domenica 9 luglio 2017

L'Archivio Anarchico del Centro Studi Libertari Luigi Fabbri di Jesi

In occasione del Basement Party svoltosi a Jesi durante lo scorso mese di marzo, mi sono ritrovato a visitare la bella città marchigiana dove ho potuto entrare in contatto con una realtà sociale dalla lunga tradizione. Ho parlato con un giovane anarchico che mi ha mostrato l'archivio del CSL Luigi Fabbri, dove sono confluiti i documenti raccolti dai soci storici, messi in ordine e catalogati per essere a disposizione del pubblico e degli studiosi che ne facciano richiesta per leggerli e consultarli. Coloro che oggi a Jesi tengono in vita l'idea di un pensiero libero, svincolato dalle forme di potere istituzionale e dalle ingerenze degli organi politici sulle quali poggiano gli stati ed i nazionalismi mi hanno mostrato la loro sede raccontandomi la loro storia. TG

Il Centro Studi Libertari Luigi Fabbri a Jesi

Tony Graffio: Per rompere un po' il ghiaccio, vorrei chiederti: conosci l'evento attualmente (il Basement Party apriva l'11 marzo scorso, giorno in cui ho registrato l'intervista con Andrès ndTG) in corso in città, denominato: Basement Party?


Andrès: Sì, ci ho fatto un salto anch'io una volta. Se non sbaglio la prima edizione è stata organizzata l'anno scorso. Ho dato un'occhiata al volantino e quest'anno l'evento mi sembra un po' più grande. L'altra volta gli abbiamo prestato il proiettore e lasciato alcune copie di Umanità Nuova. Siamo abbastanza "vicini" ad alcuni di loro: per esempio Turcio (coorganizzatore del Basement) suona nei Gerda e viene qui da noi quando organizziamo i concerti.



Volantino di una serata musicale organizzata dal CSL di Jesi: NOISEmoJesi 2016

TG: Quindi c'è una certa collaborazione?  

A: Certo. Dopo ti farò vedere la nostra sala concerti. Organizziamo concerti da più di 10 anni con gruppi di vario genere che vanno dal Post Punk al Post Hard Core, a musica più ricercata come il Jazz Core.

Interviene Jacopo

Jacopo: La presenza di qualche compagno con la passione per la musica fu saltando la scintilla, perché capimmo subito che potevamo veicolare le nostre idee anche attraverso un momento Iudico d'incontro, al di fuori delle logiche commerciali. All'epoca il circolo si trovava in pieno centro storico, all'ex carcere dove, tra l'altro, fu detenuto il padre di un nostro compagno che da anarchico si era rifiutato di fare il soldato durante la seconda guerra mondiale. Dopo un primo concerto organizzato in una palestra nel bel mezzo di un quartiere popolare di Jesi (San Giuseppe), con timore e speranza cominciarono le nostre Domeniche Anarchiche che tuttora sono caratterizzate da concerti pomeridiani in cui le band nostrane, spesso sono affiancate da altre provenienti da tutta Italia. Al termine della serata, la cena (vegan!), è il momento in cui in più di un'occasione abbiamo visto nascere gruppi musicali, progetti artistici, collaborazioni di ogni genere, ma anche amori e amicizie. Jesi è l'epicentro di una scena musicale peculiare, fatta da gruppi come i Gerda, Lleroy, Paperoga, Jesus Franco   &   the drogas, Palmer Generator che hanno un riscontro anche a livello nazionale. Questa scena è nata circa a metà degli anni novanta e si è manifestata subito  con band come i VeL, funambolici post-grunge che strizzavano l'occhio al noise e senza volerlo hanno influenzato molte delle band del territorio.  Oltre ai già citati gruppi tutt'ora in attività, ricordiamo anche i Butcher mind collapse, i Raptus, i Sedia e mille altri progetti (che nessuno si offenda, sono stati tutti importanti per la scena!). Tutto questo è passato anche in molti concerti che abbiamo ospitato, e ci ha regalato non poche soddisfazioni. Anche perché di frequente abbiamo mischiato generi diversi e la gente ha potuto assistere all'esibizione di qualche ragazzo con chitarra distorta, batterie suonate al fulmicotone, pe r poi passare ad un folkman con chitarra e senza amplificazione.

A: L'anno scorso abbiamo anche chiamato artisti di vario genere per arricchire i pomeriggi concertistici al circolo (Gli artisti intervenuti l'anno scorso al CSL erano alcuni fumettisti come Paciaraw, Fausto Medori, Maicol & Mirco, il fotografo Loris Cericola ed i serigrafi del Silk Screen Dept. E poi Cifone, Kuro, Stè Metallo... (Tutti legati all'arte underground. ndTG ). Mentre a fine anno abbiamo cercato di concentrare tutto il potenziale relazionale, musicale e sociale organizzando il concerto: NOISEmoJesi (1). per quella occasione abbiamo chiamato tutti  i gruppi di Jesi che sono venuti a suonare qui nel nostro circolo. E' venuta fuori una bella cosa: due giornate piene di gente al circolo, socialità e musica di qualità. 

Jacopo: Impossibile poi non citare anche le associazioni, spazi e realtà non musicali con cui da sempre cooperiamo: SCA TNT, Valvolare, I'ARCI, Spazio Ostello, Libera... 





Malatesta - L'Anarchia

TG: Oltre alla musica, di cosa vi occupate in questo circolo?


A: Oltre alla musica, dal punto di vista culturale abbiamo un archivio/biblioteca ed una biblioteca nelle piazze. Organizziamo mostre (come LiberiLibri, l'annuale esposizione dell'editoria libertaria in città), presentazioni di libri, cineforum, cene sociali... tutto per mantenere viva una memoria collettiva che possa fornire strumenti di classe agli sfruttati di oggi. Oltre a questo, come gruppo anarchico facciamo attività politica, siamo inseriti nella realtà locale, siamo federati a livello nazionale e internazionale.



Biblioteca anarchica
L'archivio/biblioteca del CLS di Jesi

TG: Dove ci troviamo? E come ti chiami?

A: Siamo nel Centro Studi Libertari di Jesi (2) e io sono Andrès, ho vent'anni e vivo vicino a Jesi.

TG: E' qui che custodite documenti storici di grande rilievo per il movimento anarchico?

A. Non è l'archivio di movimento più importante a livello nazionale, ma di certo in esso sono conservati documenti unici che altri centri di documentazione, istituzionali e di movimento, non hanno. Essendo un archivio/biblioteca autogestito ognuno a modo suo contribuisce a gestirlo e preservarlo, e in questo troviamo sostegno in Rebal (3), una rete internazionale di archivi e biblioteche libertari la quale, oltre a fornire un sistema metaopac (sistema d'archiviazione informatizzato ndTG) di ricerca online dei titoli presenti nei vari centri aderenti, è anche utile per chi, come noi, non ha competenze specifiche in campo archivistico. Ovviamente, la conservazione dei titoli non è la sola né la più importante delle cose da fare, perché un documento ben conservato ma non accessibile per noi non ha un gran valore. Per questo cerchiamo di tenere aperto il circolo almeno due volte la settimana, permettendo agli interessati di consultare e prendere in prestito i titoli catalogati. Da parecchi anni ormai stiamo portando avanti anche un progetto che abbiamo chiamato "Biblioteca Circolante", in sostanza scaffali pieni di libri di ogni genere che sempre di più vengono lasciati dai fruitori della biblioteca. In pratica, si tratta di un "Book crossing" senza la parte burocratica che il sito di riferimento comporta, chiunque può prendere, lasciare, scambiare titoli, noi offriamo solamente lo spazio.


