lunedì 5 dicembre 2016

Pertini e il referendum anticostituzionale del 4 dicembre

Sandro Pertini sorride con la pipa in bocca fuori dal Frida

Passata l'eccitazione del voto, per chi è andato alle urne, possiamo soffermarci ad osservare cosa abbiamo trovato ieri per le strade della città.
Vedendo un graffito come il volto di Sandro Pertini sorridente con la pipa in bocca tra la data del referendum contro la Costituzione italiana ed un "No" bello chiaro, non era difficile immaginare da che parte si sarebbero schierati i cittadini (anche se nel ricco centro della Milano da bere hanno vinto i sì), perché si sa, i muri sono la voce della gente che non si può zittire e che conserva il proprio senso critico, anche quando i mezzi di comunicazione di massa gli dicono che il bianco è nero e il nero è bianco.
Questo stencil l'ho trovato in via Antonio Pollaiuolo, 3 di fronte all'ingresso del Frida che è un locale alla moda sempre piuttosto affollato dove si va a sorseggiare l'aperitivo la sera. Non ho idea di chi possa aver lasciato questa indicazione di voto, cosa che del resto non mi interessa più di tanto; l'aspetto sul quale invece intendo soffermarmi è il tipo di messaggio che si è voluto suggerire al passante prendendo come testimonial il presidente socialista.
Dire che Pertini è il più amato dei presidenti della Repubblica italiana è una falsità. In realtà Pertini è l'unico presidente che gli italiani abbiano mai amato e del quale non si siano mai vergognati, imbarazzati, o per il quale si siano girati dall'altra parte quando passava o indugiato se dargli o no la mano, nel caso si fossero trovati al suo cospetto.
Ovviamente, nessun essere umano è perfetto, non si può essere amati da tutti e non si può sempre agire in modo giusto, ma non è difficile pensare che se nel 1953 una legge elettorale che voleva premiare esageratamente la maggioranza, a danno della legge elettorale proporzionale pura fosse chiamata "legge truffa", anche oggi qualche domanda in proposito alle modalità con le quali ci chiedono d'andare a votare dovremmo porcela. E magari fare come Sandro Pertini che si oppose a questo imbroglio. Sicuramente, un partigiano come lui avrebbe combattuto, magari non solo con la matita copiativa, chi eversivamente immaginava di riscrivere le regole civili togliendo ancora di più la parola alle masse e la loro possibilità di scelta.
Non mi sembra d'aver trovato in giro disegni o simboli sui muri che esprimessero la volontà popolare di sovvertire una carta come la Costituzione italiana, solo tanti discorsi in tv e sui giornali, però se mi sbaglio e volete inviarmi qualcosa d'interessante a questo proposito, fatelo e lo pubblicherò. TG

sabato 3 dicembre 2016

Federico De Leonardis: Non ci servono simboli per produrre arte

"La vera opera d'arte sfugge a queste banali spiegazioni, si serve di simboli, come si serve d'altro." Federico De Leonardis

Anonimo su un muro del FOA Boccaccio di Monza

Premessa di Tony Graffio
Il percorso che stanno affrontando alcuni scultori è molto coraggioso, tra di loro troviamo gli artisti che propongono il linguaggio più svincolato dai materiali e dalle tecniche, molti prendono spunto dai vari elementi che li circondano, in modo spesso un po' destabilizzante, come abbiamo visto nella precedente pagina di questo sito, ma rifiutano ogni legame con il mondo inconscio dei simboli.
L'arte contemporanea s'è liberata da tutti gli schemi del passato: non ci sono più canoni estetici, né regole; non c'è più alcun ritegno nell'appropriarsi del lavoro altrui o nel rappresentare le brutture e le bruttezze della nostra società in questa età di decadenza. Ma esistono dei segni che sono ancora presenti all'interno dell'opera d'arte e che sono riconoscibili da tutte le culture? E perché? 
Può l'arte liberarsi dai simboli oppure utilizzarli a prescindere dal loro significato? Su questo punto, come spesso accade, mi sono trovato piuttosto in disaccordo con l'amico Federico De Leonardis, così l'ho esortato a spiegare le sue ragioni su queste pagine che già hanno ospitato più volte il suo pensiero. TG

DECLINO (Premessa di Federico De Leonardis)
Questo famoso rapporto con l'altro da sé: vox clamantis in deserto. Ci sono in giro molti Sant'Antoni blateranti, fra cui il sottoscritto; ogni tanto, tanto, salta fuori qualcuno a dirti, privatamente, ho sentito: è un momento eccezionale, corroborante, ti incoraggia a continuare.
Ma non sono tutte illusioni? Non è meglio prendere una canna e sporgersi su uno specchio d'acqua a cercare che abbocchi un pesce? Non è meglio distendersi a una partita a bigliardo o a scopone con qualche amico? Le variabili sono infinite, secondo l'indole e la storia dell'interessato e ci sono molti modi di affrontare il declino inesorabile verso quel terribile momento che decreterà forzatamente il nostro stop.
Io penso però che, accettata negli umani in età non più giovanile l'esistenza della coscienza del declino, i modi a cui ho accennato parlando di evasioni comuni siano veramente inefficaci: prima o poi dovremo affrontare il punto. Oddio, chi non si masturba qualche volta un poco? E' tanto rilassante, stende i nervi. In certi casi è addirittura consigliabile: guardi dalla finestra e vedi le solite cose che rimarranno immutate dopo te, un uccello attraversa il tuo campo visivo, la luce declina lentamente a occidente, ti raggiunge il rumore di un autobus che passa sotto. Tutto è così rassicurante, così scontato. Tra un terremoto e l'altro la vita continua coi suoi ritmi, la gente si accoppia e fa figli, la madre è soddisfatta, il bambino sorride ecc ecc. Se guardiamo il Sud il mondo gira come al solito in senso antiorario, le stelle rimangono più o meno nella stessa posizione e ogni notte fanno un piccolo passettino, troppo piccolo per registrarlo, ma il fatto, così dicono, che il prossimo anno lo stesso giorno le troveremo nella stessa posizione è rassicurante. Non possiamo farci niente, siamo assolutamente impotenti, la passività e l'impotenza ci dominano e ci acquietano. Perché darsi tanto da fare, perché trovarsi tutti i sacrosanti giorni in quel luogo tutto sommato abbastanza scomodo, freddo, sempre lo stesso, a fantasticare, spostare oggetti, spaccarsi le mani per modificarli? Pontormo aspettava sera nel suo fondo fiorentino gelato per andare a mangiare con Bronzino: era un momento di sospensione della sua terribile ossessione: l'intrico di gambe e braccia del Diluvio che i monaci bacchettoni di San Lorenzo seppellirono sotto una mano di intonaco un secolo dopo.

