'esperienza del genere negli anni 1990. Accorgendoci che una volta proiettati i suoi lavori uscivano dei quadri astratti stupendi; lì abbiamo capito che c'era del materiale valido sul quale potevamo lavorare insieme, perché anch'io ho un'esperienza astratto-formale come pittore.
Continuando a lavorare con le diapositive abbiamo capito quali erano i materiali più interessanti da utilizzare come le veline e le trasparenze.
Abbiamo costruito un primo bromografo di un metro per un metro col quale abbiamo iniziato ad ottenere i primi risultati, poi ne abbiamo costruito un altro di un metro e mezzo per un metro e mezzo con il quale abbiamo prodotte dei rayographs più importanti che poi abbiamo portato a Berlino che erano pezzi di m. 1,4 X 1,2 emulsionati a mano. Per quanto non sia fotografia tradizionale poiché le immagini vengono stampate a contatto, il risultato è abbastanza importante.

TG -Come definiresti questo lavoro, una ricerca tecnica? Concettuale? Di materiali? O estetica?

MG -Credo che sia un insieme di tutte queste cose perché c'è chiaramente una ricerca tecnica legata alla fotografia, all'emulsione a alla luce e dei rapporti che si creano tra la luce e la materia. C'è una ricerca concettuale perché c'è quest'idea d'andare a recuperare dalla strada tutta una serie di elementi, come se noi in strada avessimo portato tantissimo negli anni e adesso incominciassimo a prendere quello che ci serve, proprio dalla strada. Quindi c'è un'idea di recupero, oltre che un'idea compositiva che è concettuale ed è astratta e poi tutti gli altri aspetti che tu hai citato.

TG -Volevo chiederti una cosa che potresti anche prendere come una provocazione, ma io volevo sapere se questo lavoro è più il recupero di vecchie tecniche o l'elaborazione di un nuovo metodo creativo?

MG -Per andare avanti bisogna sempre guardarsi indietro, noi assolutamente recuperiamo una serie di tecniche antiche che andiamo leggermente a decontestualizzare per poi raccontare il contemporaneo.
Sì, è vero utilizziamo tecniche antiche perché hanno un aspetto artigianale molto più forte dove l'espressività per noi è molto più libera. L'idea di potersi creare un negativo non impedisce di affiancarci un negativo reale per lavorare con la “realtà” che il negativo tradizionale riesce a catturare, o qualcosa di molto vicino al reale. Mentre l'idea  è di poter modificare il negativo non in post-produzione, ma fisicamente che non è più il negativo che passa attraverso un ingranditore, quindi non si tratta di una pellicola. 
Noi trattiamo con negativi di circa m. 1,50 X1,50 che diventano dei quadri.
Quando io lavoro sul negativo è come se lavorassi su una tela. Questo lavoro è tutto un insieme di situazioni che considerarlo solo la rivalutazione di una vecchia tecnica mi sembra un po' riduttivo, perché non è così. Non perché ci sia qualche problema, l'idea è quella di riprendere dei vecchi metodi abbandonati, l'emulsione liquida che noi utilizziamo è qualcosa di sempre più difficile da trovare, probabilmente tra qualche anno, quando il nostro fornitore si stancherà di farla arrivare dalla Germania, non ci sarà nemmeno più in Italia perché magari saremo solo in 5 ad utilizzarla, probabilmente allora si perderà anche quella possibilità d'utilizzare un prodotto già pronto.
Effettivamente anche la fotografia in pellicola ed il cinema stanno scomparendo.
L'ultimo film prodotto in Italia in pellicola è stata: “La grande bellezza”, ma perché c'erano i mezzi per poterlo fare, bisognerà vedere se ce ne sarà un altro ancora. Io ne parlavo l'altro giorno con Silvio Soldini di questa cosa.

Un rayogramme di Grassi-Bologna ancora nella maxi bacinella di lavaggio posizionata sopra lo scarico delle acque reflue.

TG -Tornando all'emulsione liquida della Rollei che state usando, ritenete che sia abbastanza valida o no?