L'Asino

TG: Qui nelle Marche c'è una forte "tradizione" anarchica?

A: Sì. Nelle Marche, in generale, sì. C'è da dire innanzitutto, che il movimento socialista in Italia nasce anarchico. Quando l'Internazionale dei lavoratori si costituisce, gli esponenti delegati che vanno a presiedere ai congressi dell'Internazionale erano Errico Malatesta, Carlo Cafiero, Andrea Costa e Francesco Saverio Merlino (questi ultimi due erano anarchici prima di passare al socialismo). Si poggiavano su basi Bakuniniste, cioè del primo anarchismo, all'interno dell'Internazionale. Basta elencare brevemente alcuni fatti salienti a cavallo fra la fine dell'Ottocento ed il primo Novecento per comprendere quanto le Marche, pur nel loro carattere provinciale, furono una zona importante per l'anarchismo. Probabilmente in base alla centralità rispetto alla penisola, Errico Malatesta scelse di stabilire la sua sede "politica" per ben due volte in Ancona, da dove poteva facilmente muoversi col treno tanto a Nord quanto a Sud. In concomitanza con questi due soggiorni sono successi fatti abbastanza rilevanti, sia sul piano nazionale che locale. Nel 1898, scoppiano spontaneamente i cosiddetti “Moti del pane”, due anni dopo l'arrivo dell'anarchico campano, il quale, insieme ai compagni del luogo, aveva dato vita ad un giornale che si chiamava “L'Agitazione”. Fanno eco alle sommosse della città sovversioni nei piccoli centri e paesini della regione e anche a Milano. I moti vennero repressi nel sangue. Nel 1914 divampa in risposta all'eccidio di alcuni manifestanti (che si erano riuniti per un corteo antimilitarista e per la scarcerazione di Masetti), sempre in Ancona, la settimana rossa, in cui tra gli altri agitatori era sempre presente Errico Malatesta che nel 1913 era tornato nel capoluogo marchigiano e aveva fondato un altro giornale, "Pensiero e Volontà". Malatesta partecipa direttamente ai moti. Sono presenti anche Pietro Nenni e il Benito Mussolini socialista," massimalista" di quel tempo. La città è in mano agli insorti, la CGL(4) indice uno sciopero generale poi revocato, forse temendo un insurrezione in tutto il paese, ma i binari divelti e i cavi elettrici tagliati rendono Ancona isolata, i moti continuano. La fiammata insurrezionale arriva fino a Jesi, Senigallia, Fano e in Emilia Romagna. Dopo una settimana viene mobilitata la Regia Marina; nel porto di Ancona sbarcano da alcune cannoniere i soldati che dopo qualche giorno riescono a sedare le rivolte a suon di cannonate. Nel 1920, scoppiano i moti legati al biennio rosso, ad Ancona viene occupata anche una caserma, la Villa Rey. Questa volta però, la cittadina non è protagonista delle vicende che coinvolgono soprattutto il Nord: Torino e Milano. Per tutto ciò il movimento anarchico e la questione sociale nelle Marche sono sempre state forti partendo da Ancona, come capoluogo di regione, e poi nei contesti vicini: Macerata, Fano, Jesi, Senigallia...


Ottorino Manni

TG: Vuoi dirmi due parole su Ottorino Manni e la sua biblioteca?

A: Ottorino Manni era un compagno anarchico che visse a cavallo tra la fine dell'ottocento e gli inizi del novecento. Nacque nel 1880 e morì nel gennaio del 1925, due settimane prima che Mussolini salì al potere dopo il delitto Matteotti (avvenuto nel giugno dell'anno precedente). Ottorino Manni diviene anarchico quando Errico Malatesta, insieme ad altri compagni, viene incarcerato nel 1897-1898. Sottoscrivono e pubblicano sull'Agitazione (periodico socialista anarchico) gli atti del convegno del Tribunale, nel momento in cui pronunciano le sentenze. In pratica, i compagni che sono presenti in aula raccolgono le notizie e le pubblicano sull'Agitazione che in quel momento storico era un giornale che ad Ancona aveva grande diffusione e segue il processo passo passo. Ottorino Manni è di Senigallia, nasce e muore lì, poi vedremo perché non si muoverà. Da casa, un giorno, sentendo uno degli strilloni in strada che leggevano le notizie sull'Agitazione, si interessa al giornale e lo compra. C'è da dire che Ottorino Manni sin da bambino ha sofferto di problemi a livello fisico e perciò non si è mai spostato da casa, si muove solo sulla sedia a rotelle; nel corso della sua vita subisce l'amputazione di un braccio, poi di una gamba. Per necessità si ritrova a casa ventiquattro ore su ventiquattro e si interessa di cultura e di libri, e in sostanza diviene bibliofilo. C'è un periodo in cui riesce a leggere e spostare i suoi documenti solo con una bacchetta che gli era stata costruita dal fratello o dal padre. Insomma, vive una vita veramente martoriata dal dolore e dal contesto fortemente limitato dalla sua condizione (sia fisica che geografica). Prima di diventare anarchico si interessa alla cultura post-illuminista, al razionalismo, al libero pensiero. Quando diviene anarchico, a maggior ragione, si interessa del razionalismo, del positivismo e alla questione sociale. Quindi compra sia libri anarchici, "La Comune di Parigi" di Luise Michel, Bakunin, Enrico Malatesta.. sia del libero pensiero, come Giordano Bruno e altri. Pur restando confinato in casa riesce comunque a partecipare, sia al movimento anarchico, sia alla realtà cittadina di Senigallia, fatta di pescatori e commercianti, tipica realtà provinciale di un paese satellite di Ancona dei primi del Novecento. Esulta quando nasce la Massoneria a Senigallia, perché la Massoneria di fine '800 era legata alla questione sociale, ai movimenti socialisti e al razionalismo. Esulta sul giornale che redigeva. "Il Solco", periodico razionalista. Spesso aiutava gli operai a stendere i volantini o in altre cose semplici. Divenne un punto di riferimento perché rimaneva lì. La polizia non si poteva accanire contro di lui perché soffriva già abbastanza. Spesso, le riunioni degli anarchici in quel periodo si svolgono a casa sua. Mette in piedi un gruppo anarchico. Pubblica tra il 1900 e il 1914 dei numeri unici anarchici che aiuta a a scrivere o a redigere per conto di altri.


Il Fulmine

Il Solco

TG: Come è pervenuta fino a voi questa biblioteca?

A: Ottorino era un bibliofilo. Voleva conservare i suoi testi, cosa rara nel movimento anarchico di quel periodo. Ma a differenza di Luigi Fabbri (anche lui marchigiano, bibliofilo, anarchico) non potendo spostarsi a causa della propria malattia, quando muore lascia tutti i sui libri lì, a Senigallia.


 Un armadio pieno di libri di inizio '900

Libri di cultura sociale e anarchismo

TG: A Senigallia non rimane più nessuno? 