Pontormo

Ecco dove va a finire il nostro darsi tanto da fare. Ma questo non ci induce a smettere: non c'è, o per lo meno non l'ho io, una spiegazione all'ansia del fare, del significare, del comunicare all'altro da te, l'altra metà dell'anima come diceva Jung. E' esattamente come la questione dell'esistenza di Dio: tanti si sono arrabattati a cercarne le prove, con scarso risultato. Alla fine constatiamo che l'umanità si può dividere fra quelli che hanno la fede nella sua esistenza e quelli che non l'hanno e il fatto che io non impieghi la maiuscola nel pronome possessivo dice chiaramente a quale delle due schiere appartengo, a quella destinata all'onda bruna, diretta “alla riva dannata ch'attende ciascun uom che Dio non teme”. L'eventualità di essere spedito all'Inferno, niente popo' di meno che da Dante, non paralizza il sottoscritto. Al contrario, lui si alza tutte le mattine e diligentemente, senza ubbidire ad altro padrone che se stesso, finisce per spostarsi nella ghiacciaia di cui parlavo prima per arrabattarsi anche lui a significare, comunicare ecc ecc. Perché?
Non c'è una risposta soddisfacente e non mi interessa nemmeno cercare di darla. Forse un'indizio, un'abbozzo di spiegazione lo si può trovare per tutti, anche per quelli che sbandierano la loro fede in Dio, se si sostituisce a quest'ultimo soggetto, anzi Soggetto, uno altrettanto generico e improbabile, ma forse del quale è più concreto (non dico più facile) provare l'esistenza. Se non altro perché qualche volta salta fuori quel qualcuno che al tuo clamore risponde con il segnale di aver sentito. Quel qualcuno appartiene appunto al nuovo soggetto che, ormai tutti l'hanno indovinato, si chiama umanità. E la parola, faccio notare, va scritta rigorosamente con la minuscola, perché trattare da soggetto importante e particolare una schiera di individui da poco emancipatisi dalla loro origine perché hanno trasformato le loro braccia inferiori in gambe, è quanto meno azzardato: l'uomo di Cro-Magnon, non si sa se perché più intelligente o più crudele (ma forse per ambedue le ragioni, in quanto crudeltà e intelligenza sono nella maggioranza dei casi sinonimi), ha estinto oltre a moltissime specie diverse dalla sua anche alcune antropomorfe con le quali ha convissuto per migliaia di anni e che praticavano come lui il culto dei morti, i propri (se questa può essere una spiegazione dell'inizio della spiritualità). FDL

ARTE, SIMBOLO E MORTE
Ma perché questo lungo cappello per parlare di simboli? 
Per non essere superficiali: ora possiamo tornare a noi, all'umanità sopravvissuta. Nessuno può ignorare l'importanza anche per noi moderni di quegli strani oggetti che per i greci rimandavano a un patto condiviso (si spartiva spezzandolo un qualsiasi intero a suggello dell'accordo). La parola da cui deriva usa il prefisso sun (insieme) ed è questo a rivelare l'importanza dell'operazione. Infatti se i componenti del patto sono molti la parola che finisce per sostituire il frammento dell'oggetto acquista importanza. Ma è una parola appunto, in una lingua particolare e in un contesto o per lo meno in una civiltà particolare, cambiando la quale perde il suo significato. A volte però esistono oggetti che anche per civiltà e lingue diverse rimangono simbolici, che so per esempio una croce è un simbolo sia per la civiltà cristiana che per quella musulmana, anche se dimostra antagonismo nei confronti della prima. Josef Beuys ha usato spessissimo la croce, quella rossa della famosa compagnia che viene in aiuto dei malati e non ha attribuito alla stessa nessun significato particolare oltre al fatto di indicare l'istituzione.

Beuys

L'indicazione è importante, ma non universale, nel senso che per una tribù dell'Amazzonia non significa niente. Per essere chiari un segno può rimandare ad altro, ma non per questo è universale. La croce rossa di Beuys indica esattamente che si tratta di medicina, di cura, di salvezza fisica e se uno conosce la sua storia capisce che non rimanda a nient'altro che alla sua gratitudine per esser stato salvato durante la guerra e curato. Ma l'uso della croce in lui ha anche un altro significato. L'umanità è malata, lo è soprattutto l'umanità della sua nazione (era tedesco), malata per quanto era successo prima della catastrofe finale e malata dopo, quando lei, che credeva di imporre la sua supremazia sull'Europa, è stata addirittura divisa in due: il lamento dell'artista è in tutte le sue opere e la croce, che lui usa spessissimo, può essere considerata importante, ma solo per la nostra civiltà. L'universalità del messaggio di quel grande artista che è Beuys si rivela in altro modo che attraverso un banale richiamo a una struttura sociale, onorevole quanto si vuole, di soccorso ai malati, la Croce Rossa. Come vedremo in seguito infatti, è forse un insieme di fattori quelli che lui adotta per esternare il suo messaggio. Parlo del suo lavoro perché mi sembra particolarmente adatto ad affrontare la questione del simbolico in arte.
Bisogna però prima spiegare un poco cosa si intende per universalità. Quando vedo i giapponesi, che alla morte di un amico o di un congiunto accendono candeline davanti all'immagine del defunto e si mettono a chiacchierare su di lui, penso al culto dei morti dei poveri Neanderthal, che non hanno saputo opporre alla forza intellettuale dei Cro-Magnon qualcosa che evitasse la propria estinzione.

Mare di Federico De Leonardis

Forse l'universalità dei simboli che accompagnavano le loro inumazioni era debole, nel senso che forse il Sapiens- sapiens, è un'ipotesi, non riusciva a trovare una condivisione sufficiente con il Neanderthal: un cane che dimostra una fedeltà al padrone che nessun umano riesce a eguagliare, rimane un cane per mille altri motivi e se dobbiamo scegliere tra lui e nostro figlio non abbiamo esitazioni. I Neanderthal per il Sapiens erano, come gli ebrei per i nazisti, semplicemente degli animali, dei diversi (il lamento del tedesco Beuys, ex ufficiale della Wermacht, ci insegue).
In parole brevi la candelina dei giapponesi, una luce che si consuma lentamente durante la chiacchiera e lo scambio di cibo, è un simbolo importante non solo perché è la stessa che mettiamo (mettevamo per la verità, perché dopo migliaia di anni i preti hanno deciso di sostituirle con delle candeline elettriche, che consumano solo forza lavoro, direbbe Marx) davanti all'immaginetta del santo di turno nelle nostre chiese o ai piedi della bara del defunto, ma perché richiama la morte, che è universale. La stessa che, uccidendo un pollo, evocava Senofonte (un filosofo oltre che un capitano di ventura) per scrutare nelle sue viscere il consiglio su quale via avrebbe dovuto prendere il suo esercito (ed è riuscito, in effetti, a portarlo a rivedere il mare, Talassa in greco).

