domenica 25 settembre 2016

Passione Vinilica (Mini-inchiesta nel mondo del collezionismo dei dischi a microsolco)

Novegro Expo Vinile
Caterina Caselli, Donatella Rettore, Little Tony, Mina, Carmen Villani, Giorgio Gaber, musica italiana degli anni '60, anni '70, anni '80, Rock, Jazz, Funky, Punk, Hardcore italiano e pezzi rarissimi. Alla fiera del Vinile di Novegro si trova di tutto.

"Il prodotto audio o visivo è potentissimo. Il desiderio dei popoli dei paesi al di là della Cortina di Ferro di condividere la cultura e lo stile di vita europeo, e soprattutto la passione sfrenata per i Beatles, hanno contribuito pesantemente nel processo di sgretolamento dell'Unione Sovietica e dell'ideologia comunista." TG

W il Vinile
Ultimamente, sia tra coloro che hanno fatto uso dei dischi analogici tradizionali e tra gli audiofili nati dopo l'avvento del Compact Disc, s'è risvegliato un discreto interesse per la ricerca e l'ascolto dei vecchi dischi a 33 e a 45 giri.
Non si tratta tanto di snobismo verso forme di tecnologie più recenti, ma di una passione per un oggetto che a chi ha vissuto l'epoca del giradischi riporta alla memoria i bei tempi andati, mentre ai più giovani fa apprezzare la bellezza di un supporto di formato più grande sul quale spesso venivano realizzati dei veri capolavori di grafica. Adesso, molti gruppi musicali scelgono di accompagnare i file digitali ad un'edizione vinilica dell'ultima fatica creativa, perché avere tra le mani un oggetto-feticcio è pur sempre una bella soddisfazione per tutti e porta il fruitore del prodotto musicale a sacralizzare il momento dell'ascolto, dando più valore al lavoro degli artisti. Ci sono anche gruppi post-punk o di altri generi più attuali che decidono di stampare un Long Playng tradizionale in una tiratura che può andare dalle 100 alle 500 copie. Per ragioni di contenimento dei prezzi ed estetiche, anziché alla stampa tipografica della copertina ricorrono poi alla stampa serigrafica impreziosendo ulteriormente un prodotto di nicchia facendolo diventare una piccola opera d'arte in serie limitata che in poco tempo può trasformarsi in oggetto di culto e da collezione. Non solo per la rarità del pezzo, ma anche per le tecniche utilizzate, i colori e le scelte grafiche. In alcuni casi il disco stesso viene serigrafato su un solo lato, o viene accompagnato da gadget come magliette, sempre serigrafate a mano, o da altri mezzi che veicolano il marchio della band o del disco.
Questo però è un discorso molto vasto e particolare, non semplice da sviluppare in poche righe ed in un contesto che già è abbastanza ampio, come quello del disco di vinile e delle cerchie di collezionisti che operano in questo settore. Ho iniziato da qualche mese a contattare laboratori artistici di serigrafia per capire che possibilità offrano a chi è interessato a proporre un prodotto artistico e culturale unico, ma in questa pagina mi limiterò a raccontarvi che cos'è un disco di PVC e perché suscita tanto interesse nei collezionisti.


Guido Crapanzano Love in Portofino
Guido Crapanzano, classe 1938 è ancora un uomo d'oro. Nel 1965 ha aperto i concerti italiani dei Beatles che diventati suoi amici lo andarono a trovare anche in Grecia dove aveva un'attività turistica, mentre più recentemente è diventato un esperto di monete preziose e finanza. Un suo EP del 1959 può valere 60 euro.

La seconda fiera più importante d'Europa
Vinilmania, a Novegro, è stata per anni la fiera del disco più importante d'Europa, qui si ritrovavano collezionisti, appassionati, deejay, negozianti, venditori occasionali e maniaci provenienti un po' dappertutto. Milano è stata per anni la capitale dell'industria discografica italiana, pertanto non stupisce che ancora oggi nei dintorni di questa città ci sia chi è in grado di produrre gli ultimi dischi di vinile per un numero di clienti che spesso devono mettersi in attesa per mesi, prima di poter veder realizzato il loro  sogno a 33 giri.
Lo scorso maggio, sono andato a Novegro Vinile Expo, l'appuntamento fieristico organizzato da Comis Lombardia che ha preso il posto di Vinilmania, per parlare con Sina, responsabile dell'evento, con gli appassionati ed i commercianti storici del settore. Da soli due anni (2015 e 2016) Comis Lombardia sta tenendo in piedi la passione degli espositori e dei visitatori di Novegro Expo Vinile. Nell'ultima edizione, gli espositori sono aumentati di numero arrivando a 130 presenze. Alcuni espositori arrivano dall'Austria, dalla Germania, dal Regno Unito, dalla Svizzera e dalla Francia. Nella prossima edizione prevista per il 22 e 23 ottobre 2016 saranno attesi un maggior numero di espositori provenienti anche da altre nazioni. Lo scambio con l'estero è molto proficuo perché ci sono canzoni che non interessano gli italiani, ma vendono all'estero e vice versa. L'evento è proposto in tre edizioni all'anno: febbraio, maggio e ottobre su un area di circa 3000 metri quadrati. Lo stand base più piccolo ha un costo di 210 euro, Iva compresa per i due giorni dell'esposizione.

Chi sono i collezionisti e che cosa cercano
Chi viene a questa fiera non lo fa soltanto per la musica, ma anche per trovare un oggetto particolare; molti dischi, in realtà non verranno neppure estratti dalla copertina per preservarli dai graffi e dal consumo dei solchi.
Spesso, chi viene in fiera ricerca dischi non facilmente reperibili come quelli dei vecchi cantanti italiani che hanno pubblicato all'estero, cosa che colloca questi visitatori tra i collezionisti puri, ma ci sono anche altri tip di pubblico, come coloro che si definiscono dei "raccoglitori", più che dei collezionisti. 
Il collezionista tende ad accaparrarsi tutto quello che fa parte della produzione, variazioni di copertine, e dei memorabilia dei propri beniamini; mentre il cosiddetto "raccoglitore" è colui che forse ama maggiormente la musica e ricerca le esecuzioni migliori, sempre limitando il proprio campo d'azione ad un determinato tipo di suono o filone artistico. C'è chi si concentra intorno ad un determinato periodo, come potrebbe essere quello dei primi anni d'esordio di un cantante molto noto che può perfino cambiare stile per il fatto che l'arrangiatore (produttore musicale) viene sostituito. Qualcuno, per esempio, che ascoltava Gianni Morandi quando Morricone ne curava gli arrangiamenti, non segue più il cantante in questione, una volta che l'arrangiatore lascia la RCA. Il collezionista puro invece non guarda queste importanti sottigliezze e una volta che si dedica ad un certo nome compra tutto quello che riguarda quell'autore. 
Ovviamente, anche per motivi di contenimento della spesa economica, molti cercano di delimitare il loro raggio d'azione dandosi delle tematiche o dei periodi storici ben precisi da seguire. Le annate d'oro della produzione discografia italiana vanno  dal 1963 al 1967 ed è questo un momento preso a riferimento da molti appassionati. Oltre alle melodie ed agli arrangiamenti, nel corso degli anni cambiano anche le ritmiche. Un periodo molto fecondo per gli autori delle colonne sonore si è avuto verso la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70, anni in cui c'è stata forse la miglior produzione musicale strumentale.
Alcuni collezionisti si dedicano soltanto ad un tipo di genere musicale o ad uno specifico filone d'interesse che può riguardare un artista, le orchestre, le grafiche, o altri fattori capaci di stuzzicarne la fantasia e la smania di possesso. C'è chi si preoccupa già adesso per la propria forma d'investimento e parla con gli standisti presenti a Novegro per tastare il polso al mercato o provare a farsi rassicurare sulle proprie piccole o grandi follie economiche. Chi ha speso una vita a comprare dischi in perfette condizioni, con una spesa media di 20 euro per i 45 giri, si preoccupa che al momento di cedere l'intera collezione potrebbe essere difficile trovare l'appassionato che condivide al 100% le proprie pazzie e soprattutto i propri gusti.

Silvano Mattei cantante
Se tu Bambina - Silvano Mattei - Durium

Sento parlare di Silvano Mattei, un cantante italiano a me sconosciuto che suscita l'entusiasmo di Andrea, un collezionista romano che ha appena comprato un suo 45 giri. Mi confermano che Silvano Mattei, suonando per una certa etichetta discografica (Durium) e con una buona orchestra, pur non avendo lasciato grandi tracce di sé doveva essere un artista di valore, proprio perché aveva avuto a che fare con nomi ed etichette di prestigio del panorama discografico italiano. 


Ragazzi D'agosto Silvano Mattei cantante
Silvano Mattei - Ragazzi d'agosto

Molti appassionati ragionano in questi termini e raccolgono pezzi interessanti, riscoprendo autori e interpreti di un passato che sembra essersi perduto nei meandri di dimensioni parallele rimaste inesplorate ai più. Bisogna conoscere quello a cui ci si accosta e per poterlo fare, ci vuole esperienza e colpo d'occhio; anche se può essere divertente anche effettuare degli acquisti al buio, lasciandosi ispirare da nomi già conosciuti o anche soltanto dalla grafica di una copertina. Tra questi personaggi che frequentano mercatini e fiere in giro per l'Italia o l'Europa chi possiede 2000 dischi è quasi soltanto un neofita. Esistono etichette poco conosciute e poco ricercate, come la Sibilla Records, mentre per quelle più prestigiose lavoravano i grandi direttori d'orchestra, come Ennio Morricone (RCA), Gianni Ferrio, Stelvio Cipriani, Piero Umiliani, Piero Piccioni, Gianfranco Monaldi (alla CGD), o Ezio Leoni e Giulio Libano (alla Jolly) e Luis Bacalov (Cam Jazz), nomi che il mondo intero conosce ed apprezza a scatola chiusa. L'arrangiamento musicale fatto ad arte è un altro punto di forza molto apprezzato dal fine conoscitore dei brani originali e dei direttori d'orchestra, spesso le parole non contano di fronte al virtuosismo di saper trovare soluzioni divertenti a canzonette basiche nella struttura dei testi. L'ingegno musicale si può manifestare in modi modi ed i grandi arrangiatori degli anni '60 e '70 sapevano trasformare un brano qualunque in un successo commerciale sulla bocca di tutti. Oggi, naturalmente, non ci sono più questi geni (Non dimentichiamo che Morricone ha arrangiato "Abbronzatissima"che di per sé non era certo un capolavoro..., mentre il grande Maestro romano ha saputo inventare il crescendo dell'orchestra, il colpo di voce di Edoardo Vianello, sul fucile e gli occhiali), non ci sono più le orchestre e non ci sono più nemmeno i dischi, per questo il vero intenditore di musica guarda al passato per poter continuare a coltivare la propria passione.


