domenica 19 febbraio 2017

Fabrizio Garghetti fotografo d'arte e di sonorità

"Si on a pas l'utopie on est mort". El Coyote

Fabrizio Garghetti in via Tadino, angolo via Boscovich venerdì 17 febbraio 2017.

Venerdì 16 febbraio sono stato alla Fondazione Mudima per l'inaugurazione della mostra di Fabrizio Garghetti: "Storia fotografica dell'Avanguardia Contemporanea". Il titolo è un po' pomposo, ma effettivamente se fai qualcosa oggi è sempre meglio enfatizzare la tua opera o rischi di passare inosservato nel grande mare dell'offerta culturale e del revival del passato.
Avendo conosciuto e seguito l'opera di un altro protagonista degli anni d'oro della Milano artistica degli anni '60 e '70, Enrico Cattaneo, ero molto curioso di sentire che cosa mi avrebbe detto Garghetti di quell'epoca e di quelle avanguardie che si esprimevano nei modi e nelle forme più diverse. So che ci sono un altro paio di fotografi che in quegli anni hanno documentato l'arte a Milano quando questa città era un ricettacolo di menti geniali, sentirò anche loro sperando di recuperare sempre delle cose interessanti da raccontare.
Incrocio Garghetti che arriva in via Tadino con un bicchierino di vodka in mano. Dopo un paio di volte che il fotografo degli artisti dell'Avanguardia Comntemporanea mi passa davanti sul marciapiede, fuori dal Mudima nel suo tragitto bar-Fondazione, mi decido ad approcciarlo.


Garghetti è un tipo originale, simpatico e un po' guascone.

Tony Graffio: Caro Garghetti, buonasera, sono Tony Graffio, sono venuto a vedere la sua bella mostra e per sentire cosa ha da dirmi su un periodo molto importante per Milano e per l'arte. Vorrei subito chiederle come le è venuto in mente di documentare le avanguardie?

Fabrizio Garghetti: Oh sai, questa è una domanda del cazzo!

TG: (Rido perché nonostante l'aspetto un po' vissuto Garghetti è proprio in gran forma) Bravo hai ragione!

FG: Non è una questione di come mi è venuto in mente, io ho sempre vissuto nel mio mondo di ricerca assoluta. Le persone sono importanti e la musicalità. Io nasco negli anni '60 come fotografo (volendo... Detto da lui) ho seguito tutti i festival del jazz in Europa e sono anche uno dei fondatori del Festival Jazz di Montreux (può essere, ma non mi risulta... credo che qua si sia lasciato prendere un po' troppo dall'entusiasmo del giorno del vernissage. NdTG).


Garghetti ama la musica e le sonorità

TG: Caspita!

FG: Dopo Pasqua farò una grande mostra alla Galleria Cà di Frà con le fotografie vintage degli anni '60 e '70 del jazz (Nel frattempo passa un onorevole che era venuto a vedere la sua mostra e lo saluta, poi mi spiega che si tratta di un uomo importante ndTG).

TG: Conosce i politici e li stima?

FG: Mah, io i politici li ho sempre frequentati poco perché ho sempre vissuto nel mio modo di essere. Sulla musicalità prima, poi nel percorso della parola che è molto importante e soprattutto nel frequentare le persone che mi piacciono. Capisci che gli anni '60, '70 e '80 sono stati dei periodi politici molto importanti. Al di là di questo, il mio archivio contiene qualche milione di fotografie (anche qui bisognerebbe verificare...), quello che tu vedrai oggi al Mudima è solo una piccola parte che descrive le avanguardie storiche tra il 1968, con il Living Theatre e il 2012. Vai!

TG: Vuole raccontarmi qualcosa del Living Theatre?

FG: No, adesso non ti dico niente perché sono stanco e devo andare all'inaugurazione, ma potrei anche andare a vendere un elicottero da un'altra parte (mah, sarà che nel tempo libero vende elicotteri...).

TG: Ok, alla prossima volta allora.


Fondazione Mudima vernissage della mostra di Fabrizio Garghetti.

Gli anni '60 e '70 hanno visto ribollire idee, movimenti e performance artistiche di tutti i tipi. Artisti come Hermann Nitsch (fotografie esposte in mostra) iniziano a gettare colore e sangue da animali squartati direttamente sulla tela. Altri elaborano nuove forme di linguaggio, come l'espressionismo astratto del Living Theatre ed il teatro di poesia, il Teatro nel teatro, Fluxus e l'esperienza interdisciplinare, tutto diventa uno spettacolo visivo, la musica, la parola e le azioni più mirabolanti e trasgressive, come nelle performance del COUM.
In mostra ci sono anche diverse fotografie dei poeti della Beat Generation come Ginsberg e Ferlinghetti.
Garghetti era presente a questi avvenimenti e ne ha tratto fotografie vivaci, interessanti e spumeggianti. Per fortuna, perché oggi queste immagini sono diventate documenti eccezionali che ci riportano indietro ad un'epoca felice dell'avanguardia e ci ricordano che tutto quello che è successo non è stato solo un sogno. TG

Lo storico dell'arte Marco Meneguzzo era presente all'inaugurazione di "Storia fotografica dell'Avanguardia Contemporanea" come altri personaggio in vista del mondo dell'arte. Poco prima avevo incrociato anche Emilio Isgrò che stava uscendo dal salone della Fondazione Mudima.

Il poeta francese Michel Giroux e Fabrizio Garghetti improvvisano una performance sonora.

Anche Fabio Castelli era molto interessato alla mostra. Ne ho approfittato per chiedergli il motivo dell'anticipazione della data della MIA Photo Fair, mi ha risposto che ha preferito spostare la data della fiera d'arte fotografica perché quest'anno le festività di Pasqua sarebbero state troppo a ridosso dall'evento che organizza da 6 anni a questa parte. Personalmente, non so se sarò presente in quell'occasione perché ho già preso un impegno fuori Milano.

Dal catalogo della mostra, Aldo Mondino 1986.

"Il cammello a Brera è stato inventato nella metà degli anni '80 durante una grandissima festa araba per Aldo Mondino. Lo abbiamo affittato da un circo a Bergamo, non ricordo se era il circo Medrano o il circo Medini. Ci hanno portato Badoglio, così si chiamava il cammello, al bar Jamaica. Se guardi le immagini dei 100 anni del Jamaica troverai un po' delle mie fotografie". Fabrizio Garghetti


 Mentre Michel Giroud legge un suo manifesto, Fabrizio Garghetti produce l'accompagnamento sonoro per l'amico.