Ossa di Shelley di Federico De Leonardis

Sarà un caso questa ricorrenza della morte quando si parla di simboli? Forse il vero simbolo è solo quell'unico che evoca la morte, perché solo lei, solo la sua evidenza è universale; e la candelina che si consuma può benissimo esserlo, proprio perché a un certo punto si spegne, spegnendo il suo corpo, il feticcio che vorrebbe rappresentare. Ma questo è un discorso troppo difficile perché qualcuno possa seguirmi. Qui sono veramente in deserto.
L'arte, quella per la quale sono stato invitato a parlare di simboli, l'arte visiva, fa spesso uso di oggetti e di immagini che riassumono, sintetizzano la complessità del suo messaggio e hanno una certa più o meno estesa condivisione. Lo faceva in passato (la Melanconia di Durer, per esempio, ne è stracarica, Gli Ambasciatori di Holbein la supera per numero di rimandi), soprattutto nelle epoche di ridimensionamento della fede religiosa e di conquiste laiche. Per rimanere al secolo scorso, dopo il trionfo del Surrealismo (parlo di arte del Novecento, perché considero il Simbolismo un rimasuglio del tardo romanticismo ottocentesco), l'arte è ricorsa continuamente all'uso di simboli, profani e laici per lo più, credendo con questo di elevare il proprio messaggio a una maggiore universalità. Il fatto è che il simbolo non si possiede, non lo si può inventare, esiste ed emerge eventualmente da un'opera d'arte quasi all'insaputa del suo stesso fattore, come la memoria appunto, e non è comunque determinante. E poi è e deve rimanere involontario, non come in Magritte o in Dalì, che pescano coscientemente (questa è la contraddizione) a piene mani nella “letteratura” dei simboli (sanno di intelletto, di ricerca, nella migliore delle ipotesi di sogno, quando si sa, almeno lo sanno tutti quelli che hanno letto qualcosa di Freud, che il Traum si nutre sì di immagini, ma soprattutto di parole legate alle immagini).

Boltanski

Per approfondire ulteriormente il concetto di universalità porterò l'esempio di un lavoro di Boltanski, in cui una lampadina appesa al centro di un lungo corridoio vuoto e buio si accende, per spegnersi subito dopo al ritmo del battito del suo cuore.
La grandezza di quell'opera consiste fra l'altro nel fatto che tutti si sono soffermati almeno una volta ad ascoltare il leggero colpo che dà il proprio e questo ha rimandato subito al pensiero che un bel momento questo lieve rumore ossessivo e regolare cesserà. Perché sappiamo benissimo che tutti noi avremo una fine e che il declino, di cui parlavo all'inizio e che forse è il lento rallentamento o affievolirsi della luce della lampadina, ne è l'anticamera.
Quindi la lampadina è un simbolo? Non è importante se lo sia o meno, pensando agli Inuit o ai popoli dell'Amazzonia o agli aborigeni australiani certo non è un'immagine universale. La vera opera d'arte sfugge a queste banali spiegazioni, si serve di simboli, come si serve d'altro. Riprendiamo a guardare i lavori di Beuys: lui porta sempre con sé un bastone, spesso una coperta di feltro e un triangolo sonoro che richiama facilmente l'immagine della sbandierata Trinità, ma questa vistosa coreografia sciamanica è solo necessaria a creare un'atmosfera ancestrale, non dico dell'epoca dei Cro-Magnon e dei Neanderthal, ma molto vicina a loro: forse per curare la nostra civiltà dobbiamo tornare alla loro semplicità, allo strame su cui ci corichiamo insieme al coyote1, condividendone almeno per un poco la vita.

Beuys

Simboli gli elementi di cui si serve? Io li chiamerei piuttosto strumenti coreografici e lui stesso ne è cosciente vista la cura quasi maniacale dell'immagine stessa, della sua composizione astratta, dell'equilibrio visivo fra i pieni e i vuoti delle sue immagini. Potrei continuare all'infinito a descrivere altri suoi lavori, ma voglio convincere chi mi ha seguito fin qui della scarsa importanza del simbolico nell'arte, anzi del grande equivoco che hanno alimentato dal Surrealismo in avanti, portando altri esempi di grandissime opere d'arte. Giacometti, per esempio, a un certo punto della sua vita abbandona quel Movimento di cui faceva parte, e che gli aveva procurato un grandissimo successo, per mettersi a fare figurine magrissime, scavate, s-colpite (con la mano destra, la sinistra aggiungeva creta che la destra scavava), fantasmi minuti che ricordano i bronzetti dei nuraghe sardi, opere che ci arrivano dalla preistoria.

Giacometti

Cercava un nuovo simbolo o piuttosto aveva capito che continuando a maneggiare quelli che gli metteva a disposizione la Letteratura del Surrealismo non sarebbe arrivato da nessuna parte? Il ricordo di quelle antiche divinità giunte da lontano (sempre di fronte alla morte o per lo meno al declino, compare un Dio), ancora presenti nel suo come nel nostro foro interiore, come in quello di tutti, compresi i giapponesi cui ho accennato, forse è qualcosa di più solido, di più profondo delle invenzioni fantastiche e un po' provocatorie di un Magritte, i cui cappelli bombati sono già tramontati con la piccola borghesia del secolo ventesimo.

Magritte

Ma sono un simbolo?
Ecco che senza neanche nominarla, ha fatto la sua comparsa la radice di quell'universalità che ho scomodato prima: l'inconscio collettivo. Giacometti non ha inventato niente, non lo ha cercato. Gli è bastato frugare dentro se stesso per riportare alla luce della coscienza contemporanea una verità antica scaturita millenni fa di fronte alla coscienza della morte.
Allora l'arte è solo un esorcismo del grande momento? Gli esempi riportati sembrerebbero confermarlo. A parte il fatto che qui sono stato chiamato a disquisire sul simbolo, en passant possiamo rispondere di sì: l'arte è un'operazione di liberazione, di consolazione, di sollievo.
Ma torniamo a noi. Le sculture di Giacometti sono simboliche? Non lo sono affatto nel senso in cui lo è il bastone dello stregone messo al centro del drappo nero le cui diagonali sono riempite di teste di leopardo. L'esorcismo li accomuna, ma l'inconscio li separa. Il drappo di cui parlo, da me visto al Guggenheim di New York in una mostra di feticci africani, è un'opera d'arte? Niente affatto, è un'opera pratica, senza nessun mistero, senza nessun altro scopo che l'esorcismo della paura e la conferma di una gerarchia di comando. Nessun segno universale.