Un noto collezionista bresciano

I dischi degli autori più famosi, o delle cover sono stati ristampati anche in CD, mentre i cantanti meno noti o le versioni più particolari di un'esecuzioni sono ancora adesso stampate solo su vinile e fruibili solo su questo tipo di supporto. La qualità dell'impianto di riproduzione era relativa, anche in considerazione del fatto che molte registrazioni erano mono. Le condizioni di conservazione del disco e della copertina sono molto importanti per il valore commerciale dei pezzi collezionati, l'intenditore, generalmente predilige i dischi in condizioni Mint (come nuovo) o Excellent. Il collezionista, non deve essere un metodico, ma un curioso che spesso è attirato anche da quello che non conosce per il piacere, o l'azzardo, di poter scoprire qualcosa di nuovo e di valore.

I più ricercati
Lucio Battisti ha venduto decine di milioni di dischi, ma i suoi primi due singoli sono rari e valgono sui 2000 euro.
Un suo autografo vale intorno ai 1200-1300 euro. Battisti è sempre stato avaro nel concedere interviste ed autografi. Insieme ai Beatles è tra gli autori più collezionati anche perché al momento di rivendere una collezione è facile riprendere i propri soldi e trarne forse anche un guadagno.
I Beatles hanno un grandissimo numero di estimatori e sono ancora oggi una delle band più amate di sempre; è normale che i collezionisti facciano pazzie per i pezzi più rari e significativi dei Fab Four


Il disco del Natale del 1965 dei Beatles

Maurizio di Muggiò ha 52 anni ed è appassionato dei Beatles da 40; è riuscito a trovare il disco di Natale del 1965 e me lo mostra con orgoglio perché in Italia ce ne sono pochi. Ha dovuto cannibalizzare due dischi per ottenerne uno in ottime condizioni, prendendo la copertina perfetta e la lettera da una copia ed il disco da un'altra. Resto abbastanza sorpreso di vedere come a distanza di più di 50 anni si riesca a trovare qualcosa ancora semi-nuovo. Un pezzo del genere può valere anche intorno ai 1500 euro, del resto si sa che ne sono stampati soltanto 1000 copie.


Un'altra rarità della Apple

Il collezionista non si accontenta di avere tutto, spesso possiede più copie dello stesso disco perché se poi desidera fare degli scambi o ascoltare i brani senza toccare i dischi perfetti evitando così di consumare o sgualcire i pezzi più preziosi. Con un po' di tristezza nella voce, Maurizio mi confessa che ormai non frequenta molto i ritrovi, le fiere e i musei perché ormai è arrivato alla fine della sua collezione: non ha più nulla da desiderare o da ricercare, ha tutto, tranne qualcosa che può comparire all'improvviso con qualche errore di stampa. Un altro collezionista mi conferma che una volta qualcuno ha pubblicato un disco con un errore veramente grave, anziché scrivere John Lennon aveva scritto Jack Lennon... Per avere quel disco con il nome errato bisogna sborsare sui 500 euro. 


Maurizio è un tecnico del suono con la passione per i Beatles

Scopro che a Maurizio mancano ancora due album di prima stampa dei Beatles, pertanto ogni tanto frequenta ancora Novegro ed altre fiere dove può incontrare collezionisti e venditori. Finalmente, prima di salutarmi, il mio interlocutore ammette che quasi quasi gli dispiacerebbe trovare quello che gli manca. Ultima curiosità: la confezione da piazzare nell'espositore del negozio, completa di buco e nastrino verde.


Un disco dei Beatle + altri 3 della Apple da esporre in negozio tramite un paio di forellini nella confezione

Analogico o digitale?
Come sorpresa finale Maurizio mi dice che è un tecnico del suono professionista, così gli chiedo se lui preferisca l'audio digitale o quello analogico, visto che ha lavorato con entrambe le apparecchiature. Naturalmente, mi conferma che il CD ha una qualità superiore al disco di vinile, ma se a qualcuno piace il suono del vinile, con tutti i sui difetti, c'è poco da fare, anche se dopo qualche ascolto la dinamica del disco cambia ed entrano dei rumori indesiderati. Insomma, la caratteristica del suono analogico è data dal suo difetto di riproduzione, pur essendo gradevole all'ascolto. Il nastro poi si comporta in maniera ancora diversa, rispetto al vinile. L'analogico ha una banda passante limitata dai vari passaggi delle lavorazioni; alte e basse frequenze vengono limate per esigenze di prolungare la vita dei cutter (le punte che incidono il vinile) e contenere le spese di produzione. L'analogico è un suono che riporta all'infanzia o alla giovinezza l'ascoltatore che ha vissuto i bei vecchi tempi analogici e dà la soddisfazione di avere qualcosa da rigirare tra le mani e da guardare. 


François con uno dei suoi dischi preferiti. "Please warm my Weiner" degli Hokum con copertina realizzata da Robert Crumb può valere molto.

Il commerciante francese
François viene da Parigi, ha 61 anni e faceva il professore di letteratura francese, ha iniziato ad appassionarsi ai dischi di vinile nel 1997 cercando la musica che gli piaceva, fino a raccogliere un gran numero di dischi e a decidere di diventare un venditore. Prima ascoltava CD, in seguito si è dedicato al vinile, ma precisa che lui è uno dei pochi presenti a non essere un collezionista. Ascolta musica tutto il giorno, ma non tiene niente per se stesso. E' un amante della musica, non un amate dell'oggetto. Anche lui mi conferma che molti collezionisti non ascoltano nemmeno i propri dischi e li conservano sigillati, praticamente nuovi al 100%. François non vende un disco se prima non l'ha ascoltato. Ascolta di tutto, ma predilige il jazz, John Coltrane e la musica classica indiana. E' interessante vedere quante tipologie di appassionati si possano incontrare in questi posti. Milano era la prima fiera in Europa in questo settore, ma negli ultimi tempi la fiera di Utrecht in Olanda è diventata più prestigiosa e garantisce un maggiore giro d'affari. Prima di accomiatarsi mi consiglia un sito molto completo dove poter trovare informazioni e dischi da acquistare, si chiama:  discogs.com


Italo Gnocchi

L'ex discografico
Italo Gnocchi ha 64 anni, vive a Peschiera Borromeo e fino a 5 anni fa aveva una sua etichetta discografica che si chiamava On Sale Music e produceva CD di rarità di gruppi italiani degli anni '60 e primi anni '70. Ha sempre avuto la mania del vinile, i suoi artisti preferiti, neanche a farlo apposta, sono Lucio Battisti ed i Beatles. Ha circa 25000 dischi nella sua collezione e come molti altri vende soltanto i doppioni o i titoli che non lo interessano davvero.


Tanta musica italiana a Vinile Expo vinile e poca musica classica

Organizza mostre in tutta Italia di dischi, manifesti, fotografie ed altri memorabilia. Da quando è in pensione si diverte a partecipare a qualche fiera del disco e collabora come consulente per chi lo interpella. Per Sorrisi e Canzoni TV ha lavorato alla pubblicazione dei CD di Battisti, per la Sar ha preparato 4 CD del Rock & Roll italiano, mi conferma che il collezionista di dischi di vinile è un personaggio abbastanza folle perché è capace di spendere un mucchio di soldi anche in momenti non molto buoni, economicamente parlando. Il collezionista è un fanatico capace di scambiare 50 dischi buoni con un disco che interessa solo a lui. 
Internet ha avuto uno strano effetto sul mercato del collezionismo perché ha portato gente con poche competenze a chiedere somme assurde per dischi molto comuni e viceversa ha portato altre persone a disfarsi per pochi soldi di dischi di pregio. Nelle fiere è più facile incontrare persone competenti e veramente appassionate del settore musicale che trattano, vendono, acquistano e parlano amichevolmente. 


Le canzoni dei Barbapapà cantate da Orietta Berti e Claudio Lippi

Resto abbastanza stupito nel vedere su un banchetto di un venditore un LP con la copertina gialla con l'immagine dei Barbapapà a 60 euro. Chiedo delucidazioni a Italo che mi spiega che se i brani sono interpretati da Roberto Vecchioni il disco è ricercato dagli adulti, mentre se è un'altra versione, un prezzo più equo sarebbe intorno ai 30 euro. Tra le colonne sonore dei cartoni animati giapponesi anni '70 ci sono dischi che valgono perfino 250 euro, tipo Yattaman e sono ricercati da 40 - 45enni che si ricordano di quando sentivano le sigle dei loro personaggi preferiti. Non si tratta di un tipo di collezione musicalmente molto significativa, ma affettivamente, anche quella ha un senso. Un po' come ci sono altre persone che collezionano le copertine dei dischi fatte solo da un certo disegnatore: ci sono tanti motivi che ti spingono a collezionare qualcosa, un po' come accade nel mondo dei fumetti. I dischi interessanti ormai hanno intorno ai 50 anni, è vero che sono delicati, ma se sono tenuti bene i dischi sono eterni.


C'è chi spera sempre di trovare qualcosa di nuovo tra le bancarelle dei 45 giri esposti a Novegro

L'aneddoto
In passato, Italo Gnocchi collaborando per una trasmissione di rai due di Michele Bovi ha conosciuto la giornalista Franca Borasio quando lei era già gravemente malata. Franca aveva intervistato Jimi Hendrix a Roma nel 1968 ed aveva un suo autografo. Quando Franca è mancata, la figlia ha avvisato Italo che era diventato molto amico della donna, invitandolo a cercare l'autografo di Hendrix in mezzo ai libri e permettendogli di portare via i dischi che gli interessavano, ma Italo ha rifiutato questa offerta perché non ha avuto il coraggio di frugare tra le cose personali di una persona che non c'era più. Tra le altre interviste fatte da Franca Borasio ce n'era anche una fatta a Battisti che è stata poi ritrovata da Italo in un vecchio numero di "Bolero".


 Pronto chi sparla di Franca Borasio 
(Articolo che fa parte della collezione di Italo Gnocchi)

Lucio Battisti vincitore del Festivalbar del 1969 e Romina Power vincitrice del Disco Verde. Italo Gnocchi, oltre a quella dalla quale ha tratto queste immagini, ha altre 500 riviste che parlano di Lucio Battisti e anche l'autografo.

L'intervista a Lucio Battisti di Franca Borasio è una delle rare interviste concesse dal cantante di Poggio Bustone

L'esibizionista
Tra i tanti collezionisti c'è anche l'esibizionista, colui che compra di tutto a poco prezzo, solo per mostrare agli altri di avere tanti dischi. Non è il vero collezionista, ma è una tipologia di maniaco che esiste e contribuisce comunque a diffondere la passione per il vinile.


I Goblin, un gruppo di rock progressivo anni '70 hanno avuto una grande fama in Italia per aver scritto le musiche per alcuni film di Dario Argento e per altri registi amanti del genere Horror.

Le ristampe
Ultimamente molti dischi vengono ristampati, sia perché gli originali sono rari, come ad esempio i primissimi 45 giri di Franco Battiato su etichetta Jolly che possono valere anche 500 euro, sia perché qualcuno vuole ancora ascoltarli. La ristampa può costare 15 o 20 euro; di recente sono stati ripubblicati anche i Goblin con Profondo Rosso e altre colonne sonore, non si tratta di dischi rari, però evidentemente vedere dei dischi nuovi fiammanti sugli scaffali spinge qualcuno a comprarli e magari a collezionarli, perché non a tutti piace l'usato. Anche se ormai praticamente tutto è stato stampato anche in CD. Capita che la maggior parte della gente ascolti la musica in CD e poi collezioni il Vinile. Molti che temono di danneggiare il disco, lo ascoltano una volta riversandolo su CD e poi ascoltano la copia digitale con i difetti dell'analogico. Effettivamente questo mondo del collezionismo è molto particolare...