"Gerwulf è il mio nome germanico da stregone della notte (Giroud sarebbe una trasformazione di Loup Garou) dell'epoca di Carlomagno". - Così si presenta Michel Giroud - poeta francese - non tralasciando di rivelarmi anche il suo vero nome cosmico: El Coyote. Per brevità mi dice che posso chiamarlo anche Zorro, perché questo nome rappresenta la sua volontà di lottatore.
Conosce Fabrizio Garghetti da  più di 40 anni, per l'esattezza mi dice che si sono conosciuti in questo medesimo posto nel 1974, quando lo spazio dove ci troviamo si chiamava Edizioni Multipla. Nel 1989, è poi diventato Mudima. El Coyote sta preparando un libro su Gino Di Maggio in tre lingue: italiano, francese e inglese, perché il mio nuovo amico è anche l'editore de: les presses du réel.
Michel è nato tra le montagne, il 14 marzo 1940; si definisce un "Pittore orale" e un sarto di tutti i generi, soprattutto dell'aria; suona più di 100 strumenti musicali e si sta preparando per un diploma di diacono a Roma, perché ha saputo che il Papa ha bisogno di almeno 1000 nuovi esorcisti per scacciare il diavolo dalla Chiesa e lui non vuole perdersi questa possibilità folle e utopistica.
Oltre a queste prime occupazioni, mi dice d'essere storico e teorico delle avanguardie artistiche (Dada, Fluxus e tutto il resto), unico in Francia. 
Nel 1959 è andato a Parigi per fare i suoi studi, poi è rimasto lì per 40 anni, conosce tutto il meccanismo della cultura francese, ha pranzato più volte con Jack Lang, l'ex ministro della Cultura, dal 1981 al 1986. Rientrato poi nelle Alpi, si prepara adesso a fondare un museo presso una delle due antiche case di pietra della sua famiglia.
Ha fondato il C.I.E. (Club Invisible Externet con Joël HubautCharles DreyfusRichard PiegzaJoachim Montessuis, Lionel Magal, Julien Blaine, Tibor Papp, Esther Ferrer, Yvan Étienne, Serge Pey, Jean-Paul Thibeau, Max Horde, Cyril Jarton...) per sorvegliare la CIA che a sua volta lo spia perché l'arte è un ambiente costantemente spiato dai servizi segreti americani. A Parigi negli anni 60-70 c'era L'American Centre che attraverso la CIA sorvegliava tutti gli americani presenti in Francia, Allen Ginsberg incluso. Michel sa queste cose perché era amico dei poeti americani. A Parigi, oltre a Ginsberg c'era Beau Rose che ha elaborato una concezione terribile della letteratura, dei testi illeggibili, confusi appositamente per non farli comprendere alla CIA. Non a caso gli Stati Uniti sono la nazione dove ci sono il maggior numero di servizi segreti, ma non dobbiamo illuderci, tutto il mondo è sorvegliato. Noi poeti-artisti - mi confida - diciamo che se tu sviluppi i 5 sensi esteriori ed i 5 sensi interiori, come il movimento che non è un senso tattile, il senso concettuale teorico, l'intuizione o immaginazione e l'emozione sei una persona completa. Prima della nascita siamo già fabbricati dall'emozione. Se hai sviluppato tutto questo sei già un essere umano e la CIA non ti può far niente.
Michel segue la filosofia Buddista-Tibetana e poiché il suo corpo è il suo tempio, non ha bisogno di recarsi in nessun monastero. E' un maratoneta delle montagne, ciclista e marciatore che percorre 15 ore di tragitto in alta montagna, oltre ad essere un canoista e kajakista esperto.
Ovviamente, è anche regista, ma  tutto questo - mi spiega - è normale, perché quando tu sviluppi tutti i sensi si apre un mondo davanti a te... E' un cineasta sperimentale, tradizionale e un documentarista. Dice tutte queste cose in modo convinto e aggiunge che non bisogna andare a cercare l'utopia troppo lontano perché l'utopia è ovunque, anche in mezzo a noi, in questo stesso momento. Non so come, ma mi ero già accorto, parlando poco prima con Garghetti, d'essere immerso nell'utopia di una serata euforica piena di relazioni umane e buon vino. 
Michel conosce tutti nell'ambiente artistico e in questa comunità mondiale ci sguazza come una rana salterina anche se non si riesco bene a capire se si prenda troppo o troppo poco sul serio. Ad ogni modo, l'energia non gli manca e mi accenna vari tipi di canti, le saitas dei gitani dell'Andalusia, il flamenco i canti buddisti-tibetani o le straordinarie droupades indù del XVI secolo. Inoltre fa suonare il suo corno preistorico del 40'000 avanti Cristo. 
Mi promette un rullo di carta con il testo che ha letto poco prima per Fabrizio, se mi arriverà lo pubblicherò in seguito. Con Fabrizio vuole preparare un film per ricordare l'amico e poeta Bernard Heidsieck, colui che ha inventato il metodo che loro applicano: la poesia sonora.
Su Montreux, mi dice che lì loro non hanno il diritto d'esistere, accedono solo coloro che fanno musica classica.
A questo punto gli chiedo cosa intendesse dire Garghetti quando dice che tutto è musicalità. La sua risposta è che Fabrizio ha ragione: "La gente non è stata abituata a sentire il visivo. O sentire il movimento. Se tu sviluppi i 5 sensi interiori non ci sono problemi, ma devi farlo quando hai dai 5 ai 7 anni, perché dopo ti fermano e ti dominano. E così diventi uno zombie dominato dal padrone".
Gerwulf vive tra le montagne intorno a Chambéry, a due ore e mezzo da Milano, ma mi dice che adesso verrà a tutti i vernissage di Gino, qui al Mudima. Si prepara una nuova stagione per l'arte moltiplicata con la fotografia, la serigrafia e la litografia, dall'ottobre 2017. Contro il mercato dell'arte.


Il "peintre orale" (termine del XV secolo che si sostituisce ad artista) Michel Giroud a.k.a. Gerwulf. Per gli amici: El Coyote.

El Coyote conclude il nostro incontro con queste parole: "Ça me fait chier le marché de l'art, parce que c'est que de l'argent!"