MG -Stiamo sperimentando. Ci sono stati dei difetti che per noi potrebbero anche non essere tali, in quanto noi dialoghiamo molto con l'errore: uno degli aspetti concettuali del nostro lavoro è l'accettazione dell'errore. Le Grand Verre, nasce proprio da questa cosa qua. Siccome Le Grand Verre fu un'opera che si ruppe inavvertitamente e diede molto da pensare a Duchamp che non seppe se rifarla, se accettarne l'errore, accettare la natura del vetro che in effetti è fragile e si può rompere, in questo senso il nostro lavoro ha un aspetto Dada molto concettuale. L'errore addirittura può diventare il soggetto principale dell'opera, anche se era da noi completamente escluso ed ignorato, perché il caso può far sì appunto che vengano fuori delle cose inattese.
Qua, per esempio ci sono uscite delle crepature (mi mostra una parte sul bordo del suo rayogramme) perché abbiamo sciacquato l'immagine in maniera troppo energica ed è venuta via l'emulsione. Io adesso non so dirti, non essendo io un chimico, se è un problema dell'emulsione o del nostro operato, però alla fine ne è uscita una texture che va a dialogare con quegli effetti che ricerchiamo noi, perché noi cerchiamo di restituire quest'idea di vecchio muro distrutto dal tempo, di mattoni e materiali abbandonati in strada.
Fin che ci sono degli errori tecnici nell'emulsione che in qualche modo vanno nella direzione che noi stiamo cercando, là l'errore può diventare assolutamente attore dell'opera. L'emulsione, personalmente, io la lavoro da tre anni, quindi non ne ho un'esperienza tale da poterne valutare la qualità. Non me la sento, sinceramente, però  di darne un giudizio negativo. Per quello che serve a noi, per ora, funziona.


Bacinella di fissaggio de: Le Grand Verre.


Bacinella di sviluppo de: Le Grand Verre.

TG -Ricapitoliamo un po' quali sono i vostri strumenti di lavoro: un acetato, o un vetro?

MG –Sì abbiamo usato vari materiali trasparenti; ultimamente abbiamo recuperato dei pezzi di vetro. A proposito di vetro, durante la manifestazione che c'è stata qui a Milano contro Expo 2015, ci sono stati gli incidenti ed io sono andato a fare delle fotografie per me stesso, ma non di reportage. Per caso ero lì ed ho scattato banalmente col mio telefono. Ho fatto una fotografia che mi è rimasta ed ho fatto vedere anche a Matteo, di questa vetrina di un cristallo che sarà stato spesso 1,5 cm completamente distrutto. Sembrava un'opera. Non perché questo fatto si portasse dietro motivazioni politiche, della banca e dei no global, ma perché nel suo concreto, la stesura di scritte, sicuramente fatte prima della rottura e poi l'insieme di questi elementi di vetro ha creato quasi una scultura cubista. Da lì, poi mi è venuto il desiderio di riportare nel bromografo qualcosa del genere, in maniera grezza, casuale, senza stare troppo lì a ragionare sulla composizione, o chissà che cosa, quasi fosse un'operazione esistenzialista, semplicemente cercando di riportarne il risultato, senza neanche troppo volerne calcare l'aspetto politico. 
Questo per dirti che i supporti non devono essere per forza degli acetati. Abbiamo anche provato a utilizzare anche dei compensati leggeri, tutto quello che può avere trasparenza va bene, in funzione anche delle lampade che utilizziamo, perché il principio è lo stesso della radiografia del braccio.
Avessimo a disposizione i raggi X, potremmo quasi radiografare anche una lastra d'acciaio.

TG -In sintesi, per produrre i vostri rayograph a voi servono delle lampade. Che tipo di lampade?

MG –Si tratta di lampade banalissime, lampade ad incandescenza da 42 Watt. Abbiamo sistemato una ventina di queste lampade in un bromografo che abbiamo costruito con pezzi di librerie di amici, quindi c'è anche questo aspetto del recupero e del riciclaggio che a noi piace. L'unico pezzo che abbiamo dovuto comprare è stato un grande vetro dello spessore di cm 1,5 che è poi la superficie sulla quale noi andiamo ad appoggiare i nostri “negativi” che poi non sono veri negativi; adesso qua è appoggiata una carta opalina plastificata con sopra un'accumulazione di cera fusa e poi distrutta. Questi materiali ci restituiscono un effetto simile ad un muro scrostato.

Marco Grassi, artista, 39 anni

TG -L'emulsione dove viene stesa?

MG –L'emulsione la stendiamo su una carta 100% cotone della Fabriano sui 300 grammi di peso. Adesso invece, per la prima volta stiamo provando a stampare direttamente su legno. Si tratta di un compensato di circa un centimetro di spessore preparato con una mano di fondo alla cementite. I bordi e la parte posteriore li trattiamo col flatting per impermeabilizzarne la superficie che verrà esposta ai bagni di sviluppo.
Abbiamo provato anche a stampare su ferro, ferro arrugginito, metalli, vari, abbiamo fatto un po' di sperimentazione ed abbiamo capito che l'emulsione liquida è comunque un compromesso.