Il viandante e la sua ombra di Federico De Leonardis

Deve esser chiaro una volta per tutte che l'arte è solo un segno universale, l'Onda di Hokusai, come il Diluvio di Pontormo, come le spirali di Richard Serra sono segni universali, valgono per il Cro-Magnon di tutte le latitudini e longitudini e non rimandano a nient'altro che a se stessi.

Federico De Leonardis

Hokusai

1. Sceso dall'aereo e caricato in barella su un'ambulanza, l'artista si è fatto trasportare a sirene spiegate in una galleria di New York, dove per un mese ha condiviso lo spazio con un coyote.

venerdì 2 dicembre 2016

La scuola di Beslan, un'operazione culturale di Paolo Gallerani per non dimenticare gli orrori della guerra

Beslan 2004 è la raccolta di fotografie pubblicate su "La Repubblica" e "Il Corriere della Sera" da giovedì 2 settembre a venerdì 9 settembre 2004.

Giuliano Banfi, Vicepresidente dell'Aned, un'associazione che ha sede all'interno della Casa della Memoria e rappresenta tutte le deportazioni, commenta così l'inaugurazione della mostra di Paolo Gallerani: "Sono impressionato e contento di questa mostra perché con queste "macchine armate" Gallerani testimonia una volontà di pace. Esibire oggetti orrendi nati per la distruzione, in modo da scavarne le forme e manipolarne l'aspetto induce grande terrore. Come conseguenza, si produce così una reazione uguale e contraria capace da indurre nel visitatore una volontà di pace che quindi è nello spirito della Casa della Memoria. Un'altra cosa estremamente importante è che durante il periodo d'apertura della mostra: Le macchine armate sculture e frammenti visivi, Gallerani continuerà  a lavorare, implementando le sculture ed i momenti di riflessione con nuovi apporti di materiale artistico per rendere più vitale il ruolo della Casa della Memoria nel tessuto culturale della città. Siamo soddisfatti di constatare che in questo modo stiamo sviluppando un prezioso processo di autocoscienza nel visitatore."


Giuliano Banfi, Vicepresidente di Aned.

Personalmente, sono stato molto impressionato, dall'esposizione sopra tavoli di ferro, preparati dall'artista, delle riproduzioni fotografiche tratte dai giornali quotidiani italiani che mostravano i volti ed i corpi dei bambini e dei loro genitori colpiti dall'attacco terroristico degli estremisti islamici ceceni nel "Giorno della conoscenza", nel 2004, nella città di Beslan.
Ciò che non ci riguarda direttamente viene dimenticato, ma come possiamo non pensare alla tragedia che ha colpito coloro che hanno subito il dolore più grande?
Fa bene Paolo Gallerani a ricordarci fino a che punto può spingersi la crudeltà umana, o disumana, e ad accostare gli strumenti di guerra alle immagini della sofferenza che causa la sete di vendetta, di sangue e di potere.
La guerra ha cambiato il suo volto e ci coinvolge tutti in ogni luogo del mondo; vedere soffrire un mio simile colpisce anche me, indipendentemente da chi abbia sparato il primo colpo.
96 fotografie scelte tra 145 immagini documentano e testimoniano dell'eccidio di Beslan, una pagina di orrore della storia dell'umanità che ha tenuto il mondo col fiato sospeso per tre giorni e on può essere in alcun modo cancellata. Il dolore che colpisce noi tutti finisce nelle parole del poeta russo Evgenij Evtushenko, del quale riproduco una poesia ed un testo che descrivono perfettamente la tragedia. TG


La bomba dei terroristi islamici ceceni era piazzata nel canestro della palestra piena di bambini della scuola Numero 1 di Beslan

LA SCUOLA DI BESLAN di Evgenij Evtushenko

Io sono uno che non ha mai finito una scuola in vita sua
uno che ha sempre pagato per le malefatte altrui
ma ora vengo a te, Beslan,
per imparare davanti alle rovine della scuola tua.
Beslan, lo so, sono un cattivo padre io,
ma davvero dovrò assistere
alla fine di tutti i cinque figli miei
sopravvivendo nella vecchiaia per castigo?
Lo so, non sono in una città straniera
mentre cerco il mio cuore tra i fiotti del dolore
inciso goffamente col coltello
in quell'ultimo banco bruciato della scuola.
Che cosa farai mai in Russia tu, o poeta?
Paragonato al tritolo, sei un moscerino.
E non abbiamo oggi scusa alcuna
se sulla terra tutto questo accade.
Come ad un tratto lì a Beslam tutto si fonde ancora:
l'inafferrabilità, il caos, l'orrore
l'imperizia di saper salvare senza fare vittime
e al tempo stesso tutte quelle storie di coraggio.
E il passato, guardandoci, trema
e il futuro, promessa innocente,
tra i cespugli si sottrae al presente
che gli spara alla schiena.
Ma la mezza luna abbraccia la croce.
Tra i banchi bruciati e tra i cespugli
come fratelli vagano Maometto e Cristo
raccogliendo dei bambini a pezzi.
Oh Dio dai tanti nomi, abbracciaci tutti!
Che davvero dovremo seppellire senza gloria
accanto ai bambini di ogni credo
noi stessi nel cimitero di Beslan?
Quando andavano i convogli in Kazahstan,
stracolmi di ceceni ammassati l'un sull'altro,
il terrore futuro si stava generando là,
nel liquido amniotico di quei nascituri.
Laggiù, in quella prima culla sempre più cattivi,
si stringevano loro, felici di nascondersi così,
eppur sentivano attraverso il grembo della madre
il calcio dei fucili sulle teste.
E certo non pregavano Mosca
che li confinava nella steppa, dove tutto è piatto e spoglio,
come se per incanto sulla terra
Satana avesse cancellato i monti antichi.
Ma la lama ricurva della luna, lì
tra le fessure dei tetti nelle case di terra
ricordava loro il segreto dell'Islam
tra gli slogan sovietici dell'inganno.
E l'arroganza plebea di Eltsin,
e la fanfaronata di Graciov su quella "guerra-lampo"
li spinsero poi verso i primi attentati,
e allora alla guerra non ci fu più scampo...
Le kamikaze cecene portano esplosioni sul petto,
alla vita, e al posto della collana al collo.
E come sempre, tanti più morti si lasciano alle spalle
tanto più basso è il prezzo della vita.
Com'è cambiato il volto del firmamento,
la tenebra a Beslan esplode solo per i tank,
e ha sussultato al pensiero della fine
in quella scuola e in quel campo di basket laggiù
la mina innescata da Stalin.
Ma a niente serve la vendetta.
Salvaci, Dio dai molti nomi, dalla vendetta.
Finché ci sono ancora bimbi vivi
non ci dimentichiamo la parola "insieme".
Nessuno di noi è eroe da solo,
ma dinnanzi alla nuda verità tutti noi siamo nudi.
Io sto insieme ai bambini bruciati.
Sono anch'io uno di loro... Uno della scuola di Beslan... 
Traduzione di Nadia Cicognini
L'istallazione sui tavoli di ferro progettati da Paolo Gallerani