Come suona il vinile
Molti sono giustamente convinti che l'analogico suoni diversamente dal digitale, ma c'è anche chi dice che in realtà non sia così e tutto dipende da come  viene regolato l'impianto stereo e da che tipo di impianto di riproduzione sonora viene utilizzato. Vero, moltissimo però dipende anche dal tipo di registrazione che è stata fatta e dal fatto che in certi casi, quando si voleva procedere un po' troppo speditamente nelle varie lavorazioni, non si riusciva ad estrarre un suono sufficientemente valido per i CD da un master analogico. C'è anche da dire che i vecchi LP erano fatti molto bene, avevano un peso di almeno 180 grammi ed uno spessore superiore alle ristampe prodotte ai nostri giorni, cosa che permetteva di effettuare un'incisione più profonda nel vinile e di avere una dinamica superiore. Ciò significa che avendo la possibilità di trovare un LP vintage in ottime condizioni, è preferibile ascoltare questo tipo di disco rispetto ad un vinile più "fresco" di produzione relativamente economica.
Bisogna poi ricordarsi che la registrazione digitale introduce una compressione innaturale nella riproduzione del suono e forse per questo il vinile, nonostante una dinamica inferiore al digitale, sembra che suoni meglio. 
Il dischetto d'argento ha una dinamica teorica registrabile intorno ai 90 dB, mentre il disco in vinile, nei solchi esterni, quelli più favorevoli, ha una dinamica intorno ai 65 dB. I produttori moderni tuttavia non riescono a trasferire tutte le informazioni sul vinile, soprattutto partendo da un master dell'epoca, strutturato e confezionato per un disco in vinile con tutti i suoi limiti. 
All'epoca d'oro di questa pratica, quando il sistema raggiunse lo stato dell'arte, il trasferimento del segnale audio avveniva in modo più soddisfacente. Basta fare un confronto nell'ascolto di un disco vintage ed un disco moderno per rendersene conto. L'industria discografica, con l'avvento del CD ha migliorato molto il supporto, meno la distorsione, il rumore e gli altri difetti; la scarsa capacità della componente umana, che si è perduta a causa della facilità di gestire i mezzi moderni, ha spesso prodotto musica incisa dal timbro duro ed innaturale, frequentemente metallico.
Naturalmente, i moderni impianti di riproduzione a 24 bit offrono un campionamento sufficientemente ampio, in grado di riprodurre quasi per intero la curva dell'onda sonora, o comunque in grado di soddisfare più che ampiamente anche i palati più raffinati. In molti casi è più importante la condizione psicoacustica con cui si ascolta un brano in modo soggettivo che tutti i vari passaggi del sistema produttivo e riproduttivo. Ognuno di noi ha il suo modo di sentire, le sue abitudini, gusti e sentimenti propri che possono metterci in condizione di gradire maggiormente un tipo di sonorità che magari ricorda un ambiente familiare rispetto ad un altra onda sonora che ci arriva in modo insolito.
Insomma, ogni caso va valutato attentamente e sì, ci possono essere dischi vinilici di qualità superiore a CD "fatti male", ma normalmente il suono digitale dovrebbe essere molto più pulito del suono analogico. Anche qui però, bisogna ricordarsi che il genere musicale che si ascolta ha la sua dannata importanza. Nella musica rock, per esempio, si ricercano effetti e sonorità di chitarre distorte che vanno completamente contro l'idea del suono pulito, eppure piacciono... Al contrario, nella musica classica il suono deve essere cristallino ed il grande numero di strumenti presenti nell'orchestra permettono d'apprezzare maggiormente le dinamiche sonore, i crescendo e rende importante riuscire a distinguere da che strumento arriva un determinato suono.

Leggenda metropolitana sui costi di produzione
C'è chi dice che costi meno stampare un vinile che un CD; altri pensano che i costi siano pressoché uguali. La ristampa dovrebbe comunque costare meno, ma c'è poi chi la compra? E per la copertina è vero che quella grande costa di più?

Il 45 giri
Quasi tutte le band ed i cantanti hanno esordito con i dischi a 45 giri; sono molto rari i casi di chi ha esordito con il 33 giri a lunga durata (LP), è nel 7 pollici che si concentra il potenziale primigenio dell'artista.

Extended Play / Disco Mix
C'è un mercato anche per gli EP, mentre il Disco Mix è più un disco usa e getta perché veniva usato in discoteca per qualche mese, poi passava di moda e diventava difficile da riproporre. Ci sono Mix da pochi euro all'interno dei quali ci possono però essere dei brani che hanno fatto la storia degli anni '80 ed in quel caso il valore cresce. La qualità era molto buona, anche per via della maggior velocità di rotazione del disco, ma ovviamente molto dipendeva dalla qualità della stampa e del master.

I generi musicali più richiesti
Anche la musica è soggetta alle mode in determinati momenti storici, ma gli artisti migliori sono sempre richiesti. Ci sono collezionisti appassionati del beat che suonano in gruppi rock stile anni '60, altri che cercano tutti i dischi dei cantautori oppure collezionano colonne sonore che di per sé contengono un po' tutti i generi, dallo shake, al lento, allo strumentale. La Febbre del Sabato Sera è un disco molto apprezzato e completamente ballabile, ma è un disco relativamente recente, del 1977.
Nelle case private ormai si trova ben poco, i dischi più interessanti sono in qualche negozio che chiude che ha ancora qualcosa in magazzino oppure in casa di qualche giornalista perché una volta ai giornalisti venivano regalati molti dischi per promozione e per scrivere le recensioni. Questi sono i luoghi dove chi tratta dischi riesce a fare i suoi colpi migliori, perché i dischi che si possono trovare nei mercatini delle pulci sono generalmente in condizioni pessime. Recentemente anche Radio France ha messo in vendita all'asta 8000 dischi dai suoi sterminati archivi, ma non si sa bene in che condizioni, perché a detta di chi ha già provato a ritirare dei lotti dalle radio, i dischi che vengono utilizzati per le trasmissioni sono spesso usurati, segnati, scritti e numerati.

Il rock progressivo italiano
Il primo gruppo di progressive rock italiano è nato in provincia di Varese da alcuni ragazzi che frequentavano la Scuola Europea in quanto i loro genitori lavoravano all'Euratom di Ispra: i dischi degli Analogy raggiungono quotazione che vanno dai 3000 ai 5000 euro. Anche i Jet, come gli Analogy, pur non avendo avuto molto successo perché all'epoca il pubblico non aveva ancora il gusto per il rock progressivo, oggi sono gruppi molto apprezzati e di conseguenza sono stati ristampati i loro dischi anche in paesi molto lontani, come il Giappone. I giapponesi, già 25 anni fa venivano in Italia, compravano dischi di rock progressivo italiano, li portavano in Giappone dove, abusivamente, ristampavano questo genere musicale vendendo questi dischi anche in Italia. I giapponesi erano capaci di rimasterizzare un disco che presentava difetti o imperfezioni, migliorandolo in ogni parte.


Italo e Federico Maria Gnocchi, quando la passione per la musica si trasmette da padre in figlio

Il Punk
Mi rivolgo ad un altro collezionista più giovane, si tratta di Federico Gnocchi, figlio di Italo, che mi dice di non essere interessato alle ristampe serigrafate, ma di acquistare soltanto i formati originali pubblicati tra il 1977 ed il 1979 (periodo d'oro della "Summer of Hate" che ha contagiato anche Finlandia e Jugoslavia) in cui compaiono i brani delle band minori europee. Inoltre, Federico è un grande estimatore anche dei 45 giri. Qualche esempio: gli svedesi del P.F. Commando, i Rude Kids, i finlandesi Kolla Kestää, gli jugoslavi Paraf, Pekinška Patka, mi cita anche un gruppo francese sconosciuto che hanno registrato un solo singolo che era una vera bomba. 
Tutti questi gruppi, quando andava bene, pubblicavano un migliaio di dischi al massimo che poi distribuivano principalmente tramite qualche lista di negozio privata (mail order, se possiamo dire così), oppure durante i concerti, se ne facevano... Oggi, in Italia, trovare dischi di questi gruppi secondari del Punk è quasi impossibile. Negli ultimi anni, grazie al web, al passaparola ed alle fiere, qualche informazione in più si riesce a reperire, ma non molto. Negli anni '80 invece, la scena dell'Hardcore italiano riesce a produrre dischi molto significativi a livello internazionale, come i piemontesi Indigesti, i Negazione o i Crash Box e i Wretched di Milano e tanti altri. Si tratta di band tutte autoprodotte che oggi sono diventate, giustamente, band di culto. I dischi degli anni '70 possono raggiungere quotazioni superiori ai 1000 euro, proprio perché ai nostri giorni vengono ricercati da moltissime persone, ma i quantitativi esistenti sono molto esigui.

I negozi storici di Milano

Zabrinskie Point, Mariposa, Buscemi, Il Discomane, Transex, Metropolis, quanti di questi luoghi di aggregazione per gli appassionati oggi sono ancora in attività? TG

Tony Graffio intervista il collezionista Marco Pacci


Marco Pacci (Il collezionista archeologo) con uno dei suoi dischi preferiti


Tony Graffio: Ciao Marco, raccontami qualcosa di te.

Marco Pacci: Sono un collezionista, fin da quando ero ragazzo, prima mi sono occupato di rock progressivo perché quella era la musica della nostra generazione, poi sono passato al jazz, poi mi sono occupato un po' di tutti i generi musicali. Infine, ho affinato lo spirito e la mentalità collezionistica ed ho deciso d'occuparmi prevalentemente di jazz europeo perché è una parte della musica che amo che sento che appartiene al mio modo di essere ed alla mia cultura.

TG: Vieni da Firenze?

MP: Sì, da Firenze.

TG: La tua è un'attività o una passione?

MP: E' una passione, la musica ha sempre accompagnato la mia vita. Adesso che sono quasi arrivato alla sessantina sento la necessità di divulgare il bagaglio d'esperienze che ho fatto e diffondere la cultura musicale. Conduco una trasmissione musicale intitolata: “Il collezionista” su un'emittente radiofonica locale che si chiama Contro Radio. Metto in onda brani jazz, funky e di musica latina che sono delle perle rare di generi che fanno parte di tanti anni della mia attività di ricerca. Oltre a questo aspetto divulgativo, vivo i momenti della fiera, non solo per vendere qualche doppione, ma anche per conoscere persone e frequentare un mondo di appassionati con cui scambio idee e opinioni. In questo modo riesco anche a consigliare e suggerire qualcosa ai più giovani, perché le nostre idee, se non vengono trasmesse a qualcuno, poi se ne vanno insieme a noi. Dopo anni di collezionismo “underground” rinchiuso nelle mie stanze, ho deciso di uscire allo scoperto e farmi conoscere.

TG: Questa passione e queste conoscenze si riescono a trasmettere?