"Il mercato dell'arte mi fa cagare, perché è solo denaro!" Michel Giroud

Ultima perla de El Coyote: "Si on est chacun solitaire on est foutu, mais si on coordonne, comme ce soir c'est bon".

sabato 18 febbraio 2017

I migliori quadri della nostra vita con Carlo Vanoni e Leonardo Manera

Cabaret Zelig
 Leonardo Manera il 17 febbraio 2017 sul palco dello Zelig per "Il cielo è sempre più blu"

Un uomo a cinquant'anni inizia a tirare qualche conclusione sulla propria vita e sulle esperienze che ha vissuto, è normale, anche perché in molti casi ciò che è fatto è fatto e difficilmente si riesce a concludere qualcosa di più, perché ci sia avvia lentamente al declino, si perde un po' d'entusiasmo e ci si immedesima poi con i propri figli, augurandosi che loro possano vivere in modo più sereno e felice le tappe del loro destino.
Leonardo Manera non sfugge a questo schema, si guarda indietro e si rivede nelle varie fasi della propria esistenza e ci parla del suo alter ego, Leonardo Bonetti di Salò (BS). Il racconto è un lungo flashback che prende spunto da parole chiave che vengono utilizzate anche da Carlo Vanoni, perché si sa, l'arte e la sua comprensione ti possono aiutare moltissimo a capire ed a capirti. In realtà, "Il cielo è sempre più blu" è uno spettacolo sui generis: non è un monologo e nemmeno un dialogo, probabilmente si tratta di due spettacoli in uno. Due monologhi. In uno, un uomo di mezz'età ci racconta in toni agrodolci molto divertenti, cinico-comici, la sua vita ed i suoi sentimenti avvertendoci che di ogni sentimento la vita ci lascia un'immagine, come un quadro. E qui trova il legame con Vanoni, all'incirca un coetaneo di Manera che ci spiega queste immagini all'interno dei quadri  in modo più freddo e ragionato. 
Vanoni interpreta anch'egli se stesso e da esperto d'arte qual'è alterna un altro monologo a quello più personale e privato di Manera.
All'inizio, in questa strana staffetta lasciano un po' perplessi gli argomenti trattati da Manera che sono talmente autobiografici da risultare imbarazzanti. I temi di Vanoni appaiono piuttosto lontani dai riferimenti del primo personaggio, ma pian piano che l'atmosfera si scalda il pubblico entra totalmente in questo gioco e lo apprezza moltissimo, anche perché gli intervalli di Vanoni ti fanno riflettere su quello che hai sentito poco prima e ti danno il tempo di tirare il fiato ed uscire da quella sensazione di quasi disagio che ti porta a sapere delle gioie, delle delusioni degli errori, dei successi e di tutto ciò che di memorabile attraversa un individuo, prima da bambino, poi da adolescente ed infine  come uomo maturo.
Parlare del proprio passato inevitabilmente fa pensare al giorno della propria morte, cosa che però ci può venire alla mente anche ogni momento in cui distrattamente scrutiamo l'ora indicata da un orologio.
Leonardo Manera sfiora con delicatezza questo discorso, cosa che poi ci porterà a ridere ancora più di gusto ascoltando le sue disavventure tragicomiche. 
Del resto è comprensibile che qualcuno stanco di sentirsi dire che il lago è triste decida di sfuggire a questo stereotipo e si trasferisca tra Milano e Pavia.
Tutti aspiriamo ad una vita senza dolore, ma questa non è una cosa possibile, il dolore prima o poi arriva nella vita di tutti ed ecco che avere delle competenze artistiche ci aiuta ad affrontare meglio certi momenti e a darci delle risposte sensate.
La prima parola chiave per la coppia Manera-Vanoni è "Responsabilità" che dà lo spunto per introdurre un'opera di Paolo Veronese e darne una lettura storica e simbolica.

La famiglia di Dario ai piedi di Alessandro - Paolo Veronese

Altre parole chiave dello spettacolo sono: "Amore", "Attesa", "Inquietudine", "Passione", "Partecipazione", "Libertà", "Solitudine", "Denaro", "Rabbia" ed altre che ho dimenticato.
Lo spettacolo è coinvolgente ed a tratti quasi commovente; dura poco più di un'ora e mezza. Il divertimento è assicurato, anche perché dopo un quarto d'ora di pausa Vanoni e Manera riprendono con circa una mezz'ora extra di "cazzeggio" in cui vengono proposti anche un paio di video dove i milanesi interpellati si esprimono sull'arte contemporanea.
Io mi sono divertito e consiglio a tutti coloro che vogliono trascorrere quasi due ore e mezza in allegria, riflettendo sulla propria vita ed imparando qualcosa sul mondo dell'arte di non perdersi la replica di questa sera alle ore 21 allo Zelig, in viale Monza 140, a Milano.
Ovviamente, aspettando che Vanoni ci porti a Milano anche "L'arte è una caramella".

I migliori quadri della nostra vita
Carlo Vanoni e Leonardo Manera raccolgono gli applausi al termine dello spettacolo. Interpretazione visiva di TG.


martedì 14 febbraio 2017

Richard Tuohy e Diana Berrie, due cineasti sperimentali a Unzalab

Unzalab
Lo scorso 30 giugno 2016, mi sono recato presso l'Associazione Unza, a Nigurda, per vedere alcune proiezioni di film sperimentali in 16 mm realizzati da Richard Tuohy e Diana Berrie.
Come spesso mi succede, non sapevo esattamente a che cosa sarei andato incontro; ho visto casualmente alcuni volantini appesi in zona Isola che hanno attirato la mia attenzione, da lì ho voluto approfondire per capire meglio se poteva trattarsi di un'occasione interessante per assistere a qualcosa che valesse la pena di vedere. Ho subito inviato una email al contatto che veniva indicato su quei fogli e dopo qualche ora sono riuscito ad avere il numero di telefono di chi stava organizzando l'evento.
Francesco Tartaglia, all'interno di Unzalab, da tempo porta avanti un progetto culturale molto importante per proporre attività cinematografiche underground, workshop, conferenze, proiezioni e un laboratorio di sviluppo e di camera oscura per il Super 8, il 16mm e la fotografia chimica (ovviamente). Questo laboratorio e questo gruppo di persone non hanno una finalità commerciale, ma si basano sullo scambio del sapere, sul DIY e sul fare tutti insieme.


Diana Barrie e Richard Tuohy preparano i proiettori 16mm per la proiezione del 30 giugno 2016 a Unzalab.

Richard Tuohy è un personaggio eccezionale del panorama della cinematografia sperimentale internazionale; se non fosse stato per Francesco che l'ha portato intelligentemente a Niguarda, facendogli fare una piccola deviazione da un percorso che dall'Australia lo stava portando in Francia, approfittando di pochissimo tempo per la sosta a Milano, probabilmente non avremmo avuto modo di vedere e di conoscere un grande creativo che ci ha dato la possibilità di riflettere e di capire che anche con mezzi modesti si possono fare cose strepitose.
Francesco e Richard si sono conosciuti a Zagabria nel 2011, in occasione di uno degli incontri tra appassionati e sperimentatori di film a passo ridotto (i formati più piccoli del 35mm) che periodicamente vengono organizzati in varie parti del mondo e costituiscono momenti fondamentali di scambio e di confronto tra questi "Artist-run film lab" presenti anche nei posti più sperduti del pianeta.
Nel luglio del 2016 c'è stato un meeting a Nantes e proprio in un momento apparentemente solo di transito verso la città bretone che Tuohy è stato intercettato e convinto a presentare in anteprima i suoi lavori al pubblico accorso a Unzalab. Sabato 2 luglio 2016, Richard Tuohy ha poi tenuto un workshop per spiegare ai partecipanti i suoi metodi di intervento manuali sulla pellicola.
Sorprendentemente, il Super 8 ed il 16 mm esprimono un linguaggio cinematografico che ha ancora qualcosa da dire e da mostrare. Al workshop hanno partecipato artisti e fotografi che cercavano nuove vie per sperimentare con le immagini in movimento, a riprova che c'è un interesse sempre vivo verso un mondo che forse qualcuno pensava di aver archiviato da tempo. Probabilmente, per qualcuno l'utilizzo della pellicola può essere vista come un approccio nostalgico verso qualcosa di cui si ha sentito parlare senza aver avuto occasione di usare, ma è anche vero che la pellicola è forse l'unica alternativa per poter lavorare con uno strumento che permette di esprimersi con un linguaggio diverso da quello digitale e diventa in questo modo una scelta creativa importante.