Quest'operazione culturale, vorrei evitare di chiamarla opera d'arte, in quanto a mio giudizio, prendere fotografia, scultura, poesia ed assemblare il tutto in un'istallazione è un po' diverso da creare qualcosa partendo da materiale originale che sia soltanto frutto della propria creatività. Tutto ciò è comunque molto interessante ed apre un discorso molto controverso che spero di poter affrontare nuovamente con Paolo Gallerani che invece sostiene quanto segue: 

"La fotografia è un documento che si brucia con un impatto momentaneo sui giornali o nelle immagini che scorrono nei video o alla tv. Io fermo e recupero queste immagini e presento la fotografia come opera d'arte. Tutte le fotografie che ho utilizzato, realizzate da bravi reporter o meno, diventa arte e deve essere considerata come tale. Collocando la fotografia in questo spazio io creo una scultura che vive nel presente. Una delle funzioni di ciò che si chiama arte, o della pittura e della scultura, non è produrre estetismi gratuiti, ma partecipare alla vita degli uomini." P.G.


Paolo Gallerani ed alla sua sinistra Andrea Kerbaker

IL PERDONO E' IMPOSSIBILE di Evgenij Evtushenko

La carneficina di parecchie centinaia di scolari innocenti a Beslan è ingiustificabile e per i terroristi non c'è perdono. Ma non c'è perdono neppure per noi se trenta e più terroristi hanno varcato il confine e raggiunto indisturbati la scuola dove hanno alacremente staccato le assi del pavimento sotto le quali fin dall'estate erano lì in attesa gli ordigni premurosamente lasciati dagli operai addetti alla ristrutturazione che poi sono stati appesi nella palestra sopra le teste dei bambini.
Non c'è perdono neppure per noi che non siamo stati in grado di salvarne così tanti. Volevamo, ma non siamo stati in grado. Riconoscendo il coraggio di coloro che hanno rischiato la propria vita, non dobbiamo temere l'amara lezione che ancora non abbiamo imparato a salvare vite umane al prezzo di minime perdite o senza nessuna. Non serve innervosirsi quando le corrispondenze giornalistiche sono discordanti e non sempre collimano coi dati ufficiali. Nessuna cronaca di nessuna guerra si fonda solo su dati ufficiali. Altrimenti non si raggiungerebbe mai una verità esaustiva.
Un po' di storia: per capire ciò che è avvenuto a Beslan non si può dimenticare l'annessione del Caucaso all'impero zarista e se il presidente Eltsin avesse letto Chadzi Murat di Tolstoj è assai improbabile che si sarebbe imbarcato in un conflitto coi ceceni. Temo che abbia rimosso anche il Kazachstan come vendetta nei confronti di alcuni ceceni che avevano combattuto dalla parte di Hitler. Di gran lunga più numerosi furono i russi e gli ucraini che diventarono collaborazionisti e tuttavia della loro colpa è stato investito un intero popolo. Ma furono molti i ceceni che combatterono fianco a fianco coi russi contro il fascismo e che furono decorati come Eroi dell'Unione Sovietica e insigniti di ordini e medaglie.
Quella profonda offesa inferta a un intero popolo che ha patito lunghi anni di deportazione si riflesse sulla sua psicologia e nelle pieghe più riposte del suo animo si rafforzò la speranza in un futuro d'indipendenza dalla Russia. Quando il tentativo di Eltsin di collocare il suo favorito al posto del presidente della Cecenia fallì e venne eletto invece con la maggioranza dei voti il generale sovietico Dudaev, il generale chiese senza indugio a Eltsin di essere riconosciuto.
La storia non tollera i se e i forse, ma non dimeno ritengo che se avessero steso a Dudaev un tappeto rosso e l'avessero accolto con l'orchestra e il picchetto d'onore, avessero aggiunto altre stellette alle sue mostrine e gli avessero donato un destriero arabo, e se poi Eltsin dopo aver bevuto forte con lui, al mattino avesse condiviso la sauna e quindi secondo l'usanza caucasica avessero inciso le mani e sfregato i tagli diventando kunak, fratelli di sangue, e nel Caucaso questo è considerato un gesto sacro, non vi sarebbe stata alcuna guerra. Ma lo scostante Dudaev, che si sentiva mortalmente offeso e aveva inoltre avuto prove evidenti di come i russi stessero per accordarsi coi rappresentanti di altre tejp (tribù) e anche con l'avventuriero Ruslan Labazanov, si rivolse ai separatisti ortodossi.
Sapute le intenzioni di Dudaev, il ministro della guerra Grachev convinse Eltsin che avrebbe domato la Cecenia con una "guerra-lampo" e gli promise che avrebbe preso Grozny addirittura nel giorno del suo compleanno. Tuttavia, questo piano non ebbe alcun esito trionfale.
Ma io, grazie al cielo, ho letto Chadzi Murat e conosco bene il Caucaso.
Nel 1993 in segno di protesta rifiutai di ricevere al Cremlino dalle mani di Eltsin l'ordine dell'"Amicizia tra i popoli", comprendendo che, se si fosse sviluppato un conflitto, esso sarebbe stato lungo e sanguinoso.
Dudaev fu ucciso in maniera del tutto assurda da un missile telecomandato, il neoeletto Maschadov non riuscì a spuntarla sui comandanti in campo ciascuno dei quali coltivava delle ambizioni personali e gli accordi per ristabilire la pace risultarono precari.
Gli atti terroristici in tutto il pianeta si sono trasformati in un ricorrente incubo quotidiano e la Russia non è sfuggita alla stessa sorte. Essere in grado di difendersi è indispensabile, ma un terrorismo al contrario non porterebbe a nulla di buono. Non esistono guerre non crudeli, ma il bilaterale inasprimento della crudeltà significa l'autodistruzione bilaterale. Prendiamo solo gli ultimi avvenimenti: l'attentato alla metropolitana di Mosca, ai due aerei e infine la cattura senza precedenti di ostaggi-bambini all'interno della scuola di Beslan...
Non ho nessuna ricetta su quale soluzione si debba adottare in una situazione che pare essere senza vie d'uscita. Ma non ci sono guerre senza soluzione. Ritengo che l'unica via d'uscita tra tutte quelle in apparenza insolubili e inestricabili dai nodi della politica non stia affatto in un approccio di tipo politico, bensì semplicemente in uno umano.
Per comprendere quale possa essere tale approccio mi sono seduto a un banco bruciato della scuola di Beslan...