A: Nel 1925 sì. Uno degli ultimi eventi dei movimenti socialisti (prima del Regime) che si svolgono a Senigallia sono proprio i funerali di Ottorino Manni, ai quali compagni Comunisti, Socialisti e Anarchici della zona partecipano in massa, pur essendo stato vietato; il corteo arriva fino alla sua tomba e infine si scioglie. Ottorino rimane una figura molto importante dal punto di vista storico perché lascia la bibliotechina (con tutti i documenti della sua epoca) ai suoi compagni che rinominano e intestano il gruppo locale a suo nome. Mantengono fede alla parola lasciata custodendo i libri che arrivano così fino a noi. La raccolta resta a Senigallia dal 1925 fino alla fine degli anni novanta, se non ricordo male, quando quel gruppo anarchico muore con i propri militanti, nel senso che non c'è stato un adeguato ricambio generazionale. La Biblioteca resta a Senigallia chiusa in uno scantinato per alcuni anni. Succede poi che i compagni rimasti fanno una telefonata agli jesini dicendo appunto che questo archivio sarebbe andato distrutto o lasciato in malora, e questi ultimi vanno con un camioncino a recuperare il prezioso materiale. Tutti i documenti ed i libri arrivano qui, e nel tempo si aggiungono altri documenti. Il fondo Ottorino Manni ha il suo inventario, separato dal resto, al quale si sommano i documenti che il gruppo anarchico di Jesi possedeva prima e altri ancora che abbiamo acquisito successivamente. Perciò questo archivio è diventato un insieme di rari documenti storici.


 Un'altra veduta sulla biblioteca del CSL Fabbri di Jesi

I giornali di Ottorino Manni

TG: Si è conservato tutto? Non è andato perso nulla? 

A: Non lo so. Potrebbero esserci state delle perdite dal 1925 fino a quando abbiamo preso in carico noi l'archivio. Considera che quando tutto era conservato nello scantinato nessuno sa niente e potrebbe essersi perso o danneggiato qualcosa. In realtà, abbiamo il vecchio inventario stilato prima tutto finisse nello scantinato, e pare che qualcosa manchi. Può essere successo che qualche libro se lo teneva in casa un vecchio compagno anarchico e quando è morto sia andato perduto; tutte storie possibili insomma.


Non votare
 Tutti i governi hanno interessi diversi da quelli dei popoli, per questo noi anarchici non votiamo.

Anarhisticki

TG: I movimenti anarchici trovarono un terreno fertile di diffusione negli ambienti tipografici, con la stampa, o sbaglio? E' anche per questo motivo che le pubblicazioni anarchiche venivano facilmente diffuse?

A: Il movimento anarchico storicamente è sempre stato molto legato alla "carta", nel senso che pur non tenendoci molto a conservare materiale di propaganda e documenti personali, perché sempre di corsa, tra una prigione, un foglio di via, o un domicilio coatto, i suoi esponenti non avevano mai il tempo di formare degli archivi stabili, anche se di carta ne hanno fatta stampare tanta, sempre legati ai fogli, ai giornali, ai periodici. Che ci siano stati molti tipografi anarchici è qualcosa che non potrei confermare, dal punto di vista occupazionale quello che so è che molti anarchici una volta fermati dalla polizia si dichiaravano spesso dei ciabattini, dei calzolai, però non sappiamo con certezza che questi dati siano veritieri perché spesso gli anarchici non fornivano generalità precise nè tanto meno veritiere ai funzionari di polizia che li schedavano e pedinavano. Dicevano di fare il calzolaio e invece magari lavoravano come braccianti o operai.


Girolamo Simoncelli era concittadino di Papa Pio IX, Mastai Ferretti. Entrambi erano di Senigallia. Nella stessa città esiste infatti una piazza intitolata a Pio IX ed un monumento dedicato al combattente dagli ideali liberali che venne fatto uccidere proprio da Papa Pio IX, l'ultimo Papa-Re, perché Girolamo Simoncelli aveva partecipato alla Repubblica Romana, insieme a Carlo Pisacane. Il cippo che lo ricorda esiste ancora ed è un punto di ritrovo per le varie organizzazioni anarchiche e per gli attivisti di Senigallia legati all'idea di socialismo.  

TG: Invece del giornale, de "L'Internazionale", che cosa possiamo dire?

A: L'Internazionale, nasce ad Ancona nell'immediato dopoguerra, perciò siamo dopo il 1945. Acquista abbastanza importanza perché è un organo di stampa distaccato dall'organizzazione anarchica più grande nel movimento che si struttura dopo la guerra con la Federazione Anarchica Italiana costituitasi in quegli anni con il Congresso di Carrara, durante il quale si stabilì che la defunta Unione Anarchica Italiana, la UAI, che prima della Seconda Guerra Mondiale aveva agito durante il biennio rosso, era conclusa. Si riprende però il programma anarchico malatestiano e anche un po' l'organizzazione della struttura, in una forma un po' tra il movimento e il partito, anche se non sarà un partito istituzionale e non lo sarà neppure successivamente. Però, si stabiliscono degli organi, per esempio la commissione di corrispondenza e altri che possono essere paragonabili a quelli di un partito di massa. Quando durante il Congresso di Carrara si stabiliscono il patto associativo in cui vengono definiti i compiti della commissione di corrispondenza e altri punti che ne compongono la struttura e si concorda per i principi del Programma della FAI, contemporaneamente alcuni compagni anarchici di quel tempo se ne distaccano, tra cui il famoso Armando Borghi, sindacalista dell'Unione Sindacale Italiana di prima della guerra che era andato nel frattempo in America durante la Seconda Guerra Mondiale. Armando Borghi, una grande figura del movimento anarchico italiano, forma assieme ad altri compagni i Gruppi di Iniziativa Anarchica, i GIA. Questi gruppi si scollano dalla FAI per questa devianza partitistica, denunciando alcune situazioni all'interno della FAI, perché temono derive autoritarie. Utilizzano come organo di stampa, mantenendoli sempre liberi e slegati dall'organizzazione, per il Movimento Internazionale Anarchico tutto, proprio l'Internazionale, questo foglio edito ad Ancona dal compagno Luciano Farinelli. Il giornale si è mantenuto attivo finché c'è stato lui, era lui la redazione, e quando è morto è stato chiuso il giornale. Oltre all'Internazionale utilizzavano come organo di stampa anche il Seme Anarchico, che è sempre stato legato comunque per affinità al contesto dei GIA. Il Seme Anarchico era, anzi è perché ancora esiste, un giornale anarchico di stampo individualista.


 1945-1995: i 50 anni del FAI

GIA Gruppi Iniziativa Anarchica

TG: Anche a Jesi i circoli anarchici hanno una lunga storia?

A: Sì, sono sicuro che a Jesi ci sia sempre stata una presenza anarchica fin dall'inizio del secolo scorso. Romeo Frezzi era di Jesi. Anarchico, arrestato a Roma nel 1897 per avere una fotografia di Acciarito, viene massacrato dalle guardie e in seguito dichiarato morto per malore attivo, un po' come Pinelli. Oltre agli eventi sopra citati, nel 1931 in pieno Regime Fascista, Attilio Santoni ed alcuni suoi compagni sventolarono una bandiera rossa in solidarietà alla neonata Repubblica di Spagna. A seguito di questo gesto, Vittorio Civerchia, noto antifascista e sovversivo anarchico, venne indicato come capro espiatorio e confinato a Ventotene.


 Una tavola di libertà

Skateboard anarchici

TG: E rispetto al tema dell'industrializzazione o alle rivendicazioni di proprietà sui terreni che legame c'era con i movimenti anarchici?

