lunedì 23 giugno 2014

Vivian Maier, testimone discreto della seconda metà del XX secolo

New York, Vivian Maier, autoritratto col vestito a quadretti (1951-1955) 
Courtesy The Jeffrey Goldstein Collection

Le fotografie ritrovate di Vivian Dorothea Maier hanno suscitato un notevole interesse generale, sia per la sorpresa che in un personaggio come la Maier si celasse una grande fotografa, sia per lo stile della sua opera che arriva perfino ad anticipare altri autori che si sono affermati in passato, mentre lei continuava a condurre una vita estranea al mondo della carta stampata e delle gallerie d'arte.
Vivian Maier era una donna che non ha mai voluto attirare troppa attenzione su di sé, ma ha sempre avuto una grande curiosità per la vita degli altri, come se osservando ciò che facevano le altre persone, lei potesse in qualche modo arricchire la propria esperienza personale e conoscere meglio il mondo, dandosi un pretesto per stare in mezzo alla gente. Cosa che forse non sempre lei riusciva a fare in altro modo.
L'infanzia della piccola Vivian non deve essere stata particolarmente felice, nata nel Bronx, quartiere popolare di New York, il 1 febbraio 1926 da madre francese e padre austro-ungarico che ben presto si allontanerà dalla famiglia.
Nel 1930, Marie Jaussaud e sua figlia Vivian vengono ospitate per qualche tempo da Jeanne Bertrand, una fotografa francese che molto probabilmente ha contribuito a far nascere la passione di Vivian per la fotografia fin dalla tenera età.
Anche Jeanne Bertrand è un personaggio degno di interesse, ultimamente, sull'onda della popolarità della Maier, si sta cercando di conoscerla meglio, sia per la sua attività di fotografa, sia per le sculture che ha realizzato, ma sfortunatamente lo studio di questa artista, a Torrington CT, è bruciato ben 2 volte, mentre il suo atelier di scultura è anch'esso andato distrutto in un incendio.
Si sa, da una fotografia scattata da Vivian Maier nel 1953, che le due fotografe devono essere rimaste in contatto durante le loro vite ed è singolare notare come queste due donne siano state legate da uno strano destino, entrambe hanno avuto umili origini, persero il padre molto presto ed iniziarono a lavorare in fabbrica, per poi dedicarsi ad altre attività.

Jeanne Bertrand a 18 anni nel 1902

Jeanne è stata determinante per Vivian nell'indirizzarla a trovare una forma d'espressione che l'aiutasse a sopportare meglio una vita apparentemente insoddisfacente, mentre Vivian ha contribuito a far conoscere un'artista dimenticata, ma dalla grande personalità.
Ci sono molti fatti insoliti, coincidenze e situazioni particolari che hanno portato alla luce il lavoro di Vivian Maier, al punto che ci sono persone che dubitano persino che una storia del genere possa essere vera. Per me, è proprio questa favola di una moderna Cenerentola della fotografia che mi ha affascinato, portandomi a voler conoscere meglio la persona, e l'opera di chi forse aveva trasceso perfino la visione dei propri scatti ed aveva finito per diventare, più che una fotografa, uno strumento in preda alla propria fotocamera. Si sta parlando molto di Vivian Maier, soprattutto dopo l'uscita del film di John Maloof, ma tante cose fanno fatica ad emergere, resta comunque una gran quantità di fotografie che ci possono raccontare più di ogni altra testimonianza qual'era la visione del mondo di Vivian.
Locandina del film documentario del 2013 di John Maloof

Nel 1935, Marie Jaussaud torna in Francia con la figlia, per qualche anno vivono a Saint Julien en Champsaur, un paesino ai piedi delle Alpi; luogo che verrà mostrato anche nel film: Finding Vivian Maier, dove Maloof sarà in grado di registrare delle testimonianze della vita della famiglia Jaussaud incontrando Sylvain l'ultimo dei cugini di Vivian.
Non si sa molto di Vivian, fintanto che nel 1951 torna definitivamente negli USA, dove inizia a lavorare in fabbrica come operaia, a New York.
Questo tipo di vita non si adatta al temperamento di Vivian che preferisce essere più libera, stare all'aperto o in luoghi più salubri e ricavare del tempo per la sua passione: la fotografia. Vivian Maier decide così di trovarsi un lavoro come bambinaia.
Nel 1952 acquista una Rolleiflex 6X6 ed il suo stile inizia a prendere forma, Vivian si interessa ad un genere fotografico che oggi chiameremmo Street photography, scegliendo di focalizzare la sua attenzione sulla gente comune che vive alla periferia della città e su soggetti poco appariscenti che solitamente vengono trascurati dai reporter delle grandi riviste.
Il 1956 è l'anno in cui si sposta a Chicago per prendersi cura dei tre figli della famiglia Gensburgs, inizia per lei un periodo particolarmente felice in quanto, oltre ad andare molto d'accordo con i suoi datori di lavoro ed i bambini, ha anche a disposizione la comodità di un suo bagno personale che trasforma in camera oscura.