TG -Ci dipingete sopra, alla fine?

MG -No, questo no, sarebbe per me una forzatura. Dipingere prima il negativo è tutto quello che facciamo. Dipingere sulla fotografia è una cosa che non vedo di buon occhio.

TG -Io, da fotografo, ho qualche dubbio sull'emulsione liquida perché non credo possano avere una grande stabilità nel tempo, avete previsto una degradazione di questo materiale?

MG -Sono materiali che vanno fissati e protetti; effettivamente si sono create delle crepature e dei distaccamenti di emulsione ai bordi di alcune tavole che abbiamo utilizzato, studieremo un sistema che permetta un migliore aggrappaggio di questi prodotti chimici alle superfici delle nostre opere.

TG -Quali sono gli aspetti che vi interessano maggiormente in questo lavoro?

MG –Rispetto anche a quello che dicevamo prima sui rayographs, quello che a noi interessa è poter analizzare e fermare attraverso l'”immagine fotografica” tutti quegli effetti, non vorrei chiamarli speciali perché non mi piace il rimando concettuale, ma si tratta poi di quello, in sostanza, che avvengono attraverso il passaggio della luce nella materia.
Se prendiamo, ad esempio, la singola striatura della pennellata, il deposito di cera, o la singola goccia di un dripping, posso dire che un conto è fotografarle o vederle su una tela; un'altra cosa è vederle fissate nel tempo su una tela attraverso il passaggio della luce. Quella forma non cambia, a meno che non la sfochi, assume delle presenze quasi metafisiche nello spazio. Dei fantasmi. Questo perché tra la leggerezza della pennellata e l'intrusione della luce era stata disegnata una forma che se tu andavi a fotografarla altre cinquantamila volte, non ti sarebbe mai venuta così. Quello che interessa noi è proprio quest'intrusione della luce all'interno della materia e tutto quello che ne deriva.


 Matteo Bologna, artista multimediale, 39 anni

TG -Bene, mi sembra di capire che voi siete ancora in una fase di prova e sperimentazione, però mi stavi dicendo che stavate anche organizzando una mostra, è così?

MG -Sì è vero, siamo ancora in fase di sperimentazione e venerdì 22 maggio faremo una mostra all'interno del capannone dove ci troviamo adesso e siamo già in fase di allestimento per poter accogliere le opere. Ci teniamo a farlo in questo posto che è il nostro laboratorio, in modo da lasciare il bromografo, le vasche e tutta l'attrezzatura che usiamo per la nostra produzione artistica, per poter far comprendere meglio al visitatore ciò che facciamo.

TG -Quante opere esporrete?

MG -Ci saranno tre grandi rayographs di circa m. 1,4 X 1,2, ci sarà una proiezione di diapositive con 48 immagini che abbiamo già presentato a Berlino nel 2014 ed infine ci saranno anche una serie di opere di Jaybo Monk che è il terzo artista impegnato in questa impresa.


Jaybo Monk, artista d'origine francese


Un oggetto inutile ideato da Jaybo Monk

Jaybo è un mio caro amico di Berlino col quale ho già collaborato in passato, anche lui trova le sue radici nella Street art ed oggi è un artista multimediale che si esprime con la fotografia, la pittura, la scultura. E' il terzo elemento del progetto: “Le Grand Verre” ed il 22 maggio segnerà la prima volta in cui Jaybo parteciperà al nostro lavoro portando altri oggetti che io non ho ancora visto dal vivo, ma soltanto in fotografia. 
Il suo arrivo durante la mostra sarà l'occasione per ufficializzare la sua presenza nel nostro gruppo, anche se il suo apporto non s'è ancora manifestato attraverso il metodo che abbiamo in mente che è quello di mischiare le nostre idee su un unico soggetto. 
Io e Matteo stiamo già operando in questo modo, anche se non è una cosa sempre facile.
La mostra è inserita all'interno di un evento che si chiama “Te District” perché la proprietaria di tutto quest'area, la signora Patrizia Macchi ha deciso di far conoscere meglio questo suo spazio, sull'onda di un articolo uscito sul Corriere della Sera in cui io ero intervistato, così come altri artisti presenti qui allo Spazio Tertulliano in via Tertulliano n. 70. Vogliamo raccontare come questo posto sia diventata una zona ad alta concentrazione di creativi. Oltre a noi, qui c'è dotdotdot, un grosso studio di grafica e progettazione multidisciplinare che fonde l'architettura, l'allestimento, il design con l'innovazione tecnologica. C'è Laboratorio Controprogetto, un laboratorio di progettazione e produzione d'arredi su misura, pezzi unici e allestimenti realizzati prevalentemente con materiali di recupero. C'è un pool di agenzie che operano nel settore della comunicazione e fanno capo al gruppo Promos, c'è l'Avantgarden Gallery che in questi giorni presenta una mostra con opere di Ozmo, Luca Font, James Kalinda e Scarful. C'è Bianca, un'altra Galleria d'arte, c'è Art e Musica, un'associazione culturale, Goganga, uno storico locale milanese che ha ospitato spettacoli di artisti come Vinicio Capossela, Zucchero Fornaciari, Alberto Camerini e molti altri. C'è un teatro, la Dance House di Susanna Beltrami, Baobab studio che dispone di una sala di posa di m 8 X14,50 e tutta una serie di realtà che stanno venendo fuori molto bene nell'ambiente artistico milanese. Io forse sono l'ultimo arrivato in ordine cronologico, in questo spazio.