MP: Ci provo. Diciamo che un grosso stimolo mi è arrivato da Jazz Perspective, una rivista giapponese che viene pubblicata due volte all'anno. Mi hanno chiesto d'intervistarmi perché loro sentono grossi collezionisti a livello mondiale ed hanno capito che io sono in possesso di pezzi molto importanti. Sono rimasto colpito da questa opportunità che mi ha fatto conoscere anche in estremo Oriente. Da lì poi sono partiti altri contatti con tutta una serie di persone che hanno iniziato a scrivermi per i motivi più diversi. C'è chi vuole vendermi dischi, chi li vuole comprare o chi semplicemente mi vuole conoscere. Molti appassionati li ho conosciuti anche grazie a internet.

TG: Il mondo di internet è misterioso ed ha mille sfaccettature, magari uno pensa di non essere tanto conosciuto, invece poi scopre che milioni di persone nel mondo leggono quello che scrive e lo seguono in quello che propone...

MP: Esatto, questa è un po' una sorpresa perché le persone non si manifestano subito, ma una volta che capiscono chi sei hanno un'immagine della tua persona e un'idea della tua esperienza; poi inizia ad arrivare qualcuno che ti dice: mi hanno detto che tu hai, o conosci, o che tu... E' un po' un tam tam che ti dà la possibilità d'essere rintracciato e contattato per qualsiasi cosa, se tu hai voglia d'esporti. Naturalmente devi frequentare anche la gente, essere presente alle convention e alle fiere, se tu stai barricato in casa e non esci mai è difficile creare nuovi rapporti.

Marco Pacci nel suo stand di Novegro prende il suo disco preferito da una parete per mostrarmelo meglio

TG: A quanti pezzi ammonta la tua collezione?

MP: Grosso modo, posseggo circa 15000 Long Playng, ho eliminato tutte le ristampe, ho i dischi americani originali, ho quasi tutto il jazz italiano ed una discreta fetta di jazz europeo. Poi, ho 19700 dischi a 78 giri che ho raccolto dal 1989 ad oggi attraverso una ricerca parallela che ho fatto per indagare nel jazz europeo anteguerra. Molto di questo materiale a 78 giri non è poi stato pubblicato come LP; inoltre ho anche dischi di jazz italiano che molti ignorano che esista. Anch'io da ragazzo credevo che il jazz fosse nato con Basso e Valdambrini, in realtà in Italia s'è suonato jazz in diverso stile fino dalla metà degli anni '20 e dagli inizi degli anni '30. E' lì che mi sono appassionato di questa ricerca “archeologica”, perché io fondamentalmente nasco come archeologo. Avendo fatto studi d'archeologia, ho portato i miei metodi di ricerca scientifica in campo musicale.

TG: Che cos'è questo "It's Morrissey Man!" dei Morrissey Quartet?

MP: E' uno dei miei dischi preferiti, è un disco di jazz modale della seconda metà degli anni '60, è una stampa inglese di un'etichetta storica (Fontana). E' un disco molto ricercato che a me piace molto. Quando lo trovo lo compro e lo ripropongo senza indugio a qualche intenditore. Questo poi ha una bellissima copertina ed è tenuto molto bene, vale proprio la pena di comprarlo.

TG: Di che anno è?

MP: Credo sia del 1965.

TG: Quanto vale?

MP: Io lo vendo a 220 euro.

TG: I 78 giri allora avranno un grosso valore...

MP: Dipende, non tutti. Per quello che riguarda il jazz italiano uscito alla fine degli anni '40 ed all'inizio anni '50 ci sono molti dischi che non sono stati ristampati in LP, quelli sì hanno un bel valore. Costituiscono la parte storica della mia collezione in Vinile e non basta avere i soldi per poterla acquistare perché quelli sono dischi molto difficili da reperire. Io sono conosciuto per essere sempre interessato a queste cose pertanto, ogni tanto, qualcuno mi chiama e mi propone un disco introvabile.

TG: Quei dischi non li vendi?

MP: No. Fortunatamente, ho qualche doppione che destino a qualche amico che ho indirizzato un po' sulla via di questo collezionismo storico. Anche se da questo punto di vista dovrei parlare più di discepoli che di amici.

TG: Non capisco, negli anni '30 il fascismo lasciava ugualmente stampare la musica jazz?

MP: Guarda è una cosa molto strana: mai come all'epoca del fascismo in Italia e del nazismo in Germania si è suonato così tanto jazz. Il problema era quello di non identificarlo come jazz, se il disco era il "St. Louis Blues" era necessario farlo passare come: “Le tristezze di San Luigi”, perché ovviamente non si poteva scrivere in inglese. Oppure, "Honeysuckle Rose" veniva contrabbandato come “Pepe sulle rose”, perché doveva essere un brano di artisti autarchici italiani, non un brano di un artista di origini ebraiche o anglosassoni. Il Ministero della Cultura stabiliva che non si potevano programmare certi brani, ma bastava scrivere sulle etichette dei nomi di autori italiani con titoli italiani per non avere problemi. Questo era il trucco per aggirare l'ostacolo.

TG: Ma nessuno ascoltava il disco? Come facevano a non accorgersi di che musica si trattasse?

MP: Sì, lo ascoltavano eccome, ma soltanto negli attici e nelle cantine. Il concerto andava contrabbandato come musica da ballo, non potevi improvvisare “Hot jazz” alla Louis Armstrong, ma se ti mantenevi su livelli, diciamo decorosi, se riuscivi ad eludere la sorveglianza della milizia per la sicurezza nazionale riuscivi a suonare del buon jazz. In quegli anni sono nati molti buoni musicisti; i maestri del ritmo suonavano mentre gli americani bombardavano Torino e Milano. Incidevano anche delle bellissime session di jazz che ancora oggi sono dei capisaldi dello swing italiano. Molta musica arrivava dagli Stati Uniti grazie ai transatlantici ed ai musicisti che suonavano sulle navi. Artisti italiani sono stati in America ed al loro ritorno hanno portato a casa arrangiamenti e scritture sulle quali impostare i propri brani. Per me, uno dei più grandi artisti di quell'epoca rimane Gorni Kramer che noi conosciamo come musicista di rivista degli anni '50, ma Gorni Kramer è stato un precursore della fisarmonica e dei quintetti swing. I suoi 78 giri incisi da Fonit (che poi si unirà con la Cetra ndTG) sfidano il tempo come modernità e sono di livello europeo perché in Europa si suonava un ottimo swing.

TG: So che esiste anche un premio intitolato a Gorni Kramer, nel 2014 è stato assegnato ad un grandissimo musicista italiano del jazz internazionale che ho avuto la fortuna di conoscere anni fa: Renato Sellani. Tu l'hai conosciuto?

MP: Non personalmente, ma ho i suoi dischi. Ha alternato la sua carriera tra l'Europa e l'America suonando jazz e musica Pop. Sellani ha fatto parte del quintetto di Basso e Valdambrini, ha accompagnato i più grandi cantanti italiani come Luigi Tenco, Lucio Battisti e Gino Paoli ed anche in America è stato riconosciuto come un grande musicista. E' l'unico italiano che ha suonato con Sarah Vaughan; Dizzy Gillespie; Lee Konitz; Phil Woods; Tony Scott; Gerry Mulligan; Bill Coleman; Stephan Grappelli, Chet Baker e tanti altri.

TG: Torniamo in Europa: Berlino era una realtà molto interessante per il jazz degli anni '20 e '30?

MP: Berlino era una realtà incredibile, nonostante quello che accadeva a livello politico; ci sono dei dischi che sono stati censurati dal nazismo, ma a Berlino si suonava al Patria Bar: molti italiani, come Tullio Mobiglia e Mario Balbo hanno suonato in Germania in quegli anni, perché a Berlino c'era una vita notturna che da noi non c'era.

TG: Chi ha scritto qualcosa su questi argomenti e dove si possono trovare informazioni sul jazz in Europa nella prima metà dl secolo scorso?

MP: Adriano Mazzoletti è un giornalista che ha conosciuto molti musicisti ed ha pubblicato un libro con Laterza nel 1983 intitolato “Jazz in Italia: dalle origini al dopoguerra” che raccontava la storia dei pionieri del jazz italiano. In seguito, questa edizione è stata rivista e mi è stato chiesto di collaborare perché io ho avuto la possibilità di ritrovare le matrici e le date d'incisione di quel materiale discografico che ho reperito a Londra presso l'archivio della EMI che si trovava presso la British Library. Alla EMI c'erano tutti i borderò della sala d'incisione microfilmati che prima stavano a Ace, sede inglese de: La Voce del Padrone. Ad Ace arrivavano dalle case discografiche locali tutti i borderò originali che a volte riportavano le date d'incisioni ed i nomi dei musicisti impiegati ed altre informazioni che in Italia sono state cancellate dai bombardamenti e dall'incuria. Il nemico del regime fascista di quegli anni conservando questi dati ha consentito di ricostruire importanti dati del nostro passato.


Christopher Lee è Dracula nei film horror della Hammer

TG: Vedo che hai anche molte colonne sonore di film di genere, sono anche quelle di un certo interesse per te?

MP: Io ho tenuto in collezione tutte le colonne sonore con un background jazzistico. I dischi dei film di Bava non hanno questo sapore, però ad esse, come a quel tipo di cinematografia, riconosco una sua particolare originalità.


Le monde sans soleil - Musique de Serge Baudo - 50 euro

TG: E le colonne sonore dei film horror, sono richieste?

MP: Sì, me le chiedono, l'horror italiano è un genere che va bene, anche se in questo momento non ho tanti dischi dei film di Lucio Fulci della fine degli anni '70.


Giovanni Fusco musicista
Milano Nera di Giovanni Fusco viene venduto a 140 euro

TG: A quanto pare anche Giovanni Fusco e la sua Milano Nera ha un discreto valore...

MP: Si tratta di un disco che è stato inciso da la Cam che è una casa discografica che ha fatto da asse portante per la discografia della cinematografia italiana degli anni '60 e '70. Tutti i più grandi compositori hanno inciso per la Cam: da Piccioni a Trovajoli a Umiliani. Io tengo quelle pubblicazioni, anche se hanno già avuto un grande momento collezionistico tra la seconda metà degli anni '90 a dopo il 2005/2006. Ora che molti collezionisti dispongono di questo materiale l'interesse per questo genere s'è un po' calmato, ma è anche vero che la musica rimane musica e la si può ascoltare ugualmente con soddisfazione perché è stata fatta bene.

TG: Lo stato di conservazione quanto incide sul prezzo finale?

MP: Molto. Per il mio modo di lavorare, molto. Purtroppo, per altri non è così, però se un disco non è tenuto bene e non è Mint, per me è inutile e lo svaluto fino a metà del suo prezzo intero. Ritengo che sia giusto così, perché se puoi chiedere un prezzo congruo per un disco in perfette condizioni, non puoi fare lo stesso per un disco sul quale compaiono segni, graffi o che non si sente bene o ha la copertina rovinata. C'è una serie di gradazioni di conservazione codificate che sono utili per avere una valutazione attendibile.


Disco nuovo e  sigillato del 1981
Nel 1981 David Bowie ha composto la colonna sonora di un film di grande successo: Christiane F. Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino. Questo mitico 45 giri ancora sigillato è stato messo in vendita a 35 euro.