Fotogramma tratto da Etienne's hand un film sperimentale di Richard Tuohy

Fotogramma tratto da Etienne's hand un film sperimentale di Richard Tuohy

Richard Tuohy ci ha raccontato di passare molto tempo con la macchina per lo sviluppo, con la macchina che stampa la pellicola a contatto e con la stampatrice ottica. Per lui, lavorare con la pellicola è molto interessante di questi tempi perché chi decide di lavorare con tutto il processo produttivo del cinema ha modo di capire come avvengono certi passaggi e come può intervenire sull'immagine, al di fuori della cinepresa o del proiettore, sull'altra metà della lavorazione che per l'appunto avviene in laboratorio. 
Già da qualche tempo, gran parte del materiale che viene utilizzato nei laboratori di sviluppo e stampa è stato gettato via. Se si è abbastanza fortunati da catturare queste attrezzature prima che raggiungano la discarica le si può sistemare a casa per farle nuovamente lavorare (Io purtroppo una decina di anni fa avevo sentito dire che lo Studio Lorenzetti stava per chiudere; ero riuscito a parlare con il figlio di Enrico Lorenzetti, ma avevo saputo che tutto era già stato irrimediabilmente buttato via). Richard è riuscito invece a recuperare qualcosa ed in due anni è stato in grado di far ripartire quelle apparecchiature installando le nel suo Nanolab, un laboratorio per lo sviluppo e la stampa di pellicole Super 8 e 16mm a Daylesford nello stato di Victoria, in Australia.
E' molto importante passare molto tempo con i propri materiali e attrezzature per imparare a capirli e ad usarli nel modo migliore. Solo così le persone possono riuscire ad ottenere ciò che vogliono dai loro strumenti. Questa è anche l'idea che esprimono i film che Tuohy ci ha mostrato quella calda sera d'estate in uno spazio di periferia, a Milano. 


L'Unzalab è in via Passerini, 18 a Milano

Trascorrere tempo con le proprie attrezzature è anche un buon investimento, perché imparare ad usarle bene significa risparmiare denaro quando si vuole realizzare qualcosa che non si sa in che altro modo poterlo fare. Se un pittore può lavorare in modo riflessivo usando in modo automatico i propri colori ed i propri pennelli sicuramente potrà lavorare ad un livello più elevato di chi non sa disegnare. Un bravo pittore dipinge senza nemmeno accorgersi di quello che fanno le sue mani, ma per arrivare ad un risultato di quel livello bisogna esercitarsi per molto tempo con pennelli, spatole e colori.
Per lo stesso motivo, chi fa film dovrà passare molto tempo con le macchine, perché la tecnica è fondamentale per realizzare
l'impresa che si desidera compiere.
Tuohy ha scelto proprio le mani per rappresentare simbolicamente il suo lavoro.


Un fotogramma di Dot Matrix di Richard Tuohy.

Dot Matrix, un esempio dei filmati di R.Tuohy
In Dots Matrix di Richard Tuhoy, due proiettori da 16mm vengono caricati con due film che contengono sequenze di punti di varie dimensioni che si muovono tremolanti sullo schermo. I punti sono stati stampati direttamente sulla pellicola con un pattern. La musica che si sente di sottofondo è prodotta dagli stessi puntini che sbordano nella zona dove viene letto otticamente il suono. 
Se i proiettori vengono fatti andare a velocità diverse si inseriranno nella proiezione anche delle immagini totalmente nere; se invece i due proiettori sono pressapoco sincronizzati alla stessa velocità si creano dei fenomeni di interferenza e l'immagine gradualmente cambia.

La sera del 30 giugno 2016 sono stati proiettati i seguenti film di Richard Tuohy e Diana Barrie:

Crossing del 2016, 21 minuti di durata, formato 16mm.
Attraverso il mare. Attraverso la strada. Super 8 cross processing a grana grossa gonfiato in 16mm di riprese effettuate in Korea e Giappone.

Blu Line Chicago del 2014, 10 minuti di durata, formato 16mm.
Distorsioni architettoniche della terza città degli USA.

Last Train del 2016, 12 minuti di durata, formato 16mm.
Trovato negli archivi perduti del Laba Laba Lab. Metraggio da un trailer del film indonesiano "Kereta Api Terakhir" mischiato in elaborazioni chimiche girato in 7 diverse città e nessuna.

Etienne's Hand del 2011, 13 minuti di durata, formato 16mm.
Uno studio del movimento di una mano instancabile. Fatto da una ripresa di cinque secondi. Sonoro costruito da una vecchia melodia popolare suonata da un organetto a mano.

Ginza Strip del 2014, 9 minuti di durata, formato 16mm.
Una Ginza da ricordi  e da favola. Questo è il primo film finito usando il "Chromaflex", una tecnica sviluppata dal duo australiano. Si ricorre a molta manualità per selezionare aree della pellicola che vengono rese a colori, negative o in bianco e nero.

Dot Matrix del 2013, 16 minuti di durata, doppia proiezione di 2 rulli 16mm.
Proiezione di due film che si sovrappongono. I "punti" sono prodotti a contatto grazie a fogli traslucidi utilizzati per le illustrazione dei Manga. Questi punti sono stati stampati introducendo un effetto flicker alternando fotogrammi neri creando interruzioni stroboscopiche ai punti. I punti debordano anche ai limiti della pellicola producendo un suono particolare passando sotto la testina della lettura ottica del proiettore 16mm.

Prossimamente, pubblicherò per intero su ORPHO l'intervista in lingua originale che l'artista mi ha rilasciato dopo quelle proiezioni a Unzalab ed altre fotografie di quell'incontro. TG


Un momento della proiezione di Richard Tuohy e Diane Barrie a Unzalab. (Crossing)

domenica 12 febbraio 2017

Egon Digon, la fuga dagli schemi precostituiti (Scultura e ribellione) Valentine Kostner e il ruolo del gallerista

"L'artista vero non ha bisogno di copiare nessuno". V.K.