Un collage di Marco Grassi

TG -Cambiando un po' argomento, una domanda che può interessare i collezionisti: a quanto vendete le vostre opere?

MG -Le nostre opere sono già state vendute in galleria a Berlino e sono in vendita al loro valore di mercato che è di 5.000 euro per un quadro di m. 1,4 X 1,20. Ogni quadro, ovviamente è un pezzo unico. Non è né una fotografia, né una pittura, ma un ibrido che sta a metà strada tra pittura e fotografia. Invito te e tutti i lettori del tuo blog a venire a vedere la mostra del 22 maggio e spero di rivederti anche dopo, per farti conoscere Matteo e Jaybo che stanno facendo altri lavori interessanti.

Matteo Bologna sta costruendo una grande fotocamera a lastre per proseguire ed integrare il progetto insieme a Marco Grassi e Jaybo Monk, apportando nuovi elementi di realtà.


TG -Mi hai detto che anche Silvio Soldini s'è interessato al vostro lavoro, come mai?

MG -Soldini sta facendo un documentario su Milano, all'interno di un progetto della sua casa di produzione che si chiama Lumière che ha chiamato vari registi per raccontare Milano attraverso dei cortometraggi. Soldini ha voluto servirsi dello sguardo di 3 personaggi diversi per il suo racconto, uno di questi personaggi doveva essere un artista, per cui lui mi ha contattato attraverso un amico comune.
In un primo incontro, Silvio ha cercato di capire quello che facevamo e cosa avremmo fatto a breve, perché a lui interessava capire come risolvere questa cosa velocemente, perché sembra che il suo documentario verrà presentato alla Mostra di Venezia, il prossimo settembre.
Ho spiegato a Soldini il progetto del Grand Verre, a lui è piaciuto e quindi poi è venuto qui in diverse occasioni per fare le riprese del nostro lavoro. Ha documentato l'intero processo creativo, sia delle diapositive, sia stando qua una notte intera per filmare quello che facevamo per creare una nostra opera, includendo nel racconto anche il processo di sviluppo.
In più c'è tutta una parte girata in esterni in cui mi si vede mentre mi muovo per la città mentre frequento dei luoghi dove io prendo ispirazione. Io normalmente scatto molte fotografie in luoghi dimenticati, abbandonati che per me sono stati importanti, tipo, vecchie ferrovie, depositi dei treni, squat e così via, perché lì io posso osservare degli elementi degradati della città che poi è l'estetica che ci interessa.
Siamo stati anche in un luogo dove io vado spesso a recuperare dei manifesti pubblicitari che mi servono come soggetti dei miei lavori.
Abbiamo vagato in vari posti, in una specie di no man's land dove puoi trovare di tutto, con dei ritmi vitali propri di chi ci vive dentro. Da questi posti emergono delle situazioni che nella città più frequentata dalle persone è difficile che resistano. Mi riferisco a certi materiali abbandonati che restano in certi spazi fino a degradarsi completamente ed a perdere la loro identità, tipo le traversine di legno dei treni, lastre di ferro arrugginite e cose così che proseguono il loro processo degenerativo, nel corso del tempo.

Una diapositiva che farà parte della proiezione del 22 maggio.


Un'altra diapositiva autoprodotta.


Un particolare di una diapositiva proiettata su un telaio di legno appoggiato alla parete dello studio del collettivo artistico.


La diapositiva è stata fatta con pezzi di nastro adesivo trasparente rigati con un taglierino. Il tutto ingrandito produce l'effetto che vedete in quest'immagine.