TG: Questo disco di David Bowie è addirittura sigillato.

MP: Infatti, una conservazione migliore di questa non si può avere.

TG: Però non è nemmeno tanto caro...

MP: No, perché ha avuto una grande circolazione e poi, io non mi sento di speculare quando i musicisti ci lasciano, anche se vedo che c'è un po' una tendenza generale ad alzare i prezzi in questi casi, ma onestamente se il disco non era raro prima non è raro neanche dopo la morte dell'autore. Se è sigillato può valere 10 euro di più, ma insomma, il prezzo è quello.


Qualche prima edizione a 45 giri, come quelle di Lucio Dalla e di Fabrizio De André e qualche ristampa, come quella dell'LP di Michel Polnareff, un personaggio un po' eccentrico che esattamente 50 anni fa ebbe un buon successo con: "Una bambolina che fa no, no, no".

TG: Molti appassionati alle prime armi si lasciano attirare dalle ristampe credendo d'aver davanti un disco molto più vecchio: come possiamo distinguere le ristampe da una prima edizione?

MP: Ci sono molti fattori che ci fanno riconoscere una ristampa. Le ristampe moderne sono molto facili da individuare perché riportano in copertina il codice a barre. Se tu mi chiedi come distinguere le prime dalle seconde edizioni, posso dirti che molto spesso ci possono essere dei fattori meccanici di stampa del disco. Fino alla fine degli anni '60 il disco veniva stampato in una certa maniera, con un leggero solco all'interno dell'etichetta che oggi i collezionisti chiamano “Deep groove” (solco profondo). Spesso le edizioni successive, poiché sono cambiati i macchinari, vengono stampate in modo diverso. Anche i diritti musicali possono cambiare, in Italia prima del 1967 erano marchiati Sedrim, mentre dopo quell'anno ha iniziato a comparire la Siae per la riscossione dei diritti. La copertina può essere apribile nell'originale e a busta nella ristampa, l'indirizzo di produzione della casa discografica può essere diverso a causa di un trasloco, normalmente i collezionisti sono a conoscenza di tutti questi fattori e difficilmente vengono tratti in inganno da un disco. Il Jazz ha comunque le sue regole, il Blues ne ha altre ed il Rock altre ancora.


In questo disco della Contemporary Records di Phineas Newborn Jr. sono  visibili sia la "deep groove" che il numero di riferimento impresso dalla casa discografica

TG: Hanno mai provato a piazzarti un disco per un altro?

MP: Sì, ma non ci sono riusciti... Il rischio oggi risiede nell'acquisto di un bene online che poi viene inviato per posta. Se non hai l'esperienza necessaria a capire cosa ti stanno vendendo e non vedi bene le immagini di quello che ti vogliono piazzare c'è il rischio di sbagliare a riconoscere un'edizione e non solo quello. Anche le condizioni di conservazione possono essere confuse, ci sono venditori che conosci e sono attendibili, mentre altri millantano cose non vere.


Miles Davis - Ascensore per il patibolo - 60 euro

TG: E le matrici come si riconoscono?

MP: Ogni etichetta ha il suo modo di segnare le matrici, la Contemporary Records, una casa californiana, per esempio, ha prodotto jazz tra gli anni '50 e '60 e marcava le stampe con una D ed un numero. D1 è la prima stampa; D2 e D3 sono stampe successive. Ognuno aveva i suoi macchinari ed il suo modo di pressare i dischi e di etichettarli. Per esempio, se tu hai una matrice A1 B1 di “In the court of the Crimson King” dei King Crimson hai un tesoro, se invece hai un A4 - B5 hai un disco da 30-40 euro, perché si tratta della quarta o quinta stampa. Un collezioniste queste cose deve saperle, altrimenti rischia di pagare fischi per fiaschi. Hai capito?


Il capannone a Novegro dove si tiene Expo Vinile

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lunedì 29 agosto 2016

L'importanza della tecnica, a detta di un critico d'arte militante, e come fare per dirigere un museo di provincia in un 'epoca di crisi generalizzata, a 70 anni dall'istituzione del Premio Lissone (Intervista ad Alberto Zanchetta)

Torniamo al Museo d'Arte Contemporanea di Lissone per intervistare Alberto Zanchetta, direttore del MAC e parlare del Premio Lissone, visto che tra poco ricorrerà il 70° anno dell'istituzione di questo importante appuntamento. TG

"Il Premio Lissone è stata una grande avventura in cui non sono mancate grandi disavventure." Alberto Zanchetta


Alberto Zanchetta MAC Lissone
Passato e presente del MAC di Lissone, Guido Le Noci organizzatore del Premio Lissone negli anni '50 e Alberto Zanchetta Direttore del Museo d'Arte Contemporanea 60 anni dopo.

Tony Graffio intervista Andrea Zanchetta

Tony Graffio: Alberto, conosciamoci meglio: quanti anni hai? Che formazione hai avuto e come nasce questa tua passione per l'arte?

Alberto Zanchetta: Ho 38 anni, la mia formazione è artistica, nel senso che ho studiato all'Accademia di Belle Arti di Bologna nel corso di Concetto Pozzati. Un insegnante che per me è stato molto importante, sia sul piano formale che su quello umanistico, perché ha sempre avuto un approccio trasversale e aperto, tanto è vero che ad un certo punto dei miei studi mi ha incentivato ad orientarmi verso la critica e la curatela d'arte, stimolandomi ad organizzare progetti ed eventi. Per molti anni ho fatto il critico militante, ho scritto per numerose riviste (Flash Art, Arte e Critica, Inside, Espoarte, Aroundphotography, Sofà e poi non si ricorda ndTG) e ho curato quasi 400 mostre in enti pubblici o in gallerie private.

TG: Che cosa significa essere un critico militante?

AZ: Andare a braccetto con gli artisti e condividere con loro un percorso di crescita, facendosi conoscere nel mondo degli addetti ai lavori. Non si tratta di trovare un modo per assecondare il mercato o il pubblico, ma di intraprendere un percorso di ricerca, ragionando sulle urgenze, sulle dinamiche e sulle necessità che rispecchiano effettivamente il (nostro) contemporaneo.

TG: Com'è possibile per un critico essere amico di un artista?

AZ: Proprio perché io stesso ho fatto l'Accademia di Belle Arti. Ho frequentato i laboratori, so come si concepiscono o realizzano le opere, quali sono le difficoltà, quali sono le attitudini e gli approcci, questa formazione mi permette di legare molto più facilmente con un artista che con un critico o un curatore. Capita che con i colleghi io possa entrare in conflitto perché si tende a parlare di poetica, senza entrare nello specifico della forma. Molto spesso gli artisti non si limitano al significato dell'opera, ma lavorano sul suo linguaggio. Faccio un esempio, i veri pittori non sono interessati all'iconografia, non vogliono veramente raccontarti una "storia per immagini", preferiscono semmai affrontare un discorso meta-pittorico. L'immagine è un "aneddoto" più funzionale che sostanziale (Per loro conta di più la pennellata, quale tipo di tela o che tipo di colore stanno usando ndTG).

TG: L'importanza della tecnica?

AZ: Sì, esatto, argomentare la propria disciplina. Fare della tecnica il soggetto stesso dell'arte.

TG: Puoi citarmi qualche artista che segue questa strada?

AZ: Sono tantissimi. Nello specifico possiamo guardare alla Pittura analitica e alla Color field painting per arrivare fino ai giorni nostri. Rimanendo nell'ambito pittorico, ti potrei citare Nicola Samorì che qui in Italia è stato spesso frainteso. Samorì si rifà ai quadri dell'antichità per frodarne l'immagine, portando a segno un "assassinio" - legittimo - della pittura. Questo fa sì che ci sia uno scorticato che lascia emergere il tecnicismo, si tratta cioè di un'indagine "della" pittura (in profondità) e non "sulla" pittura (che invece è puramente epidermico).

Simonia - olio su rame - 2008 Nicola Samorì
Samorì non è un cattivo pittore che ha necessità d'ammazzare i propri Maestri, ma un ricercatore che vuole vedere che cosa c'è sotto la superficie del quadro, sotto la pelle dell'immagine. Lo scorticato lascia così emergere la tecnica e la ricerca dell'artista.

TG: Molto interessante. Parlando un po' più approfonditamente del lavoro del critico d'arte, la terminologia di critico d'arte militante credo che arrivi dal passato, è così?

AZ: Individuarne un'origine precisa è alquanto spinoso, ma possiamo ben dire che si è fortemente connotata negli eroici anni '60 del secolo scorso quando effettivamente si scendeva in piazza per manifestare le proprie idee ed il proprio impegno professionale. Questa terminologia continua ad essere utilizzata anche ai nostri giorni, anche se io credo che molti dei miei colleghi che si definiscono critici militanti, in realtà siano solo dei "millantati critici"...

TG: In questo caso eviterò di chiederti di citarmi un collega...

AZ: Ti ringrazio, tanto non lo farei (ride).

TG: Alberto, sei piuttosto giovane per gli standard italiani, però mi accorgo che hai una bella preparazione; come hai fatto ad affinare le tue conoscenze in questo mondo così vasto?

AZ: Passione e curiosità. Se mancano queste due pulsioni -alle quali potremmo aggiungere anche una certa "ossessione compulsiva" - non riuscirei ad ottenere buoni risultati. Diciamo che essere docente in due accademie mi aiuta, stimolandomi ad approfondire ed a studiare continuamente, per poi portare una migliore conoscenza ai più giovani. Questa attività mi permette d'affrontare sempre nuove tematiche, mettendomi in gioco (e perché no, anche "a rischio"). Il museo di Lissone ha una doppia vocazione: quella delle arti visive e quella del design, perché qui siamo nella città che fino a qualche anno fa era considerata la Capitale del mobile a livello mondiale, non solo italiano. Essermi avvicinato maggiormente al design, che mi ha sempre interessato, senza però entrare nel vivo della questione, mi ha dato l'opportunità di applicare le mie competenze su un versante operativo.

TG: Hai frequentato dei workshop o degli stage presso artisti internazionali? Hai viaggiato parecchio per raggiungere certi risultati?

AZ: Sostanzialmente sono un autodidatta che ha fatto moltissima gavetta, ma da "cane sciolto". Terminata l'Accademia ho iniziato subito a lavorare con le gallerie d'arte e subito dopo si sono aperti primi spiragli a livello istituzionale.  Onestamente, non ho viaggiato tantissimo, direi il giusto. Vorrei averlo fatto molto di più e farlo tuttora, però anche queste sono scelte: o si lavora, o ci si informa. E' difficile coniugare queste due attività, l'una porta via tempo all'altra, come l'essere direttore di un museo non mi permette più di scrivere libri, come in realtà facevo prima.

TG: Alberto, sei originario di Trento, come mai hai scelto di studiare a Bologna e non a Milano? O a Venezia?

AZ: Difficile rispondere... E' vero sono nato a Trento, poi sono cresciuto in Veneto, quindi le scelte potevano essere altre. Credo che l'essere andato all'Accademia di Bologna dipenda dai percorsi casuali della vita. Forse, all'epoca, una città grande come Milano non faceva per me,del resto io vengo da un piccolo paese di provincia. Vivere a Venezia mi sembrava un po' complicato, anche se oggigiorno ci vivrei volentieri. Andare a Bologna è stato il giusto compromesso che poi s'è rivelata la scelta giusta, per quanto mi riguarda.