Nel 2007, John Maloof, un agente immobiliare di Chicago, acquistò ad un asta di oggetti conservati in deposito in qualche magazzino, una scatola di negativi contenenti delle immagini di Chicago. Prendendo visione di queste fotografie, John comprese che in realtà non erano il tipo di immagini di vedute storiche della città che egli stava cercando, però capì di trovarsi di fronte a qualcosa di speciale. Decise così di procurarsi tutto quello che riusciva a trovare di chi aveva scattato queste immagini e ricomprò del materiale anche da coloro che si erano aggiudicati altri lotti all'asta.
In quell'anno Vivian Maier era ancora in vita, ma Maloof, pur cercandola, non riuscì a trovare traccia di lei, anche perché lei spesso si attribuiva nomi di fantasia e non aveva più avuto contatti con i suoi familiari.
Vivian Maier non si legò mai ad alcun uomo, era sola ed aveva difficoltà economiche che non le permettevano di disporre di uno spazio sufficiente a conservare con sé tutto il suo archivio e l'infinità d'oggetti d'ogni tipo che amava collezionare. Negli ultimi anni della sua vita, sono stati quelli che erano i tre ragazzi che accudiva per famiglia Gensburgs a pagare la retta della sua stanza in affitto, proprio per l'affetto che legava queste persone alla loro ex-bambinaia.
Nell'inverno del 2008, Vivian Maier scivola su una lastra di ghiaccio durante una delle sue passeggiate, batte la testa e vede aggravarsi le sue condizioni di salute.
Viene ricoverata in un ospizio, ma il 21 aprile 2009 muore prima che John Maloof possa conoscerla e farsi raccontare direttamente da lei la sua storia.
John che proseguiva le ricerche su Vivian anche su internet, un giorno trova un trafiletto che parla della morte dell'anziana donna e da lì poi riesce a mettersi in contatto con le persone che hanno conosciuto la fotografa, decidendo di raccontarne la storia prima in un blog e, recentemente, in un film documentario molto bello che consiglio vivamente a tutti di vedere.

Tra le tante cose strane di questa storia, è strano che siano stati conservati i negativi che solitamente sono una delle prime cose che vengono buttate da chi ritrova questo materiale, così come è strano che siano stati conservati anche i rulli esposti e non sviluppati; è strano che una persona come John Maloof si sia appassionato a questo materiale ed abbia avuto la competenza per attribuirgli un valore artistico, oltre che storico; è strano che qualcuno l'abbia ascoltato ed è strano che lui stesso abbia avuto la professionalità per girare come regista e come cinematographer un film piuttosto ben fatto e toccante che quest'anno ha vinto il Premio John Schlesinger al 25° Palm Springs Film Festival. E' strano anche che in Italia in pochi si siano adoperati per ospitare una mostra di Vivian Maier. Io stesso, non essendo riuscito a recarmi a Brescia alla Galleria dell'Incisione nel 2012, ho pensato di recarmi in Svizzera, a Chiasso, per vedere le stampe di queste immagini esposte alla Galleria Cons Arc.

La Galleria Cons Arc


La Mostra
Le fotografie esposte alla Cons Arc di Daniela e Guido Giudici provengono dalla collezione Jeffrey Goldstein di Chicago che con più di 15000 negativi, una trentina di filmati 8mm, un migliaio di stampe e diverse diapositive a colori è un altro importante collezionista dell'opera di Vivian Maier.
Arrivando a Chiasso e parlando con i curatori della mostra, ho capito subito che le cose non sono come si pensava all'inizio. Quando s'iniziava a parlare del fenomeno della bambinaia che per circa 40 anni ha documentato la vita per le strade di New York e Chicago, sembrava che la Maier fosse una specie di mostro venuto dal nulla, ma in realtà Vivian è sempre stata una grande appassionata di cinema, di fotografia ed un'avida lettrice di libri e notizie che riguardavano il suo tempo. Sono state trovate anche degli scritti di alcune sue recensioni di film che lasciano pensare che lei le abbia pubblicate su qualche giornale.

Pur scendendo da un'Isotta Fraschini degli anni '20 questa fotografia di Gloria Swanson è stata scattata nel 1965 nei pressi di Chicago. 
Stampa ai sali d'argento virata al selenio cm. 30,5X30,5 Tiratura 15 copie Valore 2200 US$
The Jeffrey Goldstein Collection

Daniela e Guido Giudici hanno già organizzato una mostra di Vivian Maier a Chiasso presso lo Spazio Officina; mentre in quella occasione venivano presentate 100 fotografia, scelte su 300 fotografie che fanno parte della Collezione Jeffrey Goldstein, nella piccola galleria Cons Arc hanno esposto 32 fotografie appese alle pareti, più 20 stampe in portfolio. 
Le fotografie sono in vendita a prezzi che variano dai 2200 ai 2800 US$.
Si stima che il valore di queste opere dovrebbe crescere a breve, in quanto la presentazione del film ha suscitato nuovo interesse per questa autrice ed un po' in tutta Europa si stanno preparando nuove esposizioni per far vedere e vendere le fotografie di Vivian Maier.

Three boys in car 1955; Three girls on stoop 1968; Young girl sleeping in car 1968
The Jeffrey Goldstein Collection

Anche se è impossibile affermarlo con certezza, sembra che Vivian Maier abbia stampato poco durante la sua vita, fin'ora è stato ritrovato uno scarso numero di fotografie vintage, peraltro di scarsa qualità. Si pensa che queste fotografie le fossero richieste dai bambini che accudiva.

Chicago Family, Transit bus 1965
The Jeffrey Goldstein Collection

Dagli anni anni '80, probabilmente a seguito di una sua condizione economica piuttosto instabile, gran parte dei rulli che Vivian esponeva non venivano più sviluppati, ma soltanto accatastati in scatole che poi sono state ritrovate. Chi è entrato poi in possesso di tutto questo materiale fotografico, ha provveduto a farlo sviluppare, archiviare e selezionarlo per pubblicazioni ed esposizioni.
Fotografare qualcosa che poi non si visiona nemmeno è un comportamento strano che non ha comunque distolto Vivian Maier dal fotografare, proprio come se questo comportamento fosse diventato per lei una vera mania, o uno scopo di vita.

Chicago Two shirts hanging 1967
The Jeffrey Goldstein Collection

Molti altri fotografi sono stati scoperti in tarda età o dopo la morte, vale la pena di ricordare John Ernest Joseph Bellocq (1873 – 1949), un altro americano, d'origine francese che si dedicò a documentare le prostitute di Storyville, il quartiere a luci rosse di New Orleans.
Anche Eugène Atget (1857 - 1927) che non conobbe grande successo in vita, dopo morto venne molto apprezzato a livello mondiale per il valore della sua opera che documenta una Parigi ormai scomparsa.
Potrei continuare una lunga lista di fotografi riscoperti, ognuno di loro ha una interessante storia da raccontare, mi limiterò a citare un altro fenomeno recente, quello di Miroslav Tichy, del quale forse avremo la possibilità di vedere le sue immagini esposte alla Cons Arc, o a Chiasso, grazie ad un collezionista locale. Spero proprio che sarà così perché anche per Tichy non ci sono state molte possibilità di conoscere il suo genio.