Matteo Bologna e Marco Grassi si confrontano durante la proiezione che hanno velocemente approntato per Tony Graffio.

TG -Il tuo è perciò anche un lavoro sul tempo?

MG -Sì assolutamente, a me interessa il rapporto tra la materia ed il tempo, mi piace vedere come i materiali vengano recuperati nella natura: il legno nei boschi, il ferro nella terra e come poi l'uomo intervenga per trasformarli in materiali ed oggetti per costruire altre cose. Una volta che poi questi prodotti non servono più e vengono abbandonati, è come se ridiventassero indigeni al loro territorio originario, perdendo l'aspetto artificiale che gli ha dato l'uomo. 
Il rapporto che la materia ha all'interno di una città, in una continua trasformazione di forme, colori e sostanza è fonte di grande interesse per me, perché questi processi naturali raccontano il tempo che passa.

TG -Possiamo dire che tu racconti nelle tue opere della luce, della materia e del tempo?

MG -Esatto, queste sono le tre situazioni che insieme vanno a creare la nostra estetica.


Il capannone/laboratorio dove si sta sviluppando il progetto del Grand Verre milanese

Tutti i diritti sono riservati

sabato 16 maggio 2015

Un'osteria fuori dal tempo. La Madonnina

Saper conservare un luogo ed un'atmosfera, è senza dubbio una forma d'arte, i proprietari di questo storico locale milanese situato in via Gentilino, 6 hanno principalmente il merito di non aver stravolto un ambiente che proprio per questo motivo è unico e molto accogliente.
La trattoria "La Madonnina" ha sempre avuto questo nome, fin dai giorni della sua apertura, nel lontano 1908, quando coloro che erano diretti a Milano per consegnare delle merci, o per lavoro, si fermavano qui con i loro carri trainati da cavalli. I viandanti mangiavano, dormivano e trovavano una stalla (sul lato dell'edificio dove adesso c'è la portineria) per far riposare i loro animali, prima di addentrarsi verso il centro della città che all'epoca era ancora lontano, mentre adesso si trova a poche fermate di tram.
La darsena è praticamente dietro l'angolo, a pochi minuti a piedi.
In una Milano che si fa fatica a riconoscere per i grattacieli che sono stati eretti di recente, trovare un palazzo della vecchia Milano ancora ben tenuto e pieno di vita non può che far piacere. All'interno del cortile dove si affacciano delle case a ringhiera esistono ancora attività artigianali e tra queste anche l'osteria di Fabio e Paolo i cui tavoli sono sistemati anche sotto un fresco pergolato.
Prendersi una pausa a mezzogiorno in questo locale è davvero consigliabile perché ci si ritrova in pace con se stessi in un ambiente tranquillo e silenzioso, lontano dal traffico e dai rumori della città.
Il menù offre vari piatti della tradizione milanese, anch'essi non facili da trovare in una città diventata multietnica e multicucina.
Io ho mangiato cose semplici e gustose; più che dal cibo mi sono lasciato affascinare dal posto che è il vero motivo per recarsi qui. 
Le porzioni sono quasi da nouvelle cuisine, il conto non è a buon mercato, ma è evidente che un po' come per tutti i posti speciali, c'è sempre un prezzo da pagare per ogni cosa bella. Sui tavoli, come una volta, ci sono tovaglie di stoffa.
A Milano è quasi impossibile mangiare all'aperto senza respirare lo smog, qui nel cortile di via Gentilini, 6 mi è stato possibile addirittura sentire il profumo dei gelsomini e questa non è una cosa da poco. T.G.

 Cassette postali e réclame d'altri tempi
Canon F1 con Canon FD 50mm f 1,8 e Kodakcolor Plus 200 Scanner Agfa D-lab 1

Osteria
Canon F1 con Canon FD 50mm f 1,8 e Kodakcolor Plus 200 Scanner Agfa D-lab 1

L'ingresso e l'insegna anni 1960 del Bar Trattoria Madonnina
Pentax Q

Cucina e cuoca
Pentax Q

I tavoli esterni ed il portone d'ingresso
Pentax Q

In questo cortile ha abitato anche il tenore Giuseppe Di Stefano quando era bambino.