TG: E' un'accademia prestigiosa?

AZ: Negli anni in cui ci ho studiato io c'erano "i docenti di chiara fama", adesso un po' meno, come in molte altre accademie. Si sta un po' perdendo la figura del Maestro che magari non è quello che t'insegna le tecniche, ma t'insegna un aspetto umanistico per riuscire a capire effettivamente che cosa sia l'arte. Anzi, più che di capirla: di viverla. Questo è stato il grande insegnamento che mi ha trasmesso Concetto Pozzati.

Concetto Pozzati nel suo studio di Bologna. Fotografia di Vittorio Valentini.

TG: Dove insegni arte?

AZ: In un'accademia privata a Brescia dove ho creato un laboratorio di Arti visive. Forse è paradossale, ma credo d'essere l'unico critico o curatore che non ha un corso teorico, bensì un corso di laboratorio. All'Accademia di Urbino (che invece è un'accademia pubblica ndTG), ho un corso teorico legato alla Fenomenologia degli stili. 
Come vedi, riesco sempre a coniugare questa mia personalità bipolare (ride) che si divide tra l'aspetto intellettivo del critico e la dimensione pragmatica del "fare" artistico.

TG: In che disciplina esprimi la tua creatività artistica?

AZ: In passato ho dipinto molto e sviluppato idee sul feticcio  e sull'archiviazione. Interessi che poi ho deciso di accantonare per concentrarmi maggiormente sulla scrittura e la curatela, anche se negli ultimi tempi molti miei amici artisti mi coinvolgono in progetti, chiedendomi d'esporre. In effetti ho ripreso già da qualche tempo a realizzare dei lavori che non concepisco come opere d'arte, ma come "esercizi di stile"; li definisco così perché hanno la presunzione di mettere in crisi i linguaggi formali che si vedono in giro per il mondo.

TG: Come si fa a capire cos'è un'opera d'arte e chi è esattamente un artista?

AZ: Sono argomenti sui quali m'interrogo sempre anch'io e che i miei studenti mi sottopongono di continuo. Forse è per questo che i miei "esercizi di stile" sono destabilizzanti, perché piacciono e vengono capiti dai veri artisti. Se tu non sai che io sono un docente, un critico o un curatore, potresti cadere in tentazione e affermare che io sono un artista, ma l'obiettivo è esattamente l'opposto: continuare a praticare la critica a un livello extralinguistico.


Alberto Zanchetta - Procuste - Odio su tela - 2013 

TG: Sei uno sperimentatore/provocatore?

AZ: No, sono più un emulatore che (ri)fa (il verso) ad uno stile. Ma è difficile da spiegare se non si vede quello che faccio.

TG: In che modo ti esprimi? Con la pittura? Con la scultura? O con altre forme?

AZ: Alterno pittura a college e scultura a microistallazioni. 

TG: Queste tue opere poi che fine fanno?

AZ: Molto spesso le cedo o le baratto con gli artisti, altre le regalo ad amici galleristi o collezionisti, tutte le altre finiscono a casa mia.

TG: Nessuna finisce in discarica?

AZ: (ride) ...Diciamo che di alcune si perdono effettivamente le tracce... Ma alla fine non produco così tanto...

TG: Un'altra domanda cattiva: che cosa ti dà più soddisfazione? Fare il direttore a Lissone, il docente in accademia, il critico, il curatore, o che cos'altro ancora?

AZ: Per me, sono tutte attività complementari tra di loro. Bene o male si tratta di fare la stessa cosa declinata in maniera leggermente diversa. Essere direttore di un museo mi dà grande soddisfazione perché se le cattedre in Italia sono poche, i posti da direttore sono ancor meno. Il fatto d'aver vinto il bando di concorso per il Museo di Lissone vuol dire che la commissione che mi ha giudicato ha riconosciuto dei meriti alla mia persona. Non nascondo che mi piace moltissimo insegnare ed avere un contatto diretto con gli studenti perché è sempre un dare ed un avere; c'è sempre un'energia che ti ritorna. A volte addirittura potenziata, dipende dagli studenti. Ovviamente provo grande piacere a scrivere, così come nel rimboccarmi le maniche durante gli allestimenti. Mentre i miei exploits para-artistici sono giusto una scorribanda da critico "asistematico" direbbe un mio caro amico.

TG: Come sei arrivato a Lissone? Era un posto che ti interessava particolarmente? Te l'hanno proposto? O ci hai provato?

AZ: Conoscevo il Museo di Lissone perché, negli anni che furono, avevo fatto parte di una commissione del Premio Lissone. Dopo dieci anni ero venuto a conoscenza di questo bando, in modo fortunoso. Devo essere sincero, all'epoca vivevo a Como ed ho pensato: "bene è qua vicino, tentiamo la sorte". Mi sembrava un cavallo da poter cavalcare.

TG: La fai un po' troppo facile, ci saranno stati tanti candidati e persone interessate a quel posto.

AZ: Sì, hai ragione, i bandi hanno tutta una serie di richieste programmatiche. In questo caso bisognava sottoporre una proposta espositiva per uno o due anni, venivano poi richieste le strategie per valorizzare la collezione, specificando quale sarebbe stato il proprio rapporto col territorio ed il suo conseguente coinvolgimento. Per quanto mi riguarda,  ho deciso di non fare una relazione striminzita, come si fa spesso in questi casi per evitare che i documenti archiviati vengano poi fruiti da persone che ne possono fare richiesta. I colleghi poi hanno paura che qualcuno possa rubare loro le idee, io non ho pensato in questi termini, ho sottoposto alla commissione un documento molto dettagliato di circa 20 pagine corredato di intenzioni e immagini. In sostanza volevo un museo vivo, non un mausoleo. Già nella mia proposta iniziale avevo concepito il frazionamento del museo nei singoli piani: in ogni piano prevedevo una o più mostre in contemporanea per far passare il visitatore attraverso varie epoche che collegavano l'arte moderna a quella contemporanea, generi e stili differenti, dal maestro affermato all'artista emergente. Doveva essere un circolo virtuoso in costante movimento, tanto è vero che durante l'anno riusciamo a fare almeno una trentina di progetti espositivi. In modo scherzoso dico che "il MAC inaugura sempre" perché ogni due mesi circa cambiamo tutta l'esposizione, esclusa la permanente, nonostante in Italia ci obblighino ad attendere tre o quattro mesi prima di vedere una nuova mostra. Qui a Lissone c'è un continuo aggiornamento espositivo. 

TG: Hai lavorato parecchio in gallerie?

AZ: Sì, ma sempre da esterno chiamato ad organizzare eventi, collettive, scrivere per i cataloghi.

TG: Mi sembra che la tua concezione museale sia un po' più vicina a quello che si può vedere all'estero, mi viene in mente la Svizzera, dove c'è un nucleo di opere non molto grande e poi si susseguono spesso mostre abbastanza importanti. E' così?

AZ: Il nostro museo non è né grande né piccolo, ci sono 4 livelli espositivi in cui mi piace intersecare le discipline e le tecniche. Non mi piace fare discorsi anagrafici o gerarchici; spesso mi chiedono qual'è il metro con il quale decido le mostre o gli artisti. Per me, è una questione di pancia che poi deve essere filtrata dal cervello. Non c'è una vera strategia, non si tratta di seguire quello che piace alle masse o il proprio gusto personale, alla fine c'è sempre la volontà di proporre alternative perché in Italia i musei sono molto strutturati e spesso escludono una serie di opere o intere generazioni di artisti.

TG: Scusami, fammi qualche esempio.

AZ: Molto spesso gli artisti della vecchia guardia vengono accolti e celebrati nei musei, solo dopo aver scontato decenni di purgatorio. I giovanissimi, magari accedono subito per poi essere dimenticati quando raggiungono i 30 o 40 anni. Poi, c'è tanta esterofilia nei musei italiani. Si preferisce esporre un artista storico come un Daniel Bouren che è un grande artista che vorrei esporre anch'io, ma perché dovrei farlo, se già lo trovi dappertutto? Cerco di fare un museo diverso perché i musei tradizionali già ci sono. Le fotocopie non piacciono a nessuno, no?

TG: Infatti di Lissone si dice che è un museo dinamico che fa le scelte che non ti aspetti.

AZ: Ti ringrazio. Una delle primissime mostre che ho portato qui è stata quella di Franco Grignani, un nome che fino a qualche annetto fa non si conosceva e girava solo tra gli addetti ai lavori, poi è stato riconosciuto da molti. Grignani aveva creato il marchio più famoso al mondo, quello della pura lana vergine eppure non si sapeva che aveva lavorato molto nel campo della ricerca optical, sul visual design, sulla grafica e la comunicazione. Esattamente un anno dopo, a Milano, è stata fatta un'altra mostra su Grignani. Oggi, mi capita spesso di vederlo nelle gallerie e nelle fiere. Lungi da me attribuirmene il merito, perché sono altre le persone che come me ne hanno scoperto il valore, sia artistico che storico. A volte le cose accadono, altre volte bisogna farle succedere... 

TG: Un direttore di un museo di provincia riscopre un artista di valore mondiale e la metropoli lo segue. Queste sono le tue soddisfazioni?

AZ: E' meglio giocare d'anticipo che essere costretti a rincorrere le mode. Il mercato dice che stanno premiando gli artisti degli anni '60? Non vedo ci sia niente di male, anch'io li ospito qui al museo, ma anziché insistere solo ed esclusivamente sulle opere più famose decido di far vedere la ricerca degli ultimi anni.

TG: Come hai fatto per Grazia Varisco?

AZ: Esatto, quando sono stato a trovare l'artista, lei era entusiasta perché non le avevo chiesto di ordinare l'ennesima antologica dagli esordi ai giorni nostri. A me interessava fare vedere al pubblico il percorso più recente, quello meno conosciuto perché non ancora storicizzato. Grazia, oltre ad aver accolto bene la mia richiesta, ha deciso di realizzare un'opera appositamente per la mostra.

TG: E' difficile avere e mantenere tutti questi contatti con gli artisti?

AZ: Avere i contatti è facile, è gestirli che è complicato.

TG: Nella sala sotterranea, vicino al tuo ufficio, c'è un nucleo di opere storiche che mi sembra, non dico povero, ma tutto sommato un po' contenuto. Continua l'opera d'acquisizione da parte del museo?

AZ: Abbiamo esattamente 43 dipinti degli anni '50 e '60, ma come tutti i musei abbiamo sempre necessità d'acquisire nuove opere, ovviamente le risorse sono limitate. Non siamo più negli anni del boom e della speculazione in cui si riuscivano a foraggiare i depositi e magari colmare eventuali lacune storiografiche all'interno delle proprie collezioni. Con grande sacrificio, volontà e collaborazione da parte degli artisti, durante il mio mandato sono comunque entrate una quarantina di opere ad arricchire la collezione.

TG: Per esempio?

AZ: Winfred Gaul, Franco Grignani, Marco Cingolani, Michael Rögler, Arcangelo, Matteo Fato, Vincenzo Rusciano, Andrea Di Marco, Elsa Salonen...