Couple in wind 1967-1968
The Jeffrey Goldstein Collection

La piccola sala della Cons Arc dove sono esposte le foto provenienti dalla Jeffrey Goldstein Collection di Chicago.

Altre fotografe del passato da conoscere sono la polacca Stefania Gurdowa e l'italiana Leonilda Prato, entrambe furono attive all'inizio del XX secolo e rappresentarono un raro esempio di donne che si dedicarono alla fotografia, imprimendo una loro visione femminile ed un modo personale di ritrarre i propri soggetti.

Una fotografia tratta dal portfolio che fa parte della mostra.


Vivian Maier: out of the shadows e Vivian Maier: street photographer, sono i due libri pubblicati rispettivamente dalla Jeffrey Golstein Collection e da John Maloof che presentano l'autrice partendo dalle immagini dei propri archivi.


Vivian Maier è un'autrice importante, pur non avendo ancora avuto accesso nei musei americani di fotografia, la sua opera ha addirittura anticipato il lavoro di altri autori, si pensi per esempio a Cindy Sherman, o ad altri fotografi dei quali ricorda lo stile o gli interessi. Tra questi ultimi mi vengono in mente Helen Lewitt, Walker Evans, Diane Arbus, Henri Cartier-Bresson ma molte altre immagini della Maier riconducono casualmente a fotografie di tanti altri autori molto conosciuti e forse è anche per questo che Vivian Dorothea Maier è riuscita ad uscire dall'anonimato per entrare nella storia della fotografia. 
Certo, il fatto che praticamente non esistano sue stampe vintage di qualità e dimensioni importanti, limita l'entusiasmo di molti collezionisti che possono soltanto comprare stampe attuali realizzate da due diversi laboratori, a seconda dell'archivio che possiede i negativi, seguendo lo stile ed i gusti degli anni '50  e '60. 
Lo sguardo sulla seconda metà del XX secolo e la testimonianza di quel periodo, visto attraverso gli occhi di una persona qualunque rimangono e ci riportano a fissare nel tempo degli elementi e dei soggetti oggi non più individuabili, regalandoci la visione di una società che ormai sembra lontanissima.
Personalmente, dubito molto del fatto che esistano ben 150.000 negativi impressionati dalla fotografa franco-americana in circa 40 anni perché questo significherebbe scattare 10 rulli di pellicola al giorno. Probabilmente 150.000 sono gli scatti totali che comunque sono un considerevole numero di fotografie. Su una mole di 150.000 negativi, qualcosa di buono sarebbe uscito anche solo per un calcolo delle probabilità, sarà interessante, col tempo veder emergere altre immagini selezionate dagli archivi che gestiscono l'opera di questa autrice. Tony Graffio




domenica 15 giugno 2014

Un piccolo suggerimento a Henrik Hakonsson di Phase One

Henrik Hakonsson
Henrik Hakonsson Amministratore Delegato di Phase One
Henrik Håkonsson CEO of Phase One

Phaese One è un'azienda danese che si occupa di fotografia digitale di medio formato da ormai diversi anni, nel 2009 acquisì una buona porzione del mercato di questo settore incorporando l'azienda giapponese Mamiya che era uno dei maggiori produttori mondiali di fotocamere professionali e ottica di precisione. Da quel momento Phase One, in collaborazione con Mamiya ha iniziato a sviluppare una fotocamera digitale che si integrava in un sistema modulare aperto a varie ottiche ed a dorsi digitali di grande qualità. 
Leaf che nel 1991 fu il primo produttore di dorsi dotati di sensori di medio formato, è anch'essa una divisione di Phase One.
Phase One, fino allo scorso 18 febbraio era un azienda posseduta dagli stessi uomini che lavoravano per questo marchio, situazione finanziaria che si era conservata in questo assetto negli ultimi 8 anni, ma che adesso è in mano ad una società britannica, la Silverfleet Capital, che ha comprato il 60% del pacchetto azionario di Phase One, mantenendo alla guida della società Henrik Hakonsson. 