A: Per parlare di industrializzazione e conflitto di classe, bisogna necessariamente fare un balzo in avanti nella storia, fino agli anni della contestazione. Jesi è stata una città fortemente industrializzata rispetto alla zona in cui si trova, e proprio per questo i lavoratori delle fabbriche cittadine spesso provenivano da famiglie mezzadrili delle colline vicine. É il caso di Cesare Tittarelli, un nostro compagno scomparso qualche tempo fa, giunto in città per le scuole tecniche trova impiego come operaio della Sima (azienda satellite della Fiat), fabbrica fortemente sindacalizzata. Diviene anarchico e sindacalista CGIL. Alla sua storia si intreccia quella di Duilio Rosini, Arrotino. Quest'ultimo era divenuto anarchico e aveva imparato il mestiere artigiano lavorando come garzone da Vittorio Civerchia, che era tornato nel dopoguerra dall'esilio (6). Sono anni di Lotte sindacali e politiche. A Jesi, ad opera di Duilio e Cesare, nasce una sezione dell'Organizzazione Anarchica Marchigiana, formazione politica molto strutturata e radicata su tutto il territorio marchigiano (7). Anche grazie a loro, più di trent'anni fa viene riattivato il Centro Studi Libertari, che ora ha un fondo, lasciato da Cesare, contenente sia documenti dell'OAM, sia documenti dei consigli di fabbrica Sima e attività della CGIL, cosi come ritagli di giornale di notizie legate alla questione sociale, di classe, e sull'anarchismo jesino. E' grazie a questo patrimonio collettivo che posso raccontarti di Ottorino Manni, Romeo Frezzi, Vittorio Civerchia, Cesare, Duilio e dei tanti lavoratori sfruttati che lottarono per una società più giusta, libera dalla gerarchia dai dogmi religiosi, dall'imposizione dell'uomo sull'uomo. Ora più che mai, in una società liquida, post-moderna, serve mantenere in piedi la memoria, per ricostruire una coscienza di classe, reti di solidarietà. Perchè noi stiamo ancora lottando per la rivoluzione sociale.


Il palco per i concerti che si svolgono al CLS Luigi Fabbri

 Tutti i diritti sono riservati

Fonti e riferimenti: 

1 Federazione Anarchica Italiana/Internazionale delle Federazioni Anarchiche

www.cslfabbrijesi.noblogs.org

WWW.rebal.info

4 Confederazione Generale del Lavoro, così si chiamava prima la CGIL

5 Bandiera rossa sul campanile. Antifascisti (e fascisti) a Jesi di A. Cascia e P. Rosini

7 Fonti orali e scritte per la storia dell'OAM di L Balsamini e M. Sisti per verificare il resto dei riferimenti storici si può fare riferimento alle innumerevoli pubblicazioni relative ai fatti sovversivi e alla storia locale.

Aggiungo due link a pubblicazioni più artistiche in merito alla settimana rossa:

La Settimana Rossa

Una graphic novel di Luigi Balsamini


sabato 8 luglio 2017

Matteo Parlanti di Vinyl Pit e la musica anni '70

Qualche consiglio al riascolto della musica inglese degli anni '70, di un paio di gruppi Kraut Rock ed indicazioni al collezionismo di dischi in vinile da un giovane appassionato che ho incontrato qualche mese fa a Novegro Expo Vinile. TG

Matteo Parlanti a Novegro
Matteo Parlanti a Novegro Expo Vinile lo scorso 

Tony Graffio: Ciao Matteo, tu hai un negozio di dischi a Pistoia?
Matteo di Vinyl Pit: Sì, si chiama Vinyl Pit. L'ho aperto il 12 marzo del 2016
TG: Ah, bene, siamo proprio nel pieno revival del vinile.
MdVP: Sì. Svolgo questa attività da ormai sette anni, ma adesso ho deciso di fare sul serio.
TG: C'è un genere musicale che tu tratti più di altri per una tua passione?
MdVP: Sì, io vado in Inghilterra almeno un paio di volte all'anno per rifornirmi di dischi di Rock inglese, Progressive Rock, Folk e musica anni '60 e '70, oppure musica americana degli anni '60. Trattando l'usato, naturalmente, compro e valuto un po' tutti i generi. Su alcuni sono molto preparato, su altri un po' meno.
TG: Mi sembra di capire che la tua passione si rivolga soprattutto al British Rock ed al Rock Progressivo.
MdVP: Sì, esatto.
TG: Qual'è il tuo gruppo preferito?
MdVP: Difficile dirlo... io sono un amante e un collezionista di Frank Zappa. Amo lui, la sua musica e tutto quel contorno artistico che lo circondava, ovvero l'ambiente della West Coast americana.
TG: Cosa ha a che vedere la West Coast con il British Rock?
MdVP: Sono generi abbastanza collegati, perché sia negli USA, che in UK c'era una grande creatività musicale, in quegli anni. In Inghilterra si sono sviluppate nuove sonorità e ritmi grazie ai Beatles, ai Rolling Stones, ai Cream, erano gli anni della British Invasion che ha ripreso la musica americana per suonarla in chiave Rock. La musica americana degli anni '60 non è altro che Blues, Rhythm and Blues suonato da musicisti bianchi inglesi in chiave moderna. Da lì è partito tutto il discorso sulla nuova musica degli anni '70.

Chicken Shack 40 Blue Fingers
Chicken Shack 40 Blue Fingers

TG: Matteo consigliami qualche gruppo inglese di valore non troppo conosciuto.
MdVP: Parlando di Blues ti posso far sentire un disco dei Chicken Shack, si tratta del loro primo disco: 40 Blue Fingers. E' un disco di musica Blues suonata da artisti inglesi e subito sotto ci sono Brownie Mc Ghee e Sonny Terry che sono due bluesmen americani e poi ci sono i Fleetwood Mac di Peter Green all'epoca in cui anche loro suonavano il blues.

Brownie Mc Ghee and Sonny Terry
Brownie Mc Ghee and Sonny Terry

TG: Invece per il Rock Progressivo, chi mi proponi?
MdVP: Ci sono i Soft Machines e tutti i gruppi che giravano loro intorno. A me piace molto Robert Fripp dei King Crimson che insieme a Brian Eno sono stati i precursori di tutti i gruppi degli anni '80, compresa la New Wave e la musica elettronica. Questo è un disco assolutamente all'avanguardia che è stato registrato nel 1974 (Starless and Black Bible).

King Crimson Starless and Bible Black 1974

TG: Di Manuel Goettsching hai qualcosa?
MdVP: No.
TG: I suoi dischi sono rari?
MdVP: Sì, abbastanza... Non mi sono mai capitati. Il disco più raro che ho qui è un disco mono del 1974 dei Residents stampato in sole 3000 copie ed in altre 3000 in stereo. Tra loro c'era Capitan Beffheart, un cantante che collaborava anche con Frank Zappa. Come vedi in copertina c'è una parodia dei Beatles. Il disco poi è stato ritirato dal commercio perché quella era un'immagine che dava un po' fastidio alla Capitol e alla Emi, anche se in realtà avevano comprato il disco, perché pur essendo una parodia era un disco bellissimo. Frank Zappa era uno che andava contro il management delle majors, quindi anche contro i Beatles, anche se ne apprezzava tantissimo la musica.

Meet the Residents è il raro primo album dei Resident

TG: Interessantissimo. Questo disco a quanto lo vendi?
MdVP: 900 euro.
TG: Vedo che tieni anche i Kraftwerk, perché?
MdVP: Loro, insieme a Brian Eno, sono stati gli iniziatori di questa nuova onda musicale negli anni '70, la musica elettronica. I Kraftwerk sono molto legati anche al Progressive Rock.