Chiudiamo lo Speciale dall'Affordable Art Fair con un artista Alto-Atesino e da una Galleria d'arte della Val Gardena. Affascinato da sculture che sembravano tagliate nella gommapiuma, ho osservato meglio e più da vicino le opere di Egon Degon scoprendo che erano fatte di legno.
Mi sono fermato a parlare con Valentine Kostner della Galleria Vijion che rappresenta l'artista e poi anche con l'autore delle sculture. Entrambi hanno delle cose molto interessanti da dirci. 


Procreazione - Egon Digon - 3900 Euro.

Egon Digon nasce e si forma dalla tradizione della scultura del legno della Val Gardena ed ha trovato un modo tutto suo per trasformare un materiale duro in una forma che appare soffice come la gommapiuma. L'opera nasce sempre da un blocco intero di legno di massicci. Il tiglio garantisce maggior uniformità e non ha resina come i legni delle conifere.
Dietro a questi lavori c'è un pensiero di libertà che l'autore vuole mostrare attraverso un'azione dirompente capace di rompere lo schema costituito da strutture metalliche dalla forma più regolare. Si notano compressioni e spinte di forze incontrollabili.
Alcune sculture sono rivestite da lacca colorata con tinte vivaci. In un'opera gialla intitolata "Reduction" vediamo tipicamente gli schemi che indicano la situazione dei nostri giorni, in cui l'uomo si sente costretto in un sistema che lo priva della libertà che potrebbe farlo espandere in un essere capace di fare ogni cosa. C'è però una speranza e la massa che spinge da dietro ai ferri è stata capace di liberare un elemento quadrato, mentre altri sembrano di essere sul punto di poter sfuggire a questo blocco. Si tratta perciò di un messaggio positivo.  C'è speranza ed esiste la possibilità di fuggire da questi legami che non ci lasciano spazio e vorrebbero costringerci a seguire un certo sistema di vita. Queste scultura è un'invito alla ribellione ai poteri costituiti. Ogni cubetto che compone l'opera non vuole stare al proprio posto, ma si oppone al suo stato. 
Si tratta di opere che rappresentano abbastanza bene la situazione contemporanea vissuta dagli uomini che si sentono schiacciati da meccanismi politici, economici e sociali. 


Reduction - Egon Digon - 5800 Euro.

Egon è nato nel 1964 a Ortisei, è un artista emergente capace di rappresentare simbolicamente il mondo contemporaneo attraverso una ricerca che è in corso da svariati anni. La sua maturazione artistica l'ha portato a risultati molto interessanti.
Poiché Ortisei non offre agli artisti locali molte possibilità per essere apprezzati la Galleria Vijion, una delle due gallerie d'arte presenti in Val Gardena, fa conoscere i propri artisti per mezzo di fiere di settore, come l'Affordable Art Fair a Milano, oppure le fiere d'arte di Bergamo, Padova, Verona, in Italia. Amsterdam, Lussemburgo, Dornbirn (Austria), all'estero. Anche se non si può dire che le fiere fuori dall'Italia funzionino meglio. Non ci sono regole, ovunque è possibile trovare compratori, ma non c'è uno stile o una tendenza che indichi il momento che viviamo. Oggi il mondo cambia troppo in fretta e, allo stesso modo, cambiano i giusti e le richieste dei collezionisti.
Gli artisti trattati da Vijion sono tutti residenti in Val Gardena o nella zona e sono conosciuti personalmente dalla gallerista e vengono selezionati da Valentine Kostner secondo i suoi canoni di giudizio.
L'attività del gallerista è particolarmente difficile in questi tempi, sia per la forte concorrenza, sia per il fatto che ormai c'è un po' di tutto sul mercato dell'arte, dal minimalismo al realismo.
Certamente l'arte negli ultimi tempi è diventata troppo commerciale e favorisce l'aspetto finanziario a quello qualitativo. Vende chi spinge di più i propri artisti con campagne pubblicitarie o mediatiche o con operazioni finanziarie che si compiono nelle aste, oppure accaparrandosi il maggior numero di opere di un determinato autore.


Egon Digon, 52 anni, artista.

L'artista sincero che fa onestamente il proprio lavoro, perché è spinto da un impulso interiore ad esprimere se stesso, fatica ad emergere in questo mondo controllato da chi dispone di grosse somme di denaro da investire su qualche nome da far crescere per un proprio tornaconto personale.
L'artista vero ha bisogno di creare, esprimendosi attraverso una ricerca personale non ha interesse di farsi promuovere perché la sua attenzione è concentrata altrove.
Capita pertanto di trovare sul mercato più facilmente chi ha i mezzi finanziari piuttosto che un artista di valore, inoltre molti si credono artisti fin da subito. Basta fare un corso di pittura per essere artisti e ci sono persone che richiedono di fare una mostra  ai galleristi senza una sufficiente preparazione.
Non è facile fare arte e prima di arrivare ad un risultato che possa interessare il pubblico bisogna confrontarsi lungamente con se stessi.
L'artista nasce da una necessità interiore, dalla voglia di esprimere quello che lo tormenta. Non ci sono artisti che nascono improvvisamente da un giorno all'altro.
Il pubblico rimane spaesato e insicuro di fronte alla grande offerta che gli si propone, anche per il fatto di trovare l'hobbista esporre fianco a fianco dell'artista. La scelta diventa difficile per chi non ha le competenze necessarie a capire con chi ha a che fare.
I dilettanti o i cosiddetti "hobbisti" copiano i bravi artisti arrivando più o meno allo stesso risultato, ma in questo modo riescono solo ad imitare qualcosa, non a creare un'opera d'arte. L'autenticità è un'altra cosa e l'artista vero non ha bisogno di copiare nessuno.


Eredità - Egon Digon - 3400 euro.

Per riconoscere un  artista vero bisogna avere fiducia nel gallerista che deve riuscire a trasmettere al pubblico il messaggio dell'artista, per far capire al cliente in che caso ci si trova al cospetto di un artista vero che ha fatto una sua ricerca e quando questo non accade.
Dietro ad un artista vero c'è sempre un discorso importante, mentre l'arte superficiale non ha profondità. Il discorso dell'artista dev'essere completo e non è facile trovare chi è in grado di farlo. L'hobbista si esprime con un'arte cruda e senz'anima. Per giudicare l'opera di un artista bisogna osservare anche il suo vissuto, oltre che il messaggio.
Bisogna sempre considerare se dietro a certi risultati c'è un travaglio che ha portato ad una nascita, oppure no. 
L'artista è curioso di portare alla luce i sentimenti che lo muovono e che all'inizio del suo lavoro potrebbe non sapere dove lo porteranno. Nelle opere si possono leggere le lotte che l'artista ha combattuto per rappresentare la propria anima. Tutto questo è qualcosa che si sente in un'opera e se c'è stato un dialogo con l'opera che crea. Bisogna cercare e dialogare con se stessi in un continuo scambio tra opera e artista.