Phase One 645 DF plus 


In occasione dell'evento collegato alla presentazione di Land Scape di David LaChapelle, a Milano, ho avuto la possibilità d'incontrare anche l'Amministratore Delegato del gruppo Phase One e fargli qualche domanda.
Innanzitutto posso dire che Henrik non è il tipico presidente un po' triste in completo blu e cravatta cui siamo abituati a vedere dalle nostre parti, ma un uomo simpatico ed alla mano che terminato l'evento, ho visto personalmente aiutare i suoi collaboratori a smontare il materiale di scena nel Central Point del Superstudio. 
Naturalmente, Hakonsson è anche una persona molto competente che ha stabilito la filosofia della società e l'ha portata ad avere circa la metà del mercato di questo settore con vendite di circa 3000-5000 pezzi, a seconda di come risponde annualmente il mercato.
L'anno migliore per Phase One è stato il 2012, ma con i nuovi prodotti che adottano sensori molto attesi come i CMOS forniti da Sony, c'è da credere che le vendite potrebbero incrementarsi nuovamente.
Lo stesso sensore Sony è stato montato anche da un nuovo modello di fotocamera di medio formato della concorrenza che ha aggiunto al suo prodotto la possibilità di effettuare registrazioni in video in HD e timelapse in 4K.
Io sono molto interessato a poter registrare il segnale video da un sensore di medio formato, così ho chiesto a Henrik Hakonsson se anche Phase One stia valutando d'aggiungere questa modalità ai suoi futuri prodotti e, se nel caso dovesse prendere questa decisione, si potrebbe pensare anche ad un'uscita dove poter attingere ad un segnale video non compresso. 
Aggiungere una soluzione del genere ai dorsi del Gruppo Phase One farebbe aumentare le vendite in maniera esponenziale, inglobando anche gli utenti del mercato video, ma Mister Phase One ha detto che la sua azienda non è interessata ad accrescere troppo le vendite, perciò non ci sono da aspettarsi grosse sorprese in questo campo.
Probabilmente, il metodo di lavoro di Phase One che prevede la costruzione manuale di ogni pezzo prodotto, siano fotocamere, dorsi o ottiche, non permetterebbe d'incrementare significativamente la produzione e poi c'è sempre da considerare il fatto che utilizzando parti molto importanti comprate da fornitori esterni, può essere che Phase One debba sottostare ad accordi particolari che ne limitano le scelte.
E' anche vero però che un'azienda relativamente piccola può modificare abbastanza velocemente le proprie scelte tecniche e commerciali, soprattutto quando interagisce con altri partner che si muovono in collaborazione con Phase One per trovare le soluzioni migliori ai problemi che si propongono quotidianamente ai fotografi. Ultimamente da Schneider sono arrivati 4 nuovi obiettivi ad otturatore centrale che allargano la gamma delle ottiche utilizzabili dal sistema Phase One/Mamiya Leaf ed altre collaborazioni sono studiate per i sistemi d'illuminazione a flash, insieme a Profoto. Non bisogna poi dimenticare il software di elaborazione di file Raw marchiato Capure One Pro che ultimamente inizia a farsi valere come valida alternativa ad altri software molto utilizzati.
Personalmente, trovo i prodotti Phase One/Mamiya Leaf molto ben fatti, e pensati; una caratteristica del management di questo gruppo all'apice della fotografia di alta qualità è quella d'avere un ottimo dialogo con il cliente le cui esigenze vengono ascoltate e valutate per bene, pertanto spero d'aver in qualche modo stimolato una risposta nell'aggiornamento tecnico di quello che è effettivamente possibile ottenere con i nuovi sensori CMOS. Il live view, il touch screen e la connessione wireless sono già state adottate dai nuovi dorsi IQ2, perché non rendere possibile anche la registrazione video in HD? O aggiungere un'uscita video non compressa? O poter registrare video in 4K? 
Sarebbe anche utile poter registrare timelapse in 4K. 
Io vorrei insistere nel chiedere a Henrik Hakonsson (e magari anche agli azionisti di Silverfleet Capital), di introdurre nuove modalità d'impiego per i nuovi sensori che potrebbero essere utilizzati anche per registrare video in 4K, magari dotando i dorsi con almeno un'uscita HD SDI non compressa. Capisco che ogni prodotto di questo intraprendente Gruppo britannico/danese è fatto a mano in Danimarca ed ha un costo adeguato a queste scelte, ma sicuramente aggiungere importanti modalità d'utilizzo a questi prodotti, conferirebbe un grosso valore a ciò che si acquista e invoglierebbe tantissimi professionisti a staccare più volentieri un assegno piuttosto considerevole. Tony Graffio


A quando la registrazione di filmati e l'uscita HD non compressa?
When could we buy a digital back recording 4K video and having a HD SDI uncompressed port?

English text:
A little tip to Henrik Håkonsson CEO of Phase One

Phaese One is a Danish company that deals with digital medium format photography for several years, in 2009 they acquired a good portion of the market by incorporating Mamiya a Japanese company that was one of the world's leading manufacturers of professional cameras and optics. Since it started the collaboration with Mamiya, Phase One begun to develop a digital camera that was integrated into a modular system open to various lens and digital backs.
Leaf, that in 1991 was the first manufacturer of digital backs with a medium format sensors, is also a division of Phase One.
Phase One, until last February 18 was a company owned by the same men who worked for this brand, this was the financial situation that was stored in this structure over the past 8 years, but now the Phase One Group is in the hands of a British company, the Silverfleet Capital, who has bought 60% of the stake, keeping at the head of the company Henrik Håkonsson.
At the event related to the presentation of Land Scape by David LaChapelle, in Milan, I had the chance to meet the CEO of the Phase One Group, so I asked him some questions.
First of all, I can say that Henrik is not the typical president, a bit sad, wearing blue suit and tie which we usually see here in Italy, but a very friendly nice man.
At the end of the event, I have seen him personally helping the employees to disassemble the prop in the Central Point of Superstudio.
Of course, Håkonsson is also a very competent person who established the philosophy of the company and has led it to be about half of the market in this sector with sales of about 3000-5000 pieces, depending on how the market responds annually.
The best year for Phase One was 2012, but with new products that use highly anticipated as the CMOS sensors are supplied by Sony, it is to believe that sales could increasing again.
The same Sony sensor was also mounted by a new Pentax of medium-format that has added to its product the ability to record video in HD and 4K timelapse.
I am very interested in being able to record the video signal from a medium format sensor camera, so I asked Henrik Håkonsson if Phase One is considering adding this mode in its future products and, if the case were to make this decision, you may also think about an exit where you can tap into an uncompressed video signal.
Adding such solution to the Phase One backs the Group's sales would increase exponentially, also incorporating users in the video market, but Mister Phase One said that his company is not interested in increasing sales too much, so there will be not to expect big surprises in this field.
Probably, the method of work of Phase One that involves the manual construction for each piece, camera, back or lense, would not significantly increase the production of, and then there is always to consider the fact that by using very important parts you buy from external suppliers, it may be that Phase One should be subject to special agreements which limit the choices.
It 'also true that a relatively small company can change quite rapidly their technical and commercial choices, particularly when it interacts with other partners that move in conjunction with Phase One to find the best solutions to the problems that are proposed for photographers on a daily basis. Lately Schneider designed 4 new lens with a central shutter that widen the range of the optical system used by the Phase One / Mamiya Leaf. Other collaborations are designed for flash lighting systems, along with Profoto.
Not forgetting the software processing Raw files marked capure One Pro 7 that recently began to assert itself as a viable alternative to other widely used software.
Personally, I find the products Phase One/Mamiya Leaf very well made, and thought; a feature of the management of this group at the peak of high-quality photography it is to have a good dialogue with the customer whose needs are heard and valued for good, so I hope to have somehow stimulated a response in technical updating than it is actually possible to achieve with the new CMOS sensors. The live view, the touch screen and wireless connection have already been adopted by the new IQ2 backs, why not make it possible to record video in HD? Or add uncompressed video output? Or record video directly in 4K?
It would also be useful to record timelapse 4K.
I would like to insist in asking Henrik Håkonsson (and perhaps also to the shareholders of Silverfleet Capital), to introduce new methods of use for the new sensors that could be used to record video in 4K, perhaps also by providing the backs with at least one output HD SDI uncompressed. I understand that every product of this enterprising British/Danish group is handmade in Denmark and has an appropriate cost due to these choices, but definitely adding important ways to use these products, would give a big value in what you buy and would make many new professinals much happier to spend their money. Tony Graffio