Kraftwerk - Kraftwerk  doppio LP del1973

TG: Proponimi qualcosa di molto più particolare, anche assurdo, se vuoi...
MdVP: Eccoti i Kornelyans con: Not an ordinary life, si tratta di un Hard Rock Progressive Jugoslavo. Siamo alla metà degli anni '70. E' tenuto molto bene, vedi anche la copertina è molto bella. Il disco è stato pubblicato a Milano dalla Ricordi.
TG: Tu dove l'hai trovato?
MdVP: In una collezione privata. Qui ho anche i Can, si tratta di Kraut Rock.
TG: Anche di questi dischi ne avranno stampati pochi, vero?
MdVP: Eh sì, abbastanza pochi.

Kornelyans Not an ordinary life - 1974

TG: In America esisteva il Rock Progressivo?
MdVP: Sì, ma era un po' diverso da quello inglese. Nella West Coast, ma anche a New York c'erano gruppi underground, infatti il Garage è il genere americano della musica più sperimentale che veniva fatto negli anni '60. Suonato di pancia e molto Rock con sonorità più rumorose, rispetto al Progressive inglese che era molto più orchestrale. La scuola di Canterbury addirittura utilizzava l'oboe.
TG: Il Folk irlandese e la musica celtica le tratti?
MdVP: Le tratto di meno perché sono generi un po' settoriali.
TG: I Tir na n'Og li hai mai sentiti?
MdVP: Certo, ma adesso non ho niente. Non sono tanto rari, ma un loro disco lo puoi trovare a 70-80 euro. Sono comunque dischi che hanno girato poco e che ora sono abbastanza collezionati. Quando li trovi in perfette condizioni bisogna pagarli bene.
MdVP: Si tratta del suo primo disco, ne saranno state stampate 1000-1500 copie, massimo 2000. E' un disco molto richiesto perché Vasco è molto collezionato, questo addirittura lo distribuiva lui con l'etichetta Lotus, lo dava anche alle radio quando ancora era sconosciuto, lo veneva soprattutto ai suoi concerti. E' un disco del 1978 che può valere tra i 3000 ed i 5000 euro.

Brian Eno Another Green World 1975

TG: Nooo, veramente?
MdVP: Sì...
TG: Vale la pena di venire a Novegro Expo Vinile?
MdVP: Direi di sì, io vengo qui dal 2010, è l'unica fiera italiana di un certo rilievo, solo qua trovi il pubblico interessato ai dischi importanti.

Una caricatura dei Beatles

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giovedì 6 luglio 2017

Lucio Tosi: il futuro dell'arte è nello sviluppo della tecnologia

“La pittura è morta, ma la morte non esiste, è solo un passaggio dimensionale.” LT

Lucio Mayor Tosi
 Lucio Tosi, 63 anni, artista.

Lucio Mayoor Tosi ci tiene a dire che è un discepolo di Osho da quasi 30 anni. E' nato nel 1954 in provincia di Brescia, ha studiato pittura all'Accademia di Belle Arti di Brera dove è stato allievo di Lorenzo Pepe, uno scultore molto bravo che oggi è stato un po' dimenticato e di Alik Cavaliere. Ha iniziato a lavorare nel campo della grafica pubblicitaria ed è stato uno degli art director che nel 1985 ha ideato la campagna di Marco Mignani della Euro RSCG (agenzia del francese Jaques Séguela) della “Milano da Bere” per Ramazzotti. In seguito, Tosi ha abbandonato la comunicazione per dedicarsi a tempo pieno all'illustrazione e all'arte.

Tony Graffio: Tosi, perché la pittura è morta?
Lucio Tosi: La pittura è morta perché è stata superata in senso fattivo dalla critica che ha deciso che Duchamp è l'artista di riferimento, cosa che in qualche modo è vera, perché il Novecento è stato un secolo che ha distrutto le tradizioni e le ha sovvertite completamente. Siamo arrivati al punto di azzerare tutto e per gli artisti è arrivato il momento di smettere di distruggere per ricominciare a costruire qualcosa.
TG: I distruttori, coloro che spaccano oggetti antichi e poi ti dicono: “Guarda come sono bravo ho preso un vaso l'ho buttato per terra ed ho creato un'opera d'arte...” hanno rotto un po' i coglioni, o no?
LT: Non basta dire che hanno rotto i coglioni, bisogna fare una critica e bisogna dirgli che quando loro rappresentano un vaso dipinto rotto, oppure te lo fanno vedere rotto, che cosa cambia? In un caso viene rappresentato, nell'altro sei coinvolto personalmente nell'illusione dell'artista. E' un tentativo di far vivere lo spettatore in una situazione spiazzante, o meglio, straniante... Il senso della loro performance è quello di destabilizzare l'osservatore e trovare contatto ed emozione, però questi artisti hanno rotto il cazzo alla lunga perché in troppi sfruttano questa vena creativa... Ohhh! Bisogna spiegare a questi signori che dopo l'azzeramento effettuato da Duchamp è ora di produrre qualcosa di veramente nuovo. Loro si rifanno al teatro.
TG: Perché nonostante il teatro sia stato un po' soppiantato dal cinema, il teatro piace ancora moltissimo?
LT: A teatro senti ancora qualcuno respirare, c'è la pelle degli attori e la vita. Però bisogna ragionare di più sulla critica, non è che tutto quello che è installazione abbia un valore. Tipo la Beecroft o questi artisti qua...
TG: Una volta che ti sei tolto la soddisfazione di esprimerti con un linguaggio di quel tipo, basta. Non è che si può andare avanti in quel modo in eterno... La prima volta è una sorpresa perché rompi gli schemi, ma poi anche quel modo di agire diventa uno stereotipo e poi è troppo facile dire che sei un artista senza aver creato nulla, anzi solo distruggendo quello che ti circonda. Allora i Talebani chi sono? Geni dell'arte moderna perché hanno distrutto i Buddha di Bamiyan in Afganistan? E L'Isis che ha distrutto Ninive? Non ci verranno a dire che anche le Pussy Riot sono dei fenomeni perché ci fanno vedere gratis un paio di tette? Volete stupirmi? Fatemi vedere gli abitanti delle lune di Orione o gli omini verdi sul pianeta Arturo, poi ne riparleremo...
LT: Sai quanta gente si porta a casa la Beecroft? E' una realtà talmente a livello museale che vuole soltanto coinvolgere personaggi a livelli altissimi e non glie ne frega assolutamente niente della gente. Zero (risata). Girano soldi d'altro tipo, insomma... è vero, hanno rotto.
TG: Tosi, quale pensi che sarà l'arte del futuro?
LT: Personalmente, mi muovo nella coscienza che la pittura sia superata dai media come la televisione, internet, eccetera e quindi è morta. La pittura è un linguaggio che può essere studiato da un dilettante; può essere comprata da un estimatore, o un collezionista, da qualcuno che ami la pittura, perché comunque ha un mercato ed io mi sento di difenderla come un'espressione primordiale dell'uomo; un po' come i graffiti nella preistoria. Io stesso ho ridotto tutto ad un graffito ed a piccoli segni. Non faccio più pittura, non vedi i miei lavori? Non ci sono paesaggi, ritratti o rappresentazioni complicate della realtà, non c'è niente qua: è sparito tutto. Io parto dallo zero, ovvero dalla morte di questa faccenda qua. Prendo dei frammenti che costruisco io, cercando di ricomporre, se vuoi anche in un gioco poetico e un po' ingenuo, qualcosa di artistico che nemmeno io so cosa sia.