TG: Il museo è stato inaugurato nel 2000 ampliandolo in alcune parti, quindi in fase di progettazione si pensava già che questo spazio dovesse diventare un luogo espositivo importante, più che qualcosa che vivesse di una ricchezza propria?

AZ: Sì, verissimo. L'idea era quella di ospitare la collezione del Premio Lissone che da anni continuava a migrare per la città: La struttura non doveva però limitarsi solo a questa funzione, si prospettava  già la volontà di ospitare delle mostre temporanee.

TG: E' un merito di chi ti ha preceduto o una decisione politica? Oppure era ancora una città ricca con soldi da spendere?

AZ: Quasi tutte queste cose assieme. La scelta ovviamente è stata politica, agli inizi degli anni 2000 si stava ancora bene rispetto ad adesso, c'erano le risorse e decidere di costruire un museo - forse è stato uno dei primi musei costruiti in tal senso - è stata una scelta coraggiosa. Fino agli anni '90, si era soliti ristrutturare una scuola o una vecchia fabbrica, si faceva cioè una conversione d'uso; qui invece s'è costruito un museo intorno alla collezione. Va dato grande merito alla giunta che allora fece questa scelta perché non sono solo i costi edilizi, ma anche i costi di mantenimento della struttura e del personale ad essere importanti. In Italia si aprono spesso musei che dopo 3 o 4 anni si tengono chiusi, perché finita l'euforia del nuovo e dell'inaugurazione, tutto va a scemare. Il MAC di Lissone va per la maggiore età, ha infatti 16 anni, io mi sono insediato da un quadriennio, quando era già un museo vecchio, in teoria. Io sono riuscito a rivitalizzarlo perché stava entrando in un cono d'ombra, un cono di stanchezza dovuta a tutta una serie di fattori. Mi ha premiato anche il fatto di dar vita ad un museo in continuo movimento ed in continuo cambiamento. Se io mi limitassi, come fanno molti altri, a fare solo tre eventi all'anno, qui in provincia sarei ancora più penalizzato; mentre facendone trenta si viene a creare uno zoccolo duro d'affezionati ai quali si vengono ad aggiungere sempre nuovi curiosi che sanno di poter trovare qui, a distanza di due mesi, sempre qualcosa di nuovo quindi tornano volentieri a trovarci e altrettanto piacere ci fanno i neofiti che vengono a scoprirci.

TG: Hai una programmazione a breve termine o a lungo termine? Tra un anno saprai già cosa fare?

AZ: Come programmazione ragiono nei termini di 12 mesi, ma ci possono essere degli imprevisti. Una mostra può saltare per qualsiasi motivo, capita che l'artista non sia più disponibile o che abbia altri progetti. I finanziamenti possono non essere sufficienti a coprire le spese, però nonostante questo preferisco ragionare a lungo termine. Per quello che riguarda gli allestimenti ed i cataloghi, capita di dover sottoporsi a degli sprint finali, ma per lo più cerco di rispettare i programmi nel miglior modo possibile.

TG: Un lato del museo è costituito da una vecchia fabbrica di mobili, si tratta di qualcosa di simbolico?

AZ: Sì, era un vecchio magazzino della Saisa. Quando gran parte delle attività artigianali legate al settore mobiliero erano entrate in crisi molte attività produttive hanno dovuto chiudere, soprattutto negli anni '90, a seguito anche dell'arrivo del mobile a basso costo dell'Ikea (da notare che sono stati i brianzoli stessi ad inventare la brugola, lo strumento su cui si basa l'azienda svedese per far montare i propri "mobili" ai loro clienti ndTG), molti spazi sono rimasti vuoti. Un tempo non si faceva il mobile, ma un'opera d'arte, erano mobili di legno fatti a mano, o con nuove tecnologie che erano pezzi unici o quasi. 
Con la produzione in serie si sono abbattuti i costi ed il piccolo artigiano non può più competere con le grandi multinazionali. Ti racconto un aneddoto: negli anni '60 arrivò qui in città Salvatore Quasimodo per presenziare ad una mostra di pittori siciliani, scese dal treno ed uscito dalla stazione ferroviaria ‐ dove sei arrivato anche tu ‐ chiese ad un passante: dove posso trovare l'esposizione? Questo lissonese non capì chi aveva di fronte, e non afferrò l’abiguità lessicale, e lo invitò a seguirlo. Ebbene, lo portò a una “esposizione” di mobili e Quasimodo ne rimase sorpreso. Con questo voglio dirti che all’epoca l'arte che arrivava nella provincia aveva anche un risvolto produttivo oltre che intellettivo: insegnava agli artigiani quali potevano essere le evoluzioni del gusto. Negli anni Cinquanta ci si era affrancati dagli arredi “in stile” perché i pittori astrattisti e informali avevano allargato gli orizzonti degli operosi brianzoli, e a loro volta iniziarono a sperimentare. Seguì poi la generazione dei cinetici e dei programmati, che lavorano su nuovi materiali e tecnologie, i quali contribuirono al rinnovamento del design. Per certi aspetti, erano stati tenuti a battesimo proprio qui a Lissone, nel 1961.

TG: Si tratta di un museo fortemente legato al territorio.

AZ: Sì, è un museo che ha radici forti che io non ho mai tentato di snaturare, anzi, ho cercato di rafforzare. Quest'anno, ad esempio, cade il settantennale del primo Premio Lissone che per noi è una ricorrenza molto importante.

TG: L'anno scorso avete pubblicato un libro molto interessante su questo argomento, vero?

AZ: E a breve verranno pubblicati altri due piccoli volumi che contribuiscono a comprendere meglio la parabola artistica del Premio Lissone. Il volume cui tu ti riferisci racconta la storia del premio ed in special modo si raccontano le euforie e le disforie che l’hanno caratterizzato. È facile dire che qui a Lissone ci sono opere importanti: all'epoca quegli stessi lavori venivano scherniti, anche molto pesantemente. Adesso non ci si ricorda più di quelle furenti diatribe, perché sono opere ormai vidimate dalla storia e dai critici. Non si può più parlare male di queste cose. Il fatto è che per circa 50 anni, nessuno aveva studiato o preso in debita considerazione i documenti dell’epoca. Onere di cui mi sono fatto carico io. È come se la vera storia del Premio Lissone non fosse mai stata raccontata, benché altri prima di me ci avessero provato.

TG: Il museo nasce grazie al Premio Lissone che fu istituito nell'immediato dopoguerra?

AZ: Sì, nel 1946 un piccolo gruppo di artisti decidono ‐ durante una scampagnata in riva al fiume Lambro – d'istituire un premio per la pittura. Per una decina d'anni l'iniziativa viene affiancata alla Settimana Lissonese, rassegna in cui venivano esposti i prodotti dell’artigianato mobiliero. Improvvisamente, il premio per la pittura diventa più importante e famoso della “selettiva artigiana” e sarà proprio l’arte a richiamare il pubblico a Lissone, il quale poteva poi vedere anche le forniture per la casa e per gli uffici. Dal 1953 il Comune prende in gestione il Premio e chiama Guido Le Noci alla redine della segretaria della manifestazione. È a lui che dobbiamo oggi la raccolta più importante della collezione conservata al museo. Da quel momento a Lissone sono arrivati artisti francesi, tedeschi, olandesi, austriaci, americani, giapponesi. Gli anni dal 1953 al 1961 sono stati gli anni del massimo splendore del Premio, grazie a Le Noci – il gallerista dell'Apollinaire di Milano – ma anche alla giurie che annoveravano figure di spicco come Argan, Grohmann, Zervos, Roh, Apollonio, Valsecchi, Sandberg e molti altri, tra i quali un giovanissimo Restany. Dopo il 1963 l’euforia si attenua e ci sono dei rimescolamenti nel Direttivo; dopo Le Noci subentra un altro gallerista, si tratta di Ettore Gian Ferrari. Poi, nel 1967, c'è il tentativo di rinnovare il Premio, ma invano. Alle soglie della contestazione sessantottina, il Premio Lissone si avvia verso un’inesorabile oblio. Improvvisamente la Triennale a Milano viene occupata e viene presidiata la Biennale di Venezia. C’è una mobilitazione generale contro i premi, perché non potevano arrogarsi il diritto di decretare un vincitore (il concetto che si voleva far passare è che non ci può essere un artista migliore o più bravo degli altri); l'arte non doveva inseguire le onorificenze o i premi in denaro, doveva semmai scendere in piazza, a contatto con le persone, dove schierarsi a favore della lotta di classe. Passano quindi alcuni anni, si cerca più volte di capire come strutturare il premio in base alle tensioni culturali che serpeggiano nella società, però… una volta che il meccanismo s'inceppa farlo riprendere è quasi impossibile. Infatti, per parecchio tempo non s'è n’è saputo più niente, almeno fino ai primi anni del 2000, quando la costruzione del museo permette una ripresa del discorso lasciato in sospeso. Ma questa è una storia diversa.

TG: Ricapitolando, l'iniziativa d'istituire il Premio Lissone è stata molto importante per il mondo dell'arte, per il design, per le attività commerciali brianzole e per la città di Lissone. Il premio consisteva in una certa somma in denaro e l'artista, in cambio offriva la sua opera, giusto?

AZ: Esatto.

TG: Dopo, s'è venuta a creare una collezione di un certo valore storico, culturale, economico e da lì è nata anche l'esigenza di collocare questi pezzi in uno spazio adeguato per valorizzarli e renderli accessibili al pubblico. In un primo tempo è stata messo nel Palazzo Terragni. E poi?

AZ: Ci sono state varie destinazioni. Diciamo che il primo tentativo di costituire una Galleria Civica risale al 1961, e nel 1977 viene trasferita – come giustamente dici tu ‐ nel Palazzo Terragni che si trova in centro. Infine, nel 2000, trova casa all'interno del MAC. I vari passaggi sono interessanti, anche da un punto di vista nominale. Galleria Civica, Pinacoteca, Museo... 

TG: Vero, anch'io questa mattina, chiedendo del museo, mi sono sentito rispondere: guardi la Pinacoteca è lì!

AZ: In effetti, i cittadini hanno ragione, perché la Pinacoteca è un museo che ospita solo ed esclusivamente i quadri (questo era l’obiettivo primario). Se noi osserviamo con attenzione, nella facciata dove si trova l'ingresso del museo è ancora affissa, a caratteri cubitali, la scritta “Pinacoteca”. Pochi anni più tardi la denominazione diventa quella di Civica Galleria, ma dopo il riconoscimento della Regione e della Provincia abbiamo finalmente il Museo d'Arte Contemporanea. Purtroppo, ancora adesso c’è una certa confusione: per alcuni è una pinacoteca, per altri una galleria e per altri ancora un museo. Aggiungici poi che molti di noi preferiscono utilizzare l’acronimo MAC… le cose si complicano ulteriormente.


Il MAC, sede del Premio Lissone nel 2016.

TG: Qui veniva conferito solo il primo premio o c'erano altre segnalazioni importanti?