mercoledì 11 giugno 2014

David LaChapelle tra arte e fotografia

David La Chapelle al Superstudio Milano
David LaChapelle al Superstudio fotografato da Tony Graffio

La sera del 6 giugno, al Superstudio di via Forcella, a Milano, Phase One ha organizzato un incontro con David LaChapelle, un artista che sarebbe riduttivo definire fotografo.
All'evento erano presenti più di 200 invitati che hanno avuto la possibilità di sentire l'artista parlare della sua storia, della sua visione del mondo ed illustrare alcune sue fotografie recenti che egli ritiene particolarmente significative nel suo percorso espressivo.
David LaChapelle è nato a Hartford, una cittadina del Connecticut a oltre 100 miglia da New York, l'11 marzo 1963. Durante la sua adolescenza ha frequentato scuole pubbliche dove è stato preso di mira dai bulletti locali che lo infastidivano per il suo orientamento personale; probabilmente, anche a causa di questi fatti, poco più che quindicenne David scappa di casa per recarsi a New York, sentirsi più libero d'essere se stesso, frequentare lo Studio 54, dove lavorava come cameriere.
In seguito, studia arte in North Carolina e poi si sposta ancora a New York per proseguire i suoi studi artistici presso la School of Visual Arts, dove apprende il linguaggio e le tecniche della fotografia.
Proprio grazie ad alcune fotografie in bianco e nero che ritraevano i suoi compagni di scuola, David, appena 17 enne, viene notato da una galleria d'arte dove inizierà ad esporre i suoi lavori. Una serie di situazioni particolarmente favorevoli, gli fanno conoscere Andy Warhol che apprezzando lo stile del giovane LaChapelle gli permette d'iniziare a pubblicare i suoi scatti per "Interview Magazine"rivista fondata nel 1969 da Andy Warhol che si occupa di far conoscere artisti, musicisti, creativi e nuovi pensatori.David LaChapelle viene poi contattato per realizzare fotografie commerciali e di moda per le più importanti riviste americane ed internazionali. Queste attività contribuiscono a conferirgli una fama mondiale che lo pone tra i più grandi fotografi di sempre.
Lo stile di David LaChapelle è profondamente influenzato dalla Pop Art, ma al tempo stesso, viene considerato un po' barocco, sia per la stravaganza delle sue opere, sia per la quantità di elementi e dettagli presenti nei suoi soggetti.
E' stato forse il primo autore che ha mostrato esplicitamente un amore omosessuale in una campagna pubblicitaria; era il 1995, si trattava di una fotografia in cui due marinai che sembrano appena sbarcati da una nave finita la guerra, si baciavano reclamizzando una nota marca vicentina di Jeans.

Kissing Sailors - David LaChapelle 1995

LaChapelle, oltre che fotografo commerciale e ritrattista di personaggi famosi, è un regista di videoclip musicali, film documentari e di spot pubblicitari, ha ottenuto ottimi risultati in ogni settore in cui s'è cimentato.
Nel 2005 l'ambiente della moda inizia a lasciarlo un po' perplesso e per esprimere questa suo disagio scatta delle fotografie nelle quali delle modelle riccamente vestite posano davanti ad ambienti che sembrano essere stati distrutti da qualche catastrofe naturale.
Tre mesi dopo, l'Uragano Katrina colpirà le coste della Louisiana e del Mississipi inondando molte città, tra le quali New Orleans. In quel momento LaChapelle ed i suoi editori si pongono la domanda se quelle fotografie debbano essere pubblicate, o meno.

Hurricane - David LaChapelle 2005

Dopo 26 anni di una carriera  molto intensa e di successo, l'ambiente consumistico della fotografia commerciale porta David LaChapelle ad una fuga dalla civiltà. David si rifugia a Maui, alle Hawaii, in una casa in mezzo alla foresta, dove poter vivere a contatto con la natura in maniera autosufficiente e sostenibile, con i pannelli fotovoltaici sul tetto, le capre e le galline in giardino, coltivando personalmente il proprio orto. 
David sente d'aver dato tutto quello che poteva dare alla fotografia pubblicitaria e di moda, in più, si trova di fronte al paradosso che con il proprio apporto artistico e comunicativo egli contribuisce a far vendere maggiormente i prodotti di un mondo che continua a proporre stili di vita non più sostenibili.
La tranquillità nel paradiso terrestre di Maui non dura molto.
David viene contattato telefonicamente da un amico che lo porta a conoscenza del fatto che un gallerista d'arte lo sta cercando per proporgli di produrre opere in libertà, da poter vendere poi attraverso il circuito del mercati dell'arte.
David sente d'avere una nuova possibilità importante per tornare ad occuparsi di progetti personali che gli permettano di veicolare un nuovo messaggio; ripensa alle parole d'incoraggiamento che tanti anni prima Andy Warhol gli aveva detto e capisce che può incamminarsi verso una nuova strada.
"Non ci sono limiti a ciò che si può fare e bisogna non far caso alle critiche che si possono ricevere durante il proprio percorso artistico"
Lo stesso Warhol subì feroci attacchi durante la sua vita, ma poi, col tempo, nessuno ebbe più dubbi sul valore delle sue opere.