I Frammenti di Lucio Tosi

TG: Come definiresti la tua arte?
LT: Frammenti.
TG: Frammenti artistici?
LT: Solo frammenti di qualcosa che è crollato completamente.
TG: Ci si prepara per ricostruire tutto?
LT: Sì, io cerco di costruire, non di ricostruire il passato, cerco qualcosa di nuovo che non conosco... Invece che un bel quadro propongo solo dei segnetti, però belli perché io li faccio onestamente, in modo sincero. Io li dipingo uno per uno e a volte m'incazzo quando li creo, come per ogni altra opera... D'altro canto ho coscienza che non ha più senso continuare a fare pittura. E' difficile dire come sarà l'arte del futuro, ma io rivaluterei anche internet.
TG: Spiegati meglio.
LT: Adesso siamo tutti entusiasti di internet, ma un domani sarà come essere entusiasti perché adesso abbiamo la radio... o un battitappeto. Sarà tutto normale.
TG: Scusami, ma qual'è l'arte su internet? Non vorrei essere un artista a mia insaputa...
LT: Ma no... a suo tempo si sono fatti esperimenti di interattivita su internet, perché questa è la caratteristica della rete. Mentre nell'opera d'arte nessuno partecipa, tranne l'autore, internet può essere condivisa da più persone.
TG: Una chat è arte?
LT: Sono stati fatti degli esperimenti, o forse sono ancora in corso, non lo so perché non mi sono più interessato, dove un artista lancia un'immagine, altri la riprendono e la possono rielaborare e rilanciare a loro volta. Questa operazione aveva un nome che adesso non ricordo. Non mi interessano più queste cose.
TG: Comunque, stiamo parlando di arte visiva?
LT: Sì, arte visiva, anche se io sono dell'idea che arriverà una nuova forma d'arte che sarà l'espressione dello sviluppo el sapere nel campo della fisica e della chimica...
TG: Tipo stampanti 3D?
LT: Siamo ormai nel campo della robotica, le novità potranno arrivare anche dai nuovi materiali.
TG: Il Grafene lo conosci?
LT: No, però penso che questi settori scientifici saranno da stimolo per le nuove idee creative e visive. Io spero che presto si riesca anche a creare una forma d'arte che sia in qualche modo interattiva, vuoi per il colore, per luce o per circostanze contingenti, perché l'opera è ferma a secoli che già ci hanno detto tutto. Oggi, tutte le immagini della comunicazione sono in movimento, dai video ai giornali online. Abbiamo degli esempi molto chiari di immagini che si muovono sotto i nostri occhi. Abbiamo bisogno di movimento e anche di interattività, per questo penso che l'arte futura avrà queste componenti. Poiché tecnicamente questa nuova forma d'arte non esiste ancora, molti artisti utilizzano i video, prendendo a prestito dall'unica arte in movimento esistente, il cinema. In realtà, quelli non sarebbero nemmeno degli artisti, ma se tu adesso vai alla Biennale di Venezia, ti accorgerai che da 10 anni a questa parte, trovi quasi soltanto dei video. Gli artisti non si rendono nemmeno conto di quello che stanno facendo. Ok, ti piacciono i video, fanne qualcuno, ma fallo bene... non così facilmente, tanto per buttare lì qualcosa.
TG: Un giorno i robot, oltre a lavorare per noi, realizzeranno anche la nostra arte?
LT: Inventeremo cose bellissime, ne sono sicuro. Ci sarà una nuova chimica che ci darà colori strabilianti e forme che si muovono, così come esisteranno nuovi modi d'esprimere la rappresentazione tridimensionale, che adesso si cerca di mostrare attraverso le installazioni, le opere potranno essere fatte con luci ed ologrammi che occuperanno gli spazi in modo diverso, anche stando sospesi nell'aria. Anche se già oggi possiamo realizzare un ologramma, ci accorgiamo che la tecnologia è ancora un limite per noi. Ci saranno molte novità, anche non soltanto tecnologiche, questo è quello che io mi aspetto e auspico per il futuro dell'arte e dell'uomo.
LT: Eh sì! Qualsiasi cosa fatta bene è riconosciuta attraverso il vecchio detto: “Fare una cosa ad arte”. Anche un muro se non viene fatto ad arte rischia di crollare in breve tempo, non è vero?

Un Frammento di Lucio Tosi che ha presentato lo scorso maggio in una sua mostra a Milano allo Spazioseicentro di via Savona 99.
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martedì 27 giugno 2017

Servadio

“Il piacere della vita sta nel saper amare. In fondo ad ogni opera buona c'è l'amore. L'amore è fonte di bellezza.” Giovanni Segantini


Servadio
Servadio

Michele Servadio è un giovane artista curioso che si esprime in varie forme artistiche, dai monotipi, alla musica sperimentale tra l'ambient e l'industrial, alla serigrafia ai raygramme (esposti attualmente al Black Book Spring Shop di Firenze) e si diverte a mischiare la stampa calcografica con la stampa fotografica utilizzando matrici per la stampa monotipo in proiezione per la stampa fotografica. Un'altra idea che ha in mente prevede l'utilizzo dei chimici per la stampa fotografica nella calcografia, ma è tutto ancora in fase embrionale. Solitamente si trastulla anche con cornici e strutture e oggetti vari, come bottiglie e via discorrendo che portano a creare dei monotipi fotografici che hanno chiaramente una resa al negativo di ciò che mostrano in visione diretta. La serialità non è il suo pane, ma all'occorrenza ricorre alla linoleumgravure, piuttosto che alla xilografia per produzioni di tipo DIY che richiedano la riproducibilità in piccole quantità, come potrebbero essere delle card o le copertine delle fanzine, delle musicassette o gli album musicali. TG

“Il monotipo mi piace perché è un modo veloce di pensare.” Servadio


Servadio a Filler s.e. 2017

Tony Graffio: Ciao Servadio, come stai?

Servadio: Benissimo.

TG: Com'è andata ieri, durante il primo giorno di Filler?

SD: Bene, è stata una giornata calma, ma abbiamo avuto il tempo di conoscere un po' di gente della ciurma e di conseguenza ne abbiamo approfittato per acclimatarci.

TG: Ti ho visto molto occupato, hai tenuto qualche workshop?

SD: No, essendo questa una convention di illustratori e non un'esposizione, cosa a cui non sono troppo abituato, ho pensato il mio banchetto come un work in progress. Ho portato con me una piccola pressa da incisione per dare qualche dimostrazione su come fare i monotipi calcografici.

TG: Una specie di workshop non ufficiale?

SD: Diciamo di sì. Un modo per scambiare idee, conoscenze e fondamentalmente un modo per approcciare la gente, perché non mi piace stare seduto a tentare di vendere le mie cose senza fare niente. Un po' perché non ce la faccio e un po' perché mi annoio. Preferisco sempre tenermi impegnato in qualche modo.

TG: Raccontami qualcosa di te: dove sei nato, che studi hai fatto e dove vivi adesso?