AZ: Nella collezione ci sono molti primi premi, diversi secondi e terzi premi, oltre a riconoscimenti per “la giovane pittura internazionale”, e comunque anche alcune donazioni da parte degli stessi artisti che vi avevano partecipato. Com'è ovvio, gli acquisti in denaro erano inferiori per coloro che si classificavano dopo il primo premio, ma per tutti rimaneva il prestigio d'aver partecipato alla rassegna lissonese che, in alcune occasioni, aveva persino anticipato i vincitori della Biennale di Venezia. Al Premio Lissone si veniva consacrati, oppure si approfittava di questo trampolino di lancio per approdare ad altri eventi più importanti.

TG: Come è stato possibile costruire il Museo? Ha partecipato solo il Comune? Ci sono stati aiuti dalla Regione? Oppure ha partecipato anche il Ministero?

AZ: È una domanda che dovresti rivolgere ai miei predecessori, o magari alle amministrazioni dell’epoca.

TG: Ok, passiamo oltre. Quelle 40 opere del nucleo originario sono state acquisite tutte tra il 1946 ed il 1967 o anche dopo?

AZ: Quelle della collezione storica sono state acquisite all'epoca. Ci sono state un paio d'altre donazioni quando erano esposte a Palazzo Terragni, mentre esiste tutto un nuovo nucleo di opere che sono entrate nel patrimonio lissonese da quanto esiste il Museo. L'inventario completo del museo conta, ad oggi, oltre 400 opere.

TG E dove vengono conservate?

AZ: Nei nostri magazzini, che non posso farti vedere per questioni di sicurezza. Durante i primi anni della mia direzione, c'è stata una costante rotazione delle opere appartenenti alla collezione nel Museo. Anche questa è stata una scelta. Avere una collezione stabile è prestigioso e propedeutico, perché ti fa capire il motivo dell'esistenza di questo edificio, ma chi già conosce bene queste opere non è motivato a rivederle. Per questo motivo, all’inizio del mio mandato ho messo una buona parte della “collezione già nota” in magazzino, esponendone soltanto alcuni pezzi, a tema, abbracciando ora l'astrattismo, ora la figurazione oppure il realismo. Mostrare le opere storiche al fianco di altre meno conosciute è stato un modo per far rileggere quelle stesse opere, con un nuovo sguardo, differente, non legandole più al Premio ma collocandole in un contesto culturale più ampio. Dall'anno scorso ho invece riproposto i capolavori degli anni ‘53‐67 a guisa di quadreria seicentesca, tenendo i quadri uno a contatto dell'altro per evidenziare meglio la sovrapposizione di stili e di tecniche che si avvicendavano in quel periodo. Ciò nondimeno, la sala della quadreria resta in parte libera per poter ospitare piccole esposizioni che di solito sono un prosieguo delle stessa collezione, con mostre temporanea che datano agli anni successivi all'interruzione del premio.


La Quadreria storica del MAC

TG: Quanti dipendenti ha il MAC di Lissone?

AZ: Ci sono tre persone che mi assistono all'interno del Museo e un paio di altre che hanno un contratto a progetto. All'interno del Comune ci sono poi gli uffici competenti, con altre tre persone che si occupano degli aspetti burocratici, oltre ovviamente a una serie di altri collaboratori che vengono coinvolti a seconda delle esigenze.

TG: Immagino che i dipendenti all'interno del Comune siano fissi, mentre gli altri abbiano un contratto a scadenza.

AZ: Esatto.

TG: Come fa un comune importante, mi sembra d'aver capito, solo con le proprie forze, a mandare avanti un museo così prestigioso?

AZ: Per un museo che ha più di una decina d’anni è un problema non indifferente, spesso viene trascurato dalla Regione o dalla Provincia. Però attenzione: i neo-musei possono “nascere morti”. (Il civico Museo di Monza è un esempio di quello che accade quando un museo non riesce a sopravvivere con le proprie forze ndTG), Viceversa, il nostro è un museo che gode di ottima salute. Per tenere alto l’interesse delle sovvenzioni sono necessari rapporti a livello politico, perché di questo stiamo parlando: conoscere le persone giuste, sapere che tasti toccare, ma non spetta a me fare queste cose. Anche se le farei volentieri, porterebbero via tantissimo tempo al resto della mia attività...

TG: Parli di relazioni?

AZ: Sì, io cerco di far conoscere questa realtà, però al contempo devo programmare le mostre, allestirle, perché ci metto anche energia fisica in queste cose, non solo intellettiva. Ogni volta che inauguriamo, io mi trovo a dover gestire dalle 50 alle 100 persone contemporaneamente, proprio perché stiamo parlando di cinque o sette mostre alla volta, quindi mi sottopongo a sforzi a dir poco assurdi.

TG: Va anche detto che questo è uno dei pochi musei rimasti dove si può accedere in maniera totalmente gratuita che è una cosa molto bella per il pubblico, vero?

AZ: Sì, fin dagli inizi c'è stata questa scelta di far fruire liberamente il museo.

TG: Sarà così anche in futuro?

AZ: Credo di sì, sono delle scelte. C'è chi approva e chi disapprova. Alcuni sostengono che basterebbe far pagare un biglietto anche solo di 2-3 euro, giusto per dare un riconoscimento. Alcuni sostengono che potrebbe essere a offerta libera, ma sappiamo benissimo che questa scelta in Italia è fallimentare, perché anche se c'è il dispositivo per infilare i soldi...

TG: Poi c'è qualcuno che lo svuota...(Ride)

AZ: ...Piuttosto che avere un'offerta libera e vedere nel display giusto un paio di biglietti caritatevoli e pochi altri spiccioli, meglio far entrare i visitatori gratuitamente. Senza tema di smentita, possiamo dire che le buone intenzioni non vengono mai accolte con la stessa munificenza in Italia.

TG: Non essendoci un biglietto a pagamento o un biglietto che si stacca, come si fa a sapere quante persone entrano nel museo per visitare le mostre e valutare annualmente se c'è un aumento dei visitatori o meno?

AZ: Abbiamo un contatore elettronico all'ingresso del museo che rileva le presenze.

TG: Quanti visitatori avete all'anno?

AZ: Variano. Mediamente sui 10000 visitatori all'anno.

TG: Sono aumentati o diminuiti da quando ci sei tu?

AZ: Sono leggermente aumentati ed è un'altra cosa che mi fa molto piacere. Poiché ho un budget alquanto risicato, che viene quasi totalmente assorbito dalla programmazione espositiva, quello che rimane è decisamente poco e non riesco ad investire in pubblicità, che per noi sarebbe fondamentale, anche sul fronte dei social network. Ma nonostante questo sono riuscito ad avere un incremento di pubblico rispetto ai miei predecessori che disponevano di maggiori risorse economiche. A volte le follie portano a risultati insperati, soprattutto quando bisogna aguzzare l’ingegno e centellinare le risorse.

TG: Secondo te, perché succede questa cosa?

AZ: Perché il nostro è un museo apprezzato, il pubblico gradisce il nostro lavoro e il passaparola funziona. Qualcuno ti legge sulle riviste specializzate o sui quotidiani che ti dedicano una pagina ogni tanto, ma nonostante questo il nome del MAC viene citato con ammirazione. Soprattutto da parte di coloro che ne conoscono le difficoltà. Per quanto ne so, finora nessuno è rimasto mai scontento.

TG: Vorrei anche specificare quante giornate all'anno è aperto il museo: 10000 persone arrivano in circa 100 giorni? O in più giorni?

AZ: Chiudiamo solo durante il mese di agosto e in occasione di alcune festività. A Natale teniamo chiuso al massimo per 5‐7 giorni.

TG: Il Museo è aperto dal venerdì alla domenica?

AZ: Abbiamo un orario un po' frammentario, a volte siamo aperti alla mattina, a volte il pomeriggio: solo il sabato e la domenica sia la mattina che il pomeriggio. Quando sono arrivato, il Museo era aperto tutta la settimana, a parte il lunedì che era il giorno di riposo. Queste sono scelte politiche che vengono fatte per ammortizzare i costi, ma ci sono anche altre logiche interne in una scelta di questo tipo; forse si pensa che nel corso della settimana non ci sia utenza. Non è vero, spesso i visitatori arrivano, io li vedo mentre lavoro all'interno e, a volte, mi sento di ospitarli per una visita veloce, piuttosto che mandarli via con l'amaro in bocca. Purtroppo, io non posso fare nulla per gli orari d'apertura: vorrei avere un museo sempre aperto, così come sempre inaugura.

TG: Io conosco pochi musei civici o provinciali; mi viene in mente il Museo della Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo che negli ultimi tempi sembra abbia avuto parecchi problemi, sappiamo che le province non dovrebbero più esistere e si stanno creando varie ambiguità, però era uno spazio sempre chiuso. Un museo per vivere deve stare aperto e deve essere fruibile da tutti, tu sai qualcosa di questa realtà?

AZ: Il caso del MUFOCO è uno di quegli strani casi italiani che spesso capitano nel nostro paese. A mio avviso è un museo da tutelare perché è un museo specifico dedicato solo ed esclusivamente alla fotografia contemporanea, è l'unico in Italia, nel suo settore, con un fondo di opere importanti e degli archivi piuttosto ricchi. Non ne conosco bene la storia, ma credo sia una di quelle realtà di inter-regno in cui la proprietà della collezione è un accorpamento di molte proprietà. Quando ci sono più padroni si dà per scontato che sia l'altro padrone che dà da mangiare al cane, con il risultato che il cane poi muore d'inedia. Il loro spazio non è enorme, però le mostre riescono a farle e so che stavano svolgendo un'ottima attività didattica. Se non si riesce a capire il valore di un museo unico e non si crede in questa vocazione è inutile. Ci vorrebbero più musei specifici e meno musei generalisti; il pubblico si è abituato e assuefatto a questi ultimi perché non conosce alternative.

TG: E i musei che ci sono dovrebbero stare aperti...

AZ: Certo, se si decide di fare un museo bisogna tenerlo aperto, mica ci si può permettere di chiuderlo quando è in crisi! Troppo facile. Neghiamo la storia quando ce la dimentichiamo. Ridurre il personale, ridurre gli orari, magari non fare più cataloghi, rinunciare alla didattica… Dove ci porterà? Dobbiamo sempre fare tagli alla cultura? Anch'io sono passato sotto le lame delle forbici, mi hanno ridotto molte risorse rispetto a quando avevo iniziato. Io però non demordo, mi riducono il personale e gli orari? Io rilancio facendo più mostre, facendo più inaugurazioni, facendo più cataloghi, riuscendo a trovare collaborazioni che mi permettano di continuare. Nonostante il MAC non sia un museo fruibile 24 ore su 24 c'è chi capisce l'entusiasmo che c'è dietro. Bisogna far vedere che ci sono delle cose che succedono e le cose succedono se le si vuol far accadere. Bene o male sappiamo tutti in che condizioni versa la cultura in Italia, se le cose continuano ad andare avanti, molto dipende dall'entusiasmo e dalla passione di chi opera in questo settore. Nel mio caso ho sacrificato buona parte della mia vita privata per portare avanti il sogno di un museo “diverso”, giorno dopo giorno: è un investimento che sto facendo non su di me, ma sull'entità stessa della struttura museale. Chissà che qualcuno lo apprezzi e lo capisca veramente

TG: Grazie mille Alberto.

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