Una pausa rilassante alla trattoria Madonnina
Pentax Q



Carlo e l'arte dell'allestimento della bicicletta

Ognuno, dentro di sé, cova il suo sogno speciale, ma non sono molti coloro che lo mettono in pratica, vivendolo nella realtà d'ogni giorno.
Carlo crede fermamente nel trasporto a due ruote ed ha realizzato un suo mezzo speciale ibrido, adatto al trasporto leggero ed alle distanze medio brevi, anche se, con un po' di pazienza lo si potrebbe utilizzare per girare il mondo in economia. Impresa che probabilmente verrà tentata in futuro dal nostro inarrestabile  ciclista.

 Bicicletta ibrida a passo lungo auto-costruita dotata di portapacchi, motore elettrico, schienale, radio, cupolino, caricabatterie solare, antifurto, porta tablet e tablet, porta telefono e telefono, varie sirene, clackson elettronico, contachilometri, luci di posizione, luci di profondità, porta-borraccia, borraccia ed altre dotazioni segrete.

Per Carlo la bicicletta è uno stile di vita particolare che soddisfa la sua esigenza di mobilità, trasporto ed eco-sostenibilità; al mattino verso le 8,30 capita di vederlo sfrecciare per la Bovisa con la biciradio a manetta ed il cuore contento, sia che ci sia il sole o piova a catinelle. E' impossibile confonderlo con qualcun altro, il suo look è unico e la sua pedalata è quella caratteristica di un personaggio metropolitano che si muove in una Milano moderna con tanti nuovi palazzi, ma con uno spirito fedele alla sua anima produttiva.
La bicicletta è il mezzo più veloce per spostarsi in città, ma non sempre il più sicuro, meglio rendersi molto visibili ed anche udibili a tutti.

La parte posteriore è stata innestata sul telaio di un modello di bicicletta diverso

I limiti d'utilizzo del mezzo a due ruote sono proprio la capacità di carico, l'autonomia e la protezione dagli agenti atmosferici, Carlo è riuscito a far fronte a tutti questi punti negativi col suo ingegno e la sua abilità manuale.
Alla bicicletta è stato aggiunto un sistema di carico capace di portare dei borsoni pesanti ed al tempo stesso mantenere il baricentro basso, motore elettrico e capotte di plastica (non presente in queste immagini).

Carlo ha vissuto in Sud-America prima di trasferirsi a Pavia, adesso vive ad Affori.
Non rinuncia mai ad utilizzare il suo mezzo speciale, nemmeno d'inverno, o con la pioggia; con la cattiva stagione monta una speciale capotte che lo ripara dall'acqua.

Dettaglio dei pedali e della parte centrale del telaio dove si collegano i tubi della parte posteriore della bicicletta da trasporto.
La batteria permette alla bicicletta di Carlo d'avere un'autonomia di circa 300 chilometri.

Il motore elettrico nel mozzo anteriore consente una velocità di crociera di 25 km/h

Carlo mi ha detto che esistono motori anche molto più potenti di quello utilizzato da lui, capaci di spingere una bicicletta anche a velocità superiori ai 50 km/h, ma egli ritiene che quei sistemi propulsivi siano esageratamente potenti ed inadatti al trasporto urbano.

Batteria al litio da 250 watt (36 V 10 Ah)

Carlo è pronto per affrontare il traffico cittadino

Può essere che in futuro approfondisca meglio la filosofia che ha portato Carlo a distinguersi a Milano come un viaggiatore molto particolare, avrei ancora parecchie curiosità da chiarire. TG

sabato 9 maggio 2015

4 oggetti misteriosi

Il Super-Quiz a premi di Tony Graffio

????

E' vero, l'argomento non è semplice, ma la risposta è pur sempre possibile, specie se siete dei profondi conoscitori d'arte, perché nella fotografia che vedete sono rappresentati degli oggetti molto preziosi.
Chi saprà dirmi di che cosa si tratta e chi ne è l'autore, vincerà una splendida, rarissima maglietta di Tony graffio, decorata a mano e dal valore inestimabile.
Chi saprà anche soltanto dirmi con precisione dove è stata scattata questa fotografia (posso aiutarvi dicendo che ci troviamo a Milano), avrà ugualmente il premio in palio.
Dal concorso sono esclusi amici e parenti di TG.
Mi auguro che le risposte arrivino prima che esca un mio servizio su questo argomento, perché allora si chiuderà il concorso.
Potete contattarmi inserendo un vostro commento su questa pagina, o in forma privata a: graffiti.a.milano@gmail.com

Un in bocca al lupo a tutti!

La maglietta in palio



3 Baal + 3 Ball = grandissima balla

All'inizio di Corso Sempione ci sono diverse tracce del passaggio dell'esule cubano che contesta Baal, a modo suo, lasciando scritte più o meno personali sui pali della città.
Casualmente s'è venuto a formare uno strano messaggio.