Immagini che non vorremmo mai vedere. 


Al cospetto di tanta crudeltà, mi sembra fuori luogo parlare d'arte, pertanto, anche se avrei molte cose da dire che oltretutto rischierebbero di farmi emulare qualche critico (cosa che mi sono sempre ripromesso di evitare) o di apparire un po' troppo polemico. Specialmente per l'utilizzo scriteriato del lavoro altrui da parte di chi è convinto di trasformare l'attualità (ormai storicizzata) in arte, preferisco tacere e passare oltre. Fermo restando che in futuro affronterò questo discorso in modo più rigoroso. TG

martedì 29 novembre 2016

I poeti e l'arte, la politica, le masse (seconda parte di una conversazione con Tomaso Kemeny)

In attesa di incontrarci con il Comitato Direttivo di "Poetry and Discovery" (evento aperto al pubblico) il giorno 1 dicembre 2016 alle ore 19,30, presso la Casa della Poesia, in via Formentini, 10 e di partecipare agli "Affari Poetici" di sabato 3 dicembre 2016 alle ore 15, sulla scalinata del Palazzo degli Affari di Milano, riprendiamo il discorso con Tomaso Kemeny muovendoci tra citazioni letterarie e pensieri personali. Scopriamo la sua opinione sul Premio Nobel, sulla globalizzazione, fino ad arrivare ad alcuni episodi del passato in cui il poeta ci racconta ciò che ha appreso dal suo maestro André Bréton o dagli operai della Marelli di Pavia.


Poesia visiva
Tomaso Kemeny legge le sue poesie alla Galleria d'Arte di Ugo Carrega: "Il Mercato del Sale", con Ottavia Piccolo, Milo De Angelis, Giancarlo Pontiggia ed altri poeti, 1977

Tony Graffio: L'arte oggi interessa ancora alla gente?

Tomaso Kemeny: Molti artisti contemporanei sono diventati come i buoni del tesoro, c'è ancora qualcuno che si esprime sinceramente, autenticamente, ma non sono molti. Vorrei andare a vedere la mostra di Jean Michel Basquiat che secondo me era un genio nel suo genere, e aveva un suo istintivo canone. Non è detto che uno debba teorizzare, come Platone che oltrepassava il brutto riuscendo a sublimare i comportamenti quotidiani attraverso un linguaggio che oltrepassava il volgare. Nel '900 Ezra Pound suggeriva a James Joyce di togliere i momenti delle vicende personali che Leopold Bloom trascorreva in stanza da bagno defecando e leggendo per evitare di vedersi negata la pubblicazione, ma Joyce era contrario e disse di no perché intendeva rappresentare l'uomo qual'era veramente, nella sua fragilità esistenziale e nella sua grandezza. Poiché tutti vanno in bagno, anche Bloom doveva farlo. Cosa completamente fuori dalla tradizione della scrittura, perché se leggiamo Giacomo Leopardi, ci accorgiamo che lì nessuno, tanto meno il poeta, espleta funzioni corporali nella rappresentazione.

TG: Quindi anche Piero Manzoni ha rotto una consuetudine?

TK: Certo, lui era un contestatore e andava bene così. Era contro il mercato e la sua merda d'artista, un po' come per Basquiat, (che uso la sigla SOSH = same old shit, la solita vecchia merda per alcune sue opere) era una testimonianza contro l'Impero del Brutto, lasciata in modo originale. Anche se poi anche le sue scatolette sono diventate oggetto di mercato e c'è perfino stato un idiota che ne ha aperta una non trovandovi dentro niente. Non si trattava di trovarci un contenuto, ma un concetto.

James Joyce Philadelphia University Tomaso Kdemeny 1987
Congresso Joyciano all'Università di Philadelphia, Pennsylvania, 1987

TG: Tornando al Premio Nobel, crede che facendo quelle scelte il premio perda credibilità ed autorità? Oppure la gente si adeguerà comunque?

TK: Secondo me, il Nobel ha perso importanza da anni, proprio per la scelta di premiare persone politicamente valide. Wisława Szymborska è una buona mediocre poetessa che è passata dal comunismo alla democrazia. E' una buona poetessa, ma non una gigantessa del verso, no? L'Accademia svedese ha sempre premiato persone che lottano contro l'ingiustizia, il che può essere una bella cosa. Bob Dylan, quando il mio eroe Martin Luther King scese in campo per gli spazzini che erano malpagati e quasi tutti neri, era andato a cantare al loro fianco. Erano gli anni 1960 ed era un ragazzo impegnato: giù il cappello, ma da questo a metterlo a fianco degli Ungaretti e Quasimodo, ce ne corre, no? Sono canzonette le sue, "light poetry", poesia leggera per i britannici di buon gusto.

TG: Sono in pochi che però hanno avuto il coraggio di dire qualcosa di questo tipo.

TK: Io non ce l'ho con lui, lo rispetto moltissimo, è un ottimo cantante e lui, come in generale gli ebrei, ha il senso del limite. Forse perché perseguitati, chi lo sa? E così non va a ritirare il Premio Nobel, come pare. Anche perché, te lo immagini in smoking a fare un discorso sulla poesia? Secondo me, si rende conto di essere una star in un'altra forma espressiva.

TG: Anche premiare Obama è stato un errore?

TK: Sì. In genere, davano i premi per la pace a quelli che dimostravano buona volontà, ma non m'è sembrato il caso di Obama. Non è colpa sua, non era al livello della situazione. Ci voleva un genio. Lui comunque è un brav'uomo. Se fossi un politico non mi metterei lì perché è talmente complesso... Non basta essere delle brave persone per diventare dei Winston Churchill.