Deluge - David LaChapelle 2007

La prima immagine che David LaChapelle produsse per il suo ritorno alla fotografia artistica fu un'opera molto ricercata che s'ispirava alla Cappella Sistina di Michelangelo, non limitandosi a darne una nuova visione iconografica, ma proponendo anche un nuovo contenuto. Mentre Michelangelo ci narra della creazione del mondo, LaChapelle ce ne illustra la distruzione.
Conoscendo bene l'ambiente di Las Vegas, pieno di negozi e di merce pregiata di cui fanno incetta gli amanti di griffe e abiti di pregio, David volle raccontare di un mondo in grave crisi che si preparava ad essere spazzato via da un ennesimo diluvio universale.
Sullo sfondo di personaggi neoclassici, scelti accuratamente in un casting molto selettivo, David ci mostra la decadenza di un mondo che ha provocato grandi danni ambientali, come il cambiamento climatico che ha prodotto l'onda che sommergerà l'umanità intera. In questo ultimo disperato momento in cui tutti sanno che dovranno soccombere, gli esseri umani ritrovano la loro umanità cercando di aiutarsi gli uni con gli altri. In questo terribile momento non ci sono conflitti, ma amore ed empatia; pur avendo fatto una critica molto dura alla società attuale LaChapelle la assolve dai suoi mali, convinto che messo di fronte al dramma finale l'uomo sia in grado di riscattare se stesso.
Questa immagine ha richiesto sei mesi di preparazione, intesa soprattutto come studio degli elementi scenici, progettazione formale, scelta dei modelli e ricerche effettuate con viaggi a Roma per osservare dal vero il capolavoro Michelangiolesco. Altri sei mesi sono stati necessari per lavorare in studio ed in post-produzione al perfezionamento dell'opera. Lo scatto in sé non ha richiesto molto tempo, ma la meticolosità dell'autore richiedeva una grande attenzione ad ogni aspetto della fase produttiva che portasse ad un risultato magistrale.

Rape of Africa - David LaChapelle 2009

Ancora nel voler citare gli artisti del Rinascimento italiano, David LaChapelle guarda alla Venere e a Marte di Sandro Botticelli per comporre un'immagine classica rivista in chiave moderna.
Lo sfruttamento dei paesi ricchi ai danni del continente africano ha provocato danni che non sono solo d'origine economica. Le guerre, gli abusi sessuali, la situazione sanitaria, il disfacimento del tessuto familiare e sociale hanno impoverito i popoli africani che si ritrovano a combattere con dei soldati-bambini che, nel quadro moderno, hanno soppiantato i piccoli satiri dipinti da Botticelli.
Naomi Campbell interpreta in tutto il suo splendore una Venere nera discinta e disponibile ai voleri di un uomo bianco che non può essere risvegliato e riportato ad uno stato di coscienza, neppure attraverso le grida di chi soffre.


Self portrait as House - David LaChapelle 2013

Negli anni successivi, David LaChapelle prosegue con la sue rappresentazioni simbolica della realtà; nel caso di "Autoritratto come una casa" l'artista presenta lo spaccato di una casa monofamiliare le cui stanze sono da interpretare come le stanze della sua mente, delle sue abitudini, dei suoi difetti e delle proprie azioni. 



Gas Stations - David LaChapelle 2013

La serie di fotografie intitolata: "Gas Stations" è una celebrazione alla civiltà industriale ed all'energia che ha permesso all'umanità di svilupparsi, viaggiare e proliferare in maniera esponenziale.

"Non c'è individuo sul pianeta, di qualsiasi ceto sociale o di qualunque credo religioso che non si rechi al tempio della pompa di benzina per celebrare il culto del petrolio". Questo è il parere di David LaChapelle; anch'egli sceglie di rendere omaggio a questi sacrari del combustibile con il suo lavoro fotografico.
Solo 50 anni fa, la popolazione mondiale ammontava a 3,5 miliardi di abitanti, mentre adesso è raddoppiata, passando a circa 7 miliardi di individui.
E' probabile che verso la fine di questo secolo la popolazione possa aumentare a 10 o 14 miliardi di esseri umani, un numero impressionante di persone che dovranno disporre in modo più razionale delle materie prime e delle risorse del pianeta, in modo che ognuna di queste persone possa condurre un'esistenza dignitosa, altrimenti  gli equilibri sul pianeta potrebbero portare a guerre diffuse o situazioni tali da non garantire un futuro al pianeta.
Le fotografie sono state scattate di notte, in esterni, collocando modellini costruiti appositamente a questo scopo in ambienti naturali che contrastassero con l'elemento raffinato che viene erogato in queste stazioni.
I tempi d'esposizione di questi scatti erano intorno ai 10 secondi, ma nonostante questo, le immagini sono prive di disturbi, crazy pixel o altri inconvenienti che possano danneggiare la qualità dell'immagine, in quanto sono state usate le migliori fotocamere disponibili sul mercato dell'attuale tecnologia elettronica.


Land Scape - David LaChapelle 2014

Questa fotografie che fanno parte della serie 
Land Scape, proseguono idealmente la celebrazione della civiltà petrolifera illustrando le strutture industriali attraverso le quali viene prodotta la benzina. LaChapelle s'è affidato agli esperti modellisti di Hollywood per realizzare delle maquette di raffinerie composte da elementi plastici di uso comune come bicchieri, cannucce piegate, imbuti, bottiglie, tubi, lattine di bevande, contenitori d'alluminio per la cottura di tacchini natalizi, elementi di cartone e via di seguito. Il tutto è stato dipinto, rivestito di carta colorata e addobbato con luci a led e trasportato nel Joshua Tree National Park, nel Sud Est della California dove le piattaforme sono state fotografate sia di notte, alla luce del crepuscolo e di torce a led, sia di giorno con un bel cielo blu intenso ed il vapore che fuoriusciva da tubicini infilati nelle ciminiere in miniatura. Luce naturale di taglio e qualche colpo di flash per rischiarare la scena e scurire un poco il cielo. Per la serie delle "Gas Stations" le inquadrature davano molto spazio alla giungla, mentre le raffinerie riempiono quasi completamente il fotogramma lasciando un po' di spazio solo per il cielo che, nonostante possa sembrare disegnato su un blue-mattè stato veramente fotografato sul posto.