Baal Culo Troia

Baal Culo (...)

Like Baal. Coppia di amici dello stesso sesso sullo sfondo (4 ball in 2).

3 ball provenienti da un contesto diverso, sempre a Milano

L'Italia che lavora come Baal

Il risultato di tante baalle...



giovedì 7 maggio 2015

Perché farlo? Vale la pena di strappare i propri titoli di studio ed esporli sulla pubblica piazza?

L'invito a partecipare alla mostra di Magenta è valido per tutti.

La mia visione dell'arte è un po' diversa da quella che molti artisti contemporanei concepiscono auto-eleggendosi fenomeno del giorno, della settimana, del mese, dell'anno e così via; per me non ha molto senso che una persona declami di fare arte schiacciando un tubetto di dentifricio, inscatolando ed etichettando confezioni di vario materiale, o esprimendosi in performance più distruttive che costruttive. 
Vanno bene le idee, ma ci dev'essere un supporto estetico ed una competenza tecnica che, purtroppo, si stanno sempre più perdendo nell'attuale sistema artistico mondiale.
Magari più che gli auto-proclami, o le scoperte dei critici prezzolati, quello che conta e serve da misura per il valore di un'opera e di un artista è l'opinione degli altri artisti a lui contemporanei, e di coloro che verranno dopo.
Però si possono fare delle eccezioni, quando la forza del gesto e del messaggio acquistano davvero una portata universale.

La prima volta che mi sono trovato di fronte al "Curriculum vitae" di Sante Egadi, ho pensato che quest'uomo dovesse essere un tipo coraggioso, ma anche un po' furbo, per sapersi "ritagliare" uno spazio tutto suo nel campo dell'arte concettuale.
Devo dire che più che certi collage fatti con lauree e master, io apprezzo maggiormente la sua vena motteggiatrice, talmente sincera da sembrare ingenua ed è per certi frasi molto ad effetto che decisi di contattarlo lo scorso ottobre, per chiedergli un'intervista.
Effettivamente, la sua opera di collagista non va vista poi in maniera tanto disgiunta dalla sua poesia visiva, in quanto entrambe le forme espressive sembrerebbero mosse dallo stesso impulso d'indignazione e di protesta, anche se l'autore ci tiene a passare per una persona pacata e dall'indole mite. E' tutto un bluff, Sante non è per nulla un uomo tranquillo, al contrario è un individuo che ha bisogno di manifestare il suo dissenso verso un mondo profondamente ingiusto e prepotente. 
Per questo motivo, poi è diventato mio amico.
Anche se spesso discutiamo furiosamente sulle vere ragioni dell'arte e del suo modo di rivelarsi.