TG: Torniamo ai problemi non risolvibili o difficilmente eludibili...

TK: Non che il poeta abbia queste capacità, ma il grande politico esiste, se non è corrotto o non lavora per l'Anticristo. Purtroppo, per essere eletti bisogna compiacere le masse e le masse di per sé rappresentano il brutto. Non in quanto singole persone, ma perché si sono fatte massificare. Non sono più individui. Oscar Wilde aveva scritto un bellissimo libro che parlava della decadenza della menzogna contemporanea. Perché una volta si mentiva per compiacere le attese dei lettori, praticando gli strumenti dell'arte. Ulisse che non riusciva a trovare la via di casa magari era intento in tutt'altre occupazioni, chi lo sa? Poi invece è diventato l'eroe dell'avventura della conoscenza in Omero prima che di Dante and Company (Vedi James Joyce). Secondo Wilde è la pratica alta della menzogna che permise a Dante di visitare in tre cantiche l'aldilà. Queste però sono menzogne belle, mentre oggi si tenta di mentire per imbrogliare il prossimo.

TG: E i politici sono maestri in questa pratica.

TK: Sono obbligati! Se uno di noi si presentasse alle elezioni sotto una qualsiasi bandiera e dicesse: “Evasori fiscali, farabutti che non siete altro e via di seguito”, non riceverebbe alcun voto. Invece coloro che dicono: “Diminuiremo le tasse e daremo lavoro a tutti”, vengono sempre applauditi. Il sistema politico in qualche modo è già pre-condizionato ed i soldi sono molto importanti. In America poi, è evidente, se non sei miliardario non puoi neppure presentarti.

TG: Siamo tornati al Dio Denaro. Tutto è controllato da lobby e dinastie di potenti. Hilary Clinton si dice che abbia speso un miliardo di dollari per una campagna elettorale che è costata come un viaggio su Marte.

TK: Forse l'America, tra tutti i sistemi è il meno peggio, anche se al suo interno ci sono dei temi razzisti totalmente deprecabili.

TG: Un sistema politico che si basa solo su due partiti mi sembra un po' esagerato chiamarlo democrazia.

TK: Al di là di questo, il grave è che loro fanno il doppio gioco per il petrolio, dando i soldi agli arabi che poi finanziano i terroristi. Arriveremo ad avere macchine che funzionano ad elettricità?

TG: Ci aveva già provato Nikola Tesla, ma non ha fatto una bella fine.

TK: Anche Enrico Mattei s'era messo contro le Sette Sorelle e forse persino Pier Paolo Pasolini che stava scrivendo “Petrolio”, prima che lo uccidessero.

TG: Stava documentando come alcune bande criminali eliminassero chiunque fosse contro la vendita del petrolio.

TK: Non è riuscito a finire il suo libro, ma come si fa a sapere se la sua è stata una tragedia personale o un delitto politico? Sembra strano, ma i cattivi non muoiono mai.

TG: (Rido) Né i brutti! Anche per i bambini la parola brutto contiene tutto e generalmente per loro significa il peggio.

TK: Anche per i mitomodernisti il brutto è visto infantilmente. Il brutto è un giudizio, una categoria morale, prima ancora che estetica. Ciò non toglie che uno può essere bruttissimo ed avere un comportamento altamente estetico, il problema non è la bellezza o la bruttezza fisica, ma un bene aggiunto che trascenda le bassezze quotidiane e storiche. Ad ogni modo cosa possiamo fare? E perché i poeti? E' questo che vuoi sapere, vero?

TG: Sì.

Circolo Turati Milano
Tomaso Kemeny con il poeta Cesare Viviani, ad un simposio sulla poesia al Circolo Turati di Milano, nel 1978.

TK: I poeti sono quelli meno vincolati dal sistema economico, come abbiamo visto. Un politico non può dire la verità, ed è il protagonista principe della decadenza della menzogna.

TG: Ad ogni modo in un modo, non dico ideale, ma normale, dovrebbero essere le masse a dire ai loro rappresentanti cosa fare. O almeno a chiedere di portare avanti le loro istanze e le loro preoccupazioni.

TK: Purtroppo non è mai stato così. Se ricordi, anche durante la rivoluzione francese c'erano le masse che andavano a vedere le decapitazioni e gridavano: “Bene!”. Poi, di colpo hanno fatto fuori Robespierre l'estremista per paura che venissero coinvolti, a loro volta, i mascalzoni. Che lui fosse esagerato e sanguinario, per quanto freneticamente rivoluzionario, è vero, forse per questo le masse, dopo, hanno festeggiato il ritorno del re.

TG: Secondo lei cosa ci riserverà il futuro?

TK: Io non sono un profeta, ma il problema grosso è che le religioni un tempo servivano per l'introspezione, adesso con l'Islam, politica e religione sono diventate un'unica cosa. Questo è un fatto molto pericoloso che già era stato denunciato da Dante Alighieri quando parlava dei due soli. I poeti non sono mica scemi: lui parlava del Papa nel mondo spirituale e dell'Imperatore nel mondo politico. Dante era perseguitato perché aveva messo Bonifacio VIII nella merda fino al collo. Era un uomo che faceva politica apertamente.

TG: Nel rapporto tra masse e potenti, sappiamo che è stato un movimento molto condizionato dall'America e dalla Chiesa, però il sindacato polacco Solidarność è stato davvero un'espressione democratica che ha avuto un grosso seguito popolare ed un effetto rivoluzionario decisivo. Non crede?

TK: Sì. Il meglio nell'uomo vien fuori quando c'è un tiranno e non ce la fai più. In Russia però è durata tanto l'oppressione. In Polonia c'è stata una reazione solo perché il Papa polacco ha finanziato Solidarność. Lì c'è stato un intervento esterno, non è che le masse si sono risvegliate e hanno detto basta. C'è stato un bravo condottiero che è stato Lech Walesa, ma ci sono stati anche dei mezzi.

TG: Però hanno lottato ed erano convinti di quello che stavano facendo.

Insurrezione di Budapest uccisione soldati sovietici
Budapest 1956, due rivoluzionari ungheresi camminano accanto ai corpi di sei agenti dei servizi segreti sovietici uccisi durante l'insurrezione.

TK: Anche in Ungheria nel 1956 c'è stata la rivolta, perché c'è un limite a tutto, no? I sovietici dicevano: “La fabbrica è vostra; qui c'è il paradiso”, ma la gente non arrivava a fine mese.