SD: Sono nato a Piove di Sacco, nelle campagne venete, vicino a Padova. Sono cresciuto nelle Alpi, ad Asiago, mi sono trasferito a Venezia dove ho studiato arte allo Iuav, l'Università delle Arti Visive dello Spettacolo che è un po' l'antitesi dell'Accademia, nulla a che vedere con la pittura o l'illustrazione o con il gesto. Sono dei corsi molto legati all'arte concettuale, all'istallazione e all'arte curatoriale. Poi, 7 o 8 anni fa sono andato a Londra, città che è diventata la base da dove mi muovo in Europa.

TG: Hai lì un tuo studio?

SD: A Londra avevo uno studio privato, fino a sei mesi fa, nel quale mescolavo tatuaggio, stampa calcografica e pittura. Ero lì insieme ad un altro ragazzo, Mabe, un caro amico. Con lui avevamo lasciato il tattoo shop per provare altre esperienze.

TG: Come si diventa tatuatori? Si impara da soli?

SD: Si impara da soli, ma di solito si fa l'apprendistato presso uno studio o un tatuatore che diventa il tuo maestro. Io avevo iniziato ancora in Italia e poi ho coltivato questa passione all'interno degli ambienti autogestiti in cui vivevo, a Londra. Dopo, ho iniziato a lavorare in una situazione più istituzionalizzata negli studi di tatuaggio in giro per l'Europa. A Londra dipingo, stampo e faccio i miei lavori, e poi viaggio ed espongo in diverse gallerie dove propongo i miei progetti che vanno dal tatuaggio, in primis, alla stampa, alla pittura, all'istallazione, fino alla performance nella quale unisco il tatuaggio al suono e alla ritualità. Il progetto Body of Reverbs è un rituale che va a riprendere quelle qualità perdute del tatuaggio. Oggi c'è l'abitudine di andare a comprare un tatuaggio come se si andasse in un supermercato, ma non è così che bisognerebbe fare.

TG: Dovrebbe essere il tatuatore a scegliere un soggetto per chi si vuol fare tatuare?

SD: No, il tatuaggio viene fatto in due, anche se parte sempre dalla necessità e dalla richiesta di una persona che decide di avere un tatuaggio sul proprio corpo. Non vorrei affrontare un discorso troppo vasto in questo contesto, ma nella società contemporanea la grande quantità di tatuatori ed il grande numero di clienti permette agli uni e agli altri d'incontrare la giusta persona per il giusto lavoro, pertanto credo che si stia svincolando un aspetto di artigianato del tatuaggio a discapito di un approccio più artistico, permettimi il termine, della pratica stessa.

TG: Nulla a che fare con lo sciamanesimo?

SD: No, lo sciamanesimo non c'entra, ma ha un suo significato quando vado a tatuare con lo spirito di Body of Reverbs in modo astratto e improvvisato, all'interno di una performance che connette il tatuaggio al suono, quindi suono sulle persone. Questo è l'ultimo progetto al quale sto lavorando.

TG: Ho parlato con il tuo amico Brunello che mi ha detto che ha conosciuto la stampa del monotipo attraverso di te.

SD: Sì.

TG: Tu come sei arrivato al monotipo?

SD: Credo d'aver visto qualcosa in internet, poi ne ho sentito parlare ed ho sempre voluto stampare in questo modo. Ho provato a fare dei linocut, delle incisioni, ho provato a stamparle a mano con una pressa di recupero e così, appena ho avuto un po' di disponibilità economica, mi sono comprato un torchio calcografico e da lì s'è aperta una porta infinita. Ho subito legato con la tecnica del monotipo perché non sono mai stato tanto affascinato dalla serialità. Concepisco la riproduzione seriale, a patto che sia all'interno di un'etica DIY dove fai le fanzine, oppure piuttosto che commissionare le mie card ad una tipografia, preferisco stamparmele personalmente a casa con materiali di recupero e trovo che così si possano ottenere risultati molto più veri e con maggiore soddisfazione. In quel caso sì, lì si ottiene una serialità che va bene perché è finalizzata ad un prodotto particolare. Per quello che riguarda la creazione di pezzi artistici trovo che il monotipo sia un mezzo d'espressione fresco, spontaneo, aleatorio. Il monotipo è la connessione più vicina tra quello che ho in testa, che viaggia molto velocemente, al risultato creativo. Puoi ottenere un monotipo ogni dieci minuti ed andare come il vento, sono uno più bello dell'altro e magari, su dieci, ne scegli due. Questo metodo artistico rispecchia perfettamente il mio processo creativo.

TG: Quanti anni hai?

SD: Quasi 31. Sono nato il 6 agosto 1986.


Un monotipo che Servadio ha realizzato sotto i miei occhi in un paio di minuti.

TG: Mi sembra che la stampa in monotipo non sia poi una modalità tecnica tanto usata. La state riscoprendo adesso?

SD: Il monotipo, non vorrei dire che ha una storia antichissima, ma è una tecnica che si fa ed è sorprendente quanti monotipi si possano scoprire abbiano fatto anche artisti famosissimi. Mi viene in mente Monet, per esempio. O altri artisti che conosci solo dai libri di storia dell'arte e che credevi avessero dipinto soltanto dei quadri ad olio. Così capisci che tutti questi artisti conosciuti per una manciata di opere, in realtà hanno avuto una produzione artistica molto più vasta di quello che si potesse pensare. Il monotipo mi piace perché è un modo veloce di pensare.

TG: C'è anche il Cliché Verre, o Gravure Diaphane che in qualche modo potrebbe essere considerata una tecnica di stampa incisoria e ha a che fare con la carta fotografica. Si tratta di lasciare un segno su una lastra di vetro annerita con il nerofumo, in questo modo si ottengono disegni che diventano delle specie d'incisioni fotografiche. Non c'è bisogno d'utilizzare l'inchiostro con questa tecnica che era in voga verso la fine del 1800, poi è scomparsa.

SD: Interessante, potrei provare a fare qualcosa anche in questo modo. Con il monotipo lavori su plexiglass, su lastre di zinco o rame, su vetro non credo perché è un materiale piuttosto fragile. Io non ho mai studiato incisione, ho un approccio molto empirico con le varie tecniche: provo e pian piano aggiusto il tiro...


Un  monotipo realizzato al momento, quasi per gioco davanti a me da Servadio e Alberto Brunello.

TG: (Indicando una stampa) Questo monotipo come lo hai realizzato?

SD: Si tratta di una lastra di plexiglass e questa cosa sfumata che ha una texture molto caotica è semplicemente un colore molto diluito, messo a pennello e lavorato con la carta di giornale. L'inchiostro, non potendo essere assorbito dal supporto che lo ospita, perché siede su una lastra liscia, non asciuga e tu lo puoi muovere e portarlo dove vuoi. Di conseguenza, in questo modo riesci ad avere degli effetti che lavorando direttamente su carta non riusciresti mai ad avere. Questo significa che puoi lavorare in modi diversissimi e poi riportare quello che è su lastra su carta ad un livello di definizione incredibile.

TG: Io ci vedo un paesaggio industriale. E' quello il soggetto rappresentato?

SD: Sì, un misto tra l'industria e la campagna. I miei lavori spesso parlano dell'uomo e della sua condizione rispetto all'ambiente che lo ospita. Così, capita che ci siano contrapposizioni tra personaggi umani ed ambiente, inteso come un panorama nel quale si muovono figure molto crude ed un po' sperdute che vagano nei campi e nelle città; dipende...

TG: Mi diceva Alberto che tu lavori anche con la fotografia. E' vero?