A poche ore da un evento di portata mondiale, durante il quale s'assisterà al lavoro ottenuto da un uomo che ha strappato documenti partoriti dalle emanazioni dello Stato, così come si potranno incontrare studiosi che hanno offerto spontaneamente i propri titoli per farseli invalidare in maniera artistica. Ho voluto far chiarezza sulle motivazioni che hanno portato le diverse categorie di vittime e carnefice a agire con tanta fermezza e decisione.
Ecco ciò che è emerso.
Ho dovuto penare parecchio per farmi dire in poche parole, ma chiare, come e perché Sante è diventato un ribelle di fronte ad un sistema corrotto e malato che s'ostina a stare in piedi a forza di carte bollate e proclami su gazzette e gazzettini.
Non posso rivelare il nome di colui che mi ha finalmente aperto gli occhi davanti ad un sistema post-feudale che non ha mobilità sociale né in un senso, né in quell'altro.
Si sa che in Italia, a meno d'avere delle gambe mozzafiato, un carattere particolarmente socievole ed una certa propensione a sapersi buttare nelle braccia di qualche illustre statista, è del tutto inutile provare a schiacciare i bottoni dell'ascensore sociale che porta ai piani più alti del palazzo dove si può godere del massimo benessere economico e del più grande potere decisionale.
Ok, fin qua, niente di nuovo. In realtà, non mi ero mai soffermato più di tanto a considerare il fatto che quel particolare ascensore non si muove proprio per niente e ti toccasse restare sempre al solito posto, dove sei oggi, eri ieri e sarai domani, perché non ti è nemmeno consentito scegliere di  fare una vita più umile di quello che ti spetterebbe.
Tutto è programmato alla perfezione in questo nostro eclettico paese, soprattutto nel settore privato. Se ti dovesse capitare di presentarti ad un colloquio con dei titoli troppo elevati, nessuno ti prenderebbe in considerazione, immaginando che tu, in realtà ti trovi lì al solo fine di prendere in giro qualcuno, anche se sono loro a prendere in giro te. 
E quel posto inferiore alle tue capacità, sulla carta, non ti verrà mai dato, così come non ti verrà nemmeno data la possibilità di trovare un impiego consono alle tue aspettative che derivano dalla tua preparazione culturale, o dal tuo cammino formativo. 
Certo, accettare qualcosa al di sotto delle tue potenzialità, o capacità, o preparazione, rischierebbe d'essere per te soltanto un ripiego, per qualche mese, e questo non va bene a chi ti comanda e dispone a suo piacimento dei destini dei poveracci come te. Anche se istruiti.
Insomma, fin dal Medioevo non si potevano assumere persone di nobili natali come servi.
Sarebbe stato imbarazzante e poco cauto, ieri, come oggi. E' sempre meglio che chi sta sotto di noi sia un mezzo mentecatto, altrimenti prima o poi potrebbe giocarci un brutto scherzo e farci fare brutta figura. O peggio prendere meritatamente il nostro posto.
Come potrebbe un bidello essere più istruito di un professore? O addirittura di un preside?
Non sembra, ma questo è un bel problema e forse è anche per questo che l'istruzione voluta da una ministra un po' ignorante tende a far diventare ancora più ignoranti le nuove generazioni di italiani.
Che senso ha studiare certe cose? E storia dell'arte? Non c'è il pericolo che ai cittadini si apra in maniera esagerata la mente e poi comprendano troppe cose?
Il messaggio di Sante è fin troppo chiaro, con tutti questi titoli, diplomi, lauree e perfino master, si fa poco, meglio nasconderli, o distruggerli, magari poi per trasformarli in qualcos'altro.
Due parole per definire il mondo del lavoro? Una merda. E' una merda, se proprio si vuol essere prolissi ed usarne tre.
Che altro dire?

Ho tormentato Sante per diversi giorni per farmi dare le sue motivazioni. Quelle che avete appena letto sono invece quelle di un suo caro amico che è stato il primo ad avere fiducia in questa nuova forma d'arte contro la burocrazia ed il suo strapotere.
Sante però tendeva a volermi sviare adducendo motivazioni interminabili ed improponibili in un blog che deve mantenere un contato diretto e realistico con un pubblico eterogeneo, talvolta un po' distratto e frettoloso, così solo ieri sera sono riuscito ad arrivare al dunque ed ad inchiodare il mio interlocutore al punto della questione, metaforicamente parlando.

Sante Egadi ha solo 35 anni, ma ha studiato tantissimo in vari posti del mondo; era una persona troppo onesta per frequentare la Bocconi e così se n'è tornato per un po' in Campania, ma poi è ripartito per vivere una breve stagione a Londra e poi fare nuovamente tappa a Milano, perché anche se non sembra, qui c'è la crème degli imbroglioni di mezzo mondo, di quelli in giacca e cravatta, per intenderci.
Un giorno Sante voleva fare qualcosa di creativo, perché gli artisti son tutti un po' così, hanno le loro idee, magari risparmiano sul cibo, ma raramente non spendono per non permettersi i colori, o altri strumenti indispensabili.
Sante era un artista, ma non lo sapeva perché ha represso troppo a lungo la sua natura creativa con il razionalismo in doppiopetto. 
Il dottor Egadi non aveva a disposizione la materia per creare, ma comprese che nell'arte contemporanea è stato trasceso il concetto di forma e di bellezza, ora esiste solo il contenuto e così, al pari di un Silvio Pellico, o di un più moderno Solgenitsin, prese unicamente ciò che trovò intorno a sé per veicolare il suo verbo. 
Iniziò a strappare tutto: i suoi diplomi, la laurea e perfino il suo master, per crearne collage multiformi e colorati.
Sante Egadi era da tempo ossessionato dall'idea di dover trovare qualcosa che si potesse esprimere in modo artistico attraverso una forma semplice ed un messaggio significativo.
Stava vivendo il supplizio dell'età presente, dell'arte concettuale e del dover stupire ad ogni costo.
A quanto pare, per sua fortuna, è riuscito in questo intento. 
Venite tutti a Magenta per vedere cosa ha combinato. Tony Graffio

Locandina con il "refuso" (o il re dei fusi) e l'invito alla donazione del titolo di studio inutilizzato.
(Prima versione da collezione della locandina di Curriculum vitae)