Valentine Kostner di Vijion Art Gallery, Ortisei (BZ).

Valentine Kostner capisce queste cose in quanto ha vissuto queste esperienze, come figlia dell'artista Josef Kostner, uno scultore e poeta della Val Gardena che ha anche insegnato al Liceo Artistico di Ortisei. Valentine Kostner si è dedicata lei stessa alla pittura policroma su legno, ma in seguito ha preferito promuovere l'arte contemporanea, proprio grazie alla sua preparazione personale ed al fatto che è cresciuta in un ambiente favorevole all'arte. 
L'arte è qualcosa che si fa sentire a livello emotivo, oltre che intellettuale e se un opera non ti fa sentire niente, difficilmente può essere un'opera d'arte.


Particolare di "Preso" 2017 di Egon Digon - 5600 Euro.

Egon Digon è il nome d'arte di Egon Stufflesser, marito di Valentine Kostner, un artista che intaglia il legno con le sgorbie e lo rifinisce con la carta vetrata. Ha alle spalle una lunga esperienza artigianale e una grande tradizione familiare nella lavorazione del legno.

Tony Graffio intervista Egon Digon

Tony Graffio: Digon mi sembra un nome particolare, forse più veneto che Alto-Atesino, è così?

Egon Digon: Digon era il nome del maso di mio nonno ed è lì che lui ha imparato a scolpire il legno da suo padre che a sua volta aveva imparato da una lunga tradizione familiare. L'abilità di decorare il legno è poi stata tramandata a mio padre che l'ha trasmessa a me che ero il suo apprendista. Io, una decina d'anni fa, ho cercato una forma nuova per esprimermi attraverso l'arte anziché nel decoro fine a se stesso. Digon adesso è il mio nome d'arte, ma è anche un nome tipico della Val Gardena e dell'Alto Veneto.

TG: E' da relativamente poco che fai l'artista allora?

ED: Diciamo di sì, per diversi anni sono stato un artigiano e poi sono passato a fare qualcosa di più maturo e personale. Sono partito da quello che era vero artigianato, fino a che ho sentito il bisogno di ricercare qualcosa di più concreto. Mi interessava il naturalismo fino a quando, ad un certo punto, ho detto basta, voglio fare un passo avanti e cercare una tematica nuova.

TG: Le tue sculture sono bellissime, sembrano proprio gommapiuma.

ED: Sì, sono riuscito a trasformare il materiale quasi come se si trattasse di un tranello, perché il legno non lo puoi schiacciare in questo modo, lo puoi solo lavorare e dargli una certa forma. Ma ciò che gli dà la forma, gli dà anche la consistenza. Per me, la decorazione ha ancora una certa importanza, anche se qualcuno ritiene che la lavorazione non sia importante. Eppure se non sai lavorare non puoi fare queste cose. Far fare questi lavori ad uno scanner non avrebbe senso perché vorrebbe dire non dare un'anima all'opera. E l'opera d'arte ha bisogno di un'anima e richiede la tua concentrazione, il tuo amore e...

TG: La tua sofferenza...

ED: Certo! (con soddisfazione) Questa è la parola giusta, ci vuole anche la tua sofferenza, perché effettivamente l'arte è qualcosa di molto delicato che ti vuole avere sotto di sé. La sofferenza è una parte molto importante della creazione ed è qualcosa che è anche bello da vivere perché dove non c'è sofferenza non c'è neanche amore. Nel mio lavoro devi accarezzare la forma fino a che esce come vuole lei. Quest'anima io la voglio far sentire, altrimenti l'opera non sarebbe mia.

TG: Quanto tempo ci vuole per fare un'opera di questo tipo?

ED: Ci vogliono dalle 8 alle 10 ore al giorno per dieci -quindici giorni circa. Io parto dall'ideazione, poi faccio un modello per ricercare la forma, perché non è solo la trasformazione della gommapiuma, ma la forma richiede già uno studio scrupoloso per poter dare dinamica all'opera.

TG: Come ci arrivi alla forma giusta? Col disegno?

ED: Parto da un disegno e poi faccio un modello in gommapiuma per vedere come risponde la materia. Certe cose che funzionano nel disegno poi ti accorgi che non ti restituiscono quello che tu volevi. Per me, l'elemento casuale nell'arte è molto importante, perché la casualità ha una spontaneità che è fondamentale per far vivere l'opera. Il bello della casualità è che è qualcosa che va al di là della progettazione e questo elemento fa sempre parte delle mie opere. La consistenza e la rottura della consistenza mostra la rigidità del materiale e dà forza alla mia idea.


Il particolare di cui parlava TG

TG: Ci sono dei bei particolari come questo piccolo taglio che fa capire come la materia si tiri e si strappi sotto certe forze...

ED: Sì, perché dove una forza esprime una pressione fa partire uno strappo che arriva anche dalla parte opposta; se riesci a rappresentare questo movimento anche nel particolare, riesci a dare una logica ancora maggiore al tuo lavoro. E nell'insieme bisogna mostrare come si rompe la consistenza generale dell'intera scultura. La forza serve a rompere la rigidità: questo è il gioco che io cerco di fare nella mia scultura. E togliendo quella rigidità creo la forma.

TG: Per uno scultore la materia è tutto?

ED: La materia fa parte del gioco e nel nostro caso il legno è un materiale che ci ha sempre accompagnato, dall'edilizia, ai monumenti. Il legno è una materia naturale che vive e fa parte della nostra storia. A me piace molto, ma bisogna stare attenti perché se sbagli è difficile correggere l'errore.

TG: Da dove t'è venuta l'idea per le tue sculture?

ED: E' arrivata casualmente, stavo facendo una ricerca con altri materiali, poi inaspettatamente cambiando il divano ho tolto la gommapiuma della seduta e schiacciandola è uscita fuori questa forma, mi ha affascinato e mi è piaciuta.
Naturalmente, adesso vado avanti con questa ricerca.

TG: E vieni capito?

ED: Sì, io dico sempre che il naturalismo serve anche per capire l'astrattismo, perché si tratta di un passaggio indispensabile per capire le forme che sembra non abbiano un significato. Solo se conosci bene il naturalismo puoi fare un'astrazione.

TG: Tu guardi a qualche maestro del passato per trovare l'ispirazione? O tutto nasce in te spontaneamente?

ED: Mi sono piaciute diverse epoche dell'arte; se guardo anche all'arte antica vedo che ci sono delle astrazioni che mi lasciano sorpreso. In parte guardo al passato, in parte uso la mia spontaneità.

TG: Citami, per favore, qualche autore del passato che tu ritieni particolarmente significativo.