TG: La situazione era contraddittoria, più che un problema di mancanza di denaro, era un problema di carenza di beni e di libertà. Ed in definitiva, in Ungheria era il paese dove si stava meglio, tra tutti i paesi della cortina di ferro.

TK: Alcuni stavano bene, ma a parte questo, era la menzogna che veniva utilizzata per descrivere gli insorti come bande di fascisti e terroristi, mentre in realtà si trattava di intellettuali, studenti ed operai. Prima a Natale, il padrone dava dei regali agli operai, ma con la bugia che la fabbrica era del popolo, basta, non c'era più niente per nessuno. Era peggio di prima! L'operaio non è mica stupido. Come dice Gioachino Rossini che è stato uno dei più grandi geni italiani: “Quando mi toccano nel mio debole, una vipera diventerò.”. Se Renzi dimezzasse lo stipendio agli italiani...

TG: Renzi ha già deciso una cosa allucinante: devi lavorare 42-43 anni per avere la pensione, ma se vuoi andartene sei mesi prima devi pagare! Ma come, hai lavorato tutta la vita e sei ancora pieno di debiti? Qua c'è veramente la volontà di tenere in schiavitù la gente col debito!

TK: C'è anche il debito internazionale però! E' una cosa complessa che non tocca a un poeta dire. In passato, il sistema democristiano e socialdemocratico ha concesso delle cose giuste, ma al di là delle reali possibilità del paese.

TG: In passato è stato effettivamente così; certo il sistema non poteva stare in piedi, ma adesso la casta non la tocca nessuno ugualmente. Stesso discorso per gli sprechi e chi ha licenza di fare ciò che vuole. Pagano sempre solo i dipendenti ed i pensionati.

TK: Facendo l'Europa Unita, non è che gli altri possono pagare i debiti degli italiani. O degli spagnoli. O dei Greci. E' vero che ci sono paesi virtuosi, come la Danimarca, ma lì sono tutti onesti. O quasi.

TG: Le masse cinesi come si comporteranno?

TK: La Cina è il paese del terrore. I cinesi hanno sterminato tantissimi tibetani senza che nessuno dicesse niente. Un mio amico, rovinato dalle tasse italiane, ha portato la sua azienda in Cina per non chiudere e mi ha detto: “Che brava gente i cinesi. Pensa, lavorano 20 ore al giorno e dormono vicino alle macchine...”. Ma quale brava gente, questi sono schiavi! Io stesso conosco certe situazioni degli operai italiani, perché quando insegnavo all'Università di Pavia, negli anni '70, i lavoratori della Marelli mi hanno fatto fare una conversazione in fabbrica. In quell'occasione, ho fatto un discorso totalmente folle ed ho detto che anche gli operai hanno il diritto di sognare e così loro sono rimasti contenti di queste parole. Il lavoro della fabbrica toglie ogni valore estetico che invece l'artigianato aveva. L'artigiano fa, l'operaio assembla con ritmi innaturali. Cosa che aveva capito Charlie Chaplin ben 80 anni fa. Io dicevo che non ci restava che sognare e così ero diventato molto amico di questi operai. Io non sono un populista, ma queste erano persone umane. Anche simpatiche. Ad un certo punto, hanno deciso di chiudere tutte le fabbriche di Pavia e questi operai sono stati trapiantati non so dove, perché dicevano che qui non reggeva più quel tipo di produzione. Se i padroni hanno esportato i capitali e le attività c'era un motivo; pur tuttavia avrebbero dovuto diminuire le tasse in qualche modo per non espropriare alla gente stipendi orrendi, mantenendo privilegi incredibili a dirigenti che vengono pagati singolarmente come mille operai. Inclusi i cosiddetti rappresentanti del popolo. Ad ogni modo, bisognava evitare con ogni mezzo la delocalizzazione del lavoro e della ricchezza del nostro territorio andando contro l'ideale liberale e globalizzante dei banchieri. Qui però aveva ragione Trozkij quando diceva che la rivoluzione o è mondiale, o non è. In termini non rivoluzionari, i sindacati hanno sbagliato a non vedere cosa succedeva altrove. La globalizzazione dovrebbe essere un meccanismo per lo sfruttamento globale, ma una proposta di crescita collettiva dell'umano. Non si può spiegare alle masse che noi viviamo decentemente perché in Cina lavorano fino a 20 ore al giorno. O perché in Africa non pagano e in Romania sfruttano ancora le persone, in pochi ascolterebbero. Tocca al poeta spiegare l'impossibile, perché, come diceva il mio maestro mai abbastanza riverito, André Bréton: “Dobbiamo amare solo l'impossibile perché il possibile lo lasciamo ai tiranni e ai farabutti.”. Il possibile è il dato; quello che sembra impossibile è comunque necessario per la giustizia, la bellezza e tutto il resto. La bellezza non è un fatto esteriore, ma è il seme della verità umana. Sin da quando l'uomo dipingeva le grotte con le sue pitture murali.

Tomaso Kemeny nel 1942 sulle colline di Buda.

La conversazione è continuata, ma per dare una conclusione a questo discorso che introduce all'azione poetica, a che cos'è il mitomodernismo e alle sue linee guida, potremmo dire che precedentemente abbiamo affrontato soprattutto il significato della bellezza e dell'elemento mitico; forse senza dare un'adeguata spiegazione per ciò che è inteso come eroismo. A discolpa di questo fatto possiamo brevemente integrare questo argomento dicendo quanto segue: in tutte le cose c'è un lato negativo ed uno positivo, questo vale anche per i regimi totalitari, come il fascismo ed il comunismo. L'utopia è nel cercare di prendere qualcosa di buono da tutto, senza pregiudizi. L'esaltazione dell'eroico era presente nelle ideologie nazionaliste come qualcosa di elevato, naturalmente se per eroismo s'intendeva picchiare l'ebreo, questa non poteva essere una cosa accettabile trattandosi di brutalità oscena. Nel sistema sovietico si vantava l'eroismo di lavorare con dedizione, ma la figura dello stakanovista finiva per risultare l'esaltazione dello sfruttamento del lavoratore da parte di uno stato legittimato dal partito unico (Tra l'altro Stakanov era un attore in funzione propagandistica e non un vero lavoratore). Il mitomodernismo vuole scoprire l'umano nella sua profonda esigenza di giustizia e di bellezza. Si dà importanza all'azione per sostenere un'idea, mentre la maggior parte degli artisti non si interessano all'azione, anche per un eccesso di individualismo. Eroismo è passare dall'io al noi.