SD: Sì, ultimamente mi sono affacciato alla fotografia che è un linguaggio che ho dovuto imparare per lavorare con il tatuaggio, poiché quando fai un tatuaggio dopo devi fotografarlo. Il fatto di dovergli fare una fotografia ti dà una certa attenzione che ti spinge ad allargarti per vedere la persona, cosa che adesso mi ha portato a fare ritratti ai miei clienti o ai miei amici. A volte, sono dei ritratti di persone che portano quei tauaggi che io ho fatto sulla loro pelle. Recentemente, insieme a Mick Boiter, Michele Sesso e Alberto Brunello collaboro al loro laboratorio che si chiama Maniera Scura dove fondiamo la tecnica di stampa fotografica analogica, in camera oscura, con la calcografia. Abbiamo incominciato a sperimentare una fusione tra le due tecniche e di conseguenza abbiamo sviluppato una serie di lavori in cui una lastra dedicata al monotipo viene sovrapposta ad un negativo del cliente che ho tatuato, al quale poi disegno sopra e tutto alla fine viene riportato su carta fotografica per mezzo dell'ingranditore. Ritengo questo mix di tecniche estremamente interessante e per me molto nuovo.


Il banchetto di Servadio a Filler s.e. 2017 ed alcuni grandi monotipi in formato cm 50X70.

TG: Parliamo di prezzi. Un tuo monotipo 50X70 quanto costa?

SD: Qui è intorno ai 300 euro, ma se vai in galleria, solitamente il prezzo raddoppia.

TG: Hai rapporti anche con gallerie d'arte?

SD: Non tantissimo, però recentemente abbiamo fatto una mostra solo di monotipi alla Galleria Varsi di Roma. Tra il marzo e l'aprile scorsi. Abbiamo portato il torchio a Roma e abbiamo utilizzato la galleria come laboratorio ed in 20 giorni abbiamo prodotto tutto il lavoro che poi ha allestito la mostra nella galleria stessa, tenendo il torchio in una posizione centrale. Era una collettiva a cui partecipavano, oltre a me, Gonzalo Borondo, il trio Canemorto e Giacomo Ran. Loro vengono più dalla Urban Art, dipingono muri, non hanno niente a che vedere col tatuaggio o con l'incisione, ma sono arrivati anch'essi al monotipo perché tra il 2014 ed il 2015 eravamo tutti insieme a Londra, io avevo appena comprato la pressa ed avevo appena scoperto il monotipo. Loro sono i miei amici e di conseguenza li avevo invitati tutti da me a sperimentare questo nuovo mezzo. Abbiamo passato notti e notti a stampare convulsivamente nel mio studio e da lì, due o tre anni dopo ci siamo reincontrati a Roma dove abbiamo lavorato esattamente con la stessa tecnica. Abbiamo prodotto ininterrottamente monotipi; spontaneamente almeno 500 lavori.

TG: Quanti sono stati esposti?

SD: Non lo so, non li ho contati, però i muri della galleria erano pieni delle nostre stampe. Solo in una stanzetta dove ho fatto un lavoro un po' più installativo, dove ho esposto una serie di stampe più pensate per poter stare insieme, ce n'erano circa una trentina e quella stanzetta era solo un decimo lo spazio della galleria. Tra una cosa e l'altra, ci saranno stati 200 o 300 pezzi, non lo so, non sono bravo con i numeri... però ce n'erano un bel po'.

TG: Forse non ti interesserò perché è una tecnica che si basa sulla serialità, ma con la serigrafia hai mai avuto a che fare? Ci hai lavorato?

SD: Con la serigrafia ci ho lavorato al tempo delle scuole superiori, con gli amici, non con la scuola. Volevamo fare le magliette perché avevamo un nostro gruppo. Volevamo fare anche i poster. In quegli anni a cavallo tra le superiori e l'Università ho malamente stampato in serigrafia. La pulizia e la serialità richieste da questa tecnica mi stanno un po' strette però mi piace. Ho scoperto che si possono fare un sacco di cose belle con questa tecnica, anche perché può essere una tecnica completamente aleatoria. A breve vorrei riprendere a lavorare in questo modo.


HMS Ledsham (M2706)
HMS Ledsham (M2706)

TG: Alcune mie amiche sono state a Londra nel 2015 e mi hanno detto d'aver stampato serigrafie in un laboratorio attrezzato su una nave di legno che recentemente è bruciata, la conosci?

SD: E' bruciata ed esplosa, certo, era la cara e vecchia Minesweeper. All'inizio io e Kevin, colui che ha fatto partire tutto il progetto, abitavamo insieme in uno squat a Nord di Londra. Ti parlo di fatti che risalgono a circa 5 anni fa. Lui mi aveva proposto di andare a vedere questa nave e lì abbiamo conosciuto delle persone bellissime. Ho partecipato alla ricostruzione della nave: quello è stato un periodo veramente bello, poi la vita ti separa... Abbiamo preso percorsi diversi. La nave era bruciata una prima volta, ma galleggiava, noi l'abbiamo riparata... era una dragamine attiva nel Canale di Suez durante la crisi in questa zona negli anni '50, per non so quali operazioni della marina di Sua Maestà. Ho visto un filmato dove c'era il Duca d'Edimburgo che visitava la nave, proprio lei: pazzesco!

TG: E' andato tutto a fuoco per colpa di una stufetta?

SD: Credo di sì, io non c'ero. Andavo una volta all'anno a visitarli, quindi non ho più molti contatti con il Collettivo della Minesweeper. E' stato un brutto colpo, però adesso hanno un'altra nave. La notizia dell'incidente era stata diffusa dai giornali e qualcuno che aveva un'altra minesweeper, sempre a Londra. Una sorella della HMS Ledsham (M2706), in condizioni migliori, credo sia stata donata ai ragazzi. Non ne sono sicuro, ma indagherò su questa cosa. Devi chiedere a Joe Furlong o a Kevin. Joe è un bravissimo artista, fa parte della ciurma, da sempre è al Crack di Roma e a suo tempo aveva portato il Collettivo Minesweeper a quel festival.

TG: Perché tu hai lasciato la minesweeper?

SD: I miei progetti con il tatuaggio occupavano troppo spazio ed io ho dovuto staccarmi da quel progetto?

TG: Per quanto tempo hai vissuto sulla dragamine?

SD: Per i primi 18 mesi-due anni ero lì con loro ogni giorno, vivevamo sulla barca, potevamo farci delle docce calde e lavorare lì.

TG: L'attracco sul Depford Creek era legale?

SD: Era tutto ben tollerato; la gente conosceva la minesweeper e nessuno s'è mai opposto a questa situazione.

TG: Andrai a vedere cos'è accaduto nel frattempo alla nuova minesweeper?

SD: Adesso finalmente, sto per rientrare a Londra, dopo sei mesi di vagabondaggio in giro per l'Europa e sentirò Joe, perché sono curioso di sapere che cosa stanno combinando i ragazzi.

TG: Un'ultima cosa, conosci Wonderbee?

SD: Sì, ho incrociato Barbara sulla minesweeper mentre faceva una residenza artistica e poi l'ho incontrata anche al Crack Festival. Non la conosco molto bene, ma mi ricordo di lei.

TG: Pensi di riaprire il tuo studio?

SD: Credo che lavorerò a progetti più a lungo termine in posti diversi; è tutto un grande punto di domanda. Purtroppo e per fortuna...

TG: In bocca al lupo allora.

SD: Grazie mille.


Servadio Servadio
Servadio, 30 anni, artista.

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