ED: Mi piacciono molto i grandi pittori russi dei primi del 1900, anche se loro non hanno nulla a che fare con le mie opere. Apprezzo anche molto i Divisionisti. Se però qualcuno dovesse dirmi, per esempio, che gli piacciono le mie opere perché gli piace Mondrian, questa affermazione mi disturberebbe. Un giorno un signore viene da me e mi dice che gli piace una mia scultura perché gli sembra un Capogrossi e la cosa mi ha dato molto fastidio. Qualcun altro mi ha detto che i miei lavori gli ricordano Burri. Burri a me piace, è stato un grande artista, può essere che in certe cose gli arrivi vicino, ma succede senza volerlo perché ognuno segue la sua strada.

TG: Invece le forme gialle di "Reduction" mi fanno pensare alla ceramica. C'era un intento di quel tipo smaltando il legno oppure era un abbellimento portato dall'aggiunta del colore?

ED: No, in quel caso era ben importante che fosse colorato perché doveva essere una massa che simulasse un movimento fluido, non una cosa statica. Se tu la guardi sembra che quella forma si muova e stia per cadere fuori dal quadro passando attraverso la rete di ferro. Volevo ottenere quell'effetto. Come se si trattasse di una massa di plastica fluida in movimento.

TG: Si tratta di un'azione legata anche al concetto del tempo?

ED: In parte sì, però quello che è importante è la struttura che taglia a pezzi il flusso di materia.

Valentina Kostner e Egon Digon: non sempre il rapporto gallerista/artista è conflittuale...

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sabato 11 febbraio 2017

Luca Panucci cerca la sua occasione ad AAF 2017

All'AAF 2017 ho rivisto alcuni artisti che avevo già incontrato in altre occasioni. Ho pensato così di approfondire la conoscenza con Luca Panucci, le cui opere avevo avuto modo di ammirare qualche tempo fa, quando ero stato a Monza a visitare Casa Novecento, la residenza d'artista che Felice Terrabuio ha approntato con la collaborazione di Streetartpiù.

Luca Panucci, 25 anni.

Tony Graffio intervista Luca Panucci

Tony Graffio: Ciao Luca, finalmente ci conosciamo, lo scorso ottobre ero stato a Monza per vedere i tuoi lavori di grandi dimensioni, ma purtroppo non ci eravamo incontrati. Che cosa ci mostri oggi?

Luca Panucci: Eccoci qua, ho portato in esposizione ad Affordable Art Fair 2017 la mia nuova ricerca che indaga un po' sul mistero e sull'istante. E' una visione introspettiva che si sviluppa con nuove tecniche pittoriche che mi stanno facendo capire come muovermi, anche perché è solo un anno che ho ripreso a dipingere.

TG: Davvero? Che cosa facevi prima, Street-art?

LP: No, ho fatto poco di Street-art, praticamente quasi nulla. Io sono più propenso a lavorare su superfici come la carta o la tela oppure il legno. Questi sono i miei supporti preferiti. L'arte di strada mi piace perché permette d'esprimermi con lavori di dimensioni considerevoli, ma mi piace avere un approccio più metodico con i soggetti che voglio realizzare. Per ora, sono un ricercatore e credo d'andare avanti in questo modo.

TG: Che studi hai fatto?

LP: Ho studiato all'Istituto d'Arte di Monza, dopo ho frequentato per due anni l'Accademia di Belle Arti di Brera, avevo scelto pittura, ma poi ho lasciato i corsi, ho lavorato per quattro anni, ma una volta che è scaduto il mio contratto ho capito che nella vita volevo fare altro. Adesso mi sono buttato a pieno in questo mondo artistico.

TG: Quanti anni hai?

LP: 25.

TG: Fammi vedere meglio i tuoi lavori. Sono stati fatti su carta?

LP: Questo è dipinto su cartone telato e incollato su un pannello di legno che poi è stato incorniciato. Si tratta di smalti neri di sfondo ricoperti con colori acrilici. Le pennellate che ho dato sono veramente poche, mi interessava il contrasto tra luci e ombre, per vedere i vari conflitti che potevano crearsi riproducendo qualcosa che ricordasse il solito antagonismo tra il bene ed il male. La ricerca però è molto più introspettiva.

TG: Chi sono i personaggi che hai ritratto?

LP: Sono partito dai demoni senza nomi che disegnavo prima a pastello e matita che avevano una forte energia, per arrivare a personaggi più silenziosi che sembrano apparizioni ultraterrene di istanti speciali. Sono esseri particolari che appaiono in momenti fugaci. Cerco di studiare la luce e l'energia che portano con loro queste figure che però sono un po' represse. Cosa vogliono fare con la loro energia? Conservarla o esprimerla? Questo è il conflitto di fondo.

TG: Si tratta di pennellate veloci, per questo richiamano lo stile della Street-art.

LP: Sì, la mia è un'arte molto immediata. Per me questo è un punto di partenza.

TG: Hai dato dei titoli alle tue opere?

LP: No, non hanno titoli, però ho degli obblighi di catalogazione per dare riconoscibilità ai miei lavori ai quali ho dato dei codici identificativi. Parto da numeri progressivi che possono essere, ad esempio: 101006, per la prima serie.

TG: Pensi già di fare un archivio?

LP: Sì, perché qualsiasi cosa farò nella vita, con l'arte ci conviverò sempre. Questo è quello che vorrei fare veramente nella mia vita. Anche se dovessi svolgere compiti di magazziniere o impiegato ci sarà sempre un momento della giornata in cui condividerò i miei pensieri con un foglio di carta o una tela da dipingere.

TG: L'esperienza alla Casa Novecento come è andata?

LP: Mi è piaciuta molto. Quello spazio è stato il mio studio e quindi ero muovermi come volevo e di agire con i tempi e negli spazi che ritenevo più utili al mio progetto. La rifarei volentieri.

TG: Sei rappresentato da qualche galleria?

LP: In questo momento, no. Qui in fiera mi ha portato Momart Gallery di Lecco, però diciamo che si tratta di un intervento occasionale. Un domani, spero che ci sia qualcuno che creda ed investa sul mio futuro.

TG: In bocca al lupo allora!