"Il mio scopo è catturare l'attenzione della gente con un immagine per il tempo necessario a farne capire il significato." David LaChapelle


Phase One 645 DF

I perché di una scelta tecnica
Intervistato sulle ragioni che lo hanno portato alla scelta di una fotocamera come Phase One, David LaChapelle è stato molto chiaro, affermando che questo sistema modulare di medio formato è il migliore strumento di cui possa disporre attualmente un fotografo molto esigente.
David ha sofferto il passaggio dalla fotografia chimica alla fotografia digitale, lui era riuscito a padroneggiare le varie fasi produttive, ha passato 6 anni in camera oscura per la stampa del bianco e nero ed altri 6 anni per la stampa del colore, parlando scherzosamente di questi 12 anni come del suo periodo oscuro. 
Come tantissimi altri fotografi, David ha visto cambiare profondamente la tecnica con l'avvento del digitale che, inizialmente, non lo soddisfaceva a causa di una certa lentezza operativa e di risultati non confacenti alle proprie aspettative.
Per motivi legati alla maggior economicità di gestione e al minor inquinamento prodotto dalla tecnica digitale, nel giro di poco tempo la fotografia digitale si afferma come il sistema che impone a tutti un nuovo mercato fotografico.
David LaChapelle s'affida ai propri assistenti per avere un consiglio su come migliorare i risultati che vuole ottenere e la risposta che riceve è quella che se vuole ottenere risultati migliori deve scegliere di passare al miglior prodotto disponibile, ovvero: Phase One.
Phase One, grazie anche ad un software come Capture One Pro 7, può collegare il dorso digitale della fotocamera, tramite dei cavi, ad un computer e a degli schermi di grande formato che permettono di valutare con la massima precisione la composizione dell'inquadratura ed il risultato ottenuto dopo lo scatto. Phase One/Mamiya Leaf, a differenza di tutte le fotocamere non di medio formato e della maggior parte di fotocamere che lavorano a 14 bit, registra una grande ricchezza di sfumature di colore a 16 bit che già contribuiscono a fare la differenza con qualsiasi altro tipo di immagine.
L'assenza di grana, o disturbi, in esposizioni lunghe, la possibilità d'intervenire in maniera ottimale nella riduzione del rumore, nella correzione del colore, nelle regolazioni locali, un sistema di ripristino delle zone di luce difficile che può introdurre un high dynamic range anche in immagini esposte normalmente, sono altri fattori che contribuiscono a migliorare l'immagine finale. Senza parlare del fatto che un dorso come il Phase One IQ280 produce un'immagine da 80 Megapixel che rende ogni altra immagine realizzata con una definizione inferiore completamente incomparabile alla qualità di Phase One.
Per una più completa presentazione dei prodotti offerti da Phase One e per conoscere meglio la filosofia di questo marchio, ho deciso di parlare direttamente con il CEO dell'azienda, Henrik Hakonsson. Tony Graffio

L'uomo nascosto nel muro

In via Tortona, qualche disegnatore ha scorto il volto di un uomo nascosto in un muro e lo ha fatto emergere con l'uso di una matita.
Molti artisti, anche in passato, aiutavano la loro ispirazione trasformando macchie sui muri o sulla carta in personaggi ben definiti.
Sono contento di potervi illustrare questa abitudine con un esempio molto chiaro di un contrasto presente sulla materia, servita da supporto al ritratto di un uomo che sembra provenire dai primi anni del secolo scorso.  Proprio per questo motivo, il nostro imperscrutabile personaggio sembra un fantasma materializzatosi alla vista dei passanti.
Il grandissimo Leonardo da Vinci fu tra coloro che si lasciarono condurre dal chiaroscuro presente nella struttura del supporto adoperato ed arrivò addirittura a teorizzare l'uso di queste macchie nei suoi scritti.

Volto di uomo nato da una macchia su un muro di marmo

Firma di Penso

Dettaglio del viso dell'uomo di marmo

Fotografato con JVC GC FN1

lunedì 2 giugno 2014

Esperimento Golem

Da Green Utopia, alla Fabbrica del Vapore, durante il periodo del Salone del Mobile, il collettivo Geologika dei Pirati ha dato luogo ad un esperimento segreto molto rischioso per dar vita ad un uomo di fango.
Soltanto adesso ho deciso di illustrarvi ciò che ho visto perché non volevo interferire con la riuscita di un progetto molto delicato.

La Proprietà Pirata è stata messa tutta sottosopra per attrezzare le officine che si sono dedicate completamente ad un esperimento molto ambizioso che potrebbe rivoluzionare il mondo del lavoro e le forze in gioco sui campi di battaglia, creando eserciti di servi e di soldati totalmente obbedienti e molto efficienti.

I graffiti dipinti sui muri della Proprietà Pirata non erano altro che i piani di nuove forme umanoidi alle quali ispirarsi e dalle quali poter evocare un'energia esoterica che potesse generare nuova vita artificiale.

Certi progetti sono stati immediatamente abbandonati...

Mentre in altri già si scorgeva la materia che s'apprestava ad essere plasmata.

Le scimmie ci indicano come possa verificarsi la trasmissione della conoscenza anche senza il DNA necessario al processo d'instillazione dell'energia vitale,

ma non bisogna dimenticare che la potentissima simbologia della kabbalah non può essere mostrata per nessun motivo, pertanto sappiate che quello che state osservando potrebbe essere solo un diversivo per non farvi conoscere i veri misteri della spiritualità esoterica ebraica. E poi, dubito fortemente che i Pirati abbiano attinto a queste forme di sapere nascosto.