LP: Grazie Tony!

venerdì 10 febbraio 2017

Roberta Busechian e la relatività del tempo che scorre dentro il tubo

Ero rimasto affascinato dalle tematiche proposte da "Quando, quando, quando", un progetto espositivo in cui si parlava di "approcci di giovani artisti al tema del tempo e alla sua percezione", così ho osservato le opere realizzate dai giovani selezionati, perché da sempre sono interessato a comprendere meglio la dimensione del tempo e la sua interpretazione.
Evidentemente, ognuno ha una sua idea del tempo, ma non a tutti interessa capire esattamente che cosa sia questo flusso talvolta rettilineo, talvolta circolare, all'interno del quale ci muoviamo o, se preferite, avvengono dei cambiamenti e delle azioni.
Qualcuno ha interpretato il tempo più come una specie di operazione nostalgica, trovando l'occasione per volgere lo sguardo indietro negli anni piuttosto che una ricerca che potesse servire ad avere delle risposte ad alcune domande fondamentali. Ad ogni modo, sono emersi alcuni risultati interessanti. 
La mostra mi è stata presentata da Elisa Torchio che ha detto che volutamente è stata divisa in due sezioni, una più autobiografica ed un'altra invece che si interroga su altre dimensioni del tempo, per fare un discorso più legato all'archiviazione di materiale visivo e audiovisivo. Come abbiamo visto per l'opera di Veronica Bisesti, o come è il caso di Jacopo Rinaldi che ha fatto uno studio sull'archivio di Harald Szeemann riflettendo sull'idea di spazio connesso all'idea di memoria. Le immagini in questo caso vengono reinterpretate per conferire loro un significato più attuale. 
Nel caso di Luca Gioacchino Di Bernardo assistiamo alla realizzazione di un lavoro più autobiografico che poi può assumere un significato più generale. Luca si ritira in una casa circondata da moltissime piante per studiarle, solo che nel suo periodo di permanenza in questo luogo vive degli incubi che lo fanno riflettere sull'idea di sogno della sua percezione oggettiva ed alla percezione soggettiva legata alla realtà. Lavora per contrapposizioni di oggetti e di immagini stendendo della grafite su carta.
Come già detto in  un precedente post, quest'anno all'AAF non c'è stata una selezione aperta a tutti gli "Young Talents", ma i giovani curatori hanno chiamato dei nomi che sono stati individuati "scavando" tra fondazioni ed altri enti, come la Fondazione Bevilacqua, piuttosto che altri premi, come il Premio Celeste e le accademie di Belle Arti; insomma, la scelta è stata discrezionale a seconda di quello che cercavano Cacciottolo, Ferraro e Torchio, forse perché quest'anno si volevano valutare più le competenze dei curatori che quelle degli artisti.
Il tema della ricerca nel tempo nasce perché si è riscontrata una forte tendenza negli artisti di oggi a lavorare sulla memoria e sul passato per ripensare il presente. Molti artisti contemporanei infatti si preoccupano di rivedere il passato per riuscire a leggere meglio il proprio presente, anche in modo autobiografico, oltre che per riesaminare ciò che è già stato fatto da altri. Il premio non c'è, la gratificazione principale per gli artisti prescelti consiste nell'esporre e farsi conoscere in una mostra di prestigio che può dare visibilità e prospettive future ai propri lavori. 
Non c'è esplicitamente nemmeno una vera ricerca sul tempo che passa, a parte forse il video di Davide Sgambaro che purtroppo non ho avuto modo di vedere per un problema tecnico di allestimento. Nel suo lavoro venivano ripresi spezzoni di filmati del suo passato.
Non avendo avuto l'opportunità, per motivi di tempo (guarda caso), di ascoltare tutti gli artisti impegnati in questa selezione ho scelto di parlare con Roberta Busechian che ha allestito una scultura idraulica/elettronica abbastanza particolare per rievocare i fasti dell'epoca dei rave party in modo poetico ed originale. TG

Roberta Busechian, 26 anni, all'AAF 2017.

Tony Graffio intervista Roberta Busechian

Tony Graffio: Roberta, raccontami qualcosa di te per favore.

Roberta Busechian: Vengo da Trieste, ho studiato allo IUAV (Università di Architettura di Venezia), dove ho frequentato la Facoltà di Arti Visive. Poi, mi sono spostata a Berlino, dove ho vissuto per tre anni e mezzo e dove ho fatto la specialistica ed ho collaborato con vari artisti su performance elettroniche e sound art, ovvero il suono nell'arte contemporanea (l'arte visiva ha deciso di pescare nei suoni? Inizio a pensare che gran parte dell'arte contemporanea sia al 10% creatività ed al 90% un bluff. Commento di TG), installazioni sonore nello spazio pubblico e nello spazio privato. E poi ho deciso di venire a Milano, dove ho aperto uno spazio No profit, il(T)Raum in cui mi occupo di Sound Art, installazioni sonore e audiovisive, spazio che più o meno ho avviato un anno fa. Io mi occupo di vari generi artistici. Ho iniziato con il disegno, poi sono passata al suono, soprattutto ad installazioni sonore e poi, come in questo caso alla scultura e alle installazioni spaziali. Questo che vedi è un lavoro nuovo, prodotto nel 2017, che ho concepito pensando alla fine degli anni '80, inizio anni '90, quando, per alcuni versi c'è stata la rivoluzione della musica Techno che veniva suonata in edifici industriali dismessi dalle loro destinazioni abituali ed adibiti ad un uso ludico e di intrattenimento sociale. Erano, per certi versi, degli spazi clandestini. Gli anni '90 hanno segnato l'inizio dell'epoca delle droghe sintetiche e della nascita di internet. Questo tubo davanti a te è un semplice tubo di cemento usato per costruire i condotti fognari che intende riprendere l'idea delle costruzione di origine industriale che erano fatte proprio di ferro e cemento

TG: E amianto.

RB: Niente amianto. In questo tubo non c'è. All'interno ci sono invece dei display che visualizzano in tempo reale la temperatura dei più importanti templi della Techno nel mondo: Detroit, Berlino, Zurigo e Ibiza. Raccolgono quei dati dove una volta c'erano i club, anche se oggi lì troviamo qualcos'altro. Per esempio: l'Osgut di Berlino oggi è il Berghain, forse il più famoso club Techno al mondo.
Tutto quello che deriva dall'immaginario degli anni '90 viene proiettato in quest'opera. Cemento e sale che rimandano alla droga ed a tutto quello che c'è di chimico in quell'ambiente trasgressivo. I display a luce blu riportano a certi immaginari trans che ci spingono verso l'allucinazione.

TG: Scusa, i display riportano veramente la temperatura delle cattedrali della Techno music?

RB: Sì, sono dei componenti Arduino programmati tramite una scheda Wi-Fi che ricevono i segnali da dove si trovano i sensori e attraverso stazioni meteo prendono i dati della temperatura in tempo reale nelle città con le quali sono collegati e li trasmettono fin qui dentro al tubo.

TG: Tu vuoi parlare di un tempo cronologico, psicologico o meteorologico?

RB: Mi interessa l'atmosfera intesa non come un fenomeno atmosferico, ma come ambiente che rilascia delle sensazioni a chi si trova immerso in quella situazione. Io rappresento i luoghi per mezzo delle temperature che lì vengono rilevate e che può variare con la vicinanza dei corpi, con l'assenza di presenze umane o con la costruzione di edifici.

TG: Prezzo?

RB: Beh, (risatina) .....circa, ma non dirlo.

Il tempo è relativo, dentro il tubo siamo rimasti alla fine degli anni '80.