Demoni imprigionati in disegni colorati si disperano, quasi già sapessero che l'esperimento è giunto a conclusione ed i Pirati sono finalmente riusciti a depredarli di segreti millenari.

Belzebù in persona è stato relegato nella lavanderia del laboratorio alchemico, chissà se la dama in preghiera e l'angelo sulla testa del diavolo rosso riusciranno a controllarlo ancora per qualche tempo.

Pirati irresponsabili agiscono nei più diversi campi della scienza per arrivare a risultati che possono sconvolgere l'universo.

Mani che cercano di contenere l'atomo e forse l'antimateria, cosa ci attende per il futuro? Cos'altro s'apprestano a combinare in questa comunità di pazzi sconsiderati?

Nuove cappelle stanno per essere costruite sul territorio, il disegno è molto chiaro, cercheranno di catturare anche l'energia sessuale.

Il fuoco del drago diffonde demoni orribili...

che si fondono con le entità presenti nei venti; da tutti costoro emergono i segreti che porteranno alla nascita del Golem.


Le ninfe mutanti dei boschi osservano tutto con attenzione.

Qui mi sembra di riconoscere Dracula, tenuto a bada da un essere delle nevi.

La stanza del bambino è già pronta


e decorata con animali di suo gradimento.

Anche il suo magazzino personale è già pieno di oggetti che potranno servirgli, oppure che potrà divertirsi a ricostruire. C'è molto affetto nei confronti di quello che sarà il primo uomo di fango a rivivere dopo secoli.

Per cuocerlo, è stata usata un'intera stanza come forno.

Ed infine, eccolo, qualcosa iniziava a muoversi sotto gli occhi di un guardiano mostruoso.

IL GOLEM!
La creazione non spontanea. L'uomo senza anima è stato reso vivente senza il volere di Dio, cosa potrà accadere adesso nel mondo della rettificazione?

N.B.
Ciò che è stato descritto in questa pagina è solo il frutto delle idee fantasiose di Tony Graffio: si esclude che presso la P.P. sia effettivamente stato insufflato un alito vitale dentro un uomo di fango, ma ciò non significa che la cosa non possa effettivamente avvenire laddove venga seguito il perfetto rituale. 
Tony Graffio sconsiglia di provare a realizzare Golem casalinghi e non si assume responsabilità di nessun tipo se codesti esseri dovessero sfuggire dal controllo dei loro creatori.





domenica 1 giugno 2014

Ritorno al castello di Zak

Nonostante il luogo sia davvero spaventoso e mi fossi ripromesso di non rischiare la sorte nel Castello di Zak, conosciuto anche come la dimora di Zakula, ho voluto tornare una terza volta in questo sito pazzesco per scattare ancora qualche fotografia che completi la mia illustrazione dei graffiti e dell'ambiente.

Gli scatti risalgono al mese di aprile scorso. Questo è un disegno di Tilf.

Tornando sul posto ad un orario in cui certe pareti risultavano più soleggiate, i disegni hanno potuto risaltare meglio ed anche i loro colori sono più accesi.

Inoltre ho potuto andare sul tetto, dove ci sono interessanti disegni molto visibili anche da lontano.


Purtroppo, mi sono dimenticato di riprendere nel dettaglio una delle scimmie di Tenia che campeggiano su un cubo posto sul tetto di fronte al  salone dei ricevimenti del castello vero e proprio.

L'architettura industriale ha sempre su di me un certo fascino, enfatizzato dalla prorompente energia della natura che si apre spazi ovunque.

Come vi dicevo, il luogo, oltre ad essere terrificante di per sé, è anche popolato da esseri mostruosi che nelle notti senza Luna escono dai muri ed assumono un corpo fisico.

Col Minotauro non si scherza nemmeno di giorno.


Questi disegni risalgono al 2012.

Un furgone scassato sul quale Tenia ha dipinto un volto a due facce che va osservato con la giusta prospettiva, in modo da far coincidere il naso per vedere la donna viva o il tuo teschio.

Ancora un paio di panoramiche nel cortile del castello.

Entrando dalla scala si può andare nel palazzo disabitato per salire poi sul tetto.


Un pauroso teschio che sembra essere diventato un portacenere con al suo interno qualcosa dotato di tentacoli sembra volerci avvisare che presenza ancor più terrificanti ci attenderanno più in alto.
Sarà vero? O si tratta soltanto degli incubi di Tenia?

Scritte di varie epoche s'incrociano a vari livelli.

Altre entità orribili disegnate da Tenia.


Un vano montacarichi aperto che si affaccia senza protezioni su un abisso nel quale è meglio non cadere.

Clown poco rassicuranti...

Teste di morto e fantasmi...


Entità intrappolate nei muri interni...

Staffe di sostegno per torture sulle finestre...

La morte si muove con tutti i mezzi in aria, terra e mare accompagnata dai compagni più strani.

Finalmente sul tetto! 
Anche da qui si può vedere il furgone rovesciato con il volto disegnato diviso in due parti: la vita e la morte.


Su tutto dominano le scimmie di Tenia che meditano sul significato dell'illusorietà della vita.

Panoramica del tetto.


Bella l'idea del mare di fango.


Io non mi fiderei molto di questi clown.

Non c'è più traccia di uffici, né d'attività industriali.


Il golf rovesciato.


Sono tornato per vedere meglio questi disegni col sole.


Ho rifotografato meglio anche questi disegni di Canemorto che avrete già visto su questa pagina.

Tutti gli artisti lasciano dei lavori dedicati al Signore del Castello che è il vero mecenate di coloro che vengono ospitati in questa dimora fuori dal tempo e dallo spazio.

Ali abbandonate del Castello, chissà se verranno ristrutturate.

Il Bambino-montone sembra un personaggio mitologico, come il Minotauro.

Un disegno di Pesca.

C'è sempre fermento nel Castello